FIG1(12)FIG2(13)“Sikanìe tes Sikelìas”, Aristotele (Metafisica, 359, b. 15)


Lo avevi visto tredici anni fa in una teca del Museo archeologico di Licata il vaso ovoidale di primario riferimento per il Maestro della Muculufa. Era l’opera del Michelangelo dei ceramisti sicani dell’età del rame, quel Paul Klee dell’astrattismo geometrico pre-ellenico che quando poi arrivarono i rodio-cretesi lo stile personalissimo suo e della sua bottega millenaria venne soverchiato da tutte quelle nudità prorompenti di classicismo iconico, mitico naturalistico. Muculufa Master, che gli archeologi della Brown University di Providence Rhode Island, in collaborazione  con quelli di Catania e Messina, avevano identificato nelle campagne di scavo tra il 1988 e il 1995 (figg. 1-2).


FIG3(10)Dopo 3000 anni erano emersi decine di migliaia di frammenti ceramici dalle terre smosse che avevano seppellito compatte ciò che si può definire un Santuario federale del Regno Sicano, presidio castellucciano, eretto perché vi accorressero da ogni angolo le genti sicane per le cerimonie e i ciclici riti annuali. Muculufa/Muculusa toponimo arabeggiante, da quando su quelle vette c’erano arrivati i musulmani che degli arcani abitanti già trovarono le ossa polverizzate in quelle oltre 200 tombe a grotticella scavate nella roccia, chiuse da lapidi e poi profanate per sempre. Sepolture che chissà quale nome avevano nell’arcano sicano idioma. Nome arabeggiante che ti era rimasto impresso per sonorità e originalità evocativa.

Per dieci anni avevi espresso il desiderio immaginifico dell’ascesa all’impervia cresta della Muculufa, sierra dello spavento e della pace dell’animo. C’eri anche arrivato lungo le anse e le rive del Salso/Himera ma non ti eri spinto fino in vetta. Troppo erta, troppo cavuro (Fig. 3).

Doveva esserci scritto nel destino tuo l’incontro mistico alchemico con l’Umanità degli undici Sicani del Monte Saraceno, in due giornate di sole d’inizio inverno, per concederti l’onore non solo di diventarne membro ma anche di viverne la grazia dell’ascesa condivisa. Dopo due giorni di pioggia battente il sereno, il calore, l’aria fredda, avevano persino rappreso i fanghi sull’erta via.

FIG5(11)Lo capisti finalmente il senso della disposizione del villaggio sicano sull’attuale Monte Saraceno divenuta poi polis ellenica, l’area funeraria delle tombe a grotticella, il Mindrussu con le mura del convento diruto, le anse del Salso, e da lì fin sulle vette della Muculufa al Santuario.
Lo capisti immediatamente che oltre alle esigenze difensivo-militari, quello stare ostinato in vetta, quel marcare il territorio, radicava la profonda ragione della scelta sicana di tale collocazione visibile a distanza di spazio e tempo, in un gesto spirituale e artistico, di alta nobiltà estetica e paesaggistica. I cari defunti sicani potevano ammirare sempiterni in spirito un paesaggio che nessun abusivismo avrebbe rovinato mai. Un miracolo resistente nonostante la società post-industriale ormai al declino, dopo il cinquantennio di aggressione al territorio fatta di modernissimi scheletri in cemento armato, strade a più corsie, viadotti elevati per il tantrico tutun dei carri a motore.
Affacciandoti dal promontorio a perdita d’occhio s’apriva questa porta spalancata sul futuro paesaggio antico. Schivavi di calpestare gli iris e le orchidee selvatiche, rimiravi fino alle vette innevate dell’Etna a oriente,  il mare africano a sud, e alle spalle, le verdi terrazze del Saraceno Monte (Fig. 4).

FIG7(7)Tutto quel che geograficamente, topograficamente e storicamente c’era da sapere il Prof. Calogero Gambino lo narrava con voce tonante e ferma sapienza ai neo-sicani del terzo millennio in spirito e cuore. Dinanzi agli occhi inspirando l’aria serena si dipanava possibile e concretamente immaginifica l’epopea del Sicano Regno.
Sotto al ponte del Salso/Himera - stabile in cemento armato seppur a spallette sfondate - scorrevano fangose a valle le acque come il tempo e i suoi conflitti: un’alluvione di tanto in tanto, io tremolante.    

Salendo in costa superavi gli impianti della diruta miniera di zolfo attiva fin dal 1839, di proprietà di Lucio Tasca, operativa per la società Valsalso fino agli anni ’60 del secolo XX, teatro di vita e morte come quando il 16 aprile 1890 l’anidride solforosa uccise un numero imprecisato di minatori (Fig. 5).
Salendo giungevi con le auto neo-sicane del nuovo millennio fin dove si poteva, poi per l’erta via, impastando erbe e fango solforoso sotto le suole tra cardi, finocchi selvatici, saggine, funghi di ferla, osservavi tutto inspirando con voluttà l’aria pulita, percepivi l’elettroschock ctonio sotto i tuoi piedi.  

Giunti che foste in vetta apprendevi l’uso che di grotte e grotticelle avevano fatto gli anacoreti neo-primitivi cristiani del secolo XXI trasformandole in celle eremitiche, lasciando per sempre, o per un po’, la vita inscatolata e confezionata delle città per una rinascita auspicata nella contemplazione, nella preghiera e nella volontaria spericolata privazione delle comodità tecnologiche, lontani dal mercato globale e dai suoi perversi e alienanti asfittici meandri.
FIG8(4)I due anacoreti in quel momento assenti nel corpo, ma presenti in spirito, vagavano alitando come gli spiriti dei sicani dell’età del rame e del bronzo, sepolti nelle cavità sempiterne, in vista del loro villaggio, del loro Santuario pre-ellenico, pre-romano, pre-cristiano, pre-arabo, pre-federiciano, pre-ispanico, pre-savoiardo, pre-fascista e pre-democristiano-socialista, pre-berlusconiano, miranti al 2014 per un futuro di rinascenza neo-Umanistica.

Nel silenzio assoluto volteggiavano il corvo reale, il falco e la poiana, profumavano le timpe floreali e il pasto rituale di formaggio primo-sale al pepe, olive nere e verdi con l’aglio, vino rosso e pane al sesamo che consumammo sicanamente a cuore puro sulla cresta del dirupo in veduta isole di Salso.
Si discuteva di metempsicosi e dell’astrattismo del Maestro della Muculufa; dell’oscillazione tra naturalismo iconico e astrazione empatica delle arti umane. Dai tempi della grotta di Levanzo, a quelli della ceramica della civiltà castellucciana che al Santuario federale delle divinità della Muculufa aveva la sua massima espressione estetica, sui modelli delle ceste in vimini intrecciate con le mille varianti e declinazioni di originalità, che gli archeologi Ross Holloway e Susan S. Lukesh avevano accuratamente compreso grazie ai 100.000 frammenti ritrovati e pazientemente catalogati. Una costellazione di segni a spina di pesce, a pettine, a volute, eccetera che per capirli si dovettero riferirsi agli studi di Giovanni Morelli, Alois Riegl, Bernard Berenson, alle teorie dei tratti riconoscibili delle mani dei maestri pittori del Rinascimento secondo le leggi dei connoisseurs (Figg. 6-7).

FIG9(6)Quale civiltà protostorica alta, cosciente e spirituale poté, seppur senza scrittura lineare, tramandarci per così tanti secoli il senso ultimo dell’astrazione geometrica? Solo ora la possiamo capire, dopo aver avuto l’astrattismo geometrico del ‘900, la comprensione tutta novecentesca del linguaggio naturalistico figurativo dai Cromagnon  in poi che comunicavano per immagini. Grotte dipinte iperrealistiche come trappole mistiche perché nelle battute di caccia si potessero catturare gli animali bradi che procuravano sostentamento alle comunità. Con l’uomo non più solo cacciatore ma anche pescatore, allevatore, coltivatore e raccoglitore, è evidente invece che il codice visivo dell’intreccio dei cesti della raccolta dovette divenire l’unità di misura di riferimento propiziatore, rituale e funzionale. Si spiega così la mole secolare dei frammenti della ceramica della Muculufa al Santuario: i resti di riti mangerecci e libagioni millenarie (Fig. 8).

FIG10(4)Così discutevi con i fratelli neo-sicani, e ti chiedevi perché proprio ora ancorare all’epopea primaria sicana l’era contemporanea avvilita dalla “crisi” etica più che economica? La risposta possibile è questa: per poter rimettere ordine nella linea temporale è necessario, in un modo o nell’altro, tornare a casa, porre l’ancoraggio della consapevolezza dell’umano comprendere all’inizio del pozzo, al primo livello della stratificazione protostorica, poi tirare la corda e discendere nelle profondità della coscienza meticcia, nei meandri dei conflitti, della sofferenza di popoli e nelle ferite del tempo, da comprendere e da sanare. Capire il melting pot, le métissage, el mestizaje, il meticciato etnico-culturale di cui siamo figli contro ogni razzismo. Se così non farai niente pace, serenità, salubrità fisica e mentale, nessuna libertà di critica, ma avrai solo un vuoto vagare ipercinetico e rabbioso sui viadotti contemporanei, inconsapevole di cosa hai a due passi dalla porta di casa, tra scatole in muratura, informazione televisiva e cultura preconfezionata, permeabile a violenze, condizionamenti, soprusi, prepotenze, miasmi post-industriali, brutture edilizie a sfregi al paesaggio.

Così discutevi dell’inaccettabile dramma dell’incendio del Monte Saraceno ogni qual volta le erbe della tarda primavera ricrescono per la devastante illogica pigrizia di coloro che dovrebbero tutelare le antiche pietre parlanti. Discendendo dalle creste della Muculufa percepivi l’armonia nuova e la sensazione che un’invincibile eroica avanguardia di coscienti cittadini ravanusani organizzati potrà essere la migliore tutela per la salvaguardia di paesaggio, storia e natura. Per una visione alta della “politica” fatta di identità, cittadinanza, senso civico, per la diffusione di conoscenza e rispetto per il prossimo tuo che verrà, dal quale, ricorda bene, prendi in prestito il mondo.

“Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”
    
Didascalie foto:
Dove non indicato altrimenti le foto sono dell’autore

Fig.2:
http://www.artepreistorica.com/2009/12/da-monte-manganello-a-montagna-di-marzo/
http://www.academia.edu/2142863/La_Muculufa_Santuario_considerazioni_tecnologiche_morfologiche_e_stilistiche_sulle_classi_vascolari_e_lo_stile_di_Muculufa/

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