FIG1(13)Dicebat Bernardus Carnotensis
 nos esse quasi nanos gigantium humeris insidentes

“Simone Martini” portaci tu, con le tue eliche contemporanee all’approdo di Aegusa. Simone che per andare a Napoli e ad Avignone solcasti a vela e vedesti il mare Mediterraneo, senese terragno che fosti, hai ben da essere orgoglioso che la tua leggenda postuma sia anche stampigliata a lettering cubitali sulla prua del traghettone della Siremar, pezzo d’arte contemporanea galleggiante con le sue eliche duchampiane (Fig. 1).


Le Egadi sono un faro nel centro del Mediterraneo. Un semaforo, una sirena d’allarme, un crocevia, un maelstrom simbolico della storia che tutto inghiotte e tutto fa riemergere. Una Piazza Venezia del nuovo turismo logato Ryanair, una Piccadilly Circus paleo-storica, una Times Sq. dell’eterno traffico marittimo e antropologico del colonial Mare Nostrum dinnanzi a Drapanum (Trapani). Egadi: Aigussa (Favignana), (Hiera) Marettimo e Phorbantia (Levanzo) più scogli vari, passaggio obbligato per i tonni e per la mattanza della storia (Figg. 2-3).
 
FIG2(14)FIG3(11)

Mentre che aspetti sulla panchina del porto l’arrivo dell’Aliscafo Fabricia Siremar il panzuto Sasà in canotta aspetta pure, ed è un fiume in piena di lamenti sul figlio e la figlia, entrambi guardie carcerarie a Favignana. “Casa di Reclusione e casa di lavoro” la chiamano, un blocco bianco turrito e circondato dalle alte mura. “Mio figlio è sposato, è libero ma nipotini non me li vuole dare”…
“Loro” sono 130 detenuti, metà stranieri, 7 ergastolani, molti campani: camorristi, mafiosi, corrieri della droga cileni eccetera eccetera. Secondo la deputata democratica Rita Bernardini e altri deputati radicali venuti in visita nel 2010 per il “Ferragosto in carcere” (e rinnovate richieste di risposta fino all’altro ieri) la situazione della struttura, una fortezza del secolo XII, è inadeguata, sovraffollata, il personale scarso.

FIG4(10)Questo oggi. Pensa ai tempi der Puzzone quando tutte le Egadi erano destinazione di confinati e carcerati perché in libertà comunisti, anarchici, gay eccetera eccetera. Dalla panchina guardi la vetta del monte con sopra il Forte Santa Caterina, che oggi è rudere proto-normanno ma che per i Borboni fu luogo di reclusione per i pericolosi risorgenti, che quando venne Garibaldi Giuseppe gli Egusani per liberarli l’assaltarono a picconate.

“Loro” in detenzione forzata, noi liberi feriali. Metti dunque libero piede sul suolo calcareo di Levanzo e per trasferimento via mare e visita guidata alla Grotta di Cala del Genovese. Imbarchi rapido su un tendalinato da venti posti per turisti internazionali, anch’essi a piede libero nell’infradito, e solchi velocemente verso ovest le acque azzurre e striate lungo costa (Figg. 4-5). Costa tutta sforacchiata dalle innumerevoli cavità frutto di erosione eolica, marina e carsica: Grotta Grande, Grotta di Punta Capperi e dei Porci, Punta Sorci, Cala Tramontana, grotte Niurume, Grotta Calcara. Sulla cresta rocciosa una coppia di neri falchi pellegrini sfreccia senza battito d’ali in spietata perlustrazione di caccia.

FIG5(12)Arrivi all’approdo della Cala del Genovese, giacché in quel punto una fonte d’acqua dolce sprizza quando s’abbassa la marea e i genovesi lo sapevano tanto che ci venivano a rifornirsi, e come loro i pisani, e li marinai tutti. Sbarchi e inizi la salita per raggiungere la spelonca, tra scogli grigio-nerastri erosi come un carbon dolce, lungo l’erto sentiero costeggiato da erbe di macchia profumate resistenti sulla sassicaia. Quando l’erosione è carsica ecco che si formano le retro grotte. Dall’antigrotta ampia, una veranda a 30 gradi, un passaggio angusto, un pertuso della storia ti porta nell’aldilà. Nel ventre della paleostoria, nella spelonca dove a 20 gradi fissi naturali d’estate, che s’abbassano a 10-15 d’inverno, il tempo distruttore rallenta il suo scorrere inesorabile. Fuori la mattanza del tempo, dentro lo spazio meta-temporale che sfiora l’eternità.

La guida per l’accesso nell’aldilà è un erectus sapiens sapiens trapanese dal labbro leporino, tono deciso e perentorio: “Decantate la temperatura, copritevi. E’ vietato fotografare con telefonini e macchine fotografiche. E’ necessario abbassarsi a 150 cm lungo il pertuso di 7m. I primi dieci possono entrare…”

FIG6(12)Mentre che aspetti il tuo turno sei seduto su delle panche ligneee erose dal vento e dal mare. Sopra la testa una parete di roccia di 80 m. a 90°, davanti a te il precipizio di 30m pendenza 50. Davanti a te il mare che verso la fine del Pleistocene (110mila – 9700 a. C) ha riempito la prateria che divideva la montagna di Levanzo da quella di Marettimo e Favignana (Figg. 6-7). Un mare di appena 50m di profondità che si alluvionò progressivamente. La massima estensione dei ghiacci detti del W?rm risale al 18mila a.C., qui il mare arrivò attorno al 12600. La Sicilia all’epoca aveva due specie di tenaglie: una qui, protesa verso la Tunisia, l’altra verso la Libia dalle parti di Capo Passero. La sua forma non era come quella della testa del caimano oggi, o il piede dello stivale ma pareva la testa di un granchio.
Il clima era temperato, tendente al freddo. La vallata piena di animali: Cervus elaphus, Equus Hydruntinus e Bos primigenius, poi arrivarono ovicaprini e molto dopo, con l’acqua salata sciolta dai ghiacci, la malacofauna (conchiglie) e pesci: delfini, tonni eccetera eccetera.

A guardare tutto questo mondo animale nell’arco temporale che va dal 15 mila al 5 mila a.C. c’erano loro, sapiens tipo Cro-Magnon ed evoluzioni culturali successive, cacciatori e raccoglitori. L’epoca l’hanno chiamata epigravettiana, dalla grotta francese di La Gravette in Dordogna. Paleolitico superiore.  Essi vivevano nelle spelonche, essi scendevano in valle, essi catturavano le bestie con archi e frecce, lanci di pietre e trappole. Essi erano all’alba della rivoluzione neolitica: passare dal nomadismo della caccia e raccolta alla addomesticazione degli animali e alla stanzialità, dall’uso della pietra e dell’ossidiana vulcanica tagliente come un bisturi chirurgico a quello del bronzo e del ferro, alla stratificazione sociale, al commercio, dalla tribù alla società.

FIG7(9)Dici, ma quando s’è cominciato a capire tutto questo? Le grotte le conoscevano gli antichi, mai l’hanno smesso di saperlo che uomini più antichi ancora, un tempo nelle spelonche ci vivevano. Fino ad una settantina di anni fa dentro le grotte ci vivevano però grassi conigli, e i picciotti di Levanzo ci buttavano dentro un furetto per stanare il coniglio: “ci bastava stanarlo, mica entrarci nelle grotte”. Così sarebbe continuato fino a quando, il mattino del 26 marzo 1868, a Levanzo,  gettò l’ancora per ripararsi da un fortunale sciroccale la Magenta, la pirocorvetta con a bordo Enrico Hillyer Giglioli, fiorentino nato a Londra da padre mazziniano e madre inglese, naturalista di studi pisani e di fede darwiniana. La Magenta era rientrata nel Mediterraneo dopo un viaggio naturalistico attorno al mondo tipo quello del Beagle: Giappone, Giava, Cina, Australia, Terra del fuoco.
Il Giglioli si rese conto che dopo tanto girovagare a Levanzo c’era roba parecchio antica riposta in quelle grotte e che si sarebbe dovuta studiare: roba paleoetnologica, fauna e flora incontaminata. Molti anni dopo, nel 1891, a Firenze uscì una breve nota di 3 pagine sull’Archivio per l’Antropologia e l’Etnologia intitolato “Intorno ad una caverna abitata da gente preistorica nell’isola di Levanzo, Egadi, Sicilia”, nessun accademico però si preoccupò di dar seguito a quelle intuizioni.

Nell’estate del 1949 a Levanzo ci venne in vacanza una pittrice fiorentina, tal Francesca Minellono. Le dissero che se voleva vedere “strane iscrizioni, rintra ‘na ggrotta, ce la poteva portare Totò il pescatore…”.
(continua)

Didascalie foto:
Dove non indicato altrimenti le foto sono dell’autore
L’Italia vista dalla stazione spaziale internazionale, foto di Luca Parmitano. http://www.balarm.it/public/FotoNotizia_Images/luca-parmitano-spazio1.jpg