Prima dell’epilogo, di Luca Bortolotti
Con la puntata n. 21, pubblicata la settimana scorsa su News-art, si è di fatto chiuso il lungo ciclo di “Memorie dal sottosuolo”, peregrinazione poetica, ironica e dolente, lucida e incantata, rabbiosa e rassegnata sulle rovine della Sicilia, e del nostro Sud, e dell’Italia.
Quando l’amico Tommaso Casini - che, in questo epilogo-appendice-commento affidato alla scrittura sottile e satura di echi del poeta Gian Piero Stefanoni, scioglie infine lo pseudonimo di Giovanni Fontecoperta - mi diede in lettura, senza l’idea della pubblicazione, le primissime puntate della sua saga picaresca (di cui ignoravo l’ampiezza), frutto di una lunga consuetudine maturata in tanti anni di estati sicane, immediatamente fui colpito dalla qualità della prosa e catturato dal progetto. Mi parve qualcosa che, nel suo sinuoso procedere sul limine di vari generi (letteratura di viaggio, reportage di denuncia, descrizione storico-artistica, meditazione lirica …), meritava senza dubbio di venire alla luce.

Ora che la periegesi è giunta alla sua (definitiva?) conclusione sono felice, e vorrei dire orgoglioso, che News-art ne sia stato l’editore.


EPILOGO


Sicilia: Memorie dal sottosuolo di Giovanni Fontecoperta ha avuto un lettore assiduo, un critico attento e appassionato nell’amico e poeta Gian Piero Stefanoni, di cui, qui di seguito, si estrapolano i passi di un intenso epistolario elettronico, con i link ai singoli pezzi pubblicati per facilitarne il rispecchiamento.
Il mio ringraziamento più sincero va a tutti coloro che, in vario modo, hanno apprezzato questo viaggio a puntate nelle stratificazioni di cui la Sicilia è uno degli esempi più concreti e spaesanti al mondo, metafora vivacemente contraddittoria del rapporto tra l’uomo e la sua dimensione spazio temporale, artistica, spirituale, sociale e politica.
A Luca Bortolotti e Carlo Alberto Bucci dico che, senza il loro incoraggiamento, le Memorie dal sottosuolo sarebbero rimaste nel sottosuolo.
Tommaso Casini, 15/02/2014

 
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I.
e II.
Reportage; sì reportage… Questa mi sembra la definizione più adatta di questo incedere, la cui maggiore bontà mi sembra sia proprio il taglio tra cronaca, storia, cultura ed arte, soprattutto arte se intesa nel connubio tra visione e vissuto del territorio e sua costruzione a partire da questa dialettica. Orizzonte, allora, che si specchia alla fonte stessa dei suoi corollari nel, come Fontecoperta stesso dice, “contrasto sempre più evidente tra Storia, paesaggio e industrializzazione”.
Bene la lingua, bene l’incalzare, soprattutto bene l’informare a partire dal ricordare e dal rimuovere, da ciò che è stato rimosso. Ottimo l’inserimento delle foto e dei video. Ottimo l’incalzare limitando al necessario le incursioni.  
III.
A proposito dello zoccolio “sull’asfalto della società autostradale ipercinetica: coatta nomade, senza destinazione logico-razionale” è anche metafora dell’Italia di oggi (come anche a proposito del Salso Himeras che “oggi nasce ancor sano sulle” e “muore malato nel”), della sua assoluta mancanza di auto-interrogazione, dunque di cultura vera.
Bene, ripeto, la ricostruzione nella RIMEMORIA delle figure politiche, oscure ai più ma terribilmente determinanti nella storia (Luricella Salvatore e Ravanusa tra gli altri...).
Straordinario, puntuale, efficace il lavoro di ricostruzione.
IV.
Ma atteniamoci ai fatti: la pisside attica è straordinaria... straordinaria...
Ciò che maggiormente mi colpisce è la densità e la corposità della tua scrittura, a suo agio (forse nel caso sarebbe meglio parlare di disagio...) nella polifonia dei contrasti e dei rimandi, dei respiri dove nella parte finale raggiunge toni di pressante liricità nella tua dolorosa elegia (la tua in fondo è un’elegia) tra i fumi..., tra i colombi spaventati che volano via (sinistra figurazione delle nostre anime...?).
V.
MEMORIA: San Lorenzo, quanti se ne ricordano mai? Eppure in quel quartiere, in quelle strade ancora lo respiri l’odore che non t’aspettavi... (per non dire di Hiroshima e Nagasaki)
Sembra mentre discendi di imbarcarsi con te in un piccolo satellite della storia da cui tutto appare più chiaro ma anche terribile da portare... Un oblò pericoloso...   
La distruzione e la salvaguardia dell’arte è una guerra che ancora continua... La nostra polvere passa anche da questo. Ben descritto, in breve, come il lancio di una bomba, inevitabile...
VI.
Gagliardo, beffeggiatore che riparte con Goethe...
 I MORTI ARTISTI ANONIMI: FORSE NON TI RENDI CONTO FINO IN FONDO MA STAI RENDENDO LA LODE DI TUTTA L’UMANITA’ PERDUTA DI FRONTE ALLA BELLEZZA CHE RACCOGLIE TUTTI NOI IN FATICA, RESISTENZA, DESIDERIO DI IMPRONTA.
Di impronta che è unione mistica a fronte di tutti i MUOS…
VII.

La tua inizia a diventare prosa d’arte, lo sai? Il sarcasmo è ben guidato e vi si fonde bene, sciogliendo immagini e odori che dalla storia rimbalzano alla cronaca…
“se vai per militaria va a finire che trovi l’antiquaria”: ecco un bell’esempio di come segni i passaggi…
Procedere “analitico e semiotico”… è bellissimo.
Infine ti sospendi e ci sospendi nel tempo archeologico, quasi a fermare il fremito della storia e delle rovine recenti, ad affidarti- arci alla custodia antica, nelle sue genti, della terra...
VIII.
…E da cui ricominci… da prima dell’arrivo dei rodiocretesi… a togliere strati su strati ridando luce all’origine a noi tutti così sconosciuta... (“smania delfica di fondare città”).
Che l’impronta vera è un’altra, che rammentata spiega, che forse indica- e maledice?
E Adamesteanu, Bernabò Brea a scavare, a riportare - nella resa d’onore.
Ancora cinema… Desusino resort (nun ce se crede… roba da pazzi) e che finisce nel Padrino.
Ma che tu subito nell’animo rigetti nella dolenza dell’uomo che da sempre scaccia se stesso, dimenticando e rivendicando sempre la propria medesima morte.
Nella domanda finale forse il senso di tutto il tuo lavoro. E a cui non si può rispondere forse tutto il senso della lettura?
“fondi in te varie anime… ispirate e aspirate...
E poi abbiamo in comune la medesima sorte... cioè di occuparci di morti (la poesia è anche questo, io lo faccio continuamente)...
IX.
L’ora metafisica - Novecento tra i ruderi...
Che nel sangue del mito s’incarna… lingua incagliata tra sterpi e rimozioni..
Dici per smuovere o nella sonorità cancellare? Forse serpi e non sterpi...
Dove ti incammini?
Qui lo pseudonimo non copre più…
Ah... ma tra donne gravide e questo ci salva...
Tra fonti- ché non ci bastiamo mai... E qui è il sacro, forse. Forse - e ti svegli con Nino Ferrer.
Con altre colonie in questa terra che sembra infinita.
Qui arriva il tuo sole. (stordimento compreso).
X.
A seguire trovo straordinario il tuo modo di ricomporre nelle composizioni effetti passati e presenti in cui la Storia si riosserva e considera da sola, come: “il partito anticostituzionale di Dioniso II”.
Dovremmo analizzare a parte, in effetti, il tuo uso della lingua tra scarti di procedere cinquecentesco, anglo-siculo bellico e liturgie interiori che non ti placano giacché le ombre e le sagome delle tue figure in realtà sono le tue tra le spine di ciò che non s’arrende.
Ed allora è forse tuo lo sguardo di Mazzarino  a chiedere, sì:” possibile mai che non ci sia mai pace alla storia architettonica di questa Italia antiplatonica?”. Da cui, ad affossare il sarcasmo, arriva tutto il tuo e il nostro dolore...
XI.
Il mangiarsi la storia: terrificante… qui - non scherzo dovrei fermarmi - ma non posso tu avanzando.
Favoritismi tribali, sì andiamo antropologicamente alle radici: Italia maledetta..
Arrivi adesso al cuore delle tue puntate: si quale differenza c’è tra abusivismo illegale e abuso legalizzato?
Lo sviluppo senza progresso, ecco! Ecco! Ed ora non abbiamo né l’uno né l’altro - solo gli effetti di un eco da cui perdiamo acqua.
La conversazione peripatetica… come sforzi nel sorriso l’affanno...
XII.
… Conoscevo quel proverbio ma ignoravo fosse “sicano...”
Penso dovremmo metterlo tutti all’ingresso delle nostre case...
Eppure vai per balzi degli elegiaci greci all’ingresso di Saint-Exupery, hai con te lo spirito di Emma in quel sole che ti leva - ma attento che acceca...
E sì subito poi i ruggiti di fuoco del postmoderno, le scorie nucleari ma soprattutto civili di cui- ahi me – non verremo mai a capo… Dolenza anche del tuo procedere nel vedere, nell’interrogare da cui non fuoriesce che un gran mal di testa, il vortice di un mondo che si  fermerà schiantandosi..
Ed allora i tuoi ricordi d’arte non sembrano che teppismo al contrario: graffi- inutili forse- di bellezza tra le macerie, tra il vomito che s’intorcina- ci intorcina… Cupezze... Foschie di ritrosie d’orizzonte indietro e avanti dalla memoria. Per questo, ariforse, non c’è più presente e i nostri sono abbagli?
Non ce voglio crede l’autodromo di Pergusa!
Bene la rabbia, caro T., bene la rabbia... Ma a proposito di figli cosa riusciremo a lasciargli?
XIII.
L’inizio coi tempi di una nuova aratura mi ricorda “Noi non ci saremo” dei Nomadi (ed in cui “il non saper che dire metafisico” ne è - per me - giustappunto, il sotteso annuncio).
Ecco! Sei una poiana,“il cuore pronto all’agnizione”(sarà il tuo epitaffio?).
La solennità della scena interrotta dalle digestioni di marca: da Risi passi a Welles.
Comunque bellissime foto, perfette nell’esecuzione temporale della parola...
Già perché confondere la vita con i sepolcri? I sepolcri si rompono, è scritto anche nelle purificazioni geologiche, sì, ma dentro quel silenzio, nel flusso interminabile delle mutazioni e delle ricomposizioni, tutto si gioca in un vedibile sapiente, là dove si schiude “tutto il grano che dà il pane al mondo”.
Che io - per quanto mi è dato - mi provo dove so, in attesa e veglia, nel Nome.
XIV.
Com’è simbolico chiudere il cerchio, ricomporre il mosaico - parola che oggi con te è la seconda volta che mi capita di affrontare - tra Demetra e il petrol chimico con la bellezza delle tessere (che al singolare in greco - oibò - significa quattro...) di Piazza Armerina..
Il nostro immaginario, l’ancestralità appresa sui banchi e nella vita, poi, a farci consapevoli e spaventati ma vivi - sì Tommaso caro, nel nostro caso, comunque splendidamente vivi...
E giustamente, tu ricordi, l’antico e il classico sono il futuro…
L’enigma di Demetra nel volto, però, è nella terra che ci rigetta, infertile per nostra infertilità infeconda...?
Eppure io credo è negli strappi delle ingiurie la risposta, nella resistenza adepta di un mondo che non si vuole e non si sente finito nell’eterno bagliore di un’alba che non finisce, ogni volta nuova,
nelle volte di una fede - per amore, per non possesso - mai spergiura...
XV.
“Riportar le messi sui monti Erei”, bell’attacco epico-lirico dal sapor foscoliano...
Ed infatti, ecco la sottolineatura del 17 maggio come 25 aprile dell’identità culturale nazionale dietro alla quale, come in ogni storia italica che si rispetti, ogni oscurità concorre alla luce - a lato della vera resistenza…
Ma, come tu diresti, tant’è.
Qui, piuttosto, però è l’apparato iconografico riportato a dire dell’impresa.
Bene, ripartiamo dalle immagini che dicono della forma e dello spirito più della parola.
XVI.
ARCHEOLOGY CONNECTION... titolo adeguatissimo, il tuo occhio cinematografico già ci suggerisce, ahinoi, volti e doppiatori... (tra l’altro in una cadenza che a tratti si fa gaddiana)…
E finalmente sì… nèmesi compiuta e nostos garantito! Ma in una gioia di breve durata, ché sempre il demone sulla terra gode di maggiore intensità.
Eppure proprio in questo passaggio ricordi, ricuci il motivo del tuo interrogare iniziale, quello della salvaguardia del paesaggio e del patrimonio culturale, e non facendo sconti inizi dalla tua professione a volte - sottolinei - omertosa se non indifferente.
E questo è il peccato se il controllore dorme… NEL CHIUSO DEGLI UFFICI, e delle stanze di ognuno di noi, aggiungo io, di calce e di testa… Cosa ci abita infatti, cosa abitiamo momento per momento, di quali passi ci nutriamo? E’ possibile tanta disaderenza ed omologazione?
Ed allora sì, è bene anche porre paletti tra le figure… Cederna insegna.
Un grazie che qui parte dal cuore e dall’occhio, dal corpo nel suo spirito - che è anima - tutto…
XVII.
“...che pure Demetra se ne sta rintanata a scansar l’ustione”: ma noi non siamo Dei se non nel ricordo, e la conoscenza sconta le fiamme e vincerle da soli non basta… Di qui il senso dell’accordo, della rete che anche il Fontecoperta getta (?)...
I cipressini solitari, la tenerezza necessaria come traccia del possibile, dell’accadimento tra rovi... il miglior viatico al proseguimento.
(Lo vedi, non ti sai solo… soprattutto, caro tosco, se in libagion respiri)...
Le scalinate penitenziali di Caltagirone, ad ammonire a cosa? Per gli indigeni?
Per lo straniero? Da terra o da uomini, da chi?
Dal rivolo di crepa - il sinistro prete - da cui il crollo pianino si spazia, forse...
Freccia d’arco da cui riparti, doverosamente scortato verso il mostro bucefalo mastro Alessi... E già... perché questi c... d’artisti non s’azzittiscono mai...
Ché poi… tra pedalare e modellare, la notte parla nelle sue forme, bolle rigonfiamenti corpi che nessun inconscio sostiene... per questo lo sgomento è nelle terre riemerse… e tu, noi, per quale volto?
Cosa ci negano, cosa ci confermano? Mai più davvero nuovi (noi) nei loro ossimori...
XVIII.
E lo vedi, lo senti? Nell’ascesa contrai il muscolo, che è spirito finché sostiene... poi ctonio cedimento in te, e nella terra iscritto: coi suoi castelli, o prima de, l’uomo già sente: e così tu caro Fontecoperta che tra crolli tenti con l’occhio e con le mani nel ricordo di trattenere quanto più possibile, ma quel che avrai, avremo, forse è solo foga nei risucchiamenti… Di qui ancor più nobile e preziosa la corsa, perché reverenza ed omaggio al Dio in cui solo è creazione - e restituzione.
Ma andiamo avanti... : castello: carcere: canile: porto: nulla al suolo: anzi rigetto di suolo, lo vedi?
E lo vedi nelle poli - incarnazioni a nuovi castelli nuovi husky... e - oh ironia... ironia...- stazioni di previsioni del tempo...
E di nuovo, a conferma del tuo stordire, del prenderti e del prenderci alla testa nei giri di demoni e luce: la Gorgone e i vani per simposi…
Perché questo riapparire... quando tutto sembra senza più interrogazioni (non parliamo di risposte)...? Fontecoperta che dici? Quale fantasma ti-ci- gioca?”.
XIX.
Santuario federale del Regno Sicano…, cioè ... è la fede a riunire, a sigillare il patto che altrimenti è solo carta, geografia...? E sì la sonorità del nome MU-CU-LU-FA nella sua oscurità spiega forse già l’accorrere al mistero...
Non scelta civile ma slancio verso il Dio - !- scelta di restare“ a distanza di spazio e di tempo”, spalancati “sul futuro spazio antico”: magnifica definizione compiuta per “gesto spirituale e artistico” che è un meditarsi dapprima dai piedi nella radice dello sguardo: “l’io tremolante” al respiro, nullo e insieme compiuto nell’ “elettroshock conio”.
Gli anacoreti neo-primitivi cristiani del XXI° secolo... in loro o nostra assurdità?
La loro presenza è in questa domanda che da loro risale smorzando ogni facile, immediato sorriso...
Come la tanta liricità in cui Fontecoperta nell’ascesa pare sospendersi...
Abbandona o acquisisce? Soprattutto cosa ritrova? Ci appare lontano ma nella gioia... Ecco la civiltà protostorica alta, “senza scrittura lineare” che a noi tramanda “il senso ultimo dell’astrazione geometrica”...
Un salto di passaggi... questo Fontecoperta il tuo sgomento? Lo spazio del volo senza ali? La trappola mistica rituale e funzionale? L’incontro col sé nell’abbraccio che lo comprehende - e lo custodisce - fin dove lo spinge?
E cosa c’è di più sacro? E sì proprio qui, al primo livello della stratificazione protostorica, è nel sacro di una creazione custodita e ri-offerta al Faber la chiave di volta del riconoscimento dell’altro nella sua medesima osservazione, per aspirazione, e richiesta, che è poi comunque incontro, ed amore nella corrente”.
XX e XXI.
Simone Martini … che bel nocchiero e che bella traccia del moderno lo sorprende: eliche duchampiane…
Dalla porta dischiusa, Fontecoperta: solo a dire “Piccadilly Circus paleo-storica”... “passaggio obbligato per i tonni e la mattanza della storia”...
La mattanza obbligata, già...
A chiuderla qui (?) da un’Italia vista dall’alto che pare disabitata, e quieta e invece...“a piede libero nell’infradito”… tra il trash e il sopragodere... (Grotta di Punta Capperi! e dei Porci)
Ma il miracolo di ciò che naturalmente è... accade... continua... ci attraversa... è sempre... “coppia di neri falchi pellegrini” che “sfreccia senza battito d’ali in spietata perlustrazione di caccia” (in un’immagine molto dantesca).
Ed infatti: la retrogrotta (cavità dell’inconscio?) e: il pertuso della storia che porta nell’aldilà: il ventre della paleostoria: ché forse la morte è vita rimossa… che piuttosto attende è distende e trasfigura… e non sfiora l’eternità, è l’eternità caro Fontecoperta… Non vuoi dirtelo?
Non la vedi nei nomi degli animali scomparsi nei cui suoni si alza ancora la marea? Tutto è sempre lì.. e non è poesia… ma balzo sotteso all’arcano del tutto che avviene nell’occhio… o meglio… nel retro-occhio… Bisogna andar digiuni per salvarsi ma non è più possibile…
Ora furetti ora lepri... Si potrebbe chiedere al Giglioli...
“Forse perché in noi è il divenire e la mutazione nel flusso cosciente e, come detto, nella trasfigurazione... Forse ciò che sta dietro e ritorna a volte è ciò che ci anticipa, la parola vista che si apre all’occhio...”
E a proposito di “trasfigurazioni viventi”... le tue immagini, le tue interrogazioni mi fanno venire in mente questi versi di T.S. Eliot in un brano degli Ariel Poems (“Marina”):
“Questa forma, questo volto, questa vita
Vive per vivere in un mondo di tempo che mi supera”
Ed ancora sul tuo lavoro, sempre da T. S. Eliot (“Dry Salvages”, V):
“La curiosità degli uomini cerca nel passato e nel futuro/ e si aggrappa a queste dimensioni. Ma imparare il punto d’intersezione del senza tempo/ col tempo è un’occupazione da santi-/ e nemmeno un’occupazione ma qualcosa dato/ e tolto, in un amore lungo una vita,/ d’ardore, pietà e riconsegna di sé”.
Ma venendo al presente:
Passaggio nomade... Ecco, a proposito di trasfigurazioni...
Gli antenati di ciò che siamo, noi? E il bene del segno, del graffito è la testimonianza che rimbalza di un passaggio, qui principe dei passaggi...
E il ritorno col piroscafo la navigazione che torna a intendersi “meta-temporalmente” allo specchio... E infatti: il forzoso piegamento di schiena, la ri-erezione progressiva: torna indietro e ricompiti se vuoi comprenderti- nello spazio quasi lunare (altro rimbalzo!) della Gran Sala sciamanica (nel rito che già si-ti compie)...
Ed ecco allora la danza in “nere figure di pochi centimetri”: senza modelli se non se stessi, senza estetica se non in sopravvivenza interrogante e rimembrante, prima cultura che ha in sé le stelle nella scia rimettente: ed allora perché la meraviglia nostra? Noi - 2014 - solo rifacitori... Noi al termine degli imbuti, ma proprio al fondo...
L’importanza mobile delle immagini: acume di sopravvivenza e perseveranza: i tonni, i delfini, i cavalli alla prova quotidiana di se stessi altre cartilagini, altri arti di direzione...
Nel gruppo dei cavalli, nell’agglomerato dei musi, lo scalpitare quasi fraterno di un ricomporsi e di un appartenersi frenetico. Sì la bellezza graffita dice proprio l’appartenenza in nascita e tentazione reciproca: per questo convengo il maestro primevo... Poi forse solo sangue sporco, sovente malizia di pugna e di pittura ed approssimazione per eccesso di progresso e di perdita - per contraddizione... Un altro raccontare allora... un’altra distesa... ma non griglia di scrittura e movimento in sola dilatata composizione… Teatro di quinta… Non cerchio.
Non cerchio, “nano in piedi sulle spalle dei giganti”.
        Gian Piero Stefanoni

Gian Piero Stefanoni ha esordito nel 1999 con la raccolta “In suo corpo vivo” (Arlem edizioni, Roma) vincendo nello stesso anno, per la sezione poesia in lingua italiana, il premio internazionale di Thionville (Francia) e nel 2001, per l’opera prima, il “Vincenzo Maria Rippo” del Comune di Spoleto. Nel 2008 ha pubblicato “Geografia del mattino e altre poesie” (Gazebo, Firenze) a cui  hanno fatto seguito nel 2011 “Roma delle distanze” (Joker, Novi Ligure) e gli ebooks “La stortura della ragione”  (Clepsydra, Milano) e “Quaderno di Grecia” (Larecherche.it, Roma). Nel 2013, sempre per i tipi de LaRecherche.it, e in versione ebook è uscito il poemetto “Da questo mare”.
Suoi testi e componimenti sono presenti in volumi antologici, apparsi su diversi periodici specializzati e sono stati tradotti e pubblicati in Argentina, Malta e Spagna.

 

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