Simona Sperindei, FRANCESCO MARIA RICCARDI (1697 – 1758) Un Monsignore fiorentino nella Curia romana - Pietro di Loreto

p060_0_00_01“Un finissimo e accurato saggio riguardante un personaggio ormai forse dimenticato, ma che invece merita di essere ricordato, Francesco Maria Riccardi, il Monsignore della celebre famiglia fiorentina, legata al monumentale Palazzo. Francesco Maria Riccardi divenne, nella Roma settecentesca, mecenate e collezionista di opere di arte religiosa, preziose, ma poco conosciute, come ci ragguaglia l'autrice, grazie anche ad un erudito apparato di note, immagini e documenti”.
Con queste motivazioni la Giuria del XXXI Premio Firenze ha premiato il volume di Simona Sperindei, pubblicato da pochi mesi per i tipi delle edizioni Andreina e Valneo Budai, nell’ambito della sezione saggistica: un prestigioso riconoscimento che conferma tutte le qualità della studiosa.


Come ha scritto Elisa De Benedetti, che ne ha firmato la Prefazione,”di questo piccolo libro si ammira ad un tempo la concisione e la ricchezza”. Ed in effetti, questo studio, dettagliato ed esauriente, unisce la ben nota propensione alla ricerca archivistica dell’autrice con una notevole capacità di sintesi espositiva, che è sicuramente un valore qualitativo e non certo un limite.

Il libro riguarda la figura di un rampollo dell'illustre famiglia fiorentina dei Riccardi, Francesco Maria (Firenze 1697 – Roma 1758), del quale l'autrice indaga - in virtù di un “consistente ritrovamento di documenti” - i gusti, le tendenze, le preferenze in materia di collezionismo, cosa che le dà agio, altresì, di ricostruire il contesto culturale ed artistico nel quale egli visse e che certamente influì sulla sua “attenta attività di collezionista”.
Francesco Maria fu un privilegiato: figlio di Cosimo Riccardi, esponente di una delle casate più in vista di Firenze, e dell’aristocratica romana Giulia Spada Varalli, il giovane, “destinato a godere dell'ingente patrimonio familiare”, poté avvalersi di “una raffinata educazione” grazie ad istitutori prestigiosissimi, dapprima nella residenza paterna e poi a Roma, dove era arrivato una prima volta appena sedicenne, ospite presso la famiglia d'origine della madre.
Ma il giovane Riccardi capitò nella capitale pontificia in un periodo storico molto particolare, proprio allorquando, cioè, con le pace di Utrecht prima (1713), e quella di Raastad poi (1714), che mettevano fine alla guerra di successione spagnola, il papato, nella figura del Pontefice Clemente XI Albani (Urbino, 1649 – Roma, 1721), subiva lo smacco - il secondo, dopo la pace di Westfalia - di essere tenuto completamente ai margini di un evento che pure avrebbe segnato l’intera storia dell’Europa nei decenni successivi.
Era l’ulteriore segnale della progressiva e ormai pressoché definitiva perdita di ruolo ‘politico’ per la Chiesa romana, testimoniata altresì  dai contrasti con la Francia seguiti alla messa al bando, da parte dello stesso Pontefice, del movimento giansenista, proprio l’anno in cui Francesco Maria arrivava nella capitale. Ed è curioso notare come di questi eventi straordinariamente importanti non ci sia eco nelle vicende biografiche non solo del nostro giovane rampollo, ma in generale nella vita degli aristocratici dello stato pontificio del tempo.
Anzi, a prima vista, le 'occupazioni' del giovane nobiluomo sembrano richiamare molto da vicino quelle del “giovin signore” mirabilmente descritte da Giuseppe Parini ne “Il Giorno”. Ma se è vero che anche nel nostro caso non manchino i maestri di ballo, le lezioni di francese e la passione per la cioccolata, tuttavia siamo ben lontani dalla vacuità e dalla vuota arroganza del “cicisbeo” pariniano.
 
Nel nostro caso il percorso formativo, propedeutico al “riconoscimento ufficiale nella aristocrazia fiorentina”, era del tutto funzionale all'ottenimento di “incarichi prestigiosi”, come ad esempio una “brillante carriera politica e diplomatica presso la corte granducale”. Non sarà però così, come vedremo.
Ma vale la pena soffermarci sulla documentazione rintracciata dalla Sperindei relativa al primo soggiorno romano che ci consente già qualche interessante considerazione, in primo luogo sul tipo di vita del giovane rampollo fiorentino.
Sappiamo davvero tutto dei suoi gusti e delle sue spese: dai pagamenti per le messe nelle chiese allocate presso il palazzo residenziale, ai sontuosi pranzi con altri esponenti dell’alta aristocrazia fiorentina a Roma (Acciaiuoli, Corsini, ecc); dalle gite ‘fuori porta’ sempre in compagnia di personaggi a la page, come l’abate Rospigliosi, fino alle spese per le ‘balie’ del Marchese e perfino per aiutare alcune ‘zitelle’.
Ma un interesse particolare rivestono i pagamenti per l’acquisto di libri, specie quelli di soggetto religioso, a testimonianza, come scrive la Sperindei, di “una evidente vocazione spirituale” confermata soprattutto dalla acquisizione di “medaglie, corone e crocifissi in ottone e cristallo di rocca” oltre a “alcuni piccoli reliquiari” da inviare alla sua famiglia a Firenze.
Scopriamo così che la famiglia coltivava un’autentica passione per questi oggetti, tanto che ritornato nella città gigliata, nel 1716, Francesco Maria commissionerà allo scultore Giuseppe Broccetti, uno degli artisti di cui sarà mecenate, “un reliquario destinato a custodire i santi resti di san Pio”.
Non è stata ancora studiata con la dovuta attenzione, da parte degli storici dell’arte, questa propensione collezionistica - pure sovente molto accentuata - per una tale tipologia di collezionismo artistico considerato ‘minore’.
Certamente il pregiudizio idealistico crociano, promotore della suddivisione fra ‘arti maggiori’ e ‘arti minori’, ha pesato e pesa ancora non poco su larga parte degli addetti ai lavori, così da non aver consentito un adeguato sviluppo degli studi in questa direzione. E tuttavia, a leggere le note della Sperindei, un simile preconcetto probabilmente a quei tempi non esisteva. Non a caso quando nel 1721 Francesco Maria Riccardi tornerà, stavolta definitivamente, a Roma la sua passione per il possesso di reliquiari, medaglie, croci, ecc. si accenderà ancora di più.
Lo dimostrano le spese annotate nelle carte degli archivi, dove comunque, insieme ad importanti acquisizioni anche di intere raccolte di libri, emerge la volontà di accaparrarsi opere d’arte di assoluto rilievo, come i quadri di Van Djck, Poussin o Domenichino, che in effetti figurano negli inventari post mortem.
Va peraltro sottolineato come la produzione orafa di manufatti cosiddetti ‘minori’, specie di stampo religioso (ostensori, reliquiari, tabernacoli, cibori e così via), conobbe certamente un notevole sviluppo a seguito della pubblicazione delle Istitutiones fabricae et suppellectilis ecclesiasticae data alle stampe dal cardinale Carlo Borromeo nel 1577. Non è quindi casuale che anche artisti di notevole fama e spessore vi si cimentassero. Basti citare lo straordinario reliquario in argento realizzato per la cattedrale de la Valletta da un artista come Ciro Ferri, certamente meglio conosciuto come eminente interprete della pittura barocca romana secentesca.
Ma anche altri artisti, meglio noti per la loro attività di pittori, misero spesse volte a disposizione di orafi, argentieri e medaglisti le loro facoltà creative, su richiesta di prestigiosi committenti, con bozzetti, disegni e modelletti plastici. Significativo in questo senso quanto reso noto da Jennifer Montagu in una serie di conferenze tenutesi diversi anni fa alla National Gallery di Washington, nel corso delle quali emersero importanti precisazioni e rivelazioni circa i cosiddetti “Piatti di San Giovanni”, così chiamati perché donati nel 1737 - giusto il giorno di San Giovanni, patrono della città di Firenze - dagli eredi del Cardinale Lazzaro Pallavicini alla famiglia del Granduca di Toscana. Si trattava di grossi bacili in argento sbalzato e martellato di cui oggi restano solo i calchi in gesso (i preziosi manufatti andarono infatti distrutti al tempo dell’occupazione francese del granducato, agli inizi dell’Ottocento); la studiosa poté dimostrare che le figurazioni allegoriche che ornavano i “piatti” erano frutto dei disegni fatti ad hoc da Carlo Maratti e dai suoi allievi su committenza Pallavicini. Si può ben desumere da ciò come anche altre grandi famiglie romane, e non solo, abbiano desiderato possedere simili preziosità, in cui la mano ‘nobile’ di affermati artisti si associava a quella di altrettanto valenti artigiani.
Di certo i Riccardi in questo senso non sfigurarono davvero, come dimostra la grande passione del giovane Francesco Maria: dove però appare del tutto evidente dalla precisa ricostruzione della Sperindei come questa inclinazione collezionistica verso tutte quelle lavorazioni a carattere sacro celasse in realtà un’autentica vocazione religiosa. A questa, in effetti, dovettero non poco contribuire le frequentazioni con esponenti dell’ordine dei Gesuiti, iniziate già a Firenze e proseguite poi a Roma, dove egli divenne assidua presenza delle funzioni dell’oratorio del padre Caravita.
Il solidissimo legame con i gesuiti crebbe ancor più dopo l’ottenimento della prelatura nel 1728, tant’è vero che la sua prima messa volle celebrarla proprio nella cappella del padre fondatore dell’ordine, sant’Ignazio di Loyola alla Casa Professa del Gesù: ma le pagine del volume della Sperindei sono piene di benemerenze, favori e donazioni che il neo-sacerdote concesse in vario modo all’ordine.
La salita al soglio pontificio, nel 1730, del concittadino Clemente XII, al secolo Lorenzo Corsini (Firenze 1652 – Roma 1740), di cui il Riccardi aveva frequentato il salotto letterario in via della Lungara, gli consentì di entrare ancor più nei ranghi dell’amministrazione pontificia e più avanti, nel decennio tra il 1745  e il 1755, di accumulare prestigiose cariche ecclesiastiche, promuovendo sempre, da vero mecenate, l’ammodernamento di varie chiese e cappelle.
Tuttavia proprio a partire dagli anni Cinquanta la sua vita privata, come scrive la Sperindei, “fu segnata da liti, malattie e lutti che lo colpirono negli affetti famigliari più cari … All’improvviso anche le sue condizioni di salute si aggravarono tanto che nel 1751 sofferente per una grave malattia respiratoria, prese la decisione di redigere il suo testamento e far realizzare la sua sepoltura nella chiesa del Gesù”.
La sua scomparsa il 4 ottobre del 1758 venne così registrata: “Per una penosa infermità mercoledì mattina circa le ore 12 passò da questa miglior vita Monsig. Francesco Maria Ignazio Riccardi Fiorentino, in età di 61 anni, Segretario della Visita Apostolica e Revisione delle Messe; Protonotaro Apostolico”.
Finiva così l’esistenza di uno degli ultimi esponenti di quella generazione di  mecenati e collezionisti che, come conclude Simona Sperindei, “nel corso di tutta la sua esistenza fu costantemente impegnato nella raccolta di oggetti, emblema significativo della cultura e della sensibilità del tempo”.
Pietro di Loreto, 12/12/2013

Simona Sperindei
FRANCESCO MARIA RICCARDI (1697 – 1758).
Un Monsignore fiorentino nella Curia romana

Andreina e Valneo Budai Editori
Roma 2013


    

 

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