La Deesis di Caulonia Superiore: un affresco bizantino dimenticato..

 
 
La Calabria, regione troppo spesso sulle prime pagine dei giornali per eventi delittuosi e criminali, dovrebbe ogni tanto essere considerata anche per il suo inestimabile patrimonio artistico che purtroppo, sia a causa di politiche assolutamente scorrette ma anche di pregiudizi ancora oggi dilaganti, viene dimenticato da tutti, totalmente ignorato e lasciato al suo destino.
            Nella zona montuosa delle Serre calabresi, si trova, infatti, il piccolo borgo medioevale di Caulonia Superiore, un luogo fiabesco ricco di Chiese che spaziano dall’epoca bizantina a quella barocca e antichi palazzi le cui facciate pullulano di ornamentazioni di ogni sorta.
L’impostazione di alcuni di questi edifici e delle piazze sulle quali sorgono danno al visitatore la sensazione che il tempo si sia qui fermato ad epoche storiche, che riemergono dalle pietre e dai campanili di palazzi e chiese.
Proprio in questo luogo in cui la bellezza artistica si unisce ad uno straordinario paesaggio naturale, sorge ancora intatto un rilevante affresco bizantino, raffigurante il tema iconografico della Deesis, ovvero della “supplica” con Cristo al centro affiancato dalla Madonna e da San Giovanni, come in questo caso,  o altre volte da figure di santi.
L’opera che si erge sulla piazza del quartiere ebraico di Caulonia è tutto ciò che rimane della decorazione parietale dell’abside (tutt’ora in piedi) di un antica chiesa.
Secondo le fonti, quest’ultima, dedicata a San Zaccaria, fu qui costruita su commissione di un privato, probabilmente un ebreo convertito al Cristianesimo. Ciò potrebbe essere confermato da un particolare, ancora evidente nell’affresco, ovvero il tessuto poggiato sul trono sul quale è assiso il Cristo benedicente nel quale è facilmente riconoscibile il tipico scialle ebraico, meglio conosciuto come Tallèd o Tallit che gli ebrei adoperano durante la preghiera, forse proprio un riferimento richiesto al pittore dal committente in ricordo dell’antica fede.
La figura di Cristo siede sul trono, probabilmente marmoreo, caratterizzato da un basamento a motivi vegetali e da profili dorati ornati da inserzioni di perle o pietre dure. Ai piedi della Vergine un’iscrizione in greco, recita:Ricordati, o Signore, del tuo servo Nicola Pere, prete, e perdonagli i peccati”,  elemento che potrebbe rappresentare senza dubbio un indizio importante per risalire al nome del committente o meglio dell’autore dell’opera.
Altra particolarità è l’iscrizione “O filantroposaccanto alla testa del Cristo, assolutamente determinante per la datazione dell’affresco in quanto rientra in quella tendenza, che caratterizza la pittura bizantina della fine del XII secolo, volta ad umanizzare attraverso epiteti particolari le figure sacre.
Non è ancora chiaro quando sia stata fondata la Chiesa, ma l’analisi stilistica e iconografica dell’affresco e soprattutto gli scavi archeologici effettuati in anni relativamente recenti, che hanno permesso di identificare resti di costruzioni precedenti a questo edificio, condurrebbero ad una datazione intorno alla seconda metà del XIII secolo.
            Attualmente l’affresco, pur ergendosi ancora in condizioni discrete, appare agli occhi del visitatore come un rudere abbandonato al suo destino, sottoposto ogni giorno alle intemperie e ai vari agenti atmosferici, estremamente dannosi per la sua conservazione.
La tettoia che è stata realizzata per ripararlo in qualche modo dalla pioggia non rappresenta certo un’adeguata soluzione per la tutela del bene e d’altro canto risulta assolutamente antiestetica, contrastando fortemente con la bellezza di questa straordinaria opera d’arte.
Ad oggi nulla si sta facendo per rivalutare l’opera, conferirle la dignità e la posizione di rilievo che merita non solo all’interno del panorama culturale calabrese ma dell’intera storia dell’arte.
Sarebbe opportuno finanziare degli studi più approfonditi sull’opera e pensare soprattutto ad un progetto che possa garantire la sua  tutela e conservazione.
Sebbene questo articolo non sia sufficiente a cambiare le cose e soprattutto la mentalità di chi è a capo degli organi competenti, ci auspichiamo che possa far riflettere perlomeno sull’importanza dei molti beni artistici e culturali di cui l’Italia è ricca, che rimangono molto spesso in forma di rudere (considerati belli da vedere ma poco importanti).
E’ proprio questo l’errore più grande che una società moderna e civile deve evitare di compiere. Soprattutto in un periodo di crisi, come questo che stiamo vivendo, la rivalutazione e la promozione del patrimonio artistico e culturale potrebbero rappresentare davvero espedienti fondamentali per accrescere il turismo e favorire anche un incremento economico. L’arte in generale non è semplicemente un qualcosa di bello per gli occhi.. essa ricorda la storia di civiltà passate, insegnandoci ad indagare sulla nostra esistenza e sui nostri valori.. dandoci la possibilità di scoprire le storie di altri che prima di noi sono passati in questo mondo, dai quali poter ricavare insegnamenti affinché non si ripetano gli stessi errori.

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