TRA SONNO E RIVELAZIONE:
LA NAVE DI PATMOS

di
Marcello FAGIOLO
 
 
La Mostra “La Nave di Pietra” ospita sette progetti sull’Isola Tiberina, la quale, come leggiamo nel Catalogo, “è un relitto sfasciato di nave arenata nelle secche del fiume, e lì pietrificata come un’ambra, diventando tempio e recinto, chiesa e convento, ospedale ed ospizio, ed obitorio”.
Nella “Nave di Pietra” trovano posto sette progetti: sette re di Roma o sette chiese o sette dormienti? L’estasi e il rapimento non abitano soltanto a Patmos ma anche nell’“Isola della Salute”. Già in quel fatidico III secolo a.C. Roma s’era legata alla Grecia per scongiurare i suoi mali: e, dal santuario di Epidauro, Esculapio aveva mandato il serpente a prendere possesso dell’Isola. Esculapio, ovvero la medicina come figlia della terra (simbolismo ctonio del serpente) e del cielo (padre di Esculapio era il solare Apollo). Il dio non soltanto guariva ma resuscitava i morti: i suoi santuari sorgevano per lo più in regioni boscose, presso sorgenti termali, dove i sacerdoti applicavano la terapia della incubatio: un lungo sonno rivelatore entro un recinto sacro. Visione, rivelazione, miracolo: ma era vita o sueño? sogno rivelatore o incubo?
Il progetto. “Ciò che contiene di apparentemente visionario può essere irriso solo attraverso frettolose valutazioni, ma il progetto non può non trovare credito e anzi sostegno se lo si analizza attentamente...”. Così afferma Purini. E gli organizzatori del programma-nave e della bellissima mostra non hanno poi dubbi sulle magnifiche sorti e progressive di una città avviata alla resurrezione attraverso la taumaturgia architettonica: “È merito dei progettisti” scrivono “l’aver restituito l’importanza che l’isola Tiberina di fatto ricopre nella città e di averne salvaguardato ed esaltato le potenzialità, per il destino del fiume Tevere e del centro storico di Roma”.
Il Progetto non è una via diritta, ma un incrocio di tendenze differenziate e talora contrapposte: nelle sette proposte si possono individuare almeno cinque (se non sette) linee di ricerca a livello di approccio globale, senza entrare cioè nel merito del discorso pur così importante delle scelte di linguaggio.
1) Il “restauro urbano”. Ogni progetto per Roma deve fare i conti con un tessuto delicato e malato: “In un certo senso” scrive Anselmi, “progettare sull’isola deve rappresentare una sorta di “esemplare intervento dal punto di vista del metodo del restauro urbano, oltre che un doveroso risarcimento alla città”. E in effetti, sull’isola, Anselmi propone un rammendo paziente, una ricucitura delle smagliature più evidenti attraverso un trapianto di organi nuovi che “mimano” l’invaso volumetrico degli organi perduti.
2) Il “pronto intervento” architettonico. “Il progetto” scrivono Sotgia e Marchini “spinge a una più generale riflessione sull’intervento nell’antico”. È un discorso ovviamente semi-serio, talvolta volutamente provocatorio, che consente ai più giovani di esibirsi nella passerella dell’Isola, sotto riflettori non soltanto metaforici che illuminano i feux d’artifice dell’ingegno (al faro esterno ideato dagli architetti promotori della mostra rispondono il faro interno di Anselmi e la luminescenza “branchiale” di Nicolin). In questa luce non si dà soluzione di continuità tra i modelli futuribili dell’isola-nave, gli archetipi immarcescibili del teatro e del ponte e l’inno al medioevo (passato o prossimo venturo).
3) Lo scherzo e l’ironia. Sulla poppa dell’Isola, Portoghesi inalbera come un vessillo totalmente estraniato il tempietto raffaellesco della Pala di Brera (celebrazione dell’Anno Sanzio): il divertissement evidentemente è tanto maggiore quanto più seria appare la consacrazione “a Tiberino, a Fauno, a Esculapio e anche ai martiri Esuperanzio e Savino, ai santi Adalberto, Paolino, Giovanni Calibita e Bartolomeo” e quanto più serpeggia criptica l’idea delle nozze mistiche, dello sposalizio dell’isola col fiume. Nello Sposalizio della Vergine il tempietto era insieme un’immagine antica (tempio di Salomone), medievale (Moschea della Roccia) e moderna (si ricordi il dibattito sulla pianta centrale); sulla punta dell’Isola - e qui non c’è più ombra di ironia - l’edicola di Portoghesi è un omaggio alla città-snodo di culture e di religioni, a quella Roma che volle e seppe essere, di volta in volta, “Babilonia la grande” o “nuova Gerusalemme”. Del tutto irriverente è invece lo scherzo di Nicolin, anche se il “pesce che si porta nella pancia la Nave di Pietra” contiene a sua volta riferimenti archetipici; escludendo però ogni allusione aulica (nave da guerra o “navicella di Pietro”) il pesce porta-nave - con la policromia gioiosa, le “branchie luminose” e il teatro iridoso - è sicuramente un compagno della Balena di Pinocchio più che di Giona.
4) Il rifiuto della storia. Se il progetto è proiezione nel futuro (decenni, secoli, millenni scorreranno ancora sotto quei ponti) tanto vale ignorare il “convitato di pietra” o addirittura passare sul suo cadavere. La Nave rompe gli ormeggi, si sradica dal passato e veleggia nel mare aperto. E allora può strizzare l’occhio all’edificio-paquebot tante volte sognato da Le Corbusier (e realizzato nelle Unités): ed ecco la nave-fortezza di Pasquali-Passeri-Pinna-Porzio, che sembra voler proteggere i resti dell’isola dalle prossime venture offese della storia e della natura. Ovvero l’isola si scontra col “vascello fantasma” di Purini. La nave di pietra si inabissa e dal naufragio si salvano pochi lacerti antichi (la chiesa di San Bartolomeo) e moderni (un brano della cittadella ospedaliera di Bazzani), galleggianti tra i marosi di un bosco inquietante: e anche qui brilla l’astro di Le Corbusier. Sull’altare del progresso e della Ville Radieuse sarà agevole offrire in olocausto le pietre di Roma antica: e questo nuovo “cimitero della storia” sarà presidiato come il Plan Voisin dalle bestie trionfanti del Progresso e della Natura (insieme antica e moderna). Miraggio della Paris Radieuse, dopo la soluzione totale di Le Corbusier: “Qui si viene a erudirsi, a sognare e a respirare; il passato non è più qualcosa che minaccia la vita, ha trovato la sua sistemazione”. E ancora: “Voi sarete sotto gli alberi, vi circondano i prati, vi attorniano immensi spazi verdeggianti. Aria sana, quasi senza rumori. Non vedrete quasi le case. E insomma: “Du choc des Idées jaillit la lumière… Lucidité et incoscience”.
5) Il rispetto della storia e della natura. Dietro il ludus ittico di Nicolin troviamo una verità profonda: non è dato intervenire sulla Nave di Pietra se non per scherzo e in una zona che per contrappasso finisce sommersa dalla piena del fiume, tra presenza e assenza. Più esplicito il monito di Portoghesi: “Il modo migliore per restituire alla città la sua isola è quello di lasciarla in pace così com’è, naturale com’è tornata ad essere, dopo che il disegno della sua artificializzazione è stato sventato con l’aiuto del tempo e dei barbari”. L’isola va dunque cristallizzata nella sua storicità o addirittura de-storicizzata (là dove la storia è traumatica e incomprensiva) e ri-naturalizzata: “basterebbe tagliare un po’ di argini” prosegue Portoghesi “e ricostruire la vegetazione sulle rive per farle riacquistare il suo mondo originario, per ricostruire quell’equilibrio tra storia e natura che ne costituisce il fascino dell’identità”.
E allora che fare? Alla provocazione intellettuale del Progetto non si può semplicemente rispondere con l’assenso, ovvero col rigetto, ovvero con l’esibizione di un controprogetto. Sarebbe troppo facile, cadendo nella trappola degli architetti, replicare con un “no” serioso o con un “sì” cogitabondo ai diversi personaggi in cerca di pietra messi più ho meno ironicamente sulla scena dagli autori dovremmo dire “no” o “sì” alla Nave nuova? E al Foro? e alla Fortezza o Cittadella? E come giudicare il ritorno dei mulini, delle case galleggianti, delle strutture lignee? Piuttosto ci sembra produttivo il confronto e perfino il rimescolamento delle carte. Sarebbe perfino suggestivo il gioco dei fogli della sibilla coi progetti frantumati, dispersi dal vento e ricomposti dall’oracolo. Smontare e rimontare sadicamente un progetto coi pezzi degli altri, così come qualcuno degli architetti sembra giocare barbaramente coi brandelli della storia altrui (o della propria).
Sotgia e Marchini intendono la storia come un “viaggio di navigazione dove è avvenuto qualcosa d’irreparabile” e avviene anche che la macchina del tempo si ingolfa e la carrellata della memoria, troppo veloce, appiattisce la storia in un informe flusso di coscienza. Sui fogli di Purini, per esempio, si incrociano e sovrappongono “varie memorie di altre isole, di altri ponti, di altri paesaggi d’acqua come la mia isola del Liri e poi Mont-Saint-Michel, l’isola Borromeo, quella di Böcklin, Utopia, Capri scoscesa, Roosevelt Island, l’isola misteriosa di Verne e quella del tesoro di Stevenson, l’Ile de la Cité…”.
La Nave di Pietra viene “da lontano”: non risale dal mare come sembrano credere alcuni degli architetti (ne è prova la prua di pietra ricostruita dagli archeologi e indirizzata invece verso il mare), bensì discende dal cuore dell’Italia, dal paese misterioso degli etruschi. Roma, anzi, era nata etrusca, e secondo la leggenda l’isola stessa si sarebbe formata in conseguenza di una rivolta contro un Re di origine etrusca, Tarquinio il superbo.
In realtà l’isola è la ragione prima dell’essere di Roma, nel punto in cui il Tevere poteva più agevolmente essere guadato. “In principio era l’isola”: elemento di fusione tra le due sponde, luogo di genesi biblica, di separazione delle acque dalle terre. La Nave di Pietra è dunque veramente “il centro del centro storico”, il seme di Roma (come la Navicella di Pietro sarà il seme della Chiesa cristiana). Il “miracoloso” della nascita si sarebbe poi perpetuato nella continuità di trasmissione dal “taumaturgico” al “sanitario” (nel passaggio dal santuario all’ospedale).
Come suggeriscono i curatori della mostra, l’isola rappresenta una eccezionale concentrazione di storia e religione, di “materia e leggenda”, di “fiume, ponte, argine, acqua, terra”. Concentrazione, stratificazione, addensazione: l’isola è uno straordinario “buco nero” nel quale l’energia della memoria e della storia brucia e congestiona la massa inerte della materia e della natura.
Di fronte a un problema così “pesante” forse le posizioni più lucide sono quelle contrapposte di Portoghesi e di Purini: l’accettazione o il rifiuto totale. L’isola resterà “buco nero” o viceversa dovrà essere completamente esorcizzata: la tempesta del “nuovo medioevo” si placherà soltanto con l’azzeramento, quando il centro del centro storico si acquieterà come l’occhio del ciclone.
Non è un caso che le due proposte siano perfino simmetriche nella loro contrapposizione. Portoghesi lavora ai margini dell’isola (e in prevalenza al di là del fiume), ripristinando le sponde verdi e mantenendo inalterato il cuore di pietra. Purini cinge il cuore verde col recinto di pietra: con un ribaltamento delle parti il Progetto diviene Convitato di Pietra e il suo abbraccio gelido fa svanire la storia come miraggio (o come una mummia che si dissolva all’apertura della tomba). E, allora, l’isola dovrà dialogare con il fiume e con le altre sponde o viceversa dovrà rinserrarsi in se stessa come fortezza, elevando all’ennesima potenza il suo splendido isolamento? Il tema neomedievale della fortificazione ha invero stimolato più di un progetto, ma nella proposta di Purini emerge per di più, accanto all’idea del bosco fortificato, il fascino perverso dell’istituzione totale: “un ospedale o lazzaretto o ghetto o carcere”. Un altro duello a oltranza è tra l’archetipo del ponte di tutte le comunicazioni (memorie di acquedotti - da Roma antica a Wright a Le Corbusier - o viadotti della memoria?) e l’immagine spietata del muro della incomunicabilità.
Il “buco nero” e il suo “doppio” mettono in crisi tutto il resto, malgrado ogni sforzo di leggere la Nave di Pietra come isola delle piccole meraviglie. La concentrazione, a uno sguardo troppo ravvicinato, diviene miniaturizzazione: la prua di pietra del resto poteva essere ingigantita solo con l’artificio di Piranesi; e l’obelisco sarebbe stato un ben ridicolo albero della nave (e così pure la colonna o la guglia ottocentesca). Ecco il piccolo Campidoglio - riproposizione dell’invaso trapezoidale della piazzetta – ricostruito, fra gli altri, da Sotgia e Marchini (la replica speculare del blocco dell’Ospizio israelitico ha un’astrattezza metafisica da piccola Piazza Venezia). Ecco i Fari in miniatura e poi i piccoli Colossei o Giardini Pensili proposti da Anselmi, il quale suggerisce per di più una piccola Città Ideale, uno scherzo sui temi di Sforzinda e Palmanova: dal Faro-Panopticon piantato nell’isola (il filaretiano profilo stellare) si irradia la nuova città da costruire sul fiume, così come il tridente di Campomarzio sembra irradiarsi dall’obelisco sistino.
I clamori del piccolo teatro appaiono però quanto mai in contrasto con questo recinto di quiete, luogo deputato della meditazione se non più del sonno mistico e terapeutico (notiamo tra parentesi che l’attuale esperimento di pedonalizzazione dell’isola vanta un significativo precedente nella Roma di Alessandro VII: un’iscrizione presso l’Ospedale della Consolazione ricorda la chiusura al traffico notturno affinché la “quies amica silentii” vigilasse sul sonno dei malati). Nel locus primigenio si dovrà venire in punta di piedi, per non disturbare le ceneri della storia e ascoltare le voci del silenzio o anche gli ultimi echi della natura, come il fiume qui torrentizio e fragoroso, ultima eco del caos originario anteriore alla Genesi di Roma.
Bisognerà vegliare sul sonno del serpente: non soltanto il serpente di pietra ancora avvinghiato al bastone di Esculapio sulla prua della Nave, ma anche il serpente concepito come visualizzazione analogica del Tevere “serpeggiante”. Né si dimentichi che nella religione antica il serpente era per di più il genius, la divinità tutelare della famiglia e dello Stato, del territorio (genius loci) e della città.
Bisognerà curare non soltanto l’uomo malato nel corpo ma anche i dolori dello spirito e dell’anima. Il sonno terapeutico dovrà condurre sia alla guarigione sia alla visione del futuro, alla rivelazione. La Nave di Patmos non preluderà a una Apocalisse di Pietra (né a quella dissonante Apocalisse di carta di Beato che sembra tanto congeniale ai disegni di Purini, “barbarici, squillanti e colorati, evocanti violenza e pericolosità”) bensì a una lucidità di visione. Lo stesso miraggio della Gerusalemme celeste altro non era se non un tentativo di esorcizzare lo spettro allucinante di Roma, descritta come “Babilonia la grande”: di qui il bisogno di ordine, di splendore, di limpidezza spirituale: Ancora oggi la visione più corretta per i problemi della città (di cui è parafrasi l’isola) è quella affidata alla fantasia progettuale, che ha il colore e la leggerezza dell’aria (l’assessore Pietrini parla proprio di una “celeste fantasia”).
Aldilà dei contenuti e delle forme dobbiamo lasciare insomma al Progetto, ma anche alla Riflessione sul Progetto, il colore e il calore della speranza.
di
Marcello FAGIOLO                                                  Roma 14 / 3 / 2017

DIDASCALIE
 
  1. Isola Tiberina: la Prua della Nave di Pietra.
  2. Piranesi: la Prua della Nave
  3. P. Ligorio: ricostruzione della Nave di Pietra
  4. E. Dupérac: ricostruzione della Nave di Pietra
  5. P. Nicolin: il Grande Pesce intorno all’Isola Tiberina
  6. P. Nicolin: particolare dell’Isola con l’occhio del Grande Pesce
  7. G. Pasquali, A. Passeri, P. Pinna, P. Porzio: planimetria del progetto per l’Isola Tiberina
  8. G. Pasquali, A. Passeri, P. Pinna, P. Porzio: studio per l’Isola-Nave
  9. P. Portoghesi: studio per l’Isola e per i fabbricati sui lungotevere
  10. F. Purini: planimetria dell’Isola-Nave col Bosco
  11. F. Purini: assonometria dell’Isola-Nave

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