Una vita per la Storia dell’Arte. Scritti in memoria di Maurizio Marini

a cura di Pietro di Loreto, Roma, Etgraphiae editoriale, 2015.

Palazzo Fava Sala dei Carracci

Via Manzoni, 2
Lunedì 25 gennaio 2016, ore 17.30

Dalla Introduzione (di Pietro di Loreto)
    Quella lanterna sollevata a guardare meglio in avanti e quel lume fioco che illumina uno sguardo tra l’ironico e il sornione: è l’immagine che ci è sembrata la metafora visiva più adatta a definire e al tempo stesso riassumere il senso di quella che è stata la vicenda esistenziale di Maurizio Marini (Roma 1942 -2011). Non è certo il caso di rievocare qui i magistrali studi sul valore emblematico e simbolico della luce che prorompe dalle tenebre che tanto lui quanto altri (molti altri) studiosi hanno avuto modo di sottolineare ed esaltare come codice di assoluto rinnovamento linguistico in campo pittorico del quale  Michelangelo Merisi da Caravaggio fu portatore. E tuttavia è certo che senza  gli approfondimenti di Marini, senza i suoi lavori critici, iniziati nei primi anni settanta e continuati praticamente fino alla fine dei suoi giorni, questo tema -come altri tipici del pictor praestantissmus – avrebbe continuato ad avere l’inadeguato rilievo che nel corso del tempo ne aveva infine oscurato  la valenza. Si può dire che anche le opportune ‘riscoperte’, le meritorie esposizioni e perfino i sofisticati contributi di personalità di straordinaria importanza per la storia dell’arte non avrebbero avuto il rilievo storico che oggi ad essi si riconosce, se la prorompente personalità di Marini non avesse imposto l’idea che quell’artista era stato in realtà un rivoluzionario autentico e che grazie a lui l’intera arte occidentale si era aperta ad un’epoca di trasformazioni memorabili.
Estraneo ai giochi di potere, lontano anni luce dalle polemiche che in Italia per lungo tempo hanno squassato il campo della ricerca storico-artistica (lui che pure è stato un irrefrenabile polemista) tra i seguaci di questa o quella ’scuola’ (la ’scuola’ di Longhi, o di Venturi, o di altri), Marini si era imposto il metodo della lettura analitica suffragata dalla testimonianza documentaria nell’approccio critico all’opera d’arte; cioè il metodo scientifico appunto, laddove il contatto diretto con la ’materia’ stessa (i supporti, i colori, le mestiche ecc) non era affatto opzionale, al contrario, al punto da divenire quasi una prassi obbligata, quasi un postulato di quella teoria della filosofia per cui l’immagine è materia plasmata e l’artista ne è il supremo artefice.
L’immagine, per l’appunto. Marini aveva ben compreso come in realtà l’immagine –latu sensu- nascondesse sempre un qualche enigma, costituisse un terreno da dover continuamente esplorare, non dovesse considerarsi alla stregua di un feticcio al quale aggrapparsi o dietro cui nascondersi, ma una sorta di percorso non privo di trabocchetti, pieno di ombre e di opacità, ma foriero anche di indubbie seduzioni, purchè si sapesse guardare con gli occhi dello storico l’intero processo creativo da cui essa stessa scaturiva, cioè il suo ‘farsi’, il suo prendere corpo come opera d’arte in ogni dettaglio: come dire che l’analisi iconica doveva configurarsi  come parte – certamente non complementare- di un procedimento che nella sua complessità  non poteva non abbracciare altre componenti, e neppure ignorare il presente.
E’ certo che in quest’ottica Marini si mosse progressivamente nel corso dei suoi studi, a partire proprio dall’impatto che, molto giovane, ebbe con la vita e le opere di quel Michelangelo Merisi da Caravaggio che avrebbe segnato, come fosse una stigmate, l’intero corso della sua esistenza. Aveva ben presente in quale frangente Caravaggio era approdato a Roma, chi dettava i ritmi in campo sociale culturale e religioso, sullo sfondo di quello che oggi possiamo considerare il logico proseguimento  della svolta complessiva della storia europea determinatasi sotto questo aspetto nell’età dei pontificati di Paolo IV e Pio V, allorquando venne disarticolato per sempre il tentativo – ammettendo che ci sia stato- di creare uno schieramento che pure in qualche frangente era stato capace di penetrare ed agire fin dentro i vertici della gerarchia ecclesiastica. Un controllo spietato e capillare, una dura repressione, una lotta senza esclusione di colpi al dissenso religioso esterno e interno, in parallelo –dopo Trento- alla riorganizzazione gerarchica istituzionale, avevano da tempo decapitato, è il caso di dire, ogni differente o contrastante opzione religiosa.
Eppure, o forse proprio in ragione di ciò, l’attaccamento alla chiesa cattolica, il profondo sentimento di spiritualità non erano affatto venuti meno in quegli anni nè dopo, al contrario. Si contavano numerosissimi ad esempio i giovani missionari che si candidavano all’impresa di riconquistare i popoli infettati dall’eresia protestante, pur essendo noto che in quelle terre chi fosse stato sorpreso ad officiare secondo i riti di Santa Romana Chiesa sarebbe finito sicuramente sul patibolo. Nell’Inghilterra elisabettiana ad esempio, ma non solo, molti giovani missionari partiti da Roma finirono torturati entro un cerchio di ferro che si restringeva progressivamente fino a schiacciarli, o tagliati a pezzi davanti a un pubblico inferocito, ma ciò nonostante il coraggio, l’afflato religioso non venivano meno :”Salute a voi, fiore dei martiri!” , li salutava di Filippo Neri quando molto spesso incrociava i probabili morituri vicino piazza Farnese, dov’era il  Collegio Inglese; il “nobile Collegio”, lo chiamava Cesare Baronio che non celava di provare per loro “una santa invidia … possano i miei ultimi giorni –si augurava-  essere simili ai vostri; possa anch’io  morire della morte di questi giusti”.
Un sentimento religioso ed una spiritualità spinta all’acme, dunque, non inusuale si può dire nella città dove vivevano ed operavano, insieme a tanti ciarlatani e visionari e gente di ogni risma, grandi predicatori e veri santi; ma l’altra faccia della medaglia mostrava il lato oscuro della vita, l’incertezza dell’esistenza, minacciata ogni giorno dalla violenza e dalla sopraffazione; a Roma la realtà era priva di sfumature, proprio come sarebbe stata la vicenda umana di Caravaggio già da quando vi approdò. Un artista rivoluzionario, ma un uomo immerso nel suo tempo, insomma, ben lontano dai luoghi comuni che ne hanno spesso incapsulato la figura: ” Per Caravaggio e la sua estetica – riassumeva Marini- ci si dovrà comunque muovere in base alla falsariga della storia e della sua pittura ”.
Del genio lombardo egli avrebbe riportato alla luce eccezionali opere disperse, come il San Francesco in meditazione sulla croce -1- nella versione di Carpineto Romano (una scoperta che ha sempre rivendicato per sé), o come la Vocazione dei santi Pietro e Andrea -2- ,  riemersa , grazie anche alla malleveria del suo amico e maestro Sir Denis Mahon, dai depositi delle Collezioni Reali Inglesi, ma da alcuni studiosi contestata, come del resto, e forse più, gli è stata contestata l’autografia caravaggesca della Decapitazione di Sant’Agapito -3- (già San Gennaro) che aveva scovato tra i ruderi di un convento a Palestrina.
Ma sulla questione delle attribuzioni Marini non aveva dubbi; il suo pensiero lo espresse appieno nell’ultimo scritto pubblicato su un numero speciale che la rivista Valori Tattili gli dedicò subito dopo la sua scomparsa : “L’attribuzionistica – sosteneva - non è una scienza esatta ma può avvicinarglisi qualora sia suffragata da concause sinergiche come i dati tecnici”, vale a dire “l’occhio del conoscitore, poi le componenti tecnico-materiche tipicamente riscontrabili in un artista del passato, quindi la struttura preparatoria di un dipinto, lo studio delle pennellate del pittore che determinano il ‘cretto’ nella superficie”, vero e proprio “patrimonio genetico del quadro, unico e irripetibile per ogni autore”, che ci dà “le impronte digitali” dell’opera stessa. Insieme a tutto ciò, ovviamente, la documentazione, la bibliografia antica, in una parola “la ricerca archivistica”.
Egli insisteva di continuo sul fatto che la vera conoscenza nasce dall’esperienza dello studioso che consente di riconoscere la forza di un autografo dall’eventuale copia, anche se questa fosse arrivata fino a noi in sostituzione dell’originale: un’impostazione non del tutto consona alla prassi in vigore nelle sedi accademiche; e non a caso anche qui trovava sfogo la sua vis polemica quando scriveva che “la percezione visiva associata alla selezione mnemonica delle immagini non è apprezzata nelle sedi universitarie, forse perché gli stessi docenti non sono dotati di tale attitudine e quindi non sono in grado di comunicarla ai discenti …”.
Ma la lontananza dai luoghi ‘istituzionali’ ed anzi assai spesso il vero e proprio ostruzionismo cui era soggetto (come dimenticare l’esclusione dalle esposizioni per il Quattrocentenario della morte di Caravaggio, allorquando non gli venne concessa  neppure la miseria di compilare una scheda di catalogo ?) non ne hanno mai messo a rischio la capacità di critica o la voglia di approfondire andando anche ben oltre i temi caravaggeschi ; la sua firma compare in saggi fondamentali  su Polidoro Caldara da Caravaggio, su El Greco e su Velasquez, ma anche su Poussin , Mattia Preti, Bernini, Guercino, e in genere sulla pittura seicentesca emiliana e bolognese, meritandosi la fama di conoscitore eccezionale dell’arte figurativa barocca.
Non è davvero un caso che i contributi che compaiono in questo volume ricompongano in qualche modo la curvatura assai ampia dei suoi interessi; e se qui non possiamo citarli, come pure meriterebbero, per mere questioni di spazio, tuttavia va detto che si tratta di lavori inediti di studiosi non cercati a caso, al contrario contattati anche con una qualche scaltrezza (ora possiamo confessarlo), sapendo che avrebbero risposto –come infatti  è stato- con entusiasmo, dedicando il loro tempo e le loro specifiche competenze alla realizzazione di un’opera che, ci sembra di poterlo dire, mette in evidenza il grande rilievo scientifico e il rigore filologico di quanti hanno saputo affrontare ed approfondire quella realtà artistica, religiosa, sociale che Marini aveva avuto come persistente richiamo nei suoi lavori.
Ma non è tanto o solamente questo il filo rosso che tiene collegati insieme i diversi temi di questo libro e che –crediamo- ne fanno un unicum nella pur vasta pubblicistica basata sulla formula dell’ honoris causae, consueta in quel mondo accademico che ebbe spesso Marini "in gran dispitto". E’ in realtà  quel certo metodo di lavoro, è quel modo di guardare con lo sguardo ravvicinato dello storico, entrando fino in fondo nella vita stessa che si configura nell’oggetto dei propri studi ciò che accomuna chi, vivendo o avendo vissuto nello stesso ambiente, sente di poter condividere con tanti altri del suo tempo un’identità comune, un reciproco intendimento.
E tuttavia nei panni di un lettore non trascurerei di leggere con molta attenzione anche le note finali di quanti (ovviamente qui solo in piccola schiera) antiquari e collezionisti, ma tutti soprattutto amici, hanno conosciuto a fondo gli aspetti più intimi della personalità di Marini, descrivendone –chi con poche note che però sembrano scolpite, chi con testimonianze ampie davvero suggestive e a volte sorprendenti-  anche il lato umano, quello di un personaggio esemplificativo non della quotidianità bensì di certi aspetti della vita in generale del suo e nostro tempo, ben dentro gli ingranaggi della storia, non al di sopra di essi.
E’ complicato per un curatore rendere conto, in conclusione, dell’importanza e della valenza che assume l’insieme di questi contributi presentati secondo l’unico criterio dell’ordine alfabetico dei partecipanti.  La stima e l’amicizia che per tanti anni con molti di loro abbiamo condiviso hanno reso possibile e legittimato questo approdo, maturato in occasione della Conferenza dell’ottobre 2014 presso la sala della Crociera della Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte di Roma, in quello che più che un incontro di studi fu forse un amichevole simposio di studiosi accomunati dall’idea che il rispetto dei comuni valori etici debba essere sempre la stella polare che indirizza la ricerca storico artistica.
A tutti non suonerà scontato il sentito ringraziamento  che rivolgiamo con grande calore, per l’amichevole collaborazione, in realtà frutto oltre che ennesima testimonianza della rete di relazioni personali –oltre che di interessi scientifici ed artistici- che la generosa figura di Maurizio Marini aveva saputo realizzare.
(dalla Introduzione di Pietro di Loreto)

 

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