Dobbiamo lasciare spazio a coloro che verranno dopo di noi. È una ruota –
si sale e si arriva alla fine, poi qualcuno prende il tuo posto
e qualcun altro ancora il posto di chi lo ha preceduto e così via.
Non c’è niente di nuovo sotto il sole
”.
(Vivian Maier)
 

Vivian Maier. Una
fotografa ritrovata





Museo di Roma in Trastevere
Orario

Dal 17 marzo al 18 giugno 2017
Da martedì a domenica ore 10.00 - 20.00
Chiuso lunedì


 

C’è una fotografia di Vivian Maier che ritrae una coppia di spalle, le mani allacciate.

di
Giorgia TERRINONI

La coppia è sì di spalle, ma l’inquadratura è tagliata all’altezza della vita dei personaggi e scende fin sopra le loro ginocchia. Si tratta di un uomo e di una donna giovani, ma non giovanissimi. Il taglio della foto equivale a una zoomata su un gesto istantaneo, intimo, trafugato.
Le mani assumono un aspetto espressivo, al pari dei volti. In questo caso, si sostituiscono ai volti.
La coppia non si tiene semplicemente per mano. In questo allacciarsi delle mani si riesce ad avvertire l’urgenza di contatto e, allo stesso tempo, la sicurezza calma della presa. Non è in alcun modo importante sapere a cosa guardano i personaggi, seppure stanno guardando a qualcosa. La maggior parte delle fotografie di Vivian Maier sono scattate per le strade di metropoli come New York e Chicago.
È possibile che i due siano semplicemente davanti a un semaforo, in attesa che scatti il verde per poter attraversare la strada. Non è importante entrare in contatto con il loro sguardo. Come si è già detto, le mani si sostituiscono ai volti. L’espressione dei personaggi è al centro dell’immagine, nelle mani. Incorniciata e custodita dai due corpi di spalle. Corpi a noi troppo vicini, apparentemente anonimi, due tronchi. Ma, come il tronco di un albero – a saperlo leggere – può raccontare molto della storia di questa pianta, anche i due corpi incompleti – ad aver voglia di guardarli – dicono molte cose. La foggia dell’abito della donna fornisce più di qualche indicazione sull’epoca e sulla moda, così il suo minuto orologio da polso; gli abiti gualciti e stropicciati di entrambi dicono qualcosa sia sulle loro azioni che sulla loro condizione sociale; di quest’ultima parla anche il braccio dell’uomo, da lavoratore, esile ma muscoloso, solcato da vene evidenti e scurito dal sole.
La foto di due persone di spalle – la loro immagine mozzata da una spietata inquadratura – rivela tante cose circa la condizione umana. Non è uno scatto amatoriale, questo è lo scatto di un professionista di talento.
 

Vivian Maier era solita usare una Rolleiflex.

La Rolleiflex è una macchina fotografica biottica tedesca prodotta a partire dalla fine degli anni venti del Novecento e caratterizzata da un’estrema silenziosità di scatto. È una macchina discreta. Molte immagini di Maier sembrano essere state scattate di nascosto, all’insaputa dei soggetti ritratti. È difficile immaginare che una donna tanto imponente e dall’aspetto eccentrico potesse passare inosservata; ma questo suggeriscono molte delle sue inquadrature. 
 
Fino a dieci anni fa Vivian Maier era una perfetta sconosciuta. Di lei avrebbero potuto parlare solo un ridotto gruppo di parenti – per lo più residenti in un villaggio francese – e gli uomini e le donne a cui, nel corso della sua vita, ha fatto da bambinaia. La scoperta della sua opera è postuma. E questo ha creato non pochi problemi all’establishment dell’arte. Eppure anche l’opera di Eugène Atget e il MoMA di New York l’ha acquisita lo stesso.
Nel 2007 un ragazzo di nome John Maloof sta lavorando a un libro sulla storia degli abitanti di Portage Park, una comunità nell’area nordorientale di Chicago. Frequentatore assiduo dei mercati delle pulci e delle aste fallimentari, s’imbatte casualmente in parte dell’archivio della Maier, fino a quel momento abbandonato in un magazzino zeppo di scatoloni, andati in asta poiché espropriati alla donna per morosità. Maloof si ritrova improvvisamente tra le mani migliaia d’immagini scattate per le strade delle metropoli in cui la tata aveva vissuto o viaggiato. Consapevole di essere entrato in possesso di un patrimonio, pur avendolo pagato solo 380 dollari, il giovane si mette alla ricerca di altro materiale, arrivando, col tempo, ad archiviare oltre 150 mila negativi e circa tremila stampe.
A dirla così sembra facile, ma Maloof ha compiuto un lavoro lungo e accurato. Ha avuto sì intuito, ma anche tenacia e pazienza. E una buona dose di attitudine alla ricerca storica. Infatti, anche la stessa vicenda biografica della Maier è piuttosto misteriosa e, in ogni caso, povera di eventi significativi. Nata nel 1926 a New York, si sposta in Francia negli anni trenta, accompagnata dalla madre e da un’amica di questa, che pare fosse una fotografa professionista. A questo periodo sembra datare la nascita della passione per la fotografia. Coloro che la ricordano raccontano di non averla mai vista separarsi dalla sua macchina. Di nuovo a New York alla fine degli anni trenta, inizia a lavorare, in modo continuativo, come governante e bambinaia. Salvo, poi, partire per lunghi viaggi in Francia e intorno al mondo. Nessun matrimonio, niente figli. Muore in gravi ristrettezze economiche nel 2009.
 

Tra il 1950 e il 1990 Maier ha scattato centinaia di migliaia di fotografie in giro per il mondo

– in bianco e nero e a colori – senza mai mostrarle a nessuno. Senza nemmeno stamparle tutte. Tra i suoi soggetti preferiti ci sono persone anziane appartenenti alla comunità polacca di Chicago, il mondo urbano della comunità afroamericana, vecchie signore in abiti vistosi, i bambini – quelli incontrati per strada o quelli a cui faceva da bambinaia – i soggetti colti di soppiatto, le vite sconosciute dei poveri e degli oppressi, le demolizioni dei vecchi edifici cittadini e se stessa. Il suo sguardo è curioso, alle volte discreto, altre sfrontato, attratto dai piccoli dettagli, dai particolari e dalle imperfezioni. Le sue immagini sono potenti e dotate di un notevole senso estetico. Sono artistiche. E probabilmente Maier l’arte la frequentava andando per mostre e musei. Spicca, nel suo corpus, la presenza di numerosi autoritratti. Spesso si tratta di autoritratti allo specchio, un genere molto frequentato dalle arti figurative. In questo caso, lo specchio è da intendersi in maniera non letterale, ma nei termini di una superficie anche involontariamente riflettente. La presenza massiccia di queste forme di autorappresentazione, solo apparentemente casuali, pone una serie di questioni relative alla percezione del proprio talento e alla scelta di non apparire visibile come artista.
Anne Morin, curatrice insieme ad Alessandra Mauro della mostra Vivian Maier. Una fotografa ritrovata, mostra itinerante approdata in questi giorni a Roma (Museo di Roma in Trastevere, fino al 18 giugno) ritiene che Maier fosse del tutto consapevole del proprio talento. La tata fotografa non aveva solo un talento di tipo tecnico, ma anche e soprattutto un talento artistico in grado di registrare e rappresentare la condizione umana. Vivian Maier è, a tutti gli effetti, una grande ritrattista oltre che una pioniera della cosiddetta street photography, tendenza che annovera artisti del calibro di Robert Frank, Lisette Model, Helen Levitt, Diane Arbus, per arrivare più tardi a William Klein. Ma, probabilmente, Maier era molto più interessata all’atto del fotografare che alle foto in sé. Nei suoi scatoloni, infatti, sono stati ritrovati migliaia di rullini mai sviluppati, magari per mancanza di denaro, oppure per disinteresse.
Per quanto riguarda il fatto che non espose e non pubblicò niente mentre era in vita è più difficile dire qualcosa, data anche la penuria di materiale biografico e documentario. È anche possibile che avesse sottoposto il suo lavoro a qualcuno e che le fosse stato rifiutato. Che si sia arresa davanti a un primo umiliante rifiuto, ma che abbia comunque continuato a lavorare per il resto della sua vita. Oppure è possibile che volesse tenere nascosta la sua identità, o almeno una parte di essa. Attraverso la fotografia ha cercato se stessa, ha trovato il suo posto nel mondo. Un posto discreto e riservato. A distanza dal mondo, eppure all’interno di esso. Probabilmente, era questo il solo modo in cui sapeva vivere. Al riparo. Nel suo deposito sono stati rinvenuti oggetti di ogni sorta: libri d’arte, ritagli di giornali contenenti per lo più la cronaca di episodi tragici e violenti, ricevute, biglietti usati dei mezzi di trasporto – Vivian Maier era una collezionista seriale – ma anche alcuni filmati girati in super 8 e registrazioni audio. In una registrazione vocale dice:

“Ho scattato così tante foto per riuscire a trovare il mio posto nel mondo”.

 


Nel 2013 John Maloof e Charlie Siskel hanno diretto un documentario intitolato Alla ricerca di Vivian Maier. Il documentario è molto meno memorabile del lavoro di ricerca e divulgazione condotto da Maloof nell’ultimo decennio.

Ma restituisce, attraverso le testimonianze di quanti l’hanno conosciuta e frequentata, l’immagine di una donna immersa nella solitudine. In una condizione di solitudine esistenziale, prossima a un comportamento border line, al limite della sociopatia.

È possibile che la fotografia, per Vivian Maier, abbia rappresentato sia una via per restare a galla nel mondo.
 
di
Giorgia TERRINONI                            Roma  19 / 3 / 2017

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