"Il fatto più alto della pittura italiana di questo secolo è la pittura metafisica di Giorgio de Chirico, che segna la rinascita, in una sfera mai esplorata, dell'Italia percepita secondo l'accezione classica, col metro cioè della più vetusta e illustre tradizione". (Conversazione, Mentana, luglio 1998).


     Questo il giudizio di Federico Zeri sul conto della pittura metafisica di Giorgio De Chirico: un  fatto nuovo  nella storia dell’arte, scaturito non da esperienze contemporanee - come, per esempio, in pressoché tutte  le avanguardie del primo Novecento – bensì dalla tradizione classica più antica, sempre nascostamente pulsante nella cultura italiana; tradizione rivisitata e riletta, oltre che in chiave metafisica, oserei aggiungere “anche per mezzo della spoletta onirica di rimembranza e sogno”.
     Un’altra rivelatrice considerazione di Zeri a proposito delle rivisitazioni critiche di maestri della pittura, che torna d’uopo al presente tentativo di approccio all’arte dechirichiana: ”Oggi le opere d'arte penso che bisogna andarsele a vedere nel loro contesto: un quadro deve stare sopra l'altare per il quale è nato, nella cappella che è stata commissionata da chi ha voluto quel quadro nella chiesa di quel paese. Un vero documento di storia e di bellezza deve restare sempre un documento di vita” (Ibidem). L’insegnamento, anzi il desiderio-ingiunzione di Zeri è quanto mai giusto e valido oggidì, quando il profluvio di cosiddette analisi trabocca sulle pagine di riviste cartacee e on-line e, neanche a dirlo, sui social media.
 
     Ma, a voler ben vedere, la cosa in sé non rappresenta una circostanza affatto negativa: se la maggior parte di queste analisi non è suffragata e accompagnata da quell’esigenza di “narrazione globale” (storia + bellezza) di cui discorre Zeri, ciò nonostante questi esami, sorti perlopiù da un insopprimibile interesse verso tutte le espressioni artistiche, 1) sopperiscono ad una mancata formazione scolastica in materia artistica, 2) soddisfano la sete di sapere sul conto dei fatti culturali più significativi, 3) sono forse in grado di rispondere a domande, magari le più semplici, del gran pubblico con risposte certamente insufficienti sotto il profilo altamente critico, storico, filologico ed estetico, ma adeguate ad una platea di lettori e/o ascoltatori non specialisti e spesso occasionali. La luce di una candela, insomma, in una stanza, è sempre preferibile al buio assoluto.
    
       Dopo questo lavacro di sapore neo-battesimale, l’amato lettore consentirà di dire la sua ad un dilettante (sic) appassionato di storia dell’arte, col pallino di ficcare il naso tra le carte dei critici più sofisticati, senza però rinunciare ad accennare a qualche avviso del tutto personale sul pittore preso in esame: una gran bella faccia tosta bofonchierà qualcuno, che può, però, – amata libertà – cessare qui la lettura di questo testo.
 
     Intanto, il personaggio in parola, il pictor optimus Giorgio De Chirico. Non si tratta per nulla di un soggetto facile. Loquace quanto basta, con  parole ridotte, se così si può dire, al lumicino; dunque non un campione di dialogo, la conversazione “parlata” praticamente misurabile al 20% sull’intera durata di una supposta intervista. Il pittore esprime, tuttavia, un’aurea di classica preminenza: non una cariatide ma un pugile in riposo. Un chicca come esempio? Il pittore, nel mentre dipinge “Il sole sul cavalletto”, è sorpreso da una domanda dell’intervistatore: “Maestro, lei usa i colori ad olio?”. Risposta: “Sono colori a olio. Sì perché colori al burro non ci sono”. E subito dopo: “Meglio guardare e non cercare significati. La pittura è una contemplazione. Bisogna contemplarla, guardarla”. Il pugile s’è ridestato e ha annunciato un’assioma, regola regina, utile soprattutto a chi volesse incaponirsi nel conferire una spiegazione, un significato appunto, alle opere del pittore di Volos: “La pittura va contemplata”. E’ in questa disposizione, più d’animo che d’intelletto, che, per De Chirico, la pittura può svelare la sua vera natura d’arte emozionale. Del resto, un dipinto, ben contemplato, che non emozioni, è vera opera d’arte?
       Ciò detto, De Chirico ci propina, non suo malgrado, ma forse con pieno intento, una chiave d’oro per percorrere i propilei delle sue opere. “Quante ne ha dipinto, maestro?”. “Non le ho contate. Ma più di duemila”. Al che si resta, come suol dirsi, di stucco. Può succedere, allora, che le sue  tante piazze, di norma deserte, le parvenze umane divenute manichini di sartoria, le sue fabbriche, i suoi castelli, le colonne, i busti scolpiti, si animino andando a sovrapporsi o, meglio, a disporsi come in un’ampia, metafisica panoramica del mondo moderno, dove l’enigma si cela dietro ogni angolo, abita i castelli, circoncide le colonne, si disegna invisibile sui volti dei busti scolpitile si rivela come il grande enigma del mondo moderno, deserto più del deserto, e i manichini si scoprono automi, prigionieri di un passato, classico sì, ma che più passato non si può.
       De Chirico, così tanto apparentemente schivo, al chiuso come Teseo nel suo labirinto immaginifico, per esprimere una così estesa produzione artistica può fregiarsi di un’esperienza cosmopolita di tutto rispetto. La sua cultura, originariamente e naturalmente classica per i suoi natali e per la sua prima formazione in Grecia, si arricchisce e si affina con soggiorni a Parigi tra il 1911 e il 1915, a Monaco di Baviera, Milano, Firenze, Torino, Parigi, Ferrara, New York, Venezia, Roma. Niente di cui meravigliarsi, pertanto, se la sua arte, dispensata attraverso un linguaggio quanto mai nuovo e sorprendente, se da un lato evoca la classicità di un mondo trascorso, idealizzato e forse divinizzato nelle sue più tipiche rappresentazioni di templi e cimeli, dall’altro declina e lamenta lo smarrirsi della civiltà contemporanea nel dialogo che non si tesse, nel silenzio assordante di un’esistenza senza l’alea di relazioni, nell’orologio senza le sfere segnatempo: un paesaggio urbano da incubo.
       La pittura di De Chirico passa per essere definita “metafisica”: come a dire che punta ad una realtà oltre. Il pittore non definisce e non illustra questa realtà oltre. La si può, solo percepire: l’artista non è profeta se non per quel tanto ch’egli intuisce in virtù del suo genio. Del resto affida ai suoi contemporanei e, nel caso dell’Optimus, ai suoi posteri il carico di scelte e decisioni tremende. Ne va del destino di ognuno e di tutti. In ciò, pochi artisti, come De Chirico,  hanno saputo presagire eventi e, a loro modo, dispensare moniti.
 
     Luigi Musacchio 
 
Settembre 2021