di
Lisa VITALI
E' stata inaugurata da pochi giorni a
Palazzo Fava, Palazzo delle Esposizioni di Genus Bononiae, la mostra temporanea sulla
Collezione Giovanardi, custodita al
MART di Rovereto di cui costuisce il nucleo centrale da oltre vent'anni; è quindi una grande occasione quella che si presenta a tutti gli amanti delle belle arti di poterla ammirare oggi nel prestigioso spazio bolognese, dove sarà esposta fino al al 25 giugno.
La collezione, costituita, a partire dall’immediato dopoguerra nell’arco di una vita da
Augusto Giovanardi, illustre scienziato e docente di Igiene presso l’
Università di Milano, è un esempio eccellente di quello straordinario momento storico e culturale in cui imprenditori e importanti personalità della società italiana, in particolare milanesi e torinesi, aprirono i loro interessi all’arte e alla cultura.
Molteplici sono i motivi per un’esposizione della collezione nella città di Bologna: in primo luogo, come detto in una intervista del 10 gennaio 2017 rilasciata dalla figlia del collezionista,
Paola, alla curatrice della mostra
Silvia Evangelisti – direttrice di
ArteFiera per molti anni – il professore era di origini romagnole e si laureò in Medicina e Chirurgia proprio presso il prestigioso ateneo bolognese, città nella quale peraltro entrambe le figlie nacquero.
Augusto Giovanardi inoltre era molto legato a
Giorgio Morandi e alle sue sorelle: purtroppo non esiste un carteggio dal momento che egli veniva periodicamente a trovare l’artista a Bologna nella
casa di via Fondazza, corrisposto dalle frequenti visite di Morandi a Milano.
Giorgio Morandi è sicuramente uno dei protagonisti indiscussi della collezione insieme a
Osvaldo Licini, Filippo de Pisis, Carlo Carrà, Massimo Campigli 
e
Mario Sironi: ciò che più stupisce è l’elevatissima qualità di tutti i dipinti presenti, collezionati in più di trent’anni da parte sia di
Augusto che della figlia
Paola, che ne ha seguito le orme. Ci sono diversi motivi che spingono a collezionare: dal prestigio all’investimento economico, fino al piacere di possedere un’opera d’arte e poterne godere in modo diretto; questo è stato il caso della
collezione Giovanardi, una storia di innamoramenti e di passioni che si dispiegano quadro dopo quadro, opera dopo opera, seguite per di più dalla vicinanza culturale, sociale, intellettuale e fisica ad artisti e galleristi.
Certo non è la prima volta che vengono esposte le opere della collezione, presentata in effetti nella sua interezza già nel 1998 a
palazzo delle Albere di Trento, poi al
Rupertinum di Salisburgo, ed infine a Londra nella sede dell
’Estorick Collection.
In questa occasione bolognese però si è cercato di dare un taglio completamente diverso all'evento, adottando un criterio che si articola in tre macrotemi individuati all’interno della raccolta: il
rapporto controverso tra Licini e Morandi, la
pittura costruttivista del Novecento italiano con
Campigli, Carrà e
Sironi, e infine il
passaggio della messa in crisi del realismo da parte dei grandi protagonisti dell’arte italiana della fine degli Anni Trenta come
De Pisis, Tosi e
Mafai.
La prima sezione costituisce a nostro avviso il nucleo più interessante della mostra e ben ci fa comprendere come fra artisti ci possa essere un ruolo di contiguità che poi sfocia in scelte stilistiche divergenti ma comunque di grandissimo livello, come nel caso appunto di
Licini e
Morandi.
L’esposizione parte dalle tele appartenenti ai primi anni dell
’Accademia di Bologna all’interno della quale si potevano trovare anche
Severo Pozzati e R
omagnoli, il cui apice in questi anni si ebbe con la
brevissima esposizione “futurista” tenutasi all
’Hotel Baglioni nel 1914. Proseguendo, mentre vediamo come la pittura di
Morandi si basi sulla stessa unità di misura, avendo sempre al centro come protagonisti bottiglie e oggetti d’uso
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domestico sui quali l'artista lavorava e meditava per giorni interi per studiarli e rappresentarli come oggetti viventi, la pittura di
Licini degli Anni Venti si fa sempre più libera dai rapporti naturalistici primordiali, non raffigurando più i paesaggi marchigiani e le nature morte, per approdare, all’aprirsi degli Anni Trenta, all’astrattismo insieme ad artisti come
Lucio Fontana e
Fausto Melotti, con il qui presente “
Castello in aria” del 1933-1966 (fig. 1) .
Morandi invece, come si è detto prima, pur mantenendo intatta la sua cifra stilistica, passerà momenti di puro sconforto e di ricerca ben evidenziati da alcuni pezzi della collezione come la “
Natura morta” del 1914 (fig. 2), memore della
pittura picassiana e braquiana del 1908-1909, per giungere dopo il 1935, anno in cui vinse il premio alla
Quadriennale di Roma, a una sicurezza di mezzi che non lo abbandonerà più, ritornando a quadri luminosi e vivi.
Da segnalare l'interessantissimo piccolo
focus al piano terra del palazzo dedicato ad
Arturo Martini, che, pur non essendo presente all’interno della
collezione Giovanardi - le opere esposte come
“La madre è folle” del 1929 provengono da
Casa Saraceni, sede delle
Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna – fu sicuramente un punto di riferimento per tutto il Novecento, e riproporlo qui a confronto con artisti come
Giacomo Manzù nel "
Ritratto di Anna Mella” e
Lucio Fontana con il ”
Ritratto di fanciulla” può condurre a nuovi studi e a nuove soluzioni per questo scultore innovativo del Novecento italiano.
Lisa VITALI Bologna 4 / 3 / 2017