Giovanni  Cardone Ottobre 2021
Fino al 9 Gennaio 2022 si potrà ammirare a Palazzo Fondi Napoli la mostra di Frida Kahlo Il Caos Dentro a cura  Antonio Toribio Arévalo Villalba, Aleandra Matiz, Milagros Ancheita e Maria Rosso.  Nel celebrare i sessantasette anni dalla scomparsa della celebre pittrice messicana la mostra Il Caos Dentro è un viaggio  che ci permette di capire la grandezza di questa grande artista attraverso la magia e l’incanto delle tecnologie la mostra è stata organizzata da Navigare S.r.l con il Patrocinio del : Comune di Napoli, Ambasciata del Messico in Italia, Consolato del Messico Napoli, Camera di Commercio Italiana in Messico, e in collaborazione con: Cenidiap Centro Nacional de Investigación, Documentación e Información de Artes Plàsticas, DIA Detroit Institute Of Arts, GAC Global Art Classic, Galerìa Oscar Ramòn, Enamoramex e Fondazione Leo Matiz.  La mostra Il Caos Dentro si rivela un coinvolgente viaggio nel mondo interiore ed artistico della nota artista messicana, in cui il virtuale si fonde armoniosamente con il reale. Il percorso, infatti, presenta il dipinto originale Piden aeroplanos y les dan alas de petate attribuito a Frida Kahlo, per la prima volta in Italia, insieme a opere originali dell’artista e marito Diego Rivera, mai esposte prima al pubblico, accanto a quindici celebri autoritratti della pittrice proposti in versione digitalizzata e animata. Arricchiscono l’esposizione lettere, pagine di diario e fotografie, emissioni filateliche, riproduzioni a grandezza reale di ambienti come la camera da letto, lo studio e il giardino di Frida Kahlo, e una sala cinema 10D ad alta tecnologia per una proiezione video multisensoriale.  In questo viaggio dedicato a Frida Kahlo presenta un’opera originale di Frida, Piden aeroplanos y les dan alas de petate, insieme a quindici riproduzioni di celebri autoritratti realizzati tra il 1926 e il 1949. Tra le opere originali, figurano anche sei litografie acquerellate di Diego Rivera, per la prima volta esposte al pubblico. Unica opera originale di Frida Kahlo esposta in mostra, questo piccolo gioiello è fortemente simbolico, ispirato da un episodio della sua infanzia. In una lettera, la pittrice così descriveva la genesi della sua opera: “Un giorno, da bambina, desiderai un piccolo modello d’aeroplano. Mi ritrovai con un costume d’angelo, non so per quale sorta d’incantesimo (fu sicuramente un'idea di mia madre… risulta, infatti, più cattolico trasformare un aeroplano in un angelo). Indossai l’ampia veste bianca, probabilmente cucita alla meno peggio dalla mamma e piena di stelline d’oro. Sul retro, grandi ali di paglia intrecciata, simile a quella con cui in Messico e in tutti i Paesi poveri venivano fabbricati tanti giocattoli e oggetti utili. Che felicità! Finalmente avrei potuto volare!”. Mentre per la prima volta in assoluto vengono espsote sei litografie di Diego Rivera acquerellate provenienti da collezioni private messicane, rappresentano una preziosa testimonianza sulla vita e la cultura del suo tempo. Ognuna di esse propone scene quotidiane di figure umili del popolo: un contadino con il tipico sombrero messicano e sandali di cuoio ai piedi, avvolto in un mantello da cui fuoriesce la lama di una falce; una donna dai marcati lineamenti indigeni, vestita con abiti tradizionali dello stato di Oaxaca, che vende i suoi prodotti al mercato; un’altra donna, coperta dal tipico scialle messicano che ne rivela le origini modeste, intenta a vegliare su una tomba circondata da fiori e ceri in occasione del Giorno dei morti; una bambina scalza, anch’essa avvolta nel tipico scialle messicano; una mecapalera con la schiena ricurva, affaticata dal pesante carico destinato al mercato; un mecapalero che porta sul dorso uno stuoino di tessuto vegetale. 
Questi ultimi tre acquerelli meritano un’attenzione particolare: si può dire, infatti, che siano stati fonte di ispirazione per molti dei murales di Diego Rivera, che annoverano tra i personaggi, per l’appunto, bambini e mecapaleros (portatori/caricatori di merci). Sono sceso con la metropolitana a Piazza Municipio per poi andare verso via Medina pensavo alla sua antica storia ma nel contempo pensavo a Frida Kalho ad una donna che con la sua pittura ha fatto conoscere il Messico in tutto il mondo portando la sua storia, il suo costume e la sua infinita arte. Una donna che ha sessantasette anni dalla sua scomparasa fa ancora dibattere di se e della sua immensa arte mentre mi ponevo tutte queste domande arrivato a Palazzo Fondi e vedendo la composizione del Palazzo che in origine era conosciuto come Palazzo Genzano come io scrissi in libretto dedicato alla Storia di Napoli : “ Per volere del Marchese di Genzano mentre Gian Giacomo De Marinis nel XVIII secolo. Le cui decorazioni furono affidate a Giacomo del Pò e Paolo De Matteis, mentre il restauro fu affidato a Luigi Vanvitelli. Di quest’ultimo restano nello specifico il portale con la balaustra del balcone. Successivamente ulteriori opere di restauro sono avvenute tra il 1799 e il 1824 volute da Maria Costanza De Marinis e dal marito Giuseppe Sansevero di Sangro principe di Fondi. Come sappiamo è composto da una facciata ornata da un basamento con mezzanino in bugnato liscio mentre il corpo superiore presenta delle finestre decorateSul piano nobile vi sono invece balconi sormontati da una decorazione a timpano retto da semiselene con metà capitello ionico. Poi abbiamo una balaustra del balconcino centrale composta in marmo. Nel cortile vige ancora la scala del Vanvitelli che conduce ai piani superiori”. Nell’androne sono stato accolto dallo stemma dei De Marinis. Ed io guardando questo stemma che mi accoglieva ho potuto ammirare le meravigliose opera di Frida Kalho.  Una una mia ricerca storiografica e scientifica divenne un seminario universitario dedicato a Frida dove tutti i miei allievi hanno potuto appredere non solo l’artista, non solo la donna ma anche la rivoluzionaria . Come tutti noi sappiamo nel 1910 in Messico iniziò una rivoluzione politica che vide emergere personalità come Pancho Villa ed Emiliano Zapata destinata a farne un Paese dai grandi fermenti e pronto a ospitare esuli provenienti dall’Europa: tra questi Lev Trotzkij, esiliato dall’Unione Sovietica e qui fatto ammazzare da un sicario di Stalin; André Breton, che cercò di diffondere le idee surrealiste; il grande innovatore del linguaggio cinematografico Sergej Ejzenštejn, che qui girò il suo film ‘Que viva Mexico’ del 1930. Rimasto neutrale durante la Seconda Guerra Mondiale, il Messico rafforzò il suo carattere di meta per espatriati europei. Pur tra le vicende spesso sanguinose del processo rivoluzionario, il governo decise di supportare con ingenti investimenti un’arte di impronta marcatamente politica e nazionale. I maggiori protagonisti del realismo epico messicano furono José Clemente Orozco  la figura più tormentata e l’unico che non ebbe una formazione europea, Diego Rivera  che si era formato a Parigi e conosceva sia le Avanguardie che la pittura murale antica italiana; David Alfaro Siqueiros  il teorico del gruppo, che aveva raggiunto Rivera in Europa. Il movimento sentì la necessità di darsi un manifesto come quelli redatti dalle Avanguardie europee: i Tre Appelli pubblicati nel 1921 da Siqueiros. La pittura dei Muralisti si espresse in opere narrative ed eroiche, che tra gli anni Venti e i Cinquanta riempirono i maggiori edifici del Paese  fu protagonista il popolo messicano che dalla conquista spagnola all’oppressione economica dei gringos statunitensi all’influenza delle Avanguardie e in particular modo di Picasso e del Surrealismo figurative che viene associato a quella degli affreschi di Giotto e Masaccio. Il maggiore interesse del fenomeno sta nell’avere portato per la prima volta l’attenzione sull’arte contemporanea, dunque non solo “primitiva”, di uncontinente che non fosse l’Europa o il Nord America. Posso dire che nelle sue opere si evidenzia il suo atteggiamento ambivalente nei confronti del “paese dei gringo” ella era vestita di un elegante abito color rosa e con la bandierina messicana in mano si è collocata in piedi su un piedistallo come una statua davanti a un mondo scisso in due parti ovvero quella messicana ricca di storia, caratterizzata dalle forze della natura e dal ciclo della vita naturale, e quella nordamericana, morente dominata dalla tecnica. L’autoritratto di Frida anticipa di oltre settanta anni il costrutto di doppia assenza con il quale Sayad definisce il migrante uno “spostato”, una persona senza posto: non più in un posto e non ancora in un altro. L’immediatezza dell’espressione grafica permette l’accesso a categorie interpretative complesse e liquide, difficilmente narrabili a parole. A distanza di quasi un secolo, l’esperienza migratoria viene rappresentata nella stessa lingua, la lingua del cuore. L’obiettivo mio in questo percorso seminariale è quello di narrare l’identità di Frida Kahlo in chiave transculturale valorizzando le stagioni evolutive e formative della sua vita nella “doppia costruzione” di sé, nella conflittualità della coesistenza di due mondi, di due culture, di due universi valoriali. Napoli che da sempre ha vissuto questa confliuttualità sia etnica, sia sociale e nel contempo politica –religiosa ancora oggi Napoli vive questo ecco perchè questa mostra rappresenta in parte la voce di tutti I Sud del mondo. Molto è stato scritto di Frida e molto si scrive ancora questo lo possiamo evidenziare dal diario di Frida che lei tiene nel periodo che va dal 1944 al 1954. Il diario che ha una bella introduzione dello scrittore Carlos Fuentes dove prendono vita i pensieri, le poesie e i desideri che l’artista ha messo su carta, miscelando scarabocchi e appunti a liste di nomi, bozze e schizzi, riflessioni profondissime a glossari di colori e attribuzioni metafisiche, parole d’amore per Diego Rivera, espressioni di odio e disprezzo per il dolore; il diario è un riferimento ricco e preziosa, rivoluzionaria come altre fonti relative alla vita privata che rendono possibile un approfondimento storiografico. Meticcia, di famiglia ebrea-ungherese e ispanico messicana, Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón nasce il 6 luglio 1907 a Coyoacán. Figlia di Wilhelm Kahlo fotografo, amante della letteratura e della musica, pittore emigrato dall’Ungheria che, appena giunto in Messico, cambia il suo nome in Guillermo e di Matilde Calderon y Gonzales, figlia di una messicana e di un indios, nata a Oaxaca, antichissima città azteca, Frida nasce negli anni della rivoluzione e la sua vita, riflette e trascende l’evento centrale del Messico del ventesimo secolo. Le suggestioni rivoluzionarie “esplodono” nelle immagini di profonde antinomie, spaccature, sofferenze, spargimenti di sangue e mutilazioni presenti nella sua opera e, allo stesso tempo, nell’attaccamento vitale alla terra, al colore e alla forma; sono straordinarie la continuità e la connessione tra il corpo di Frida e le profonde divisioni del Messico al tempo in cui lei era bambina. Il proposito Panofsky , sostiene la necessità di approfondire il profondo legame che unisce un’opera d’arte a tutti i fatti culturali e ai contenuti spirituali di un’epoca; la forma infatti non può essere disgiunta dal contenuto: la disposizione delle linee e del colore, della luce e dell’ombra, dei volumi e dei piani, per quanto incantevole come spettacolo, dev’essere anche intesa come portatrice di un significato che va al di là del valore visivo. Il Messico è un esempio emblematico di convivenza pluri-culturale, un luogo in cui si realizza quella creolizzazione dello spazio e dell’immaginario che affonda le radici in un rizoma. “Le radici non hanno da sprofondarsi nel buio atavico delle origini, alla ricerca di una pretesa purezza; si allargano in superficie, come rami di una pianta, ad incontrare altre radici e a stringerle come mani” Con tale immagine, a mio avviso, il Messico fornisce una risposta all’equivoco di origini monoculturali e di presunta purezza originaria, basti pensare all’avvicendarsi di cambiamenti socio-politici dall’Impero Indio al Viceregno spagnolo e poi alla Repubblica indipendente. Durante il periodo coloniale il Messico creò una cultura mestizia india ed europea, barocca e sincretica, nella quale i caratteri ambigui della cultura azteca convivevano con il Dio cristiano crocefisso. La pax porfiriana durò tranta anni ed ebbe fine nel 1910, quando le masse contadine di Pancho Villa ed Emiliano Zapata insorsero per disvelare il volto lacerato del Messico, in cui una non numerosa élite “dorata” di privilegiati conviveva con i milioni di dannati della terra.
Se la rivoluzione messicana non fu esattamente un successo politico, fu invece un successo culturale, in cui il popolo si riappropriò dei doni della lingua, della musica e dei colori dell’arte popolare: Frida nasce e cresce in questo clima, figlia del Messico di Rivera e Zapata, figlia delle contraddizioni luminose e accattivanti di un paese che, lacerato, trova forza nel Palacio de Bellas Artes e negli intellettuali liberatori come Herràn6, nelle avanguardie accademiche, nella vitalità di nuove filosofie. L’esperienza della vita di Frida risuona con la pedagogia insita nell’opera di Goya  che, attraverso la sua arte sottile e acuta, rilanciava quell’ influsso illuminista che lo aveva reso reattivo alle condizioni del tempo, trascendendolo, per farne oggetto e tema della propria visione artistico-culturale: Goya, in un clima di cultura asfittica, rivedeva gli schemi della sua stessa esistenza ed estendeva la sua critica verso l’esterno, tratteggiando, con l’arte, i temi del pensiero europeo. Affetta da spina bifida ed erroneamente diagnosticata come poliomielitica, all’età di 6 anni Frida scopre la malattia e la sofferenza fisica. È straordinaria la documentazione fotografica di quegli anni: il padre fotografo ritrae la figlia con assiduità e grande cura, Frida viene raffigurata spesso insieme ai suoi giocattoli, la dimensione dell’infanzia veniva valorizzata e rispettata, e quindi mostrata con naturalezza al mondo. Per tutta la sua vita la pittrice scrisse un diario, grazie al quale è stato possibile ricostruire una biografia molto dettagliata e ricca, valorizzando una fonte privata e intima. In particolare, sono sei pagine di diario assai dense e dalla scrittura incerta a diventare la fonte privilegiata dei biografi di Frida, sei pagine in cui emerge una forte determinazione a raccontarsi in modo vivido, lucido, dettagliato, che lei intitola Sintesi della mia vita e che si concludono con uno schizzo leggero di memoria infantile in cui riaffiorano morti violente e scontri tra zapatisti e carrancitos. Tra le pagine del suo diario personale emergono riflessioni che permettono di capire meglio quella fase della sua infanzia: della madre diceva che era molto simpatica, attiva e intelligente, ma anche calcolatrice, crudele e religiosa in modo fanatico. Scrive in proposito Casoli che Frida ricorda la madre, Matilde, come una donna molto bella in gioventù e “appesantita da un’eccessiva pinguedine nella maturità; intelligente e ferma nell’amministrazione della casa; analfabeta e brava solo a contare il denaro; religiosissima ma capace anche di crudeltà. Si dipinge piccola nel corpo e con la testa da adulta, la bocca semiaperta, lo sguardo fisso mentre le viene donato quel latte-sangue messicano che sgorga da un seno sezionato e gocciola dall’altro come il cielo che fa da sfondo a una foresta tropicale: latte dato da una donna il cui volto assomiglia a una maschera tribale, un misto di mistero e morte, primitivo e folkloristico come racconta Hayden Herrera nella sua biografia. Osservando questo quadro, emerge un elemento che è sempre presente nelle sue opere, quello dell’ambivalenza e della doppiezza: Frida dà infatti l’impressione di essere simultaneamente protetta dalla balia e offerta come vittima sacrificale. Del padre scriveva: “Grazie a mio padre ebbi un’infanzia meravigliosa; infatti, pur essendo molto malato, fu per me un magnifico modello di tenerezza, bravura e soprattutto di comprensione per tutti i miei problemi” . Il rapporto con il padre era caratterizzato da grande ammirazione e affetto e, quando ne dipinse il ritratto, aggiunse nella parte inferiore queste parole: “Ho raffigurato mio padre, Wilhelm Kahlo, d’origine ungaro-tedesca, artista e fotografo di professione, di carattere generoso, intelligente, nobile e coraggioso, perché, nonostante abbia sofferto per sessant’anni di epilessia, non smise mai di lavorare e lottò contro Hitler. Con ammirazione, sua figlia Frida Kahlo”. A sei anni Frida si ammalò di poliomielite, o così sembrò. La gamba e il piede destro divennero molto esili, provocandole un’andatura claudicante che le fece guadagnare il soprannome di “Frida pata de palo” gamba di legno, al quale reagì diventando spericolata, dimostrando di saper compiere vere e proprie acrobazie su pattini e biciclette, arrampicandosi sugli alberi e sfidando piccoli ostacoli.
Dopo la malattia fece di tutto  dal calcio alla boxe, alla lotta libera al nuoto  per poter ristabilire l’uso “normale” della gamba destra, che rimase invece sempre più piccola: per nascondere questa diversità indossava anche tre o quattro calze e scarpe dal tacco speciale, che le facevano assumere un’andatura lievemente saltellante, che ricordava quella dei passerotti. “Frida pata de palo!”, le urlavano i bambini quando usciva di casa, e a scuola. Lei, per difendersi, tirava fuori i pugni e sbraitava contro i bambini che la importunavano: spesso li faceva fuggire a gambe levate e non si dava mai per vinta, anche se per avere la meglio su di loro doveva diventare sempre più agile, più veloce. Le attività che Frida sceglieva di fare avevano i tratti della compensazione simbolica che, al contrario della somatizzazione, trasformavano l’energia in risorsa; in una parola, erano atti di resilienza. Il bisogno di rivalsa l’aveva infatti spronata a praticare ogni sorta di attività fisica; esercizi più adatti a un maschio, all’epoca. Ma, vista la sua condizione, i genitori glielo consentivano, una libertà educativa che rinvigoriva e alimentava il suo essere “discola e ribelle” e il suo desiderio di rompere gli schemi. In proposito, è interessante considerare la recente produzione di letteratura per l’infanzia dedicata alle bambine che ha come protagonista proprio Frida Kahlo. Con il padre passeggiava nei parchi e raccoglieva insetti e piante che poi a casa guardava al microscopio; curiosa e reattiva, dal padre apprese l’utilizzo della macchina fotografica, lo studio dell’arte e dell’archeologia messicana. Frida era, delle sei figlie, quella che passava più tempo con lui, quella che conosceva e riconosceva i suoi attacchi epilettici e che empatizzava con una condizione di sofferenza che già le era familiare. La sua famiglia era “inconsueta”, pacifista e progressista, impegnata nella vita politica e attenta alla formazione artistica della figlia. In particolare, nelle pagine del suo diario Frida racconta di esser stata testimone oculare della decena tragica e, forse con licenza poetica, scrive che la sua posizione fu chiarissima e schierata sin dalla più tenera età, quando sua madre in Calle Allende, aprendo i balconi della loro casa, dava rifugio agli zapatisti feriti, curandoli e sfamandoli con l’unico cibo che avevano, le gorditas di mais. Nel 1938 Frida si rappresenta bambina con i tratti del volto di donna nel dipinto Quattro abitanti del Messico: la sua esigenza di mettere in comunicazione le diverse fasi della sua vita è un altro aspetto che caratterizza la sua opera. I protagonisti dalla sinistra sono: un uomo composto da tanti fili, che appartiene alla tradizione dei Nayarit, una bambina, una donna incinta fatta di fango, uno scheletro e un uomo di paglia in secondo piano che sta cavalcando un asino. I personaggi si trovano all’interno di una gigantesca piazza, sul cui sfondo si notano diverse abitazioni di colori differenti; la piazza e i personaggi surreali lasciano intendere che questa scena è, con buona approssimazione, uno strano sogno della bambina. La bambina è Frida all’età di quattro anni: sta seduta a terra, sola, e si sta succhiando un dito, mentre con l’altra mano regge la gonna; ha un’espressione spaesata, probabilmente perché sua madre l’ha lasciata sola, disinteressandosi della sua incolumità; lo sguardo della piccola è rivolto verso la donna incinta fatta di fango. Frida si rappresenta bambina e priva di piedi questo elemento può essere ricondotto alle innumerevoli operazioni che subì a partire dal 1934. La testa della bambina sembra essere stata “riparata” dopo un danneggiamento avvenuto in precedenza: questo elemento può invece essere riferito al difficile passato del Messico. L’uomo più a sinistra, coperto da innumerevoli fili, appare impacciato e quasi comico; la sua ombra si interseca con quella della donna incinta. I lineamenti del volto, il corpo e il modo di vestire di questo “pupazzo” ricordano molto Diego Rivera. Frida racconta della sua infanzia in età adulta: è una donna grande che scrive di se stessa bambina, e la sua riflessione suggerisce la tematica dell’auto-rappresentazione e della trama narrativa che cuce e adatta le memorie; scrive in proposito Michelle Perrot: “ questi documenti del privato obbediscono a delle regole di galateo e auto-presentazione dell’io che regolano la natura della loro comunicazione e lo statuto della loro finzione. Nulla è meno spontaneo di una lettera; nulla meno trasparente di un’autobiografia ”. Frida ridefinisce il suo vissuto mettendo a disposizione del lettore una narrazione coerente con la sua storia di vita, partendo proprio dall’infanzia; contribuisce lei per prima alla nascita della sua icona rivoluzionaria e dissacratrice, fragile e resistente, per tutta la vita in bilico tra due forze antitetiche, per tutta la vita nel limbo a spostare i confini della sanità e della malattia, dell’amore per Diego e per Tina, della passione politica e della chiusura introspettiva, dei travestimenti in abiti maschili e in costumi tradizionali sontuosi e femminili. Dopo aver concluso gli studi presso il Colegio Alemàn, Frida si iscrisse alla Escuela Nacional Preparatoria di Città del Messico, istituto elitario del Paese, con l’obiettivo di diventare medico, anche se iniziò proprio in questo periodo a interessarsi alle arti figurative. La Escuela Nacional preparava l’ingresso all’università in cinque anni, ed era accessibile solo dopo il superamento di un esame: nel 1922 solo poche donne vennero ammesse, e Frida fu una delle prime trentacinque a potervi accedere su un totale di circa duemila studenti. La Preparatoria attuava alla lettera il programma fissato dalla rivoluzione per offrire agli alunni un’educazione autenticamente messicana, basata cioè su tre pilastri: il sangue, la lingua e il popolo. Frida, all’epoca quindicenne, respirò e interiorizzò questo rinascimento culturale alimentato da giovani studiosi della sua generazione e da numerosi intellettuali, filosofi, scrittori, poeti, musicisti che si impegnavano per costruire una fisionomia e una identità nazionali. Frida Kahlo si alimentò a questa fonte rinvigorita da una generazione di persone che desideravano una nuova primavera artistica. Nel 1922 il Ministro per l’Educazione incaricò alcuni artisti di dipingere dei murales nella scuola Preparatoria, e tra questi artisti c’era Diego Rivera: in questa occasione Frida conobbe il suo “amado esposo” . Diego, muralista di successo, artista della forma e del colore, uomo straordinario e carismatico, aveva trntasei anni e molte amanti, un corpo che Frida definirà come quello di un bambino-rana e di un elefante. Frida e Diego, la Paloma e il rospo Frida e Diego la paloma y el elefante. Il passaggio da un’età all’altra è per Frida un movimento continuo, fatto di rimandi e richiami; una tessitura di trame narrative e identitarie, alla ricerca dell’integrazione del sè. Scrive in proposito Carmela Covato : “si tratta di tessere un’identità dicibile innanzitutto a se stessi nel corso di quel complesso e per molti versi misterioso accedere dall’infanzia all’età adulta, che si può definire come il passaggio dalla nascita biologica a quella simbolica”.  Nella storia della vita dell’artista ci sono due eventi, in particolare, che segnano punti di svolta e maturazione; il suo terribile incidente e l’incontro con Diego. Il 17 settembre 1925 aveva diciotto anni quando la sua vita drasticamente cambiò: uscita da scuola, salì sull’autobus per far rientro a casa in compagnia di Alejandro Gómez Arias, studente di diritto e giornalista. L’autobus fu attraversato da un tram che lo schiacciò contro il muro; l’urto fu fortissimo e Frida ne ebbe conseguenze gravissime: la colonna vertebrale si spezzò in tre punti nella regione lombare, si frantumò il collo del femore e numerose costole, la gamba sinistra ebbe undici fratture, il piede destro slogato e schiacciato, la lussazione alla spalla sinistra e l’osso pelvico spezzato in tre parti, inoltre, cosa che comprometterà per sempre la possibilità di maternità, un corrimano dell’autobus le entrò nel fianco lesionando in maniera irreversibile gli organi riproduttivi. Nel corso della sua vita subirà ben trandue operazioni chirurgiche. “Il tram schiacciò l’autobus contro l’angolo della via. Fu un urto strano: non fu violento, ma sordo, e tutti ne uscirono malconci. Io più degli altri” . I primi soccorritori si trovarono davanti uno spettacolo agghiacciante e straniante, anche perché un passeggero aveva con sé un sacco di polvere dorata che nell’urto si era rotto; il contenuto si era sparso sul corpo di Frida: quasi esanime, la ragazza sembrava una statua insanguinata e coperta d’oro. Della lunghissima e dolorosa degenza in ospedale Frida ricordava che “la morte di notte danzava intorno al mio letto” . Dopo l’incidente i temi centrali della sua vita e delle sue opere diventarono il dolore, la forza, il sangue e la vita. Il tormento fisico e morale di questa creatura sensibilissima, sofferto durante i lunghi mesi di convalescenza, si trasforma in maniera del tutto inaspettata in arte. Nel settembre 1926 Frida dipinge la sua prima opera: è un ritratto malinconico e la didascalia dice: “Frida a diciasette anni”, anche se ne aveva diciannove. In questa fase della vita Frida è tra due mondi, come essa stessa dirà, tra il mondo dei vivi e quello dei morti; beffarda e resiliente, tratta la morte con rispetto e sarcasmo, quasi la celebra nelle sue opere, una protezione alla paura di essere già morta da quando l’incidente le ha fornito una nuova nascita, in uno stato di permanente dolore. Nel 1927 Frida aderisce alla Lega giovanile comunista e nel 1928 Rivera la ritrae nell’affresco Distribuzione delle armi al ministero dell’Istruzione; nel 1929 i due si sposano: un amore invincibile e ambivalente, una sorta di dipendenza, tra abbandoni e tradimenti, amori paralleli e slanci luminosi, un amore da vertigine e da romanzo, tanto da farle scrivere: “Ho subito due gravi incidenti nella mia vita. Il primo è stato quando un tram mi ha travolto e il secondo è stato Diego” . Ci saranno molti amori nella vita della donna che non sa morire, della donna che trasforma il dolore in creatività, donna che, non potendo partorire, genera la sua arte e se stessa nell’arte; amori che scavalcano il perbenismo del cattolico Messico e le convenzioni sociali. Frida ama ed è amata da uomini e donne, da Lev Trockij e da Nickolas Muray, fino agli amori saffici che rappresentavano una manifestazione intima di autonomia e, insieme, una forma di ribellione, di sfida nei confronti dei ruoli sessuali codificati e dei comportamenti prestabiliti dalle convenzioni borghesi, misogine e patriarcali. Frida vive con diletto la propria sessualità, senza riluttanze o pentimenti, agendo un diritto che spettava per tradizione solo agli uomini; leggiamo nella biografia di Herrera. Fra le tante amanti e amiche intime di Kahlo ricordiamo: la fotografa italiana Tina Modotti, la rivoluzionaria cubana Teresa Proenza, l’artista Machila Armida, la poetessa Pita Amor, la cantante Chavela Vargas, con la quale convisse per un certo periodo, l’attrice Maria Félix, dipinta tra le sue sopracciglia in un autoritratto, nonché l’amante ventiduenne della stessa Félix, una bellissima rifugiata spagnola che le fa da infermiera e dama di compagnia. Ebbe contatti anche con l’attrice Dolores del Rio, cui regala il quadro intitolato Due nudi in una foresta, raffigurante due donne in un esplicito atteggiamento erotico. Frida, come segno d’amore, era solita sia appendere alla spalliera del letto alcune fotografie, e tra queste vi era quella di Pita Amor; sia scrivere a caratteri rossi i nomi delle persone che amava, e il nome di María Félix è il primo della lista che adorna la camera da letto di Coyoacán: “Casa di Irene Bohus, Camera di María Félix, Frida Kahlo e Diego Rivera, Elena [Vazquez Gomez] e Teresita [Poenza], Coyoacán 1953, Casa di Machila Armida”. Nella lista, il nome della pittrice appare accanto a quello del marito perché la pietra di paragone restava sempre Rivera, suo maestro e consorte: lei stessa scrisse a uno dei suoi amanti che soltanto Diego avrebbe sempre occupato il posto più caldo del suo cuore. Diego è la sua base solida e, intorno a lui, vive un microcosmo in evoluzione, fatto di intensi rapporti emotivi e sensuali: è suggerita negli autoritratti doppi ed emerge con forza in molti dipinti come una specie di atmosfera o sfondo integratore, una sensualità così profonda da essere sgombra delle polarità sessuali convenzionali, una fame di intimità così urgente da ignorare le differenze di genere. Vengono alla mente le parole di un altro poeta: “Si può essere innamorati di diverse persone per volta, e di tutte con lo stesso dolore, senza tradirne nessuna il cuore ha più stanze di un casino” . Frida inventa parole per dar conto dell’intraducibile, le inventa per legittimare una parola che sia femminile e pensata da una donna, una parola che sia azione e colore e non separi l’arte dalla vita, e anzi le connetta. “ Solo la capacità delle donne di prendere la parola, di conquistare gli spazi della vita pubblica, di scrivere su loro stesse ha consentito, attraverso esperienze di ribellione ed emancipazione individuale e collettiva, di aprire le porte di una prigione non solo simbolica” . Come nella sua pittura, il racconto dell’indicibile e la sua immediatezza diventano azione, corpo, colore; la parola diventa ferita e cura, la parola diventa nuova generazione. Scrive in proposito Luce Irigaray: “È importante che essa la parola tocchi e non divenga alienazione del tatto e del possesso, nell’elaborazione di una verità o di un aldilà disincarnati, o nella produzione di un discorso astratto o così detto neutro. La parola deve restare verbo e carne, linguaggio e sensibilità nello stesso tempo” . Nelle lettere a Diego, nelle pagine del diario e nel ritratto che gli dedica, Frida genera uno stile inedito di alternanza tra schizzi e poesia, tra appunti ed elenchi di concetti, parole inventate e slanci letterari classici, miscela una volta ancora le identità antitetiche che vivono in lei anche nella relazione con Diego: leggiamo ancora Luce Irigaray, “La relazione tra l’uomo e la donna sembra quella in cui il linguaggio è più necessario, a causa dell’irriducibilità tra di loro, che rende impossibile la comprensione dell’altro tramite la riduzione all’oggetto o all’identico a sé”. Una lettura della vita di Frida in chiave interculturale è una operazione ambiziosa e forse irriverente; a legittimarla c’è sia la speranza che Frida stessa l’avrebbe trovata divertente e sufficientemente complessa, sia l’infinito amore riconoscente con il quale godiamo della sua arte. Una tale lettura è un atto che esprime l’urgenza di uno sguardo etico ed estetico, che valorizzi la sua arte fondativamente meticcia e interculturale. Sembra che Frida abbia avuto il privilegio e la condanna di vivere come un ponte tra diverse vite: diverse culture ugualmente fondative, diversi amori, diverse passioni, diverse metamorfosi psico-fisiche in un perenne spaesamento che dirompe nella sua opera. Sentirsi perennemente altrove, sin da bambina in un corpo che non le si addice, in una condizione che non le è familiare, sentirsi altrove mentre si vivono più amori e ognuno di essi si “prende” una parte grande e consistente delle proprie energie, sentirsi altrove nel dolore della mancata maternità e nell’abbandono: una raffinata, continua doppia assenza. Mi hanno colpito  molto le fotografie dedicate a  Frida Kahlo scattate dal fotografo colombiano Leo Matiz che rivelano tutta la sua personalità in un centinaio di scatti, in bianco e nero e a colori, esposte nella mostra Il Caos Dentro e provenienti dalla Fondazione Leo Matiz di Bogotà. Sono stati numerosi i fotografi che hanno voluto ritrarre Frida tra cui: Tina Modotti, Edward Weston, Berenice Kolko, Nickolas Muray, Bernard Silberstein, Imogen Cunnigham, Gisèle Freund, Fritz Henle, Leo Matiz, Lola e Manuel Álvarez Bravo, Martin Munkácsi, Juan Guzmán, Héctor García, Lucienne Bloch, i fratelli Mayo e suo padre Guillermo Kahlo sicuramente, Leo Matiz fu tra quelli che più seppero cogliere l’essenza della sua anima e della sua femminilità e fu tra i pochi ad accedere alla dimensione intima e domestica di Casa Azul. Frida e Leo erano legati da una profonda e duratura amicizia, come raccontato anche in una videotestimonianza esclusiva realizzata per la mostra dalla figlia del fotografo, Alejandra Matiz, presidente della Fondazione Matiz, che ha avuto la fortuna di conoscere la pittrice. Leo conobbe Frida attraverso il marito Diego Rivera, ma i due instaurarono presto un intenso e intimo legame. È anche grazie all’affetto e all’ammirazione che lo sguardo e l’obiettivo del maestro Matiz restituiscono un’immagine autentica e incisiva della giovane donna. Ne risulta non solo una splendida testimonianza del fotografo sull’artista, immortalata nei suoi luoghi quotidiani più cari, ma un vero e proprio viaggio nella personalità della donna esaltata in circa 150 scatti realizzati in diverse occasioni. Le fotografie a Palazzo Fondi risalgono tutte alla fine degli anni ’40, quando Frida era poco più che trentenne e viveva una fase molto importante della sua vita. Sono, infatti, gli anni in cui la pittrice ha consolidato la sua fama, e la donna ha raggiunto la piena indipendenza economica e sentimentale dal marito Diego Rivera. Oggi, la figlia Alejandra segue con passione e competenza la Fondazione Leo Matiz di Bogotà, nata dal desiderio di promuovere nel mondo la figura del fotografo. I suoi celebri scatti si trovano anche nelle collezioni del MoMA di New York e della Tate Gallery di Londra. Il percorso espositivo propone anche numerose e importanti installazioni che rendono più intenso l’incontro tra Frida il fruitore,tra queste sicuramente di grande suggestione, le riproduzioni in scala reale dei tre principali ambienti della Casa Azul in cui Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón visse per quasi tutta la vita, anche da sposata: la camera da letto, lo studio, il giardino. Fatta costruire in stile francese nel 1904 dal padre Guillermo Kahlo a Coyoacán, nel vecchio quartiere residenziale della periferia di Città del Messico, Casa Azul (Casa Blu) ha subìto diverse modifiche successive e oggi è un frequentatissimo museo che ospita opere di Frida, di Diego Rivera e di altri artisti come Paul Klee e Marcel Duchamp. La camera da letto di Frida Kahlo fu a lungo anche il suo studio creativo. Costretta all’immobilità per un anno, a causa dei gravi problemi alla spina dorsale che la costrinsero molti interventi chirurgici, Frida in quel lungo periodo poté ritrarsi nei celebri autoritratti grazie ad uno specchio montato sulla parte superiore del letto a baldacchino. La stanza è riprodotta in ogni minimo dettaglio, completa degli arredi tipici della cultura messicana, di fotografie e libri, di oggetti e quadri, finanche delle stampelle che Frida era costretta a usare. Dotata di una grande forza di animo, Frida riuscì a trasformare la malattia in una opportunità. “Dipingo me stessa – rivelò all’amica e critica d’arte Raquel Tibol – perché passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio. Dato che avrei dovuto rimanere sdraiata con un corsetto di gesso, che andava dalla clavicola al bacino, mia madre è riuscita a preparare un dispositivo molto divertente per me, da cui pendeva la struttura in legno, che mi serviva per sostenere le carte. Fu lei a pensare di coprire il mio letto in stile rinascimentale. Ci mise sopra una tettoia e mise su tutto il soffitto uno specchio, dove potevo vedermi e usare la mia immagine come modello”. La stanza in cui nacquero i capolavori di Frida fu anche il luogo dell’addio, la notte del 13 luglio 1954, ufficialmente per le conseguenze di un’embolia polmonare. Tra gli ambienti di Casa Azul, l’atelier posto al secondo piano della grande dimora, è sicuramente tra i più rappresentativi della vita quotidiana e artistica di Frida. Anche questa ricostruzione offre una abbondanza di dettagli: lo scrittoio e la scrivania con tutte le boccette dei colori e i pennelli, il diario di Frida, la sedia rossa impagliata, la scatola con i gessetti colorati, la sedia a rotelle e il grande cavalletto con il dipinto della natura morta. Dalle grandi finestre dell’atelier, lo sguardo si apre sul giardino lussureggiante e popolato da animali come pappagalli e scimmie, fatto costruire da Frida e Diego nel 1946 ad opera di Juan O’ Gorman. Muretti, aiuole, gradini, statuette di figure azteche si immergono nei colori del giallo, dell’arancio, del blu, per uno spettacolo di grande vivacità, mentre tra le pareti si scorge la teca blu a muro con gradini e statuette, su cui spicca l’iscrizione bianca Frida y Diego vivieron en esta casa 1929-1954. In questo viaggio bellissimo ci si può confrontare con l’abbigliamento che per Frida Kahlo era una forma di arte attraverso la quale esprimere non solo la propria personalità e femminilità, ma anche la storia, la tradizione, i valori e perfino l’amore per Diego. La scelta degli abiti, come degli accessori e dei gioielli, aveva per Frida chiari riferimenti: per l’abbigliamento prediligeva i capi tipici della cultura tehuana messicana, mentre per i gioielli la scelta ricadeva soprattutto su elementi della natura, il tutto sempre rivisitato e riadattato al suo gusto personale e alle esigenze di un fisico ferito. Gli elementi preponderanti della cultura tehuana messicana nella scelta dell’abbigliamento sono da ascriversi alle origini materne e non stupisce che una donna come Frida potesse amarla. Quella tehuana, in Messico, fu l’unica cultura matriarcale, in cui le donne erano indipendenti e orgogliosamente lavoratrici. Dopo l’incontro con Diego Rivera, Frida unì allo stile tradizionale elementi della cultura precolombiana di cui il marito era appassionato. Lo stile di Frida divenne così un melange di elementi in cui si fondavano il vintage con il moderno con un risultato inconfondibile di vivacità, carattere, originalità che non passavano inosservati e che l’hanno consegnata alla storia. Numerosi anche gli stilisti internazionali che nel tempo le hanno reso omaggio con collezioni di abiti di successo, da Ricardo Tisci, Jean Paul Gaultier, Moschino, Dolce&Gabbana, Missoni, Givenchy, Valentino e Alberta Ferretti, solo per citarne alcuni. Lo stile di Frida Kahlo esprimeva anche ideali politici, con la fierezza di indossare simboli di una cultura popolare. Allo stesso tempo, l’arte del vestire diventava elemento delle sue opere: negli autoritratti la simbologia della moda tehuana e dei colori trovava una corrispondenza nell’emozione rappresentata. La mostra a Palazzo Fondi propone una ampia galleria di modelli ispirati al look di Frida, curata dalla fashion designer messicana Milagros Ancheita dopo un attento lavoro di ricerca su fonti testuali e fotografiche.  Si va dal completo in stile più casual, molto usato da Frida e indossato in numerose fotografie, ad abiti per occasioni più formali, fino alla mise indossata a New York, nella sessione fotografica del 1939 con il fotografo di moda e suo amante Nickolas Muray.  Di quel lavoro, nel 1992 la rivista Vogue Messico ripropose in una copertina celebrativa una delle fotografie in cui Frida indossava un abito floreale. Mantelle, copricapi, cinture completavano sempre il look di Frida, insieme a gioielli e accessori di bigiotteria realizzati a mano, molto spesso con grandi pietre naturali e gemme preziose, combinate con oro o argento, altre volte con conchiglie, semi, legno e altri elementi della natura. Molti dei suoi gioielli erano realizzati con gemme o altri oggetti portati in dono da amici dopo qualche viaggio. Infine la mostra Il Caos Dentro pone anche l’accento sulla fama e la vasta eco che Frida Kahlo ha tutt’oggi nel mondo. Tra le testimonianze raccolte, anche quelle di sette artisti contemporanei autori di altrettanti busti in gesso dipinti. Obbligata dalle condizioni fisiche, Frida dovette usare il busto per tutta la vita, per sostenere la colonna vertebrale. Tra i busti presenti in mostra, anche la riproduzione uno adornato con il motivo della falce e martello e il bambino in grembo. Altri, invece, sono frutto di una libera interpretazione, come quello che celebra il legame tra Frida e Diego.
 
Palazzo Fondi – Napoli
Frida Kalho - Il Caos Dentro
dal 11 Settembre 2021 al 9 Gennaio 2022
dal Lunedì alla Domenica dalle 9.30 alle ore 20.00