Nel 1677 usciva a Bologna, a firma di
Lorenzo Legati, “
Il Museo Cospiano”. L’opera, dedicata al Serenissimo Principe di Toscana
Ferdinando III, è un grande inventario diviso in sei libri della raccolta che
Ferdinando Cospi, ricco ed eccentrico patrizio bolognese, donò alla città di Bologna.
Questa estesa
wunderkammer elenca, tra altre mirabilia della natura, anche personaggi deformi, oggetto di un un vero proprio genere “minore” nani, giganti, ipertricotici, obesi, gobbi, gozzuti, matti buoni, ermafroditi, plurigemini, sordi, muti, orbi, guerci, zoppi, forzuti, gialli, rossi e mori,
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nelle varianti maschili e femminili, hanno avuto funzioni e ruoli tutt’altro che marginali nelle corti europee d’età moderna, nonostante la disattenzione degli storici.
Una mostra, in corso a Firenze dal 19 maggio, e aperta al pubblico fino all’11 settembre, ha cercato di colmare questo vuoto esponendo una selezione di circa trenta opere, oltre la metà delle quali restaurate per l’occasione, provenienti per la massima parte dai depositi della
Galleria Palatina e dalla
Galleria delle Statue e delle Pitture. Curata da
Anna Bisceglia, Matteo Ceriana e Simona Mammana, “
Buffoni, Villani e Giocatori alla corte dei Medici” narra di personaggi secondari e devianti come buffoni, contadini ignoranti o grotteschi, nani e praticanti di giochi tanto leciti che illeciti, regalando una delle esposizioni più interessanti di quest’anno. Una proposta di soggetti e di temi di genere ripresi dalla buffoneria, della
rusticitas e del gioco; personaggi spesso realmente vissuti, cui erano demandati l’intrattenimento e lo svago dei signori, come il
Nano Morgante (circa 1553) del
Bronzino o il
Ritratto di Angiola Biondi, nana di Violante di Baviera (circa 1707), di
Niccolò Cassana.
L’attenzione critica al “mondo di sotto” l’aveva già posta
Roberto Zapperi nel suo
Il selvaggio gentiluomo. L’incredibile storia di Pedro Gonzales e dei suoi figli (Roma 2005), che, nel prendere in esame la storia di
Antonietta Gonzales, la bimba ipertricotica il cui ritratto è attribuito a
Lavinia Fontana, racconta come “
la piccola Pelosa fosse ornamento della casa” della
Marchesa di Soragna che nel 1593 teneva a Parma “
il salotto più brillante e ricercato della città”, anche grazie allo spettacolo che la Gonzales offriva ai suoi ospiti.

Ma la Marchesa non era l’unica.
Caterina Matta, detta “
la povera scema”, deliziava
Lucrezia Borgia e Isabella d’Este; nel 1345, a Mantova risultavano al servizio dei Gonzaga
il gigante Guglielmone, il
nano Frambaldo e la
forzuta Rizza Molinara; negli anni Ottanta del XV secolo
Eleonora d’Aragona, Duchessa di Ferrara, aveva tra i suoi salariati
Domenico Nano, le schiave “
Giovanna detta la Gratiosa, figlia della Goba Malatrice”,
Beatrice Mora e Costanza Mora, Antonia Nanina, gli
schiavi turchi Bartolomeo e Francesco, la “
massara Lucia Matta”.
Non si trattava di passioni isolate. A Firenze, alla corte dei
Medici, la presenza di creature mostruose o deformi è una costante dall’età di
Cosimo I a quella di
Gian Gastone. I nani,
Gradasso, Morgante, Gioimaria, Filippo, Fatappio, Atalante, e i
tre morettini, Antonio, Luigi, Grillo, rallegravano il primo Gran Duca di Toscana, mentre le
nove schiave, Leonora, Maria, Caterina, Cecia, Isabella, Fattrina, Beatrice, Militia e Catherina, seguite da
madama Maria Nana, risultano “a servizio” della consorte
Duchessa Eleonora.

«
Considerati alla stregua di giocattoli viventi, di meraviglie della natura degne di una Wunderkammer, ma anche accorti consiglieri dotati di speciali licenze rispetto all’etichetta della corte, questi buffoni, nani, giocolieri spuntano dai documenti d’archivio con un’identità definita: vengono infatti ricordati per imprese (e talvolta misfatti) che li inseriscono come persone reali nella vita della corte, la cui biografia può esser tratteggiata con sapidi dettagli, e di molti si può chiarire l’alto spessore umano e culturale. La posizione dei buffoni, a metà strada tra il divertimento e la coscienza parlante del signore, li eleva a protagonisti di un’arte giocosa e bizzarra, che permette anche all’artista felicissime libertà espressive: e valgano da esempio i ritratti del nano Morgante di Bronzino e Valerio Cioli, i caramogi nelle Stagioni di Faustino Bocchi, il Meo Matto di Suttermans e tanti altri presenti in questa mostra, oltre alle figure silvane e occupate in strane attività che spuntano inaspettate tra le siepi del Giardino di Boboli», scrive in catalogo
E. D. Schmidt, direttore delle
Gallerie degli Uffizi.
La mostra si articola virtualmente in tre piccole sezioni, rappresentate dai tre tipi di buffoni di professione: i buffoni della parola, abilissimi nelle acrobazie verbali e nelle improvvisazioni di spirito; del fisico, l’anomalia degli acondroplasici e dei deformi; e, infine, della devianza mentale come il
Meo Matto di
Giusto Suttermans.
Partecipano alle buffonerie alcuni rustici, come la vecchia in abito di nozze, patetica corteggiatrice di un giovane garzone, smascherata da un nano impietosamente arguto in un quadro bellissimo della fine del Seicento, ma di incerta attribuzione, o come la contadina
Domenica dalle Cascine, raffigurata dal Suttermans nel quadro omonimo, che risulta saltuariamente stipendiata dalla corte per prestazioni da “
buffone”.
Appartengono invece al mondo della buffoneria di mestiere
Alberto Tortelli e
Giuliano Baldassarini raffigurati da Niccolò Cassana in veste venatoria. Della serie dei servitori fa parte il magnifico quadruplice
ritratto di Servi della corte medicea con cui
Anton Domenico Gabbiani offre una sorta di regesto di forme e temi, qui antologizzati nel bizzarro campionario di personaggi - tra cui un nano, un gobbo, un moro - tutti realmente documentati come ‘prestatori d’opera’,

servile o buffonesca, a palazzo.
Tra gli svaghi un posto non meno trascurabile di quello occupato dai suscitatori del riso avevano i giochi, nelle molteplici fattispecie di quelli di parola, da tavolo – in particolare le carte -, e quelli propriamente fisici. Non mancano testimonianze pittoriche, oltre che letterarie, di svariati personaggi di corte intenti all’esercizio di un gioco ginnico, come l’enigmatico
Ritratto di giocatore con palla. Lo scenario meno lecito ed aulico dello svago, l’equivoca taverna ai margini dei ‘regolari’ confini della società, esercita una fascinazione sulla corte che ne ricerca e ne acquisisce le rappresentazioni alle proprie collezioni, come nel
Suonatore di chitarra, riconducibile al
Maestro dell’Incredulità di San Tommaso (
alias Jean Ducamps?), in cui il giocatore/musico squaderna senza pudore sul tavolo, cui si appoggia, i proibitissimi dadi e un mazzo di carte. Similmente intriganti, nella loro dimensione di personaggi ‘irregolari’, e per questo ‘attirati’ all’occasione della presente esposizione, i protagonisti della movimentata
Scena di gioco e chiromante in atto di leggere la mano di
Nicolas Regnier o l’umanità errante e cenciosa dei
Due cantastorie vagabondi, o quella appena più rassicurante dei
Venditori ambulanti di
Monsù Bernardo.
Meritoria la scelta di esporre la copia de la
comedia ridicolosa “Li buffoni” (Firenze 1641), scritto, con vistosi prelievi dalla commedia dell'arte (personaggi di abnorme natura. nani, pazzi, deformi "scherzi di natura"), freddure e lazzi, grossolani doppi sensi, della romana Margherita Costa, poetessa e cantante a servizio di
Ferdinando II.
Poco sappiamo dello
status sociale, il profilo giuridico e il trattamento riservato a queste creature. Impressiona la lettera del 29 giugno del 1544 in cui Lorenzo Pagni illustra al segretario mediceo Pier Francesco Riccio un singolare certame appena tenutosi a Pistoia, alla presenza del Duca Cosimo I e del vescovo di Forlì, Bernardo de’ Medici:
«
Hebbe un poco d’intertenimento d’una battaglia che fu fatta tra il Nano (uno dei nani di Cosimo I, Filippino o Ludovico) et una scimia che ha il Proveditore di qui molto brava, nella quale detto Nano rimase con due ferite, una nella spalla et l’altra nel braccio, et la scimia stroppiata nelle gambe, la quale s’arrese, domandando al Nano la vita per merzede, benchè lui non intendendo il linguaggio suo, havendola presa per le gambe di dietro, attendeva abbacchiarla del capo in terra. E se non che ’l duca mio s.re [Cosimo I] vi s’interpose, el Nano la finiva d’ammazzare. Detto Nano combattè ignudo, et non haveva altr’arme che un paro di brache che gli coprivano le vergogne. Basta che lui è restato vincitore, et ha guadagnato scudi X d’oro».
A corredo della mostra è stato predisposto un itinerario nel
Giardino di Boboli dove tutti questi personaggi, villani, contadini e nani, giocatori e caramogi si animano, pur pietrificati, e si nascondono nei boschetti e nelle radure come sfuggiti dall’universo pittorico che li ha creati, ad attendere i visitatori con
calembour figurativi e comicissime espressioni.
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