Giovanni Cardone Giugno 2026
Fino al 18 Ottobre 2026 si potrà ammirare al Museo MART di Arte Moderna e Contemporanea di Trento – Rovereto la mostra dedicata a Giacomo Balla – Giacomo Balla. Lo Stile dell’Avanguardia Opere della Collezione Biagiotti Cigna a cura di Fabio Benzi e Beatrice Avanzi. La rassegna che per la prima volta viene esposta in Italia, una delle maggiori collezioni private monografiche al mondo la raccolta completa di opere di Giacomo Balla appartenenti alla Collezione Laura Biagiotti e alla Fondazione Biagiotti Cigna. Tra dipinti, disegni, arredi, oggetti e abiti, 240 opere dialogano con selezionate tele e materiali d’archivio del museo di Rovereto. In mostra anche il coloratissimo
Genio Futurista, la più grande opera realizzata da Balla. Con questo progetto il Mart e Biagiotti celebrano un’utopia divenuta forma. Un viaggio alla riscoperta di quella forza visionaria e contagiosa che ha segnato l’alba della modernità italiana. Esattamente 40 anni fa, nel 1986, la stilista e imprenditrice Laura Biagiotti visitò una mostra alla Galleria Chimera di Roma che presentava opere di Giacomo Balla e delle figlie Elica e Luce. Da quel momento, fino alla scomparsa nel 2017, Laura Biagiotti acquisì e valorizzò con continuità e passione le opere di Giacomo Balla, divenendo, insieme al marito Gianni Cigna, la sua maggiore collezionista privata. Le opere raccolte nel primo decennio, precisamente fino al 1996, anno della scomparsa del marito, appartengono oggi alla Fondazione Biagiotti Cigna che garantisce l’integrità e la memoria di un collezionismo illuminato, di un mecenatismo generoso. Memorie ed affetti che sono state mantenute e promosse attraverso ulteriori esposizioni e acquisizioni di opere di Giacomo Balla facenti parte della Collezione Laura Biagiotti. Un’attività di mecenatismo e filantropica che prosegue grazie all’impegno della figlia Lavinia Biagiotti Cigna, al timone dell’azienda di famiglia. Per la prima volta in Italia nella sua interezza, la presentazione del nucleo di opere “Balla/Biagiotti” a Rovereto non è casuale. Il progetto corrisponde precisamente alla vocazione del Mart, consolidando una continuità narrativa che vede nel museo trentino il luogo d’elezione per la valorizzazione dell’avanguardia futurista. Le opere della Collezione Laura Biagiotti e della Fondazione Biagiotti Cigna dialogano con un patrimonio da sempre rivolto all’approfondimento delle vicende italiane del XX secolo, con particolare attenzione al futurismo e all’opera di Fortunato Depero, il cui lascito ha dato origine al museo stesso. Inoltre, questa sinergia sottolinea l’impegno costante del Mart nel tessere dialoghi tra collezionismo privato e pubblico, con l’obiettivo di valorizzare significativi patrimoni culturali. L’intuizione di Laura Biagiotti ha permesso di raccogliere il nucleo più consistente di opere di Giacomo Balla, dagli esordi divisionisti alle opere astratte, dai bozzetti agli arredi, passando per le grandi tele e i disegni. Laura Biagiotti fu anche la prima a riconoscere il valore delle opere figurative realizzate da Balla negli anni Trenta, fino ad allora poco valorizzate. Appassionata studiosa dell’artista, molto attenta al suo processo creativo e rispettosa delle sue idee, Biagiotti colse in Balla la coerente e costante attenzione alla moda e al suo ruolo nella cultura di massa e nei linguaggi della comunicazione. Se nel 1915, insieme all’amico Depero, Balla teorizzò la celebre
Ricostruzione futurista dell’universo, il
Vestito antineutrale di Balla è dell’anno precedente. Vero e proprio manifesto della moda futurista, il manoscritto originale fu acquistato da Laura Biagiotti ed è oggi presente in mostra insieme al manifesto della
Ricostruzione, appartenente ai fondi del Mart. Entrambi questi pilastri teorici segnano il passaggio del movimento futurista da semplice corrente artistica a vero e proprio stile di vita, alla ricerca dell’arte totale. Con l’intenzione di abbattere le gerarchie tra le arti, Balla trasferisce ben presto il suo repertorio artistico – i cunei e i vortici delle “velocità d’automobile”, gli arabeschi astratti degli “stati d’animo” – dalla pittura all’arredo e agli oggetti; con le stesse forme tratta mobili, suppellettili e costume, trasformando l’ordinaria quotidianità con il suo dinamismo. Appartiene al nucleo di opere della collezione Laura Biagiotti anche il
Genio futurista, la più grande opera mai realizzata da Balla: un coloratissimo olio su tela d’arazzo, ampio circa 4 metri e alto quasi 3 metri. Del 1925, fu presentato a Parigi in occasione dell’Esposizione universale di arti decorative e industriali moderne. In mostra anche oggetti, mobili, arazzi, paralumi; studi per sciarpe, cravatte, cappelli, ricami; testimonianze di una produzione che ha impegnato l’artista per tutta la vita. Un laboratorio creativo senza limiti che ha ispirato le grandi avanguardie europee, come il Bauhaus. Tra gli artisti più “rivoluzionari” del Novecento, tanto da riconoscere in lui il “Leonardo da Vinci del XX secolo” – come amava definirsi – Giacomo Balla sarà celebrato a Parma con una retrospettiva senza precedenti. Pittore della luce come fu già definito nel 1908, la luce è sempre stata la sua fonte d’ispirazione, il soggetto e insieme l’oggetto di un’indagine appassionata inseguita per tutta la vita senza soluzione di continuità. In questo mio scritto ho cercato di tratteggiare la figura di Giacomo Balla che nasce a Torino 18 luglio 1871 è stato un pittore, scultore, scenografo e autore di "parolibere" italiano. Fu un esponente di spicco del Futurismo e firmò con gli altri futuristi italiani i manifesti che ne sancivano gli aspetti teorici. Figlio unico di Giovanni e Lucia Giannotti fin da adolescente mostra interesse per l'arte e frequenta a Torino un corso di tre anni presso la Regia Accademia Albertina di Belle Arti. Nel 1895 lascia Torino per stabilirsi a Roma dove rimarrà tutta la vita. Qui nel 1901 conosce Umberto Boccioni e Gino Severini e dipinge alcuni dei suoi capolavori come La Pazza.

Nel 1904 sposa Elisa Marcucci e nasce la sua prima figlia Lucia che, dopo la sua adesione al futurismo, sarà chiamata Luce. A seguito della pubblicazione da parte di Marinetti nel 1909 del Manifesto Le Futurismo su Le Figaro, nel 1910 Balla sottoscrive il Manifesto dei Pittori futuristi e La pittura futurista. Durante questo periodo, dipinge alcuni dei suoi capolavori come Bambina che corre sul balcone e studi per Compenetrazioni iridescenti. Nel 1914, nasce Elica il cui nome rappresenta un omaggio al motto di Marinetti. Nel 1915 con Depero sottoscrive il manifesto Ricostruzione Futurista dell'universo. Nel 1918 pubblica il Manifesto del colore Dal gennaio 1920 entra a far parte della redazione della rivista Roma Futurista; decora il cabaret Bal Tic Tac, locale di cabaret romano che fu alla moda per tutti gli anni venti. Nel 1929 trasferisce la sua casa in Via Oslavia 39b a Roma. Nel 1937 scrive una lettera al giornale Perseo, in cui proclama la sua estraneità “ad ogni manifestazione futurista…nella convinzione che l'arte è assoluto realismo ". Da quel momento è accantonato dalla cultura ufficiale, sino alla rivalutazione, nel dopoguerra, delle sue opere e di quelle futuriste in genere. Muore a Roma 1 Marzo del 1958. Il grande recupero culturale sviluppatosi in Italia nel 1945, immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale, ha costituito un esempio per l’Europa e ha certamente conferito al paese un ruolo di guida in molti campi, dall’architettura, al design, al cinema, ma il fenomeno tipicamente italiano che più di tutti ha dato forza al recupero culturale italiano è stato il Futurismo, un movimento che nella varietà delle forme in cui si è presentato non avrebbe potuto sorgere in alcun’altra parte del mondo. Con la sua vitalità e il suo dinamismo, che ne sono le caratteristiche principali, una freschezza ben difficili da incontrare, ha influenzato tutta la cultura del suo tempo, dominando la scena culturale per molti anni. Eppure accanto al Futurismo si è sviluppato anche un altro movimento che apparentemente si fonda su una ideologia del tutto opposta e comunque contrastante quella della pittura metafisica. Poche mostre sono riuscite a mettere in evidenza esplicitamente questa doppia natura del pensiero estetico italiano degli inizi del Novecento. Nei primi dipinti di Giorgio De Chirico, a partire dal 1911, si riscontrava infatti con l’esuberante vitalità del primo Futurismo, più o meno coevo. Il fatto che Giorgio De Chirico e Carlo Carrà siano comparsi sulla scena dell’arte negli anni stessi, in cui si sviluppa il Futurismo, appare in sintonia con la natura misteriosa ed elusiva dei loro primi lavori. Essi rappresentano l’altro aspetto di ciò che significa essere giovani di fronte al mondo, fornendoci così una visione completa dell’arte di quel periodo. Se incerti possono apparire i legami tra Futurismo e Cubismo, è invece palese l’influenza della pittura di De Chirico su un altro movimento, quello surrealista, che avrebbe dominato la cultura europea per almeno due decenni, sottolineando, tra l’altro gli scambi sempre stretti tra Parigi e l’Italia. Tanto più che Filippo Tommaso Marinetti aveva pubblicato il manifesto di Fondazione del Futurismo proprio a Parigi e lo stesso De Chirico vivrà a lungo nella capitale francese come molti artisti italiani. Se da un lato il Futurismo si sviluppa e si consolida attorno alle scelte e alla volontà di Marinetti, forse il poeta non eccelso ma grande organizzatore puntando sugli aspetti razionalistici e diurni della vita, dall’altro la pittura metafisica tende a esplorare i recessi notturni e reconditi ed interiori della psiche umana. Il Futurismo guarda soprattutto alle masse, alla collettività, la pittura metafisica è introspettiva, è la “compagna del sé”, pone domande essenziali mai prima formulate, estranee tanto ai futuristi quanto ai cubisti. Questi furono gli intenti dichiarati all’inizio del Manifesto: “Il futurismo pittorico si è svolto quale superamento e solidificazione dell’impressionismo, dinamismo plastico e plasmazione dell’atmosfera, compenetrazione di piani e stati d’animo. Noi futuristi Balla e Depero vogliamo realizzare questa fusione totale per ricostruire l’universo rallegrandolo cioè ricreandolo integralmente. Daremo scheletro e carne all’invisibile, all’impalpabile, all’imponderabile, all’impercettibile. Troveremo degli equivalenti astratti di tutte le forme e di tutti gli elementi dell’universo poi li combineremo insieme secondo i capricci della nostra ispirazione”.
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Il parolibero Marinetti disse con entusiasmo: “L’arte, prima di noi, fu ricordo, rievocazione angosciosa di un Oggetto perduto (felicità, amore, paesaggio) perciò nostalgia, statica, dolore, lontananza. Col Futurismo invece, l’arte diventa arte – azione, cioè volontà, ottimismo, aggressione, possesso, penetrazione, gioia, realtà brutale nell’arte, splendore geometrico delle forze, proiezione in avanti. Dunque l’arte diventa presenza, nuovo oggetto, nuova realtà creata cogli elementi astratti dell’universo. Le mani dell’artista passatista soffrivano per l’Oggetto perduto; le nostre mani spasimavano per un nuovo Oggetto da creare”... “Le invenzioni contenute in questo manifesto sono creazioni assolute, integralmente generate dal Futurismo italiano. Nessun artista di Francia, di Russia, d’Inghilterra o di Germania intuì prima di noi qualche cosa di simile o di analogo. Soltanto il genio italiano, cioè il genio più costruttore e più architetto, poteva intuire il complesso plastico astratto. Con questo, il Futurismo ha determinato il suo stile, che dominerà inevitabilmente su molti secoli di sensibilità”. Nel 1917 Balla sperimenta una serie di scomposizioni della natura in chiave puramente teosofica ‘Trasformazioni Forme e Spirito’. Furono fondamentali le parole del generale Carlo Ballatore, presidente del Gruppo Teosofico “Roma”, illustrano bene in che termini il pensiero teosofico abbia offerto agli artisti la possibilità di esplorare nuovi territori. Oggi, del resto, l’influenza delle correnti esoteriche sulle avanguardie storiche è una realtà ampiamente riconosciuta e si sa che alla Teosofia hanno attinto, in vario modo, tutti i principali esponenti europei dell’astrattismo da Kupka a Kandinsky, da Mondrian a Malevi?. Lo stesso è avvenuto in Italia dove, com’è noto, i manifesti dei futuristi contengono numerosi riferimenti a fenomeni occulti e medianici. Riguardo in particolare alla Teosofia basterà ricordare qui due artisti, Giacomo Balla e Arnaldo Ginna, non a caso considerati dalla critica i principali pionieri dell’arte astratta in Italia. I legami dei due artisti con i circoli teosofici sono certi. Nel caso di Giacomo Balla infatti è la figlia del pittore, Elica, a ricordare nel suo libro di memorie intitolato Con Balla che il padre a Roma: “frequenta le riunioni di una società di teosofici presieduta dal Generale Ballatore”. Per quanto riguarda invece il conte Arnaldo Ginanni Corradini in arte Ginna – è l’artista stesso a dichiarare le proprie letture: “Ci rifornivamo di libri spiritualisti e occultisti, mio fratello ed io, presso gli editori Durville e Chacornac. Leggevamo l’occultista Élifas Lévi, Papus, teosofi come la Blavatsky e Steiner, la Besant, segretaria della Società Teosofica, Leadbeater, Edouard Schuré. Seguivamo le conferenze della Società Teosofica, a Bologna e Firenze. Quando Steiner fondò la Società Antroposofica restrinsi la mia attenzione a Steiner. C’erano anche le discussioni con Evola” . E come nota Mario Verdone, i primi saggi che affrontano il problema dell’astratto in pittura, riservando grande attenzione anche alla musica, sono il volumetto Arte dell’avvenire, scritto da Ginna col fratello Bruno Corra (prima edizione del 1910 e seconda del 1911) e Lo spirituale nell’arte di Kandinsky (completato nel 1910, stampato alla fine del 1911 e pubblicato nel 1912). Due testi concepiti e usciti contemporaneamente, le cui analogie dipendono solo dal fatto che gli autori si sono nutriti degli stessi libri di impronta teosofica. Presso gli Eredi Ginanni si conserva ancora una copia del libro di J. Krishnamurti, dal titolo ‘Ai piedi del Maestro’ (Genova 1911), con dedica all’artista del prof. Ottone Penzig, allora segretario generale della Società Teosofica Italiana. Come si è visto, infatti, Ginna ricorda di aver seguito le conferenze della Società Teosofica a Bologna e a Firenze, tuttavia è molto probabile che anche a Roma l’artista sia entrato presto in contatto con i locali circoli teosofici e anzi non è da escludere che sia stato proprio il pittore ravennate, la cui presenza nella capitale è documentata fin dal 1911, a indirizzare Balla verso la Teosofia. Comunque sia Ginna e per un certo periodo anche Balla è interessato a rendere visivamente la realtà psichica. A questo scopo elabora un metodo che definisce “subcoscienza cosciente”, ossia uno stato di coscienza superiore nel quale l’artista entra volontariamente. Le opere di Ginna nascono quindi dall’esperienza cosciente dell’extra sensibile, un modo di cogliere, oltre l’esteriorità, le forme interiori, proprio come insegnavano le correnti dell’occultismo. E’ per questo che Ginna non esiterà ad affermare: “L’astrattismo è espressione di forze occulte”. Nel 1912 e il mondo intero, seppur scioccato dalla tragedia del Titanic, puntava gli occhi, i sogni e i desideri sulle nuove gigantesche macchine che permettevano di raggiungere l’altro capo del Pianeta in tempi ragionevoli. I continenti diversi dal “Vecchio” non erano più materia per esploratori, i fratelli Wright avevano sfidato e vinto le leggi della gravità e il ‘VOLO’ non era più legato al mito di un Icaro troppo audace, ma era finalmente realtà attuale e tangibile. Il Futurismo, corrente d’avanguardia dell’inizio del secolo XX, celebrava il volo come espressione massima di libertà di movimento e dinamismo, inneggiando alla velocità e all’innovazione in ogni campo, dalla letteratura alla poesia, alla pittura, alla scultura, alla musica fino alle arti più “giovani”, come la fotografia il cinema. Prese il nome di Aeropittura la declinazione pittorica di cui si fecero portavoce Giacomo Balla, Tullio Crali, Sante Monachesi, Fortunato Depero, Gerardo Dottori e Fedele Azari, creatore dell’opera Prospettiva di Volo, presentata alla Biennale di Venezia del 1926. Tanta modernità non poteva che coinvolgere anche le donne, grandi artiste testimoni di cambiamento, come Benedetta Cappa, Marisa Mori e Olga Biglieri. Quest’ultima fu tra le prime aviatrici italiane ad aver conseguito un brevetto da pilota a soli sedici anni. Da un punto di vista estetico, l’Aeropittura futurista portava in scena velocità e dinamismo, superando la scomposizione cubista con l’uso della prospettiva e della molteplicità dei piani. Mentre nel 1918, alla galleria di Anton Giulio Bragaglia, espone, tra le altre opere dedicate all’intervento in guerra, il Complesso plastico pubblicato nel manifesto del 1915 accanto a sedici dipinti dedicati alle ‘forze di paesaggio’ unite a diverse sensazioni.
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Accanto a queste ricerche, lo studio della natura trionfa nei motivi delle Stagioni: dalla fluidità, morbidezza o espansione della primavera, alle punte d’estate al drammatico dissolvimento autunnale; sono lavori sperimentali volti a quella particolare ricerca astratta del tutto europea ma al tempo stesso lontana e nuova rispetto alle contemporanee ricerche astratte dei pittori in voga in questi anni sicuramente conosciuti da Balla come Kandinskij e Arp, Léger e Larionov, Mondrian e Gon?arova. Periodo, dunque, questo di Balla del tutto internazionale che viene a chiudersi col viaggio a Parigi nel 1925 per la “Exposition des Arts Decoratifs et Industriels Modernes”, particolarmente importante perché segna l’inizio dello stile Art Déco. Il Manifesto della Ricostruzione Futurista dell’Universo, l’11 marzo del 1915. Insieme a Fortunato Depero, Balla firma il manifesto della Ricostruzione Futurista dell’Universo che rappresenta una delle tappe più significative nell’evoluzione dell’estetica futurista. Con questo manifesto trova una completa maturazione la volontà del Futurismo di ridefinire ogni campo artistico secondo le sue teorie e di rifondare le forme stesse del mondo esterno fino a coinvolgere anche gli oggetti e gli ambienti della vita quotidiana. Questo principio artistico non costituisce una novità storica, infatti è già principio fondamentale della poetica dello Jugendstil, ma mentre in quel caso si fa riferimento a un’idea d’arte come valore assoluto, ora le finalità sono del tutto diverse: per il Futurismo l’arte non è più fine a se stessa e non ha come obiettivo la pura esperienza estetica ma diviene uno strumento per affermare una diversa concezione della vita e un suo rinnovamento, nel quale predomina un intento di trasformazione culturale verso l’idea che il Futurismo ha della modernità. La più importante innovazione proclamata dal manifesto della Ricostruzione Futurista dell’Universo è la proposta di estendere l’estetica futurista a tutti gli aspetti della vita quotidiana. I campi della ricerca sembrano illimitati: arredo, oggettistica, scenografia, moda, editoria, grafica pubblicitaria: nulla sembra essere estraneo alla sensibilità dei due artisti. I futuristi imposero il loro segno distintivo fin dalle prime celebri ‘serate’, durante le quali gli artisti-autori-declamatori indossavano abiti da loro stessi disegnati e maschere che suggerivano la robotizzazione e meccanizzazione dell’uomo. Una delle strade maestre percorse dall’avanguardia è stata il perseguimento di una sintesi delle arti che, conducendo a un progressivo assottigliamento dei confini di competenza fra pittura, scultura, architettura, musica, teatro, danza, letteratura, almeno nel senso della ricerca di un principio compositivo e strutturale (anzi costruttivo) comune, ha anche tentato di ricucire lo strappo ottocentesco fra arte e vita, infrangendo le tradizionali barriere tra spazio virtuale dell’opera d’arte e spazio reale dell’uomo, tra sfera estetica e sfera fenomenologica. La ricerca di questa sintesi, in pittura, si è così frequentemente espressa attraverso l’uso di una figura retorica quale la sinestesia, come restituzione di una globalità di percezioni sensoriali diverse e simultanee, percezioni tuttavia sempre coordinate dalla facoltà superiore della visione, intesa come facoltà conoscitiva in grado di compiere un’operazione di sintesi e di ricognizione appercettiva. Viene così ribadito il primato dell’occhio, della vista e della visione, che può anche giungere a ribaltarsi da frastuono percettivo in silenzio meditativo, in visione interiore e ciò sembra costituirsi come tendenza estrema e radicale dell’astrazione in manifestazione del sublime. Tale primato del resto pervade la teoria dell’arte e l’estetica tra la scorcio del secolo XIX e l’inizio del XX, con l’affermazione del pensiero purovisibilista di Konrad Fiedler e della contrapposizione tra valori tattili e valori ottici da parte di Alois Riegl. Proprio secondo Fiedler la visione “è una facoltà conoscitiva e creatrice di forme (visive), operante nell’attività artistica in modo assolutamente indipendente sia dall’intelletto, creatore di forme concettuali, sia dal sentimento e dalla sensazione; indipendente quindi anche dalle concezioni filosofiche, scientifiche, religiose”. L’astrazione, come processo mentale caratterizzante il XX secolo in tutte le sue manifestazioni, dall’arte e dalla filosofia alle scienze, incarna questa possibilità di ricondurre il reale a una visione sintetica e globale, a una struttura combinatoria di elementi costanti che danno luogo a un modello rappresentativo di tutti gli accidenti possibili, espressione di un neoplatonico mondo delle idee e paradigma ordinatore delle apparenze: è la ricerca dell’assoluto nell’epoca della relatività. Il concetto di astrazione (da abstrahere, cioè staccare, separare, rimuovere) implica l’operazione di individuare ed estrarre alcuni elementi, ma anche il necessario “distacco” del soggetto nei confronti dell’oggetto (natura). Solo tale distacco può dar luogo a una sintesi della visione dopo l’analisi della percezione, coincidendo in parte questo processo con il polo cui Wilhelm Worringer, nella sua teoria estetica, ha opposto quello dell’empatia. Proprio per Worringer (che ha in mente l’arte ornamentale) l’astrazione si costituisce come tendenza sovrastorica riscontrabile in diverse epoche; e nell’arte moderna tale processo, in misura maggiore o minore, è frequentemente verificabile in nuce anche nelle poetiche naturalistiche, almeno a partire dall’impressionismo, mentre è alla base di quelle tendenze che, scomponendo le strutture narrative e le catene sintagmatiche, isolano o decontestualizzano singoli oggetti, figure e immagini, quali la pittura metafisica o il surrealismo, oltre che, naturalmente, dell’astrattismo vero e proprio. L’impulso all’astrazione sembra scaturire dalla necessità di approdare a una struttura assoluta e regolatrice del reale, a un modello rappresentativo e non imitativo, dove “l’elemento primario non è il modello naturale, bensì la legge che da esso si astrae”. Dopo diversi anni che Giacomo Balla abitò in via Nicolò Porpora in un antico edificio conventuale con affaccio sul verde di Villa Borghese, si trasferì nell’appartamento di via Oslavia a Roma con la moglie Elisa e le due figlie Luce ed Elica, anch’esse pittrici, che l’hanno abitata e custodita fino agli anni Novanta. Il Progetto espositivo ripartito in Tredici sale, seguendo un ordine tematico e cronologico, in un’esposizione che ripercorrerà tutta la produzione di un genio autodidatta sempre fedele alla sua vocazione sperimentale, unica quanto straordinaria. Arricchita da apparati fotografici, biografici e storici provenienti dall’Archivio Gigli,la mostra si svolge dalla fase del realismo sociale e divisionista, attraverso la stagione dell’avanguardia radicale futurista (Balla firma con Marinetti e altri, tra cui Boccioni, Carrà e Russolo, i manifesti che definivano gli aspetti teorici del movimento), per approdare dopo il 1930 a un’inedita e pionieristica figurazione. Apre il percorso
Nello specchio (1901-1902), dove sono rappresentati l’amico scultore Giovanni Prini con sua moglie, lo scrittore Max Vanzi e lo stesso Balla. Di fronte a questo dipinto Giacomo Puccini esclamò: «Questa è la mia ‘Bohème’, la voglio ad ogni costo!». Benché lusingato, Balla preferì rimettendoci che il quadro fosse acquistato dallo Stato italiano che lo destinò alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Tra i nuclei più significativi riservati al pubblico si colloca il grande ciclo intitolato
Dei viventi. Delle 15 opere dipinte dall’artista rivelate nel 1968 da Maurizio Fagiolo dell’Arco grazie a un appunto di Balla, sono giunte fino a noi solo quattro tele incentrate sugli ultimi e gli emarginati della nuova società del progresso di inizio Novecento, interesse riconducibile anche alle ricerche dell’antropologo e criminologo
Cesare Lombroso, con il quale Balla entrò in contatto nel periodo torinese.
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Tra le opere
Dei viventi superstiti c’è
La pazza, una donna immortalata da Balla sul terrazzo della sua casa-studio ai Parioli in modo da suscitare stupore e sgomento in chi la osserva: l’atteggiamento è stravolto, la gestualità ha un ritmo convulso mentre lo sguardo vaga senza meta esprimendo la malattia psichica con disarmante efficacia. Dietro la tela
I Malati è trascritta a macchina l’etichetta con le volontà di Balla sulla modalità di presentazione delle quattro opere, a mo’ di polittico e secondo una precisa successione, fedelmente proposta in occasione dell’allestimento a Parma:
La pazza,
I malati dipintonoto anche come
Prime cure elettriche, Il contadino (di proprietà dell’Accademia di San Luca, in mostra pertanto attraverso una riproduzione fotografica a misura naturale in bianco e nero) e
Il mendicante. Il percorso rivolge attenzione all’affascinante rapporto che lega i disegni preparatori dell’artista ai dipinti: un aspetto fondamentale della sua produzione. Ne offre una potente testimonianza lo studio per
Fallimento del 1902 circa (esito della sua attenta osservazione dei scarabocchi infantili sulla porta di un negozio in via Veneto a Roma chiuso da tempo) che Enrico Crispolti individuò come sorprendente precursore, in particolare, delle litografie dei muri parigini del 1945 di Jean Dubuffet. Tra i bozzetti di capolavori chiave del periodo futurista, si colloca uno dei due studi de
I ritmi dell’archetto (lavoro conosciuto anche come
Le mani del violinista) eseguiti nell’inverno del 1912 a Düsseldorf dove Balla si era recato per decorare la sala da pranzo nella casa della sua ex allieva, GrethelLöwenstein. Nello stesso anno, scrive alla sua famiglia: «Ora sto anche per finire uno studio della mano del marito che suona il violino, ma in movimento, in diverse posizioni e [incorporando] i continui movimenti dell’archetto». Sempre al soggiorno a Düsseldorf nel 1912 appartiene uno dei preziosi studi sull’iride (con al verso un
Autoritratto), denominati dopo la morte dell’artista, dagli anni Sessanta,
Compenetrazioni iridescenti, tra le più alte espressioni della ricerca di Balla, primo esempio di un’
astrazione geometrica figlia della scomposizione ottico-dinamica della luce, che ha contribuito a ribadire il ruolo centrale di Balla nella nascita dell’astrattismo europeo. Attraverso gli studi sull’iride, per utilizzare le parole di Fagiolo dell’Arco, «Balla vuole rendere la sostanza di un fenomeno evanescente come l’arcobaleno, che è un simbolo della luce». Da altre ricerche, che comprendono lungo il percorso espositivo anche i sei disegni per
Volo di rondini, attraverso il dinamismo dell’auto (con l’intenso
Espansione dinamica + velocità N. 9 del 1913 circa) si approda alle “linee della velocità”, definite dallo stesso Balla la base fondamentale delle sue forme di pensiero
. In mostra si potrà ammirare anche il nucleo di lavori di diversa provenienza rispetto alle figlie dell’artista, esito di acquisizioni compiute nel corso degli ultimi decenni dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma o di donazioni. A questo ambito, appartiene lo splendido disegno
Linea di velocità + spazio(1913 ca.) che tornerà a essere esposto al pubblico dopo oltre mezzo secolo.
Allo splendido ciclo delle
Dimostrazioni interventiste del 1915 (il 28 giugno 1914 scoppia la Prima guerra mondiale: mentre l’Italia si proclama neutrale, i Futuristi declamando la guerra come “sola igiene del mondo” sono tra i favorevoli all’intervento in guerra) appartiene l’imponente dipinto
Forme-volume del grido “Viva l’Italia” di cui sarà mostrato al pubblico per la prima volta l’esito di analisi radiografiche svolte sull’opera dalla ditta ArsMensurae di Stefano Ridolfi: si riconosce la sagoma di una donna in piedi, in verticale, mentre la composizione del 1915 viene dipinta in orizzontale. La figura femminile, visibile anche sul retro della tela in trasparenza, è stata ricondotta da Elena Gigli allo studio preparatorio passato in un’asta nel 1998 per il ritratto fatto da Balla alla moglie Elisa nel 1908,
Nudo controluce, di cui oggi esiste, in una collezione privata, la realizzazione su carta. Possiamo dire che per Biagiotti, il rapporto tra arte e moda non si configura come semplice dialogo tra linguaggi, ma come convergenza originaria di visione. Fin dall’intuizione fondativa di Laura Biagiotti, la moda è stata intesa come forma culturale complessa, capace di assorbire e rielaborare le tensioni del proprio tempo, traducendole in segni, materie e costruzioni. Dall’ispirazione alla tutela di opere e monumenti, arte e moda intrecciano dialoghi, sensibilità e visioni, in un campo di ricerca aperto, fertile, ancora oggi in evoluzione. Il connubio arte-moda si è progressivamente affermato come una delle forme più significative della cultura contemporanea, trovando una prima, radicale espressione nel Futurismo. Nell’opera di Giacomo Balla — e nella “ricostruzione futurista dell’universo” elaborata con Fortunato Depero — prende forma una visione in cui l’estetica investe integralmente la vita, anticipando dinamiche che attraverseranno l’arte del secondo Novecento. In questo contesto, la moda diventa parte attiva di un progetto culturale: Balla stesso la interpreta come gesto creativo e comportamentale, capace di trasmettere energia, dinamismo e proiezione verso il futuro — come testimonia, in forma esemplare, l’invenzione del “modificante”, dispositivo mobile e trasformativo che introduce nell’abito una dimensione nuova, ludica e vitale. L’idea di “arte totale” — volta a superare le gerarchie tra le arti e a restituire unità all’esperienza estetica — trova nel percorso Biagiotti una continuità autentica: non come citazione, ma come pratica. La costruzione delle collezioni Balla si configura così come atto di pensiero, prima ancora che di conservazione: un dispositivo culturale attraverso cui il passato viene interrogato e riattivato nel presente. In questo orizzonte, il mecenatismo assume il valore di una responsabilità attiva: non solo tutela del patrimonio, ma generazione di contesti, relazioni e nuove possibilità di senso. La moda, lungi dall’essere ancillare, si afferma come uno dei suoi strumenti più efficaci, capace di rendere tangibile e condivisibile ciò che nasce come intuizione artistica. Come l’arte, essa è in continuo movimento ed evoluzione, e ogni collezione si arricchisce di nuove idee, suggerendo una costante messa a fuoco del futuro prossimo. La collezione Primavera-Estate 2026,
The Art of Fashion, si inserisce in questa traiettoria come espressione compiuta di un pensiero in atto: ispirata al dinamismo luminoso della farfalla di Balla, ne assume il valore simbolico di metamorfosi, traducendo in forma la tensione tra leggerezza e costruzione, tra movimento e permanenza. Disegnare il futuro, in questa prospettiva, non significa anticipare il tempo, ma abitarlo con consapevolezza. La moda — memoria e futuro, radici e ali — è chiamata a farsi linguaggio universale e strumento di educazione al bello e alla qualità della vita, contribuendo a un ri-orientamento etico in cui estetica e sostenibilità trovino una nuova convergenza. La curatela dell’allestimento è dello studio torinese Officina delle Idee, che accoglie il pubblico con una suggestiva sala introduttiva nella quale campeggiano grafiche colorate e geometrie semplici, ispirate alle opere di Balla. Tra gigantografie, grafiche, apparati didascalici e testi a parete, il percorso cronologico è suddiviso in cinque sezioni tematiche:
Divisionismo, Futurismo, La moda futurista, Ricostruzione futurista dell’universo, Una nuova figurazione moderna. Fanno da contrappunto i corner colorati e dinamici dedicati all’arte totale nei quali trovano collocazione mobili e oggetti.
Il Percorso espositivo è suddiviso in cinque sezioni
Divisionismo
Giacomo Balla (Torino, 1871-Roma, 1958) si interessa precocemente alla fotografia grazie al padre Giovanni, chimico e fotografo, e all’amico Oreste Bertieri. Attraverso quest’ultimo conosce Giuseppe Pellizza da Volpedo, uno dei protagonisti della pittura divisionista. Quando Balla si trasferisce a Roma, nel 1895, la ricerca fotografica e il linguaggio divisionista – fondato sulle leggi scientifiche della percezione ottica e sulla scomposizione dei colori – sono al centro dei suoi studi. Le sue prime prove pittoriche si concentrano su ritratti e paesaggi, caratterizzati da tagli originali e dalla scomposizione della luce attraverso una stesura pittorica a sottili filamenti di colore. Nei primi anni del Novecento sono numerosi i ritratti della moglie Elisa, spesso ripresa en plein air come nei pastelli Elisa nella campagna romana e La fidanzata al Pincio, studio per l’omonimo dipinto, dove il sapiente studio di luci e ombre è affidato a una gamma ridotta di pastelli. Il parco di Villa Borghese, che Balla poteva osservare dalla sua abitazione, è il luogo prediletto per le sue ricerche luministiche. Queste vedute sono talvolta in forma di trittico, eredità della tradizione divisionista ottocentesca, e presentano accenti lirici e spiritualistici che riflettono un’interpretazione panica della natura. In La siepe di Villa Borghese l’artista raggiunge esiti di radicale sperimentazione, anticipando le ricerche futuriste e avvicinandosi all’astrazione. Prova di una profonda capacità di innovazione è anche Autospalla, un autoritratto che isola, con taglio inedito, una parte del corpo, dando vita a una delle opere più originali di inizio secolo. Divenuto capofila del Divisionismo romano, Balla accoglie nel suo studio i giovani allievi Umberto Boccioni, Gino Severini e Mario Sironi, che diverranno, con il Maestro, protagonisti del Futurismo.
Futurismo
Nell’aprile del 1910 Balla sottoscrive il Manifesto dei pittori futuristi, una dichiarazione di rinnovamento artistico contro “ogni religione del passato”, basata sull’esaltazione della “radiosa magnificenza del futuro”. Nel successivo Manifesto tecnico vengono chiariti i caratteri della pittura futurista: essa intende “rendere e magnificare” i “miracoli della vita contemporanea”, rappresentando la “sensazione dinamica” che deriva dall’incessante divenire delle metropoli.Per Balla rimane centrale l’analisi della luce che, associata al movimento, “distrugge la materialità dei corpi” e modifica la percezione della realtà. Nel 1912 l’artista interpreta questa nuova poetica in una serie di dipinti dove l’analisi del dinamismo è resa attraverso l’immagine in sequenza, ispirata alle sperimentazioni fotografiche di Muybridge e Marey. Nello stesso periodo elabora la serie delle Compenetrazioni iridescenti, dove studia l’irradiarsi della luce attraverso sequenze di triangoli, rombi e losanghe, scomposti nei colori dell’iride. Queste opere, oggi riconosciute come una delle prime prove di astrattismo geometrico, aprono la strada alla piena maturazione del linguaggio futurista nella serie Velocità di automobili, fino alle Velocità astratte del 1913-1914. Qui il movimento si traduce in composizioni di linee che si intersecano con vortici, cunei e triangoli, volti a indicare la velocità dei mezzi meccanici e la loro compenetrazione con il paesaggio urbano. Negli anni successivi tale ricerca si evolve in forme astratte che esprimono sulla tela stati d’animo ed emozioni, spesso suscitate dalla natura, come in Linee di forza di paesaggio maiolicato (1917-1918).
La moda futurista
Nel 1914 Balla estende la sua ricerca all’ambito della moda, firmando il Manifesto del vestito antineutrale. Lo scritto viene pubblicato prima in francese, con il titolo Le vêtementmasculin futuriste, il 20 maggio 1914, e successivamente in italiano con alcune modifiche legate all’ideologia interventista dei futuristi. Già nel 1912, durante il soggiorno presso la famiglia Löwenstein a Düsseldorf, Balla aveva creato abiti futuristi di sua invenzione per sé e per gli amici. Egli intuisce dunque precocemente la portata rivoluzionaria della moda e la sua capacità di diffusione di una nuova estetica nella società di massa. La Collezione Laura Biagiotti e la Fondazione Biagiotti Cigna conservano il nucleo più importante di creazioni di Balla sul tema della moda: un ricchissimo repertorio di invenzioni, una vera e propria “esplosione” di forme e colori che trasformano abiti, borse, cravatte, foulard con “iridescenze entusiasmanti”. Numerosi sono gli studi per ricami e decori di stoffe, rimasti per lo più a livello progettuale o realizzati con la collaborazione delle figlie, come il giletricamato da Luce con motivi astratti derivati dal nome Balla. Particolarmente significativa è anche la presenza di modificanti: accessori mobili in stoffa per “inventare ad ogni momento un nuovo vestito”. Alle forme astratto-dinamiche si affiancano, a partire dalla fine degli anni Dieci, decori più figurativi, spesso ispirati alla natura, come le fantasiose, coloratissime Futurfarfalle o brani di paesaggio dai colori più sobri (Luce tra i pini, Progetto per scialle in tulle per Benedetta Cappa Marinetti).
Ricostruzione futurista dell’universo
“Noi futuristi, Balla e Depero, vogliamo realizzare questa fusione totale per ricostruire l’universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente”. Con questa dichiarazione si apre il manifesto della Ricostruzione futurista dell’universo, firmato l’11 aprile 1915 da Giacomo Balla e dal giovane Fortunato Depero, giunto a Roma da Rovereto nel 1913. L’incontro tra i due artisti è determinante non solo per la trasformazione e il rinnovamento del movimento futurista, ma anche perché rappresenta un momento cruciale nell’opera di Depero. Le sue ricerche sul superamento del quadro e la creazione di “complessi plastico-mobili”, teorizzati nello scritto Complessità plastica. Gioco libero futurista (1914), anticipano alcuni contenuti del Manifesto pubblicato l’anno seguente.
Balla e Depero condividono la volontà di estendere l’estetica futurista a tutti i campi della vita, dalla decorazione di ambienti all’abbigliamento, dal teatro al cinema, annullando i confini tra arti maggiori e arti applicate, secondo una concezione di “arte totale” che influenzerà gli sviluppi delle avanguardie in tutta Europa. Balla declina le forme astratte della sua pittura in oggetti d’arredo (arazzi, mobili, suppellettili), vestiario (gilet, cravatte, abiti), progetti per ambienti (il Bal Tic Tac a Roma, 1921), spettacoli teatrali (Feu d’artifice, 1916). Questa trasformazione estetica della realtà quotidiana trova la sua realizzazione più significativa nella casa che l’artista progetta dapprima in via Nicolò Porpora, aprendola al pubblico la domenica pomeriggio, e poi in via Oslavia a Roma. Come ricorda Francesco Cangiullo, la sua abitazione era una casa-studio “tutta iridescente e scintillante di colori”.
Una nuova figurazione moderna
Alla fine degli anni Venti Balla abbandona progressivamente il Futurismo per un ritorno alla figurazione che, tuttavia, si distingue dai movimenti di “ritorno all’ordine” di quel periodo, scegliendo ancora una volta una via di ricerca originale. Questa stagione, spesso trascurata o fraintesa dalla critica, solo di recente è stata oggetto di un’attenta rivalutazione. Le circostanze dell’abbandono del Futurismo da parte di Balla non sono del tutto chiare. I primi disaccordi con Marinetti nascono intorno al 1931, quando il capofila del movimento pubblica il Manifesto dell’arte sacra futurista, al quale Balla, anticlericale convinto, è contrario. Nel marzo 1932 l’artista partecipa per l’ultima volta a una mostra futurista, al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Già dalla fine del decennio precedente, Balla stava sperimentando la pittura realista in paesaggi e ritratti di carattere privato o su committenza. Nel patio (1926) è un esempio di questo nuovo stile: il dipinto, che rappresenta la figlia Luce nel patio moresco di villa Ambron, a Valle Giulia, è ispirato al glamour delle riviste di moda e delle fotografie di dive del cinema. Per l’artista, queste immagini patinate incarnano l’immaginario moderno e rappresentano, dunque, un modo per rinnovare il mito della modernità del Futurismo, prefigurando una cultura pop che si rivolge a un pubblico di massa, giungendo in alcuni quadri (Luce estiva) a rappresentare la “retinatura” dei rotocalchi di attualità con una rete metallica applicata alla tela. Infine possiamo che l’imprenditrice e stilista, Lavinia Biagiotti Cigna rappresenta la terza generazione di donne alla guida della maison fondata nel 1965 da Delia Biagiotti. Vive e lavora a Roma, nel Castello Marco Simone, dimora storica dell’XI secolo e sede del gruppo, attorno alla quale si sviluppa il Marco Simone Golf & Country Club. Nel 2017, dopo la scomparsa della madre Laura Biagiotti, Lavinia Biagiotti Cigna diventa Presidente e CEO di Biagiotti Group e Presidente del Marco Simone Golf & Country Club.Lavinia Biagiotti Cigna è stata la prima imprenditrice a portare in Italia la Ryder Cup, il più importante evento mondiale del golf, in un’edizione diventata leggendaria e tenutasi nel settembre 2023 al Marco Simone Golf & Country Club. Un risultato storico per il nostro Paese, frutto di una visione pionieristica capace di unire sport, istituzioni, territorio e Made in Italy in un progetto internazionale senza precedenti. Lavinia sostiene e promuove lo sviluppo del territorio e una visione contemporanea del Made in Italy, portando avanti un patrimonio di valori orientato al progresso, alla cultura e al futuro. Da sempre impegnata nel dialogo tra moda, arte e istituzioni culturali, promuove importanti attività di mecenatismo e valorizzazione del patrimonio artistico italiano. Nel settembre 2020 realizza una grande sfilata in Piazza del Campidoglio annunciando il restauro della Fontana della Dea Roma. Nel 2021 sostiene il restauro delle otto monumentali tele barocche del transetto della Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri e sponsorizza la mostra “Casa Balla. Dalla casa all’universo e ritorno” al MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo, progetto multimediale e altamente innovativo dedicato all’universo creativo di Giacomo Balla. Nel 2026 sostiene il Mart di Rovereto nella realizzazione della mostra “Giacomo Balla. Lo stile dell’avanguardia. Opere dalle Collezioni Biagiotti Cigna”. Negli anni firma numerosi progetti speciali che uniscono moda e cultura, presentando le collezioni Laura Biagiotti in luoghi simbolo della cultura italiana come il Museo dell’Ara Pacis, il MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo, la Centrale Montemartini e il Piccolo Teatro di Milano, dove nel febbraio 2023 celebra i venticinque anni di collaborazione tra la maison e una delle più prestigiose istituzioni culturali italiane. Tra le prime imprenditrici ad aver valorizzato la sinergia tra moda e sport come espressioni complementari del Made in Italy, Lavinia Biagiotti Cigna porta avanti una visione che unisce eleganza, performance, innovazione e territorio. Già nell’ottobre 2000, per il finale della sfilata Laura Biagiotti, numerosi campioni delle Olimpiadi di Sydney sfilarono avvolti in un tricolore di cashmere, dando vita a un’immagine diventata simbolo dell’incontro tra sport e moda italiana. Un dialogo che continua ancora oggi attraverso collaborazioni, eventi internazionali e progetti culturali. Attraverso la moda, l’arte, lo sport e il mecenatismo culturale, Lavinia Biagiotti Cigna prosegue il percorso della maison con una visione contemporanea e internazionale, fedele al motto che guida il gruppo: “Designing the Future”. La mostra è completata da un catalogo ampiamente illustrato, edito da Silvana Editoriale con la riproduzione di un nucleo organico e straordinario di opere provenienti dalla Collezione Laura Biagiotti e dalla Fondazione Biagiotti Cigna, qui riunite in un dialogo che ne rivela la profonda coerenza e vitalità. Per l’occasione viene ripubblicato il testo che Laura Biagiotti scrisse in occasione della grande mostra al Puškin di Mosca con la quale, nel 1996, la collezione venne presentata per la prima volta. Il volume comprende, inoltre: un testo di approfondimento sulla storia del collezionismo Biagiotti e un saggio su Giacomo Balla redatti dal curatore Fabio Benzi; un saggio sulla
Ricostruzione futurista dell’universo di Balla e Depero, a firma del responsabile della Casa d’Arte Futurista Depero, Federico Zanoner;testi introduttivi sulle sezioni della mostra del Mart, a cura di Beatrice Avanzi e i consueti apparati bibliobiografici.
Museo MART di Arte Moderna e Contemporanea di Trento – Rovereto
Giacomo Balla. Lo Stile dell’Avanguardia Opere della Collezione Biagiotti Cigna
dal 16 Maggio 2026 al 18 Ottobre 2026
dal Martedì alla Domenica dalle ore 10.00 alle ore 18.00
Venerdì e Sabato dalle ore 10.00 alle ore 19.30 - Lunedì Chiuso
Veduta della mostra Giacomo Balla. Lo stile dell'avanguardia. Opere dalle Collezioni Biagiotti Cigna. Ph Mart Rovereto, Jacopo Salvi, 2026
Fonte : Ufficio stampa e comunicazione Mart Rovereto
press@mart.tn.it Susanna Sara Mandice