Giovanni Cardone Giugno 2022
Fino al 18 Settembre si potrà ammirare al Museo Mart di Rovereto la mostra dedicata a Julius Evola. Lo Spirituale nell’Arte da un’idea di Vittorio Sgarbi a cura di Beatrice Avanzi e Giorgio Calcara . A cento anni dal suo congedo dall’attività pittorica, il Mart di Rovereto rende conto delle vicende artistiche di Julius Evola dopo un lungo periodo di oblio. L’esposizione illustra l’intero percorso artistico attraverso una selezione di opere realizzate tra il 1915 e il 1921 e tra il 1965 e il 1970. Pur dedicandosi alla pittura per un arco di tempo brevissimo, Evola ha attraversato la stagione delle Avanguardie interpretandone con originalità i temi e le istanze. Denominatore comune della sua pratica: la ricerca spirituale. In mostra oltre 50 opere: in una prima parte, i dipinti appartenenti al periodo futurista caratterizzati da elementi astratti carichi di energia e inaspettatamente “psichedelici”; seguono i “paesaggi interiori”, espressione pura dello spirito con riferimenti ermetici ed esoterici; infine,gli anni Sessanta con le repliche delle sue opere storiche e alcuni dipinti figurativi che si discostano dalla sua produzione giovanile.  Julius Evola partecipò attivamente all’Avanguardia italiana. Pittore, visse una breve stagione artistica tra il 1915 e il 1921che abbandonò per dedicarsi allo studio della filosofia, dell’esoterismo e delle dottrine orientali, ermetiche e alchemiche. Si dedicò a discipline umanistiche ed esoteriche, proclamando controverse e reazionarie posizioni politiche; frequentò ambienti vicini al fascismo pur contestandone le gerarchie e non tesserandosi mai e, negli anni successivi alla guerra, del conservatorismo e dell’estrema destra italiana ed europea. Nel secondo novecento la sua arte venne riscoperta:nel 1963 da Enrico Crispolti gli dedicò una retrospettiva alla galleria La Medusa di Roma e, parallelamente, Vanni Scheiwiller pubblicò l’autobiografia intitolata Il cammino del cinabro e ne acquisì l’archivio di scritti dadaisti. Il rinnovato interesse nei confronti della sua arte spinse Evola a ricominciare a dipingere pochi anni prima della morte, avvenuta nel 1974. In una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura Julius Evola apro il mio saggio dicendo : Studioso dai vastissimi interessi, Julius Evola, nei suoi scritti, tratta argomenti che vanno dalla spiritualità buddhista alla ritualità indù; dalla simbologia alchemica alla sessuologia; dall’arte d’avanguardia alle nuove forme di pseudo-spiritualità, anticipando, di un quarto di secolo, temi che caratterizzeranno il movimento della New Age. La sua opera, Il mistero del Graal, del 1937, precede tutto quanto sarà scritto successivamente in materia. Riconosciuto da tempo come il più importante poeta e pittore dadaista d’Italia, fu filosofo giovanissimo, così insofferente dello status quo, da tentare il superamento di un idealismo che pone “l’Io al centro del cosmo, creatore di ogni realtà e d’ogni valore; di là da lui, il nulla, poiché la sua teoria lo mostra inesorabilmente chiuso in una prigione, da cui non potrà mai evadere, pel semplice fatto che essa è una prigione che non ha muri” . Il pensiero filosofico di Julius Evola, espresso nelle opere giovanili, non può essere considerato solo un momento, poi superato ed abbandonato, come vorrebbero molti suoi interpreti, ma il cardine su cui ruota tutta la sua produzione successiva. Scritti come Saggi sull’idealismo magico Teoria dell’Individuo Assoluto. L’uomo come potenza, non possono certo essere ininfluenti nella costruzione di quell’edificio che Evola chiama Tradizione. L’Individuo Assoluto evoliano è sciolto da ogni legame; ma il vincolo che lo caratterizza e, nello stesso tempo, lo limita, è ciò che ne costituisce l’essenza originaria: la propria finitezza. Condizione prima ed imprescindibile, per l’uomo che voglia rendersi ab-soluto, è poter trascendere la propria contingenza: rendersi immortale; perché se per Evola magico significa pratico, il superamento della condizione umana non va solo teorizzato, ma praticato: l’Autarca di cui parla Evola dovrebbe essere arbitro della propria vita e della propria morte. Acerrimo nemico dello spirito conformistico che caratterizzava la cultura dell’Italia del tempo, si avvicinò a Giovanni Papini, alle esperienze intellettuali di Leonardo, di Lacerba e de La Voce di Prezzolini, da lui considerate come “l’unico vero Sturm und Drang” che la nostra nazione abbia conosciuto. Evola confessò che un significato profondo ebbe per lui come per altri intellettuali Papini, dal momento che “egli fu allora un apritore di breccia. A lui ed al suo gruppo si deve il venire a contatto con le correnti straniere più varie ed interessanti del pensiero e dell’arte d’avanguardia, con l’effetto di un rinnovamento e di un ampliamento di orizzonti. Credevamo anche nella sincerità e nell’autenticità di quanto aveva scritto nell’autobiografico Un uomo finito. A dei giovani, non poteva non far colpo quel nichilismo che lasciava in piedi soltanto l’individuo nudo, sdegnoso di ogni appoggio, chiuso ad ogni evasione” . In questo sentimento antiborghese ed antirazionalistico, ma soprattutto insofferente della condizione umana, è da ricercare ciò che spinge Evola verso movimenti culturali d’avanguardia. “Esiste una forza cieca, brutale, che è la nostra umanità. E’ come una gravitazione dello spirito, è qualcosa di fatale, ed in uno, di sordo e d’incomprensibile. Di essa raramente l’uomo è conscio e si rende libero e superiore. Eraclito chiamò questa forza divenire, Schopenhauer volontà di vita. Ma i nomi e le particolari determinazioni non importano. E’ questa stessa forza che governa il moto degli astri, la simpatia delle molecole, la vibrazione dell’etere: che governa la materia, insomma: e che rende l’uomo materia quando egli obbedisce: vale a dire, quando è sincero e naturale. Ma esiste pur nell’uomo un elemento superiore: la facoltà di opporsi, di negare: è qui l’elemento atavico, il segno della nobiltà umana. Tutto il resto, si sappia o non si sappia, è brutalità. Chi è sincero e naturale, non è uomo, ma istrumento di una forza di cui egli non sa nulla: è bandiera agitata e dilaniata dal vento, è spora corrente sotto i ponti del tempo. Ora c’è chi ha nelle vene del sangue di schiavo. Sono i più. E questi obbedirà, porterà il proprio fardello, allora si creerà una fede, un idolo, farà dell’arte, farà dell’amore, per illudersi; farà il giuoco dell’umanità, insomma, o della brutalità, il che è lo stesso, travestito in mille graziosi modi. Vi è invece chi non ha precisamente sangue da schiavo. Questi si oppone, nega. Uccide in sé ogni impulso naturale, ogni entusiasmo, ogni sentimento. Alla naturalezza, sostituisce la finzione; alla passione, il capriccio; all’idolo, sé stesso, infinito ed indicibile nulla. E, vivente, egli è un morto, vivente, ha nel sangue il germe della decomposizione, segno del sua alto e doloroso destino. Egli vive solo per negare e per distruggere e non ha altro scopo, per la sua pena di vivere. Ecco Dada”. L’esperienza poetica evoliana risale al periodo compreso tra il 1916 e il 1922. Del 1922 è il poema Le parole obscure du paysage interieur, mentre composizioni sparse sono state raccolte e ripubblicate nel 1969 da Vanni Scheiwiller con il titolo Raaga Blanda. Il dato dominante delle composizioni è la descrizione di un dramma interiore, presente del resto in quasi tutti gli artisti europei dei primi due decenni del ‘900. Evola osservò nella sua autobiografia che “il tema fondamentale era quello della oscurità esistenziale, della sorda ed incessante gravitazione che sta al fondo della vita umana. Distruzione e rarefazione vi intervenivano, pel presentimento di una superiore libertà e per effetto di un diverso impulso” . Il giovane poeta avverte la labilità dell’esistenza, a tratti medita addirittura il suicidio, suggestionato dalla tragica scelta di Michelstaedter, uccisosi poco più che ventenne. Evola ravvisa nell’arte astratta la possibilità di tentare con successo il superamento della realtà empirica, disperatamente rifiutata, in un eccesso di misticismo stirneriano e nietzscheano, avendo quale fine il raggiungimento di stati superiori dell’essere, di una dimensione metafisica nella quale lo spirito risulterebbe finalmente liberato. “Per l’individuo, non v’è ragione che egli si esprima: se lo fa è un buffone, è una prostituta nell’esibizione sporca della propria nudità pel piacere altrui. L’artista sincero che, naufragante nel divino istante dell’ispirazione, quasi in preda ad una febbre indomabile, crea la vera opera d’arte, ed il cane che salta sulla cagna e la monta, sono assolutamente la stessa cosa, passivo strumento entrambi d’una forza di cui non san nulla. D’altra parte non si possono esprimere che dagli elementi di ordine inferiore: perché i mezzi espressivi, simbolici, e determinati in ogni caso, servono per la pratica, per il mercato, così come ha mostrato molto bene Bergson, ma sono assolutamente incapaci a tradurre degli stati d’animo puri ed intimi dell’individuo. Esprimere è uccidere. Dunque non si può né si deve esprimere” . Furono questi, sostanzialmente, i motivi di fondo che indussero Evola ad aderire al dadaismo, ma, paradossalmente, furono anche la causa del suo distacco da esso, allorquando comprese che il movimento di Tristan Tzara non era altro che “una sterile ancorché nobile ed intelligente, reazione intellettuale che si risolveva nel mero negare”. Evola si mostra dunque insofferente alle prospettazioni nichilistiche insite nelle forme modernissime di arte e di espressione, ben rappresentate, fra gli altri, dagli esiti politici cui pervennero Aragon, Eluard, Breton. In Italia, a soli ventidue anni, fu tra i primissimi a rappresentare l’arte astratta, e ne abbozzò la teoria in una minuscola pubblicazione, Arte Astratta, appunto. In questo libretto denunciava l’aspiritualità di tutto ciò che comunemente viene considerato spirituale, preludendo scelte più ardite: l’incontro con Nietzsche, l’adesione ad una Weltanschauung puramente spirituale. L’arte astratta non è, però, il solo mezzo espressivo usato da Evola, egli coltiva anche interessi per l’esoterismo e l’alchimia, che non si esauriscono in superficiali curiosità intellettuali, ma vengono vissuti con totale partecipazione esistenziale. “In modo confuso ma intenso, si manifestava il congenito impulso alla trascendenza. In questo contesto, vi è anche da accennare all’effetto di alcune esperienze interiori da me affrontate a tutta prima senza una precisa tecnica e coscienza del fine, con l’aiuto di certe sostanze che non sono gli stupefacenti più in uso, e l’impiego dei quali richiede anzi, nei più, il superamento di una naturale rivolta dell’organismo e un particolare controllo di esso. Mi portai, per tal via, verso forme di coscienza in parte staccate dai sensi fisici. Passai non di rado vicino all’area delle allucinazioni visionarie e fors’anche della pazzia. Ma una costituzione fondamentalmente sana, il carattere autentico dell’impulso che mi aveva condotto verso queste avventure e un’intrepidezza dello spirito mi portarono oltre” . Le sostanze usate da Evola sono, probabilmente, l’oppio e l’etere, evocati piu volte nelle poesie scritte durante la Prima Guerra Mondiale. “Iniziai le pratiche in piena guerra, in alta montagna, a 500 m. dal nemico” . In una recente raccolta di saggi sul pensiero evoliano, Claudio Bonvecchio commenta: “Naturalmente tutto ciò per chi non si sforza di comprendere il pensiero di Evola è pura insensatezza. Per chi, insomma, non si pone nell’ottica di un pensiero in cui ogni ordine mondano è inscritto nell’ordine cosmico di cui l’uomo è parte, le sue appaiono pure fantasticazioni. Ne discende ovviamente che chi non si colloca in questa prospettiva e accetta il proprio radicamento nell’Ombra, tende, compensativamente, a inseguire ogni ombra, facendone un simulacro di verità. E allora il caso Evola si risolve nell’ideologia di un fascista irriducibile che sogna improbabili ritorni nella nostalgia di un passato che –come ogni passato- non torna. Il pensiero di Evola, impopolare e inattuale, ci appare, oggi più che mai, qualcosa di estraneo, altro da noi, che ci urta e ci allontana dalle nostre certezze. Ma proprio per questo, come per qualsiasi “altro da noi”, non si tratta di condividere, assecondare oppure demonizzare: si tratta, anzitutto, di capire. “La filosofia è la riflessione giunta a riconoscere la propria insufficienza e la necessità di un atto assoluto partente dall’interno”  . Evola considera l’idealismo, come pensiero critico-gnoseologico, punto di arrivo della filosofia occidentale.
Assumendone l’impulso originario, e portandolo fino alle conseguenze estreme, esso ci apparirà non più come una soluzione, ma un problema, il punto di partenza per un possibile passaggio a quel mondo superrazionale e metafisico lontano da speculazioni intellettuali. Senza questo salto qualitativo, la filosofia rimane mero bizantineggiare; oppure si trasforma in specialismi senza uscita, incapaci di grandi sintesi, che spingono l’uomo ad atteggiamenti a carattere prevalentemente pratico di fronte al mondo. “Ogni filosofia, in ultima istanza, è sempre un simbolo, il segno espressivo di una tendenza che la precede e che in se stessa è irriducibile al dominio razionale: il più delle volte, essa appartiene all’irrazionale nel qual caso si rende possibile una semplice psicologia della filosofia, in altre al superrazionale” . Tutto ciò pone inevitabilmente l’uomo di fronte ad un bivio: “farsi agire”, spinti da un pensiero teoretico incapace di realizzarsi, che ci induce all’interno di una spirale senza fine e provoca i traumi esistenziali tipici della modernità; “agire”, seguendo quell’impulso profondo ed ancestrale il cui nome è volontà di potenza. Questo agire segna, nello stesso tempo, la fine dell’idealismo classico ed il suo coerente svolgimento: nasce così quella che Evola, riprendendo un termine coniato da Novalis, chiama “idealismo magico”. Il tentativo evoliano di risolvere la teoria filosofica in prassi, non è certo il solo; lo avvicina, per certi aspetti, a pensatori che hanno una visione del mondo e dell’uomo diametralmente opposta alla sua. Marx costituisce, in tal senso, un esempio singolare ed illustre. Una differenza sostanziale tra Marx ed Evola, può essere colta nel luogo in cui va ricercata la soluzione ai problemi esistenziali: il primo lo individua all’esterno dell’uomo, in una possibile società di liberi ed uguali, che informa tutti gli individui che la compongono dei propri valori; il secondo lo identifica all’interno dell’uomo, non di tutti gli uomini tuttavia, solo di coloro i quali, attraverso una rivoluzione interiore, siano divenuti “individui assoluti”. Queste semplici considerazioni dimostrano come, per Evola, esista, tra gli uomini, una differenza ontologica dalla quale non si può prescindere, determinante nello stabilire chi sia portato ad “agire” o ad “essere agito”. Il soggetto pensato dagli idealisti, si chiami Spirito, Atto, Volontà, è un’ipostasi; perché “la realtà del pensiero non risiede nei contenuti che reca alla conoscenza, bensì nella identità che in essa si attua fra oggetto e soggetto”  : questa identità annulla l’uomo nel cosmo ed il cosmo nell’uomo. Il bersaglio principale dell’Evola filosofo è, tuttavia, l’idealismo attuale, dal quale diverge in due punti fondamentali: l’atto gentiliano è puramente gnoseologico, l’atto evoliano è creativo; l’io di Gentile è inghiottito da Dio, invano camuffato da io trascendentale, l’io di Evola è l’individuo assoluto, o assoluta individualità, “all’arbitrio della volontà del quale tutto ciò che è, è dovuto” . Se l’io vuole essere autenticamente creatore, non può fermarsi all’impotenza dell’io idealistico, ma è necessario, con un movimento concreto, “farsi Dio”, unendo ragione, forze extrarazionali ed esoterismo orientale. Per questo, “all’interno della propria natura, l’uomo qualificato deve poter percepire direttamente la dimensione della trascendenza, giacchè nell’epoca della dissoluzione il senso della trascendenza non può essere conferito dall’esterno” . Così, per Evola, Dio, Spirito, Io trascendentale, sono solo nomi, parole vuote, espressioni prive di realtà: l’uomo, incapace di modificare la propria struttura ontologica, inconsapevole della potenza racchiusa nel suo io più profondo, crea feticci metafisici, surrogati di sé stesso. Se è vero che nasce come “ente generico”, è pur vero che deve esistere, in vita, la possibilità di svincolarsi da una costrizione che toglie ogni libertà: pena l’insopportabilità dell’esistenza. Non esiste una verità a priori, l’uomo non è frutto di una potenza esterna che lo precede: questa potenza è il suo nudo io, potenza in divenire, che si realizza alla fine del cammino diventando Dio. E’ questo percorso, dal meno al più, da uno stato di subordinazione passivamente ed inconsciamente accettato, alla piena realizzazione di sé stesso, non più essere condizionato ma condizionante, che Evola indica nelle sue opere filosofiche.
 “Dire quanto Evola abbia effettivamente realizzato personalmente, o se mai abbia realizzato la potenza, è semplice presunzione, ed indebita invasione di un campo che è per principio preclusa a noi e a chi scriva su di lui. Iscritto alla Facoltà di Ingegneria di Roma, ma aspirante pittore e desideroso d’avanguardia “dato che in Italia come movimento artistico d’avanguardia praticamente esisteva quasi soltanto il futurismo” ad esso si avvicina divenendo in particolare amico di Balla. Il suo studio era divenuto, intorno alla metà degli anni dieci, luogo di incontro e di apprendistato per i giovani artisti romani. Per Evola non si tratta però solo di pittura e frequentando Balla e i suoi allievi ha anche modo di alimentare la sua curiosità per le discipline di natura esoterica, interesse comune nei circoli intellettuali di inizio secolo e molto diffuso in ambito artistico sia europeo basti pensare a Kandinsky, Mondrian e, per noi di maggiore interesse Duchamp sia italiano serpeggia tra gli aderenti al gruppo futurista, da Balla a Bragaglia, tra le pagine di Italia Futurista e nell’opera pittorica del versante più astratto del movimento: Ginna, Maria Ginanni, Rosa Rosà e Mario Carli. In una testimonianza su Evola il pittore Arnaldo Ginna ricorda: “non so precisamente definire gli studi e le esperienze di Evola, so soltanto che ciascuno di noi aveva tra le mani i libri di teosofia della Besant e della Blavatsky, e poi le opere di antroposofia di Rudolf Steiner. Si parlava, da Balla, soprattutto di arte, ma non si disdegnava anche quest’ultimo interesse.” Altri libri di cui Evola è avido lettore sono quelli della collana “Cultura dell’anima” fondata da Giovanni Papini seguito da Evola anche sulle colonne di Leonardo e Lacerba - ed edita dall’editore Rocco Carabba. Collana di natura essenzialmente filosofica e attraverso cui l’Italia conosce Nietzsche, alterna al prezzo popolare di una lira, filosofi greci e contemporanei, scritti di mistici e santi, testi esoterici, buddisti e di filosofia ebraica e apre agli adolescenti di allora orizzonti ben più vasti di quelli offerti dalla cultura ufficiale. Con questa collana, le riviste e i suoi scritti, Giovanni Papini diviene figura fondamentale nella formazione di Evola, principale esponente “dell’unico vero Sturm un Drang che la nostra nazione abbia conosciuto, dell’urgere di forze insofferenti del clima soffocante dell’Italietta borghese del primo novecento.” Lo attrae di lui l’aspetto più nichilista, paradossale e polemico contro l’accademismo, il servilismo intellettuale e la morale borghese, vissuto con l’autenticità che emerge nell’autobiografico Un uomo finito, opera che raccoglie unanimi consensi e suscita incondizionati e giovanili entusiasmi. Vi sono alcuni aspetti però dei futuristi che Evola non condivide e l’insofferenza nei loro confronti si fa più acuta allo scoppio della guerra e al contrapporsi di vedute tra interventisti e non, nel periodo della dichiarata neutralità del paese. Ad Evola sembra inconcepibile che i futuristi abbracciano i luoghi comuni patriottici e accettino, supinamente, l’idea che si tratti di una guerra per la difesa della civiltà contro il barbaro invasore. Si proclama sì interventista, ma a fianco della Germania, nel rispetto della Triplice Alleanza e questa sua posizione fa inorridire e dire a Marinetti: “Le tue idee sono più lontane dalle mie di quelle di un eschimese. Rientrato a Roma dalla guerra cade in un profondo stato di malessere esistenziale. Spinto dal disgusto e dall’insofferenza per la vita quotidiana e incalzato da un innato impulso alla trascendenza, si dedica dapprima all’esplorazione della coscienza e dei suoi stati di alterazione con l’uso di stupefacenti e poi allo studio di testi esoterici, entrando in contatto con gli ambienti occultistici romani. Il dadaismo gli viene incontro in questo periodo, probabilmente attraverso Prampolini e la collaborazione di alcuni dadaisti alla sua rivista Noi, offrendogli il miraggio di un affrancamento dall’avanguardia italiana e la possibilità di un’apertura, a livello internazionale e su un piano più elevato, non solo artistico, ma esistenziale, di un’adesione incondizionata e di un riconoscimento, che è per lui quasi identificazione, nella figura di Tristan Tzara. Malgrado la sua apparente brevità in essa si racchiude un periodo di tempo ampio e denso di avvenimenti, che inizia nel 1917 - con i riferimenti alle riviste ove vengono pubblicati i primi poemi di Tzara – attraversa il periodo della guerra e del primo dopoguerra quando, l’affinità tra la produzione poetica e filosofica elaborata autonomamente da Evola e il dadaismo, viene a lui rivelata da “qualcun altro”, forse da Prampolini, che con il dadaismo aveva avuto a che fare a partire dal 1916. Prampolini probabilmente avverte l’alterità di Evola in seno al futurismo e ne predice l’imminente separazione del movimento. Evola, fin da questa prima lettera, dichiara il suo interesse per aspetti teorici e fondanti che il dadaismo invece rifiutava di avere e benché dichiari di voler fare della sua rivista un organo di diffusione del dadaismo in Italia, risulta schiacciante nella lista dei collaboratori indicati a Tzara, la presenza futurista. Semplificando, si possono isolare tre “questioni” che saranno analizzate nei successivi paragrafi: la prima fase della partecipazione italiana al dadaismo, l’elaborazione teorica dell’attività artistica di Evola e il suo progetto di fondare in Italia una rivista dadaista. Abbiamo visto come Evola si avvicini al dadaismo tramite e su consiglio di Prampolini e come scriva a Tzara, quando ancora ignora quasi tutto del dadaismo, desideroso di “conoscere le posizioni del movimento.”Il suo proposito iniziale è quello di verificare la vicinanza a Dada di alcuni suoi scritti la raccolta di poesie Raaga blanda mia cattiva sfera e i saggi di filosofia mistica Il sole della notte vicinanza che i suoi amici gli hanno suggerito. Al momento di questa prima lettera entrambe le raccolte sono ancora in attesa di un’editore. Svanisce per Raâga Blanda mia cattiva sfera la proposta di Marinetti e le Edizioni futuriste di Poesia occorrerà aspettare Scheiwiller e il 1969 mentre un estratto di Il sole della notte viene pubblicato con il titolo “L’arte come libertà e come egoismo”, nel numero di Noi del gennaio 1920, primo numero cui Evola collabora. Il testo, con alcune modifiche e aggiunte, sarà poi nuovamente pubblicato nel 1920, dopo l’avvenuto incontro di Evola con il dadaismo, con il titolo di Arte Astratta. La convinzione con cui Evola afferma essere il suo un “libro effettivamente Dada” ha spinto Tzara, che pur non lo ha letto, ad ammetterlo tra i testi della Collection Dada e me a tentare un’analisi del testo, nelle sue successive stesure per comprendere quanto di implicitamente dadaista vi fosse nella prima e quanto di più direttamente influenzato nella seconda, servendomi di alcuni testi di Tzara e del metodo comparativo. Vi è ad esempio in “L’arte come libertà e come egoismo” e nel Manifesto sull’amore debole e l’amore amaro” una curiosa rispondenza tra due tipi di umanità descritti: tra “l’uomo del mercato” di Evola, che “cerca l’oblio, l’assenza di sé stesso” e il “selfcleptomane” di Tzara, che “sottrae senza preoccuparsi del proprio interesse, né della propria volontà elementi della propria personalità.” È per comodità, abitudine, paura e indolenza, che il primo rinuncia alla “fiamma interiore che giace abbandonata sotto i suoi piedi”, che “se posseduta, gli scardinerebbe tutte le sue tiepide città, gli distruggerebbe tutti i suoi ideali ridicoli, i comodi, le voluttuose assenze: lo annienterebbe” e il secondo “deruba sé stesso. Fa sparire quelle caratteristiche che lo distinguevano dalla comunità. Quel che c’è di più comodo e di meno pericoloso non è forse derubare sé stessi?” Così per l’uomo del mercato di Evola “quel che vi è di fondamentalmente puro, di originale nell’individuo non si conosce, non si ha” e i selfcleptomani di Tzara “hanno un gran daffare con i lori cervelli. Non ce la faranno mai a finire. Lavorano. Si tormentano si ingannano si derubano sono molto poveri.” Vi è poi in questo di Evola e nel “Manifesto Dada 1918” di Tzara la stessa insoddisfazione per i limiti della filosofia - per la filosofia di Kant in particolareEvola scrive: “La filosofia non può nulla non si può vedere una scatola standovi rinchiusi”  e per la dialettica di Hegel ,Tzara rincara “il problema è la filosofia . Tutto quel che si vede è falso. Questo modo di guardare subito l’altro lato di una cosa, per imporre indirettamente la propria opinione, si chiama dialettica, cioè, discutere sul prezzo dello spirito delle patatine fritte, ballandoci intorno la danza del metodo” e per la scienza “vera in quanto utile” per Evola che “quindi ha il valore che per la creazione di un artista, ha il vantaggio del rasoio automatico” e che “ripugna” Tzara “non appena diventa speculativa-sistema; non appena perde il suo carattere di utilità – così inutile – ma perlomeno individuale.” Vi è la stessa possibilità intravista nell’arte. Non “l’arte come è intesa genericamente”, dice Evola, ossia istinto, sentimento, psicologia o formalismo e che per Tzara “non ha quell’importanza che noi, masnadieri dello spirito, le stiamo cianciando da secoli”, ma “l’arte come fatto egoistico,  lusso, come un chiaro capriccio dell’individuo che ha trovato e realizzato sè stesso, l’unico per la prima volta” per Evola e l’arte “come cosa privata” e “coscienza di un supremo egoismo” per Tzara. Sono due, ma potrebbe essere un’unica voce. Il testo di Evola è molto più breve del manifesto di Tzara e la versione ampliata in Arte Astratta colma lacune presenti più per motivi di spazio che non ideologici. Anche Evola individua nel “principio di comodità” l’unica giustificazione reale di logica e morale, per altro prive di fondamento valido. L’uomo scrive regole e principi che funzionano in un sistema che lui ha costruito, ma finisce col pensare che tale sistema sia a lui indipendente, che regole e principi siano eterni ed universali. Se poi ha bisogno di credere che tale sistema non proceda in modo puramente meccanico, crede di vedere in esso l’opera e il progetto di un’autorità a lui superiore. Ritrovare sé stessi, riappropriarsi di sé stessi significa per Evola, guardarsi da fuori, vedere quel pezzo di sistema corrispondente al nostro io, opporsi alla forza che inconsapevolmente lo trascina e che Evola chiama “inerzia spirituale”, superare ciò che è umano e pratico, sentimento e istinto e la conoscenza viziata dai sensi e dalla cultura. “Ma occorre saper non vedere, non trovare, non avere: porsi nel nulla, freddamente, sotto una volontà lucidissima e chirurgica.” Scoprire con distacco la natura illusoria e relativa del sistema e ricondurlo all’io, come sua rappresentazione. Non a caso l’ingegnere è descritto nel giorno di festa: sapiente, egli che ha costruito le sue macchine, sa anche come fermare, modificare o invertire il loro funzionamento. Infine  posso dire che la figura di Julius Evola pare ormai difficile negare una specifica, anche se controversa, rilevanza all’interno del panorama culturale e politico novecentesco. Ciò malgrado, la sua opera continua ad essere studiata in una dimensione, per l’appunto, spiccatamente conflittuale. Da una parte sono numerosi, infatti, gli studi dal carattere accentuatamente apologetico, e perfino agiografico; dall’altra, invece, sono frequenti liquidazioni radicali e, in non pochi casi, aprioristiche. Tutto ciò non ha certamente contribuito a creare le condizioni per un esame critico dell’uomo e della sua opera, che oggi appare però urgente. La presente tesi di dottorato, pur nella consapevolezza dei suoi limiti, oggettivi e soggettivi, si prefigge di compiere un passo in questa direzione. Per raggiungere, anche se solo tendenzialmente, l’obiettivo richiamato, sarà quindi opportuno, da un lato, prendere le distanze dalle posizioni di adulatori politicamente vicini alle idee dell’ideologo della destra radicale, posizioni estremistiche, che hanno contribuito a determinare, in non piccola parte, l’ostracismo dell’ambiente accademico, e un atteggiamento di convenzionalistica profilassi culturale nei suoi confronti; ma dall’altro, sarà anche necessario andare oltre quelle liquidazioni eccessivamente totalizzanti che hanno impedito la considerazione degli aspetti, anche di sostanziale novità, apportati dall’esperienza di Evola, che è stato un dei raro esempio, all’interno del panorama culturale italiano del secolo scorso, di interesse profondo ed autentico verso culture extraeuropee, come risulta dai suoi numerosi studi sull’alchimia, sullo yoga, sul buddhismo. L’estrema eterogeneità degli argomenti trattati, costituisce un rilevante problema per chiunque si confronti con la produzione evoliana. Il pensatore romano, spazia da interessi artistici allo studio di dottrine sapienziali, dal tradizionalismo alla simbologia ed alla mitologia. Risulta pertanto importante adottare delle prospettive d’indagine che, pur non risultando pregiudizievoli per la comprensione dell’insieme, facilitino l’articolazione del materiale e la presa su di esso. La mostra è completata da un catalogo con un testo di Vittorio Sgarbi, Presidente del Mart, e saggi dei curatori Beatrice Avanzi e Giorgio Calcara e dello studioso Guido Andrea Pautasso.
Museo MART di Rovereto
Julius Evola. Lo Spirituale nell’Arte
dal 15 Maggio 2022 al 18 Settembre 2022
dal Martedì alla Domenica dalle ore 10.00 alle ore 18.00
Venerdì dalle ore 10.00 alle ore 21.00
Lunedì Chiuso