E’ il deus ex-machina più rappresentativo della galassia Bill Gates. La dimensione non solo più semplicemente visiva e uditiva, quale poteva essere quella della galassia Marconi, si eleva ad un grado più alto con l’invenzione della “trasmissione a distanza” dell’immagine in movimento: in altre parole, della televisione, ulteriormente potenziata, in quanto ad effetti speciali , dal World Wide Web. In questo contesto, Bill Viola, appare un vero outsider: agisce al di fuori delle metodologie artistiche di stampo duchampiano e warholiano o, perlomeno, del primo fa propria  la tendenza all’intellettualismo e, del secondo, l’uso non tanto dell’immagine multipla in chiave pubblicitaria ma dell’immagine sì, però innalzata a tutte le potenzialità della videoarte.
Si ammette di non disporre delle necessarie, specifiche competenze in materia di tecnologie televisive, come a dire, di realtà virtuale, di realtà immersiva,  ovvero di wetware (sistemi direttamente collegati al cervello del fruitore). Per questo motivo e nella supposizione che il lettore abbia visionato almeno qualche video prodotto da Bill Viola, si ha, forse, l’ardire di parlarne nei termini  piani di una semplice e  – si spera –  gradevole presentazione.
Il nostro nasce nel 1951 a New York, si laurea in Experimental Studies, lavora come  tecnico video all’Everson Museum, ed esordisce con proprie produzioni nella prima metà degli anni settanta. Appalesa immediatamente la sua “cifra” video-artistica, alla quale, per altro, resterà per sempre legato: il mondo reale è la sua ispirazione prima, dal quale trae immagini o, più esattamente, “storie per immagini” opportunamente manipolate ed elaborate.
La sua videoarte, tanto prossima ad un’arte visionaria e fantastica, supportata da un apparato di media tecnologici tra i più avanzati, si avvale fondamentalmente di due modalità formali: una “scenografica” e una “musicale”. Nei video le figure umane non comunicano  tra loro, si muovono lentamente (la scena viene registrata ad alta velocità e proiettata in slow motion estremo), e con gesti ed espressioni facciali narrano  storie intrise di emozioni, meditazioni, passioni. E sono storie che affondano, come si è osservato, negli aspetti universali della vita umana (nascita, morte, incontri, conoscenza, fede), dove non mancano riferimenti alle culture spirituali occidentali e orientali.
 Ogni installazione video-audio comporta, si capisce, necessariamente una durata. Ed è in questa estensione temporale che è chiamata in causa, e quasi rapita, l’attenzione dell’osservatore. Il soggetto della narrazione non sempre è esplicito e, quando lo è, già nel titolo (Vasca riflettente 1977, il Passaggio 1991,il Saluto 1995, Emersione 2002) non si sottrae a suggestioni visive prossime al sogno, teatro del visionario fittizio eppure coinvolgente.
Qui si scopre un’altra delle valenze della videoarte violiana: la rappresentazione si costruisce con immagini tratte dalla realtà; ma arriva, immancabile, il sortilegio del movimento “al rallentatore” e una scena, come può essere, per esempio, quella della Visitazione (1995, durata 10’22”)  del nostro Pontorno, assume sullo schermo l’incantamento che la pittura non può dare ma solo suggerire: la meraviglia di Elisabetta all’arrivo inatteso della cugina, le braccia che si levano in entrambe a suggellare l’abbraccio imminente, l’effettivo abbracciarsi tra le due figure predestinate ad un comune e miracoloso evento, lo scambiarsi l’intimo e segreto annuncio, il tutto in un fastoso apparato di costumi  baroccheggianti e nel sottofondo di un suono di altissima qualità.
Gli effetti speciali di cotali installazioni video-audio sono indubbiamente la forza, anzi, la potenza della “spettacolazione” che, diversamente, sarebbe solo mero evento cinematografico. Lo si può vedere e apprezzare – è ancora un esempio – nella straordinaria installazione video-audio, ad alta definizione e a colori,  Ascensione di Tristano (2005, durata 10’16”)). Qui si coglie,verosimilmente, il momento trascendentale della morte. L’anima è rappresentata da una sagoma umana, dapprima giacente su una lastra di pietra. Da questa figura fantasmagorica si vedono appena zampillare delle goccioline d’acqua che, impossibilmente a ritroso, salgono verso l’alto. Ad un di presso succede che quelle goccioline prendono corpo e divengono una pioggia leggera, che – sempre nella direzione dal basso in alto – si trasforma in una sorta di cascata frastornante che, salendo,  guadagna via via lo spazio più in alto. L’anima, ovvero la sagoma, prende a muoversi e, come sospinta dall’acqua, si solleva dalla pietra e, con l’aiuto dell’acqua, decolla nell’infinità dello spazio. Scena finale: la cascata si placa, tornano la pioggia e le goccioline, la pietra vuota,  e sepolcro a cielo aperto non più “abitato”.
Anche questa installazione ha da raccontare la sua storia segreta, che non comincia e non termina nella facile intuizione del "viaggio dell’anima”. C’è un grado supplementare di interpretazione, che aleggia nella sala della rappresentazione e nella mente degli osservatori-spettatori: «… e se fosse così’?», oppure «e, se non fosse così, come potrebbe essere?». Ti resta in cuore, o nella gola?, il Grande Interrogativo, sovrano insondabile dubbio.
In Incontro (2012, durata 19’19”), lo spettatore assiste ad una scena che vuole essere estremamente emblematica: Due donne, un’anziana e una più giovane, camminano all’insaputa l’una dell’altra. Il paesaggio appare sfumato e il loro viaggio si compie in una landa deserta. Forse accidentalmente,  avviene l’incontro tra le due. Si fermano. La più anziana, soprattutto col movimento delle mani, prende a parlare, e parla e parla, e le due, alla fine, confabulano. I critici vi hanno visto il mistero della conoscenza, che, tra gli umani, inizia, nella vaghezza distraente del mondo (il deserto),  con l’”incontro” tra persone, a cui segue, il più delle volte, la comunicazione, questo treno misterioso di parole che, partendo dalle dissonanti stazioni dei vocii infantili, percorre di seguito tutto l’itinerario della conoscenza, fin dove la natura di ciascuno e le circostanze della vita possono condurlo.
La computer art di Viola, ovvero la sua poetica – e ciò ormai è chiaro – ha trasformato quella che è ancora vista come un’installazione in una continua e più significativa performance in forza di una sua connaturata caratteristica: l’immagine video – come si è cercato di sottolineare – non è fissa, dunque, è in movimento e stabilisce una durata. È in questa espansione temporale che la video-arte consuma tutta la sua valenza, che coinvolge l’autore e lo spettatore: l’autore, dimentico dell’uso di tutti i suoi apparati tecnici, si spoglia delle sue vesti di demiurgo di mass media per indossare, come in antico, come sempre, il camice dell’artista e interpreta a suo modo, nuda e cruda, la realtà in cui vive, trasferendovi le lusinghe e le suggestioni del suo genio creativo. L’osservatore, in questo caso lo spettatore, in luoghi a loro volta consoni alla circostanza e capaci di trasformare la realtà virtuale in realtà aumentata (quali, ad esempio, la cattedrale di Saint Paul a Londra o la chiesa di San Gallo a Venezia), fa la sua esperienza immersiva: lo sguardo non gli basta più perché, in suo soccorso, accorre la schiera delle sue esperienze di vita, delle sue rimembranze e delle sue conoscenze per celebrare il giubileo della visione artistica.
 
     Luigi Musacchio
 
 
1 agosto 2022

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