Giovanni Cardone Gennaio 2023
 
Fino al 13 Febbraio 2023 si potrà ammirare al MANN-  Museo Archeologico Nazionale di Napoli la mostra Bizantini. Luoghi, simboli e comunità di un impero millenario a cura di Federico Marazzi. Il progetto scientifico dell'esposizione è stato sviluppato da un team di studiosi italiani della civiltà bizantina, team guidato dallo stesso Federico Marazzi e composto da Lucia Arcifa, Ermanno Arslan, Isabella Baldini, Salvatore Cosentino, Edoardo Crisci, Alessandra Guiglia, Marilena Maniaci, Rossana Martorelli, Andrea Paribenied Enrico Zanini. La mostra, coordinata da Laura Forte (Responsabile Ufficio Mostre al MANN) e organizzata da Villaggio Globale International, è realizzata con il sostegno della Regione Campania (POC Campania 2014-2020) e in collaborazione con l’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli. Il progetto di allestimento è di Andrea Mandara e quello grafico di Francesca Pavese. Come dichiara il Direttore del Museo Paolo Giulierini : Esiste una Campania archeologica dopo la caduta di Roma e raccontare in una grande mostra i mille anni di questo impero è per il MANN una nuova tappa del percorso, partito dai Longobardi, verso una più completa identità del nostro stesso museo. Napoli bizantina è un tema cruciale e per molti sarà una sorpresa, alla scoperta di un intreccio di destini tra la città e l'impero lungo sei secoli, dopo la sottomissione a Roma, il tratto più lungo della sua storia. E anche quando il dominio bizantino di Napoli evaporò, questo legame con l'Impero non fu mai rinnegato e si trasformò in volano per tenere vivi i contatti con il Mediterraneo, la tensione verso altri mondi. Il MANN è quindi il luogo ideale in Italia per raccontare questa storia”. Diversi i temi affrontati: la struttura del potere e dello Stato; l'insediamento urbano e rurale; gli scambi culturali; la religiosità; le arti e le espressioni della cultura scritta, letteraria e amministrativa. Sono oltre quattrocento le opere esposte, provenienti dalle collezioni del MANN e da prestiti concessi da 57 dei principali musei e istituzioni che custodiscono in Italia e in Grecia materiali bizantini (33 istituti italiani, 22 musei greci isole incluse, Musei Vaticani e Fabbrica di San Pietro). Grazie alla prestigiosa collaborazione con il Ministero Ellenico della Cultura, molti dei materiali in allestimento sono visibili per la prima volta: diversi manufatti sono stati rinvenuti, infatti, nel corso degli scavi per la realizzazione della metropolitana di Salonicco. Altri reperti, concessi in prestito dalla Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per il Comune di Napoli, sono stati ritrovati negli scavi della linea 1 della metropolitana. Gli oggetti in mostra si distinguono per la varietà di materia e funzione: sculture, mosaici, affreschi, instrumentum domesticum, sigilli, monete, ceramiche, smalti, suppellettili d’argento, oreficerie ed elementi architettonici danno conto di una complessa realtà, connotata da eccellenze manifatturiere e artistiche. Grazie ai simboli dell’Impero d’Oriente, la creatività del mondo antico “transita”, così, verso il Medioevo, con un linguaggio rinnovato dalla fede cristiana e arricchito da innesti culturali iranici e arabi. In una mia ricerca storiografica e scientifica sui Bizantini apro il mio saggio dicendo : Quando si parla di «Italia bizantina», vien fatto di pensare principalmente alla produzione storiografica straniera, in particolare francese, alla quale va riconosciuto il merito d'aver avviato, già nel secolo scorso, studi specifici e sistematici al riguardo e di averli proseguiti fino ai nostri giorni con solidità di metodo e di trattazione. Tuttora nella visione e nell'interpretazione della storia e della cultura delle province italiane dell'Impero di Bisanzio ci ispiriamo, in larga misura, a categorie e schemi proposti da autori quali il Cohn e lo Hartmann, il Diehl ed il Gay, i cui manuali hanno peraltro canonizzato la distinzione di tale storia in due sequenze cronologiche omogenee in quanto rispondenti ad altrettanti assetti politico-territoriali della dominazione bizantina: l'una, dal VI alla metà dell'VIII secolo, segnata dalla conquista giustinianea, dall'istituzione e dalla preminenza del governo esarcale; l'altra, dalla metà dell'VIII all'XI secolo, caratterizzata dalla persistenza del dominio bizantino soltanto nell'Italia meridionale . Siffatte considerazioni sono prologo obbligato a uno studio, come quello che mi accingo a presentare, che abbia per oggetto il ducato di Napoli, provincia dell’Impero bizantino dal 536 al 1139, quando, ridotto ormai in angusti confini geografici, si consegnò volontariamente a Ruggero II, fondatore della monarchia normanna e signore incontrastato del Mezzogiorno, che ne prese possesso, nel settembre del 1140, entrando nella città capitale tra l’acclamazione generale. Certo, la provincia napoletana aveva iniziato già secoli addietro quel lento processo che, tagliando progressivamente i lacci che la legavano alla sovranità di Costantinopoli, le aveva garantito una sostanziale autonomia dall’Impero, del quale, a partire dalla prima metà del secolo IX, si configurava piuttosto come una sorta di protettorato, scelto soprattutto al fine di conservare la sua indipendenza dai dominatori che si avvicendavano di volta in volta nel Mezzogiorno e, a partire dal X secolo, di fortificare il principio di legittimità attraverso la creazione di uno stato ereditario . Segno evidente di questa lenta trasformazione sono quei frequenti cambi di fronte operati dalle autorità napoletane, intese nel senso delle due massime rappresentanze, ossia duca e vescovo, almeno a partire dalla seconda metà del secolo VIII, periodo che si configura come il punto cruciale per capire i successivi sviluppi delle vicende politiche del ducato. Non può pertanto sfuggire all’accorto lettore l’importanza di determinare i criteri in base ai quali si andò formando, già in quell’epoca, il meccanismo di scelta della classe dirigente napoletana, le cui massime autorità, duca e vescovo appunto, divennero stabilmente un appannaggio familiare dalla seconda metà del IX secolo. Una prima sintetica definizione dei confini politici del ducato di Napoli, tra VI e VIII secolo, era stata proposta dal Diehl nelle pagine del suo volume, tutt’oggi fondamentale, Études sur l’administration byzantine dans l’Exarchat de Ravenna (568-751) . I confini del dominio bizantino in Campania risultano mutevoli, incerti e instabili. Nella fase successiva alla guerra greco-gotica la regione corrispondeva all’antica regione romana compresa tra Terracina e il Sele . Ma rottasi l’integralità territoriale dell’Italia per l’invasione longobarda, successivamente alla riorganizzazione della geografia amministrativa operata da Maurizio (582-602), il Liri, a sud di Formia, coincideva ormai nell’ultimo lustro del sesto secolo con il confine meridionale del nuovo ducato di Roma. Cosicché, a causa della progressiva espansione del ducato di Benevento (570 ca.) , la Campania bizantina, coincidente con l’omonimo ducato, si era ridotta alla sola fascia costiera compresa tra Lago di Patria e il Sele, a sud di Salerno, alle isole del Golfo ? Ischia, Procida, Capri e Nisida e al ristretto entroterra che dalla settentrionale regione di Liburia o Terra di Lavoro degradava verso sud entro i confini stabiliti da Acerra, Nola e Nocera. Il suo capoluogo, Napoli, analogamente agli altri capoluoghi di ducato, era diventato la sede dei funzionari imperiali.Nel 591-592 Napoli era ancora posta sotto il comando di un tribunus, il vir magnificus Costanzio, insediato da Gregorio Magno al comando della guarnigione cittadina per respingere l’assedio dei beneventani. Negli anni seguenti, ai vertici dell’amministrazione di Napoli e della Campania sono attestati il magister militum Maurenzio (598-599), e i due duces Gudiscalco (600) e Guduin (603). Secondo il Cassandro, nel solco del quadro generale dipinto dal Diehl, la predilezione del papa per Maurenzio, interpellato anche per questioni di carattere minore, quasi fosse l’unico interlocutore dell’Impero in Campania, è chiaro indice del ruolo preminente assunto dal magister militum nell’amministrazione di Napoli . In realtà, fatto salvo il principio generale di lenta trasformazione amministrativa dei quadri locali, tale predilezione del pontefice si potrebbe spiegare, a mio avviso, in virtù del rapporto personale che lo legava a Maurenzio, col quale vi erano state diverse occasioni di collaborazione già negli anni precedenti. Nel settembre 590, il papa aveva invitato lo scolastico Paolo a prestare il suo aiuto a Maurenzio, che, in veste di chartularius imperiale, era in procinto di raggiungere la Sicilia nell’interesse di Roma, assediata dai nemici e agitata dalla rivolta della milizia cittadina . È probabile che Maurenzio si stesse recando in Sicilia non solo per i rifornimenti di grano, ma anche per provvedere alla coscrizione . Da una lettera successiva, posteriore al febbraio 591, apprendiamo che Maurenzio, al suo arrivo in Sicilia, avrebbe prestato, su invito di Gregorio, il suo personale soccorso a Nonnoso per il recupero di alcune proprietà  . Ancora una volta la collaborazione tra i due personaggi è evidente in una lettera dell’aprile 596 , concernente una questione insorta con il notaio Castorio, aprocrisario pontificio a Ravenna. È il rapporto fiduciario tra Gregorio e Maurenzio, come lasciano intendere le parole dello stesso pontefice , il motivo della fitta corrispondenza intercorsa tra i due negli anni in cui Maurenzio fu magister militum di Napoli. E ciò risulta maggiormente evidente dalla diminuzione delle missive pontificie all’indirizzo dei due duces napoletani successivi ? due lettere in tutto, una per ognuno ?, concernenti lo stretto campo d’azione che era nelle prerogative della loro funzione . Nell’epistolario gregoriano è attestato uno iudex Campaniae che conservava ancora ampia giurisdizione. Conferita secondo le norme giustinianee, a cui si è precedentemente accennato, la carica è attestata fino alla prima metà del VII secolo, allorché se ne ritrova ultima menzione in una lettera non datata di Onorio I (625-638): una lettera con la quale il papa chiedeva ad Anatolio, magister militum di Napoli, di consegnare allo iudex provinciae un miles del castrum di Salerno colpevole di omicidio, dopo averlo spogliato del privilegio militare . Infine, a proposito dell’amministrazione curiale, si rileva a Napoli la sopravvivenza del senato cittadino, convocato in occasione dell’elezione del vescovo , e la presenza di un maior populi, il vir magnificus Teodoro . È inoltre da segnalare la persistenza, ancora alla fine del VI secolo, delle corvées obbligatorie, ossia le prestazioni gratuite cui tutti i cittadini erano tenuti ad avvicendarsi per periodi limitati di tempo, solitamente un anno. L’àmbito e la misura dei servizi municipali variava in relazione alle dimensioni e alla ricchezza della città, ma, in linea di massima, tra le corvées rientravano svariati servizi quali, ad esempio, il servizio antincendio, la pulizia di strade e fognature, la riparazione e la costruzione di opere pubbliche, la posta pubblica e i turni di guardia notturna delle mura cittadine . È proprio quest’ultimo servizio ad essere attestato a Napoli ancora per il maggio-giugno 599. Lo si apprende da una lettera con cui Gregorio Magno intercedeva presso il magister militum Maurenzio affinché questi esonerasse Teodosio, abate del monastero napoletano di San Martino, dall’insostenibile fatica dei turni di guardia alle mura cittadine. La crescita del ruolo militare ed economico dell’area Cuma-Miseno è in una certa misura da correlare alla decadenza di Pozzuoli e alla contemporanea perdita di Capua. Città, quest’ultima, che, caduta nel 593-594 sotto Arechi I, duca di Benevento, si poneva come snodo centrale delle antiche direttrici di epoca imperiale verso Roma, l’Appia e la Latina. Mentre Capua diventava sede di un gastaldato precocemente insignito del titolo comitale in ragione della sua rilevanza strategica , il clero della città sfuggiva agli invasori riparando a Napoli.
 
 
Percorso della mostra :
 
L’Atrio e L’Ingresso nel Salone  della Meridiana
 
Nell’atrio del MANN, sul grande capitello(marmo proconnesio, VII secolo d.C., proveniente da Costantinopoli e conservato al Museo archeologico “Paolo Orsi” di Siracusa), campeggiano la croce e il chrismón (il monogramma composto dalle lettere greche X-chi e P-rho) del nome di Cristo: l’arte e la bellezza sono i principali veicoli per celebrare il trionfo della cristianità. Accanto a questo manufatto alcuni oggetti simbolici introducono al percorso espositivo che si sviluppa nel Salone della Meridiana: un viaggio nella storia dei Bizantini dal 330 al 1204, anno della quarta crociata, che determinò la conquista latina di  Costantinopoli e il momento cruciale nel processo di dissoluzione dell’Impero. Ecco, dunque, il grande mosaico pavimentaledel MANN (oltre 4,5 mdi lunghezza), proveniente dal sito archeologico dell’antica colonia romana di Minturnae e caratterizzato da motivi geometrici, figure zoomorfe e vegetali; la lastra con due animali-un pegaso con testa e zoccoli equini e un grifo con testa di uccello e unghie di leone - del Museo archeologico di Cagliari; ilframmento di mosaico pavimentale dalla Basilica di San Severo a Classedal Museo Nazionale di Ravenna, con bordi multicolori e vivaci caratterizzazioni cromatiche. Nel Salone della Meridiana il visitatore è accolto da opere iconiche:lastatua di un giovane aristocratico romano,che debutta nell’agone politico inaugurando le corse dei carri (il manufatto è in prestito dal Museo Centrale Montemartini), e il busto del pensieroso filosofo greco dal Museo archeologico di Saloniccorappresentano bene, in apertura, un mondo in profonda trasformazione. Presto, infatti, le classi aristocratiche si faranno portavoce di un nuovo sentimento cristiano: l’imperatore non sarà più considerato un dio in terra ma il rappresentante in terra dell’unico Dio e Costantinopoli diverrà la porta di accesso a una nuova dimensione. In un focus specifico, la mostra ricorda il duraturo intreccio dei destini di Napoli e Bisanzio: un legame stretto dal 536, anno in cui Napoli fu conquistata dalle armate dell’Impero Romano d’Oriente, sino al 1137 quando, dopo la morte dell’ultimo duca Sergio VII, la città si consegnò al re di Sicilia, il normanno Ruggero II.
Un lasso temporale in cui l’attuale capoluogo campano e il suo territorio vissero un duraturo periodo di autogoverno e indiscussa autonomia da dominazioni straniere: dagli anni Trenta del IX secolo, infatti, il controllo imperiale diretto si era indebolito e Napoli, pur continuando a essere formalmente dipendente da Bisanzio, aveva istituito un ducato autonomo, sostenuto dall’aristocrazia locale. Diversi reperti in allestimento sono testimonianze di queste contaminazioni culturali:epigrafi e iscrizioni greco-cristiane, elementi architettonici con schemi compositivi e simboli della scultura bizantina, anforeche testimoniano floridi e costanti contatti con l’Oriente.
 
 
Il Percorso di Visita nel Salone della  Meridiana
 
L’esposizione racconta le caratteristiche della società bizantina, servendosi di elementi diversi che amplificano le suggestioni dell’esperienza di visita: in primis, naturalmente, i reperti, ottenuti inprestito da tante prestigiose istituzioni; ancora, i contenuti multimediali, con video che ripropongono la ricostruzione di Bisanzio nel momento del suo massimo splendore, le principali tipologie edilizie e i codici miniati,supporti antichi della scrittura; infine, la grafica di sala, connotata dal colore giallo oro, presenta mappe, linee del tempo, gigantografie e riproduzioni in dettaglio di siti di culto ortodosso, interni di chiese e monasteri, magnifici mosaici delle chiese ravennati e opere iconiche inamovibili. In allestimento, lesculture e lemonete, in particolare dai Musei di Atene e Salonicco e dalle collezioni del MANN, creanouna vera e propria galleria dei ritratti di imperatori: Teodosio, Giustiniano, Basilio II, Giovanni II Comneno e altri ancora. 
Da non perdere, inoltre,croci greche d’oro e d’argento, bolle, collane, encolpi, croci pettorali e pendenti(tra cui diversi oggetti di particolare interesse, mai esposti prima, provenienti dal Museo Nazionale Romano). Alcuni sigilli di autorità della Chiesa d’Oriente- da Fozio, patriarca di Costantinopoli, a Niceta, arcivescovo di Salonicco - danno conto della forza delle “gerarchie ecclesiastiche” dell’epoca. In mostra si celebra anche il potere del ceto dei burocrati dell’amministrazione imperiale e dell’esercito, celebre grazie all’arma segreta del“fuoco greco”: in allestimento vi sono, infatti, legranate in ceramica contenenti i proiettilirinvenuti nel Castello di Santa Maria del Mare, presso Squillace. Tra i tanti manufatti esposti è necessario menzionare, inoltre,ilgrande disco onorario(dal Museo Archeologico Nazionale di Firenze), concesso dall’imperatrice Galla Placidia al potente generale FlaviusArdaburAsparper i suoi meriti militari (l’oggetto, quasi due chili d’argento lavorati a bulino, fu rinvenuto nel XVIII secolo nel torrente Cestione e donato al Granduca di Toscana); il famoso elmo ostrogotodel Museo dell’Abruzzo Bizantino ed Altomedievale;il piatto d’argento con emblema figuratoda Isola Rizza del Museo di Castelvecchio di Verona; ilpannello affrescato con un santo militarein prestito dal Museo della Cultura bizantina di Salonicco;la figura di soldato rappresentata su una lastra in marmo (frammentaria),proveniente dal monastero delle Blacherne di Arta, nell’Epiro, parte della Collezione archeologica di Paregoretissa. Di gran pregio lagemma in onicecon guerriero che caccia un cinghiale (IV secolo) e ilcammeo in diaspro rossocon San Demetriodella collezione Farnese (X secolo), entrambi appartenenti al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Fra le suppellettili della vita quotidiana, accanto a ceramiche invetriate, lucerne, oggetti d’uso comune, vi sono anche: i busti in marmo di due coniugi rinvenuti insieme (inizio del V secolo, dal Museo archeologico di Salonicco); alcune raffinate stele; le corone nuziali in bronzo dal Museo Cristiano e Bizantino di Atene e, soprattutto, ipreziosi gioielli simbolo della raffinatezza e della maestria orafa bizantina. Diciassette gioielli aurei con gemme e pietre prezioseformano, intrecciati, un magnifico accessoriod’abbigliamento del IV secolo concesso dall’Eforato delle Antichità di Salonicco. Ancora, tra anelli, orecchini con perle e granati, bracciali, collane con perle di vetro e ametiste, croci e fibule filigranate in oro, spiccano: un preziosissimo bracciale in oro e smalto (IX - Xsecolo da Salonicco); alcune gemme a soggetto cristiano (San Demetrio e Sette dormienti di Efeso),prodotte a Venezia nel XIII secolo, inedite e custodite al MANN; i famosi ‘Ori di Senise’(seconda metà VII secolo), parte dei quali ricondotti dall’orientamento prevalente della critica a maestranze costantinopolitane. La ricchezza del corpus espositivo connota tutte le sezioni della mostra, sottolineando le connessioni che l’Impero bizantino creò tra mondo occidentale e orientale. A testimoniare l’importanza del sacro nella cultura bizantina si possono ammirare, nel Salone della Meridiana: un pannello dipinto di due metri, con San Giorgio e San Nicola; una bellissimaicona di San Anastasia da Naxos; un mosaico con ritratto(705 - 707) e uno con la Lavanda del Bambino,provenienti dall’oratorio dedicato al papa greco Giovanni VII nella Fabbrica di San Pietro. L’allestimento, inoltre, comprendebasi d’altare, calchi in gesso di transetti ravennati, straordinari capitelli, lastre di pulpito, parti di sarcofagi e di iconostasi, ampolle ed epigrafi che giungono da Grecia, Ravenna, Cagliari, Siracusa, Agrigento, Torcello, Gaeta e Cortona; dai Musei Vaticani è concessa in prestito una lastra in marmo bianco in cui compaiono croci sia a rilievo che graffite e incisioni in armeno e latino. Quanto mai interessante la presenza di un nucleo di elementi architettonici appartenenti al cosiddettorelitto di Marzememi, una nave affondata lungo la costa sud-orientale della Sicilia, riferibile all’età di Giustiniano (527-565) e probabilmente proveniente da Costantinopoli con un carico destinato alla realizzazione di una chiesa nei territori bizantini d’Italia. Non mancano in esposizione gli avori per gli arredi liturgici,tra cui spiccano dueplacchettedal Museo Medievale di Bologna - una con la “vestizione di Aronne e dei suoi figli”, l’altra con busti di santi - e unaformella del XII secolo dal Museo Nazionale di Ravenna, con la “dormizione della Vergine” nell’iconografia consolidatasi dopo il periodo iconoclasta. Tra le varie sezioni della mostra, non si può non segnalare, infine, quella relativa alla scrittura e alla produzione libraria e documentaria. Il permanere in Oriente della macchina burocratico-amministrativa romana e l’alfabetizzazione diffusa hanno consentito da un lato la conservazione delle opere scientifiche, letterarie e filosofiche in greco, giunte a noi proprio grazie a Bisanzio; dall’altro la conoscenza indiretta di testi che non si conservati materialmente, ma sono citati nelle opere degli eruditi bizantini. Tra le opere esposte sono eccezionali i prestiti dalla Biblioteca Laurenziana di Firenze, da cui giungono un preziosissimo Tetravangelo greco di fine XI-inizi XII secolo, forse già nella biblioteca di Lorenzo il Magnifico - esemplare unico per lo splendido apparato decorativo tra cui risaltano 294 miniature in campo aperto - e una straordinaria miscellanea di testi medici e fisiatrici. La miscellanea, prodotta a Bisanzio nel X secolo con un’elaborata iconografia, è appartenuta alla collezione medicea e per un certo periodo è stata trasferita anche a Roma per volere di Papa Clemente VII. Dalla Grecia, invece, sono concessi in prestito un incredibile Lezionario miniato della metà dell’XI secolo (dall’Eforato di Antichità delle Cicladi) conservato ad Amorgos, e un Rotolocon la divina liturgia di S.Giovanni Crisostomo (XII/XIII sec) dal Museo Cristiano e Bizantino di Atene.
 
 
Uno Sguardo al Presente
 
La mostra di Napoli getta una sguardo su un mondo che è lo specchio di tutto quanto l’Occidente aveva perduto con il crollo dell’Impero Romano e che avrebbe lentamente e faticosamente riconquistato nei secoli successivi all’anno Mille: tecniche artistiche e produttive, modi di intendere l’estetica degli oggetti, scritti e saperi. L’esposizione getta luce anche sulle strutture di un impero universale e autocratico macapace, allo stesso tempo, di tenere unita una società multietnica e composita, di cui sono stati eredi sia l’impero zarista che l’Islam sultaniale. A partire dalla presa di Costantinopoli anche il sultano ottomano userà il titolo di “imperatore di Roma” e nel suo Impero la cultura romano-bizantina sarà perpetuata di fatto. La storia ci aiuta sempre a capire il presente: le contrapposizioni successive e molte delle tensioni e dei conflitti, che tutt’oggi interessano quell’area definita da Fernand Braudel“Mediterraneo Maggiore”, hanno di fatto trovato linfa nel vuoto determinato dalla caduta di Bisanzio e dalle ceneri dell’Impero.
 
MANN- Museo Archeologico Nazionale di Napoli
Bizantini. Luoghi, simboli e comunità di un impero millenario
dal 21 Dicembre 2022 al 13 Febbraio 2023
dal Lunedì alla Domenica dalle ore 9.00 alle ore 19.30
 
Le Foto dell’Allestimento della mostra  Bizantini. Luoghi, simboli e comunità di un impero millenario credit © Valentina Cosentino