Giovanni Cardone Novembre 2021    
Fino al 27 Febbraio 2022 si potrà ammirare presso la Fondazione Prada Milano la retrospettiva dedicata a Domenico Gnoli . La mostra fu concepita da Germano Celant riunisce più di 100 opere realizzate dall’artista dal 1949 al 1969 accompagnate da altrettanti disegni. Una sezione cronologica e documentaria con materiali storici, fotografie e altre testimonianze contribuisce a ricostruire il percorso biografico e artistico di Domenico Gnoli a più di cinquant’anni dalla sua scomparsa. Il progetto è stato sviluppato in collaborazione con gli archivi dell’artista a Roma e Maiorca, custodi della storia personale e professionale dell’artista. Questa retrospettiva si inserisce in una sequenza di mostre di ricerca che Fondazione Prada ha dedicato a figure di outsider come Edward Kienholz, Leon Golub e William Copley, difficilmente assimilabili alle principali correnti artistiche della seconda metà del Novecento. L’obiettivo è esplorare la pratica di Gnoli e leggere la sua attività come un discorso unitario e libero da etichette, documentando connessioni con la scena culturale internazionale del suo tempo e suggerendo risonanze con la ricerca visiva contemporanea. “Domenico Gnoli” sviluppa inoltre le intuizioni di chi, in passato, ha interpretato l’artista dal punto di vista storico e critico in modo originale, riconoscendo l’ispirazione che Gnoli ha trovato nel Rinascimento ed evidenziando il valore narrativo delle sue opere. Come spiega Salvatore Settis, “per conquistare la perfetta ineloquenza, l’impassibilità delle cose e la sospesa magia di una realtà impersonale, bisognava voltare le spalle a quella tradizione così amata, capovolgere l’ordine dei valori. Negare la ‘decorazione’ mediante una nuova esplorazione della realtà attraverso il dettaglio”. La nuova ricerca artistica di Gnoli abolisce quindi il contesto e si concentra sul particolare di un corpo umano o di un oggetto, sottolineandone la potenziale sensualità e carica energetica. Come osservò Germano Celant : Questa pittura precisa e materica che valorizza le superfici, i colori e i materiali propri di elementi organici e inanimati è caratterizzata anche da un rigoroso taglio fotografico. Un approccio documentario che “mette sullo stesso piano tutte le cose, naturali e artificiali, esprimendo una volontà egualitaria: la rivincita degli elementi insignificanti e squalificati dalla classifica dei valori: il basso e il secondario, l’accessorio e il trascurabile”. L’apparizione improvvisa sulla tela di elementi apparentemente incongrui quali busti, ciocche di capelli, scarpe, poltrone, cassetti, cravatte e bottoni rappresenta uno stimolo visivo e mentale per l’osservatore. È un invito a completare queste immagini misteriose in bilico tra realtà e immaginazione, collocate al centro di “un teatro sensuale e carnale dove si attua il continuo scambio tra le cose e i corpi, protagonisti di una complicità totale.” In una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Domenico Gnoli che divenne seminario universitario, per ben capire la sua esigenza di passare dall’illustrazione alla pittura. Domenico Gnoli figlio della ceramista Annie de Garrou e dello storico dell’arte e sovrintendente alle Belle arti in Umbria, Umberto Gnoli ebbe in famiglia un’educazione artistica privata, approfondita successivamente ai corsi di disegno di Carlo Alberto Petrucci , direttore della Calcografia nazionale di Roma. Dopo aver esibito disegni a Roma nel 1950 e a Bruxelles nel 1951, durante gli anni cinquanta lavorò sia come scenografo nei teatri d’Italia 1° Festival dei Due Mondi di Spoleto nel 1958, di Londra e Parigi, sia come illustratore per diversi giornali. Dal 1955 al 1962 visse a New York, lavorando soprattutto come pittore, e giungendo nel 1964 al repertorio per il quale, grazie alla corrispondenza con il gusto e le tematiche della Pop art, ha ottenuto grande fama. Si dedicò allo studio e alla riproduzione fedele dei particolari di oggetti quotidiani come le trame di un tessuto, cravatte, tasche, scarpe, maniche, colletti come Colletto rosso “Red Dress Collar” o “pantaloni -“Striped Trousers” ambedue Archivio Domenico Gnoli, Roma, scriminature dei capelli, raffigurazioni realistiche e fortemente ingrandite di dettagli minuti di corpi, capi di vestiario, oggetti isolati dal loro contesto Chiusura lampo, 1967, collezione privata, Ginevra; Nodo di cravatta, 1969, collezione privata, Colonia, ‘La mela, 1968, collezione Fundación Yannick and Ben Jakober, Alcudia, Maiorca, Spagna, Il ricciolo, 1969, collezione Fundación Yannick and Ben Jakober, Alcudia, Maiorca, Spagna,. Negli ultimi anni, realizzò una serie di sculture in bronzo che riprendono, accentuandone la fissità “metafisica”, alcuni motivi della sua pittura. Si sposò due volte: la prima negli Stati Uniti nel 1959 con la modella Luisa Gilardenghi, da cui si separò nel 1962; la seconda nel 1965 con la pittrice Yannick Vu (n. 1942). Morì di cancro a New York nel 1970 a soli 37 anni. Nello stesso anno la salma fu traslata nel piccolo cimitero di Monteluco di Spoleto -Perugia dove la madre possedeva una villa, precedentemente sorta su un antico eremo, l’eremo di San Bonifacio. Entrambi riposano all’ombra del Bosco sacro. Mentre Italo Calvino ha dedicato a Domenico Gnoli credo uno dei suoi testi più belli, Quattro studi dal vero alla maniera di Domenico Gnoli. Dove lo scrittore attraverso questi quattro brevi scritti tenta di descrivere quattro opere che ritraggono una scarpa da donna, un bottone, un collo di camicia da uomo , un guanciale. Nei dipinti, figurano dettagli di scarpe, camicie, bottoni, stoffe di poltrone, e altri oggetti che appartengono alla vita quotidiana. Tuttavia gli oggetti rappresentati sembrano sottratti alla loro vita di ogni giorno, sospesi in uno spazio non ben definito attraverso una luce fredda, avvolti da un’atmosfera surreale. Chi osserva si trova immerso in una “realtà straniante”, in un’altra dimensione, in cui l’esattezza delle forme si sfuma in una luce che le rende irreali. Calvino cerca di interpretare il mondo attraverso una ricerca delle forme che lo costituiscono, partendo, quindi, sempre dalle immagini che, prima di tutto appaiono nitide nelle loro sembianze. Infatti, egli nel capitolo Esattezza, sembra ritrovarsi nella tecnica adottata dallo stesso Gnoli nel definire con precisione i limiti dei suoi oggetti. All’inizio della sua lezione Calvino fornisce delle indicazioni su cosa significhi per lui ´esattezza`: Esattezza vuol dire per me soprattutto tre cose: 1) un disegno dell’opera ben definito e ben colorato; 2) l’evocazione di immagini visuali nitide, incisive, memorabili; 3) un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione. Quella di Gnoli è però una pittura che traduce la forma degli oggetti in qualcosa di evanescente, di astratto. Anche qui, come si è potuto constatare in altre opere pittoriche, la totalità della realtà è visibile solo mettendo in risalto il particolare, nel farlo emergere avvolto in una luce diafana, ´vaga`. Si tratta, infatti, di ritornare a quel concetto di ´vago``già espresso da Leopardi e poi ricordato dallo stesso Calvino, nella lezione citata: «Il poeta del vago può essere solo il poeta della precisione, che sa cogliere la sensazione più sottile con occhio, orecchio, mano pronti e sicuri». È attraverso il particolare che si raggiunge l’infinito. “L’esercizio di stile”, quindi, è un tentativo di far coincidere l’oggetto concreto con la sua capacità di evocare la sua vera essenza attraverso l’immaginazione: raccontando la sua storia, Calvino sostituisce i colori usati da Gnoli con un linguaggio di similitudini, nel tentativo di scavare all’interno dell’essenza delle cose stesse. Per esempio, la scarpa da donna, contiene numerose similitudini marine come la seguente: «la verità delle fiancate e staffe e cinghie corona la scarpa in un disegno aereo in cui i vuoti occupano più spazio dei pieni, come il sartiame d’una nave». Gli oggetti, nei quadri del pittore come nei testi di Calvino, sembrano fluttuare su una ´´superficie`` per poi scomparire alle «ultime luci del tramonto», una luce che ´´scivola`` «verso il bordo rilevato dove un’ala d’ombra sta in attesa, pronta a inghiottirle». Si tratta sempre di un gioco tra la luce e l’ombra, tra ciò che appare e ciò che è nascosto «nell’ illusione d’essere specchio e di poter accogliere, nella sua imperturbabile circonferenza, l’immagine tumultuosa del mondo». Come afferma Marco Belpoliti, sono «nature morte, silenti» che cercano di esprimersi nella pagina, attraverso «assonanze, scambi semantici, similitudini, analogie e metafore». È una ricerca continua di un linguaggio che non esiste: lo stesso Palomar cerca di ´tessere` una ´´rete` di figure retoriche da stendere sopra il mondo per cercare di catturarne la forma senza però raggiungere il suo scopo. «Eppure la riuscita di questi esercizi di stile è il risultato del loro fallimento; l’incontro tra astrazione e tangibilità avviene mediante un paradosso, per via metafisica: un essere delle cose attraverso la contemplazione del nulla». Nella prematuramente scomparsa di Domenico Gnoli, artista ecletticoè oggi ricordato soprattutto per la sua inconfondibile produzione pittorica il cui soggetto sono i dettagli ingranditi di oggetti comuni che popolano quotidianamente le nostre vite. Sviluppatasi nella prima metà degli anni ’60, sarà questa poetica dell’oggetto, che costituisce tutt’oggi il suo emblema iconografico, a consacrarlo al successo. Nato come disegnatore ed incisore, precocemente indirizzato in questa direzione dai genitori, abbandona poco più che ventenne una promettente carriera come scenografo in seguito alla presa di coscienza di voler essere, essenzialmente, pittore: “sono nato già sapendo che sarei diventato pittore, perché mio padre critico d’arte, mi aveva sempre presentato la pittura come unica cosa accettabile.  Quella della pittura non fu per Gnoli una strada facile: durante il conflittuale ed a tratti frustrante periodo che lo porterà alla scoperta della sua cifra stilistica, l’artista si lasciò sedurre e deviare da varie tendenze artistiche di respiro internazionale, dall’Informale materico all’Espressionismo astratto alla Pollock, fino alla Pop art, l’ingrediente mancante che, assimilato e poi sapientemente dosato assieme agli altri elementi del suo consistente bagaglio culturale principalmente la pittura Quattrocento italiano, la stagione Metafisica, il Surrealismo e Balthus, diedero vita ad uno stile che rimase, citando Renato Barilli, “un fatto autarchico”, che non graviterà mai ovvero attorno ad uno specifico gruppo, scuola o movimento. Girando instancabilmente tra Roma, Londra, Parigi, New York e Maiorca, Gnoli si mantiene soprattutto disegnando. Se quindi nella sfera pubblica e mondana egli era essenzialmente pittore, l’artista non riuscirà mai ad affrancarsi dall’illustrazione e dal disegno, assieme ai sentimenti ambivalenti nutriti nei confronti di queste attività, che parevano “distrarlo dall’essenziale”: la ricerca pittorica. Pittura e grafica, dagli esiti così diversi, coesisteranno nel corso della vita di Gnoli come Yin e Yang: chiara, calcolata, “metafisica e incorruttibile”, la prima, imprevedibile, artificioso e spumeggiante il secondo, contenitore in cui ogni capriccio della rutilante fantasia dell’artista può trovare sfogo. Per ragioni economiche di certo, ma anche, vogliamo credere, per esigenze espressive negli archivi romani dell’artista restano infatti numerosissimi gli schizzi che egli realizzava per piacere personale, soprattutto taglienti ed ironiche caricature sature di humor che sovente decoravano le sue epistole, Domenico Gnoli nasce e muore quindi disegnatore. A dargli lavoro sono quindi principalmente la grande America sempre più generosa ed accogliente della madrepatria, Gnoli lavora per le seguenti riviste statunitensi in voga negli anni Cinquanta e Sessanta: sono Life, Fortune, Holiday Magazine, Horizon, Sports Illustrated, Show Magazine, Glamour e Playboy.Fu però soprattutto il magazine di viaggi Holiday ad inviarlo in giro per il mondo come disegnatore-reporter, in anni in cui ancora la fotografia non aveva ancora scalzato l’illustrazione come “corredo visivo” degli articoli. Durante queste trasferte, Gnoli realizzava schizzi e scriveva molto: vividi, lucidi diari di viaggio, appunti e lettere appassionate, documenti interessanti specie se letti in sinossi assieme alla produzione grafica. Gnoli illustrò anche racconti di Robert Graves, Horizon, del 1968, le cui illustrazioni dei “mostri” surrealisti, esposte alla Biennale di Venezia del 1967, sono senza dubbio la sua serie grafica più nota al pubblico, assieme alle novelle di Moravia pubblicate su Playboy nel 1968 e nel 1969, e ad Orestes and the Art of Smiling, racconto per bambini dai toni onirici scritto ed illustrato dall’artista stesso edito per la prima volta a Londra da Collins nel 1961.Tra gli anni Cinquanta e Sessanta Gnoli, foglio bianco e matita, impresse su carta la sua personale visione del mondo. Dal folklore dei cruenti giochi popolari dell’America Latina, alla processione affollata e barocca della Settimana Santa a Siviglia, ai bassifondi di New Orleans, alle botteghe popolari di Napoli ed i mercati e le osterie Romane sullo sfondo di ossessionanti reticolati di sanpietrini, fino alla fredda solitudine esistenziale delle anime newyorkesi che affollano Central Park la domenica, alla vita frenetica e succube delle tecnologie che travolge gli operatori della centrale spaziale di Cape Canaveral. E poi ancora la grigia Varsavia del 1968, stoicamente rialzatasi dopo la guerra, e le brulicanti e vivissime stradine di Gerusalemme. Gnoli, l’occhio attento, assorbe l’umore dei luoghi, che intuisce essere tutt’uno con quelli dei loro abitanti, ed è in grado di rievocarli con fascino ed efficacia. Se si osserva il suo corpus illustrativo, l’artista a tratti pare quasi sfuggente il suo stile è mutevole e camaleonticole influenze e le citazioni iconografiche sono vastissime ed attingono ad una varietà impressionante di fonti, poiché Gnoli sa attingere a piene mani dalla storia dell’arte, dal Rinascimento alla contemporaneità. Ciò accade, perché l’artista si cala nell’atmosfera delle città o nella finzione letteraria dei testi che illustra due superbi esempi sono costituiti dal corpus illustrativo per il libro Alberic the Wise and Other Journeys di Norton Juster che, ambientato in un immaginario orizzonte rinascimentale, si rifà alla grafica nordica di Dürer, e dalla serie The Romans, apparsa su Life nel 1966, densa di citazioni dei capricci piranesiani delle rovine romane. Ma in ogni serie, per quanto diversa dalle precedenti, egli lascia forse inconsciamente la sua impronta, la sua forma mentische si condensa in taluni elementi e modalità compositive che, proprio come una sorta di linguaggio non verbale, sanno comunicare ciò che siamo, sono ovvero riverbero della nostra interiorità, rispecchiando come tali nervosi ed inclinazioni caratteriali. Questi elementi insomma, forse gli unici veri fili conduttori del corpus illustrativo dell’autore, ci parlano di lui.  All’interno del foglio sempre curatissimo l’horror vacui la fa da padrone, privando la composizione di spazi vuoti. Genuino è il godimento che l’artista sembra provare nell’ “iperdescrizione” e nella definizione maniacale di ogni elemento presente, che non di rado ama reiterare in maniera talvolta pedante, con il risultato di vere e proprie accumulazioni alla Arman, fattore questo che può degenerare in un effetto di decorativismo nient’affatto naturalistico ma anzi degno di un pattern ornamentale. Gnoli procede nella costruzione della scena tramite la catalogazione e la descrizione dettagliata degli elementi del reale a tal punto che essi ne possono costituire la composizione generale: dissolvendo l’ordine gerarchico vigente tra le cose, i dettagli diventano protagonisti. Proprio come nella sua ultima pittura, il particolare domina incontrastato: in Shoes Retailor, disegno della serie December in Naples Holiday Magazine del 1966, il cui dettagliatissimo cumulo di scarpe lascia posto poi a un’esagerata folla e ai mille panni stesi nell’edificio retrostante. Un disegno privo d’aria. Il taglio fotografico, molto frequente, dal quale derivano la sensazione di presa diretta dalla realtà e di immediatezza dell’immagine, serve forse a compensare l’effetto di un’immagine a tutti gli effetti attentamente costruita. L’uso prospettico nel disegno ci racconta poi del suo raffinato gusto per l’insolito, per l’artificio in grado di stupire, per i punti di vista inconsueti: ne sono un bellissimo esempio i frequenti punti di vista rialzati ed a volo d’uccello. La prospettiva in Gnoli non è più, come nel Rinascimento, uniformante nei confronti dello spazio, ma è tesa a stupire: talvolta ribaltata verso l’osservatore, in modo da rivelare accuratamente tutti gli elementi del disegno, talvolta distorta, così da mostrare il soggetto da più punti di vista. Rifiutando i dettami di una prospettiva razionale che lo porterebbe a dover sacrificare alcuni elementi: modulandola a suo piacimento è al contrario libero di decidere quali e quante cose mostrarci della realtà; con un procedimento che ricorda quello cubista, può scegliere, insomma, di svelarci tutto, in uno stesso disegno. L’allestimento progettato dallo studio 2x4 di New York per i due piani del Podium evoca la disposizione e le caratteristiche di ambienti museali novecenteschi tracciando prospettive lineari che dividono lo spazio espositivo in una sequenza di nuclei monografici. Le opere dell’artista sono infatti raggruppate in serie tematiche, grazie alle quali è possibile riconoscere come ogni opera abbia generato altri suoi lavori in una coerente direzione espressiva. I dettagli carichi di significato dipinti da Gnoli suggeriscono nella mostra enigmatiche biografie degli oggetti rappresentati e testimoniano la convinzione dell’artista nel perseguire la propria ricerca in una radicale rilettura della rappresentazione classica.
Una pubblicazione scientifica, edita da Fondazione Prada e ideata graficamente da Irma Boom, completa la mostra. Attraverso un nuovo saggio scritto per la mostra da Salvatore Settis e due parallele cronologie illustrate che inseriscono Gnoli nel tempo storico e artistico in cui opera, il volume ricostruisce la carriera e la biografia dell’artista.
Fondazione Prada Milano
Domenico Gnoli
dal 28 Ottobre 2021 al 27 Febbraio 2022
dal Lunedì alla Domenica dalle ore 10.00 alle ore 19.00
Martedì Chiuso