Giovanni Cardone Gennaio 2022
Fino al 27 Febbraio si potrà ammirare alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma la mostra Ettore Spalletti. Il cielo in una stanza, a cura di Éric de Chassey in collaborazione con lo Studio Ettore Spalletti, la prima che celebra il grande maestro dell’arte contemporanea a pochi anni dalla sua scomparsa, avvenuta nel 2019. Oltre la presentazione del curatore ci sono state testimonianze e di critici e curatori che hanno conosciuto l’artista e incrociato il suo percorso: saranno presenti, oltre a Éric de Chassey e Patrizia Leonelli Spalletti, Cristiana Collu, Laura Cherubini, Bruno Corà, Penelope Curtis, Danilo Eccher, Daniela Lancioni, Alessandro Rabottini, Andrea Viliani. E stato scelto un corpus selezionatissimo di opere, tra pittura e scultura, riscrivono gli spazi del Salone Centrale trasformandolo in un paesaggio che esprime il senso e la portata della ricerca artistica di Ettore Spalletti, protagonista di un percorso solitario e caratterizzato da tratti di unicità nella storia dell’arte contemporanea italiana, da quando, a partire dagli esordi negli anni Settanta, ha attraversato il turbinio delle avanguardie da una prospettiva distaccata, originale e fortemente coerente. Scelte rigorose e una chiarissima educazione visiva hanno posto un limite a forme geometriche primarie e a colori di elezione, come l’azzurro, il bianco, il grigio, il rosa e il porpora. Altrettanto per le forme scultoree, come la colonna, elemento della tradizione, l’ellisse, il bacile e l’anfora. Ma è un limite che tende all’infinito, dove le regole auree dell’artista hanno il potere di amplificare la forza espressiva delle sue opere, dalla stesura del colore puro alle studiate interazioni con le superfici e le dinamiche ambientali. Come afferma il curatore Éric de Chassey: “La scelta precoce del monocromo da parte di Ettore Spalletti come mezzo privilegiato per creare quadri, sculture e spazi si è rivelata nel corso dei decenni particolarmente felice. Invece di porre un limite, ha aperto a possibilità impreviste di fare esperienza senza confini dell’infinito, attraverso una riflessione concreta su materialità specifiche, con l’obiettivo di permettere ai visitatori della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di sperimentare quella gioia profonda quell’esperienza improvvisa che ho provato visitando le mostre ideate da Ettore Spalletti quando era in vita, anche se so bene che si tratterà ora di una gioia diversa.” In una mia storiografica e scientifica che è divenuta modulo monografico universitario e nel contempo seminario sulla figura di Ettore Spalletti che con la sua arte è riuscito ad interpretare la contemporaneità. Nel saggio io dicevo che seguendo la scansione dell'arte per “paradigmi” arte classica, arte moderna, arte contemporanea delineata da Nathalie Heinich riprendendo il concetto che il filosofo della scienza Thomas Kuhn aveva applicato alle rivoluzioni scientifiche, possiamo considerare l'arte contemporanea come una categoria caratterizzata dalla trasgressione sistematica dei criteri artistici propri sia della tradizione classica sia di quella moderna, in una continua sperimentazione di ogni forma di rottura critica che viola anche la soggettività dell'espressione e la sua autenticità, fino a operare uno spostamento del valore artistico, che non sta più nell'oggetto proposto ma nell'insieme delle mediazioni possibili tra l'artista e lo spettatore . Questa modalità di rottura fu inaugurata dalle avanguardie storiche e ripresa dalle neoavanguardie del secondo dopoguerra che recuperarono le ricerche delle prime forme estetiche, strategie politico-culturali e posizionamenti sociali ma all'interno di un contesto istituzionale che si era ormai consolidato. È a questo contesto, come spiega Hal Foster, che le neoavanguardie si rivolsero, attraverso un'analisi creativa e allo stesso tempo specifica e decostruttiva: «Piuttosto che annullare il valore dell'avanguardia, simili sviluppi hanno prodotto nuovi spazi di dibattito critico e suggerito nuove modalità di analisi istituzionale».
Proprio a partire da queste ricerche del secondo dopoguerra, la presenza fisica dell'opera nello spazio diventa un fattore decisivo che attiva un nuovo codice di fruizione che supera il “saper vedere” e porta il pubblico a nuove forme di percezione dell'opera stessa. Come riassume Emanuele Quinz: «L'opera non è più contenuta nello spazio ma è lo spazio. Spazio inteso come ambiente, prima di tutto: paradigma estetico che si diffonde progressivamente durante tutto il XX secolo nei diversi settori della creazione artistica. Nelle arti visive, il passaggio di un modello dell'oggetto all'ambiente e alle pratiche oggi dominanti dell'installazione segna il passaggio da una nozione dello spazio come dimensione plastica, della rappresentazione, a una nozione esperienziale, della presentazione o meglio, della presenza»  . Lo spazio, che da sempre ha avuto un ruolo centrale nella composizione architettonica, viene incluso nelle esperienze artistiche in senso non più puramente visivo-rappresentativo, aprendo alla possibilità di costruire delle opere d'arte a dimensione ambientale che solo successivamente saranno chiamate “installazioni ambientali”. Infatti, è solo dalla fine degli anni Settanta che questa pratica specifica inizia a essere definita installation art. Ettore Spalletti, di origine abruzzese, ha cominciato lì la sua carriera per arrivare, nei primi anni ‘70, a una cifra stilistica personale. Nel 1974 la personale Rosso bianco verde bianco giallo alla galleria romana La tartaruga di Plinio de Martiis lo ha avviato al confronto con un pubblico maturo. I mezzi espressivi adottati sono la pittura e la scultura che si generano da una concezione spaziale-architettonica estrinsecata in forme geometriche e l’uso di una certa tipologia di colore. Per sua stessa definizione il suo lavoro si può chiamare pittura tridimensionale. Originale la tecnica. Le sue opere non sono classici monocromi. Tutto parte dall’impasto di gesso e colla che viene steso caldo sulla superficie da dipingere, il pigmento aggiunto, una volta assorbito, conferisce colore a tutto lo spessore, mentre il risultato cromatico dipende dalla quantità di bianco mescolato. L’effetto levigato è dovuto all’abrasione successiva che polverizza parte del colore. I materiali maggiormente utilizzati sono legno, tela, marmo e le superfici parietali. Crea spesso oggetti tridimensionali in cui il volume dialoga con lo spazio. Da qui nascono gli ambienti completi, luminosi, sospesi, avvolgenti pur nella loro apparente semplicità. Le sfumature, le superfici delicate trasformano i luoghi fino a farli diventare illusori e parte di un sogno a occhi aperti. Gli elementi geometrici portano a un dialogo reciproco e anche chi guarda raggiunge un’intimità con il contesto o con la singola opera. L’armonia nasce dalla perfezione della forma che si mantiene nonostante una breccia o un angolo smussato. La costruzione dei volumi è sempre lieve e lineare. Può far pensare all’infinito e, afferma, «non sarà mai sempre lo stesso». Così accoglie la luminosità dei paesaggi ma anche la particolare luce che si trova a Roma dove ha fatto varie esperienze nel corso della sua vita. Spalletti riesce a cogliere l’atmosfera e a ricrearla. Le origini dell’opera dell’artista abbracciano il pensiero concettuale dell’arte astratta e minimalista che hanno caratterizzato il ‘900. Il risultato dell’intero corpus delle sue realizzazioni fa pensare a una volontà di appagamento di tipo estetico, a una volontà di bellezza e positività. C’è l’aspetto seducente che si incentra proprio sul fattore estetico e porta in sé la capacità di ammaliare. C’è la ricerca del classico che si combina con il contemporaneo. Nonostante la gamma ristretta di elementi utilizzati riesce a essere sempre innovativo. L’attenzione a ciò che lo circonda viene così rielaborata in creazioni propositive che si incanalano nella direzione dell’appagamento della vista. Nascono grandi attese che lo accompagnano nel suo interrogarsi da artista e raggiungono il fruitore che ama l’arte concreta e realizzata. Da ciò il riflesso incondizionato dell’esperire che porta a una pace e a una quiete che interiorizzano il sentimento. Trovarsi davanti all’opera di Spalletti esige una pausa, il sopraggiungere e lo svolgersi di un silenzio che alleggerisce. È pregnante la comprensione che c’è uno spessore animato da un concetto di base. E appunto quel silenzio mette nella condizione di porre attenzione e ascoltare tutto ciò che si può recepire nei percorsi personali che ogni spettatore può fare. Queste stimolazioni sensoriali, questi stati cognitivi in cui lo spettatore si trova sono assolutamente naturali, mai forzati, tanto che ci si accorge di giungere alla riflessione su ciò che si vede e a una formulazione intellettuale senza strappi. Spalletti si pone sempre in maniera radicale e assoluta riuscendo però a imporsi in modo cosciente e delicato, come una musica dolce. Il pensiero che lo segue è quello di rappresentare la sua epoca, di vivere nell’oggi e in qualche maniera renderlo migliore. Queste qualità lo hanno reso celebre a livello nazionale e internazionale. I colori che ricorrono nell'opera di Spalletti spaziano dall’azzurro rubato al mare della sua infanzia, al giallo del sole, al rosa della pelle. Raramente ci si discosta da queste cromie simboliche, vibranti di vita, ancorate alla realtà e alla memoria dell’artista. Il suo colore prediletto è però il grigio, che pare portarsi dentro la sintesi perfetta: a metà tra bianco e nero, neutro senza essere banale, si sposa bene a ogni altra nota cromatica, è “il colore dell’accoglienza”. La natura scultorea delle opere di Ettore Spalletti non passa solo attraverso un uso materico del colore, ma si sostanzia anche nella relazione simbiotica con lo spazio. I suoi quadri strabordano dalla cornice, irridono le convenzioni formali, rinunciano alla loro integrità per cercare una totale compenetrazione con il contesto espositivo. D’altra parte pur nell’astrattismo che domina i suoi lavori si possono rintracciare archetipi scultori chiari, come il vaso, la colonna, la coppa. In questa sintesi di linguaggi, che rende l’arte intrinsecamente “fisica”, tridimensionale, tattile, non può che essere chiamato in causa anche lo spettatore, che con il suo sguardo e la sua esperienza la completa. Ne sono un esempio le stanze dell’obitorio di Garches, ristrutturate dall’artista nel 1996, in quello che rappresenta uno dei suoi lavori più significativi: qui il colore dominante è l’azzurro, che avvolge e addolcisce lo spazio, ma gli conferisce anche una sorta di aura mistica e sacrale. Le stesse suggestioni trascendenti caratterizzano la Cappella della clinica Villa Serena a Città Sant’Angelo, una chiesetta che Spalletti ha rimesso a nuovo insieme a sua moglie, l’architetto Patrizia Leonelli. E non a caso per Spalletti l’intero spazio è un’opera d’arte, in cui colori e forme, vuoti e pieni, luci e ombre cooperano a plasmare un'esperienza spirituale immersiva. Mi piace infine ricordare questo artista che lungo il percorso artistico ha lavorato sull' utilizzo di un solo colore, attraverso le parole di uno dei più grandi collezionisti nel senso vero del termine ossia, per puro amore per l'arte contemporanea dal dopo guerra ad oggi: Giuseppe Panza di Biumo. Panza diceva del monocromo: "Il monocromo per me è l'assoluto. Una traccia di infinito che si materializza, un angolo di cielo che cade sulla terra. Un monocromo di qualità è un'opera la cui bellezza apre sull'immateriale e ritengo che ogni monocromo corrisponda a un certo silenzio o, meglio, a un certo modo di far risuonare il silenzio. Si tratta ogni volta di mondi diversi" "...ciascun monocromo è differente perché esprime il silenzio particolare di ogni artista. Si tratta di un 'arte di privazione perfetta per esprimere il silenzio, ma questa privazione si affaccia su di una grande ricchezza, su di un vero e proprio universo, attraverso il colore. Non un universo fisico, ma un universo immateriale capace di penetrare molto profondamente in noi." Parole, per me straordinarie che ci guidano perfettamente nel mondo immateriale delle opere monocrome. Spalletti non è un artista il cui lavora è facilmente etichettabile in un quadro stilistico-ideologico ben definito. Chi ad esempio fosse tentato di definirlo minimalista per via della sua tendenza a servirsi di forme geometriche elementari sarebbe subito contraddetto dal fatto che tali forme non vogliono presentarsi come equivalenti neutri o elementari e prevedibili, ma sono piuttosto dotate di una sua sicura personalità individuata dal rapporto forma-colore-materia. Oppure chi volesse "incardinarlo" nella pittura analitica, pensando alle grandi superfici monocrome che egli spesso appende alle pareti dei luoghi dove espone, dovrebbe rimangiarsi la proposta a causa dell'evidente ruolo che in queste opere assumonoaltri fattori come di diversa ascendenza come il rapporto tra il tipo luce creato e il dato naturalistico- ambientale o l'emergere di raffinate valenze gestuali. E' persino difficile se Spalletti  sia più uno scultore o più un pittore. Le sue forme tridimenzionali, infatti, non sono colorate, ma sostanziate di colore, mentre i suoi dipinti hanno valenze plastiche come l'orientamento rispetto al piano della parete, la varia sagomatura dei bordi e il rilievo coloristico dato dallo spessore.
La cosa sorprendente è che questa imprendibilità di Spalletti non si basa affatto sulla discontinuità e il mutamento del suo lavoro, ma al contrario, ha come punto fermo, come sua base d'appoggio, una costanza poetica tenace e convincente. Si sbaglia chi pensa che Spalletti sia vincolato a chi sa quale "costrizione" artistica. Spalletti riesce a far di volta in volta cose diverse pur proseguendo sempre nella stessa direzione semplicemente perché non parte da una situazione di equilibrio ideale ma parte da una situazione di equilibrio reale. Osservando una sua opera si ha come l'impressione che la sua arte sia vigorosamente diretta ad esprimere il meglio della contemporaneità. Sicuramente la sua forza risiede dalla rielaborazione del passato. Il suo lavoro nasce dall'arte del passato e dalla percezione del paesaggio italiano. Le opere di Spalletti danno l'opportunità di capire come l'arte contemporanea sia una sintesi di tutta l'arte del passato a cui aggiungere le tensioni e le contraddizioni del nostro tempo. Le alchimie cromatiche di Spalletti individuano quattro colori fondamentali del suo universo pittorico ma anche della nostra dimensione esistenziale l'azzurro dell'atmosfera in cui viviamo e respiriamo il rosa incarnato del nostro corpo il grigio come sintesi cromatica della percezione e infine il bianco struttura primaria su cui costruire l'opera. Possiamo dire che Spalletti da sempre insegue un'utopia ovvero restituire l'essenza del colore nel colore per farlo percepire nell'aria come se ci si trovasse a galleggiare in una dimensione cromatica pura. In sintesi muoversi liberamente dentro un acquario atmosferico costituito da luce e colore. Seguendo il lavoro di Ettore Spalletti sono rimasto affascinato dal monocromo una cosa è certa che sicuramente attraverso il monocolore non è facile comunicare. All'inizio reputavo Spalletti un artista per pochi, destinato a catturare l'attenzione degli appassionati più esigenti e più sensibili a certe tematiche. Io nel suo mondo ci sono entrato piano piano, il primo e decisivo contatto che ho avuto con la sua arte è stato attraverso un'opera di colore azzurro, ho atteso che quel campo di monocolore azzurro mi invadesse non solo la vista ma anche l'anima. Reputo infatti che per percepire fino in fondo la poetica di Spalletti sia quella di attendere l'arrivo della forza cromatica del suo colore. Passeggiando attraverso le sue opere ti senti abbracciato e non solo perché sono posizionate leggermente staccate dal muro ma perché inondano di colore lo spazio attorno a te, donandoti calma e un nuovo contatto con te stesso. Il colore azzurro, che domina la mostra, nella forma del monocromo occupa lo spazio e invita lo spettatore ad immergersi in questo paesaggio e a prendere parte ad un’esperienza emozionale. Le vibrazioni del colore azzurro seguono il variare della luce e delle situazioni atmosferiche, mentre anche il tempo di chi osserva acquista una dimensione meditativa. Si coglie quindi la presenza di una tensione metafisica che ha caratterizzato la ricerca di Spalletti, a livello artistico e personale. Gli interrogativi sulla dimensione incorporea che l’oggetto artistico possiede sottendono un profondo coinvolgimento spirituale, lo stesso che lo ha guidato nell’intento di tradurre il soprannaturale in qualcosa di tangibile, di portare il cielo in una stanza. In mostra, le opere provenienti dallo Studio Ettore Spalletti si affiancano ad altre opere appartenenti alla collezione permanente della Galleria Nazionale, esposte come inserti in Time is Out of Joint.
Infine vorrei chiudere con una sua affermazione del Maestro : «All’inizio accompagnavo sempre i miei lavori, adesso mi sembrano diventati adulti, si collocano nello spazio liberandosi anche da me. Percorrono la luce e decidono il modo migliore di esporsi. Il giorno che sono venuto a fare il sopralluogo della sala della galleria per il mio intervento, è successa una cosa abbastanza straordinaria. Ho trovato uno spazio che assomiglia molto al mio studio e ho deciso che avrei fatto otto colonne, lo stesso numero di quelle all’esterno della Gnam. Pensai ad una coincidenza, poi ho capito che in qualche modo nel lavoro è tutto collegato, esso ti restituisce quello che dai. Queste colonne perdono la loro staticità per il colore bianco e per il pavimento che possiede una qualità bellissima, le riflette. Il punto di riferimento scompare quasi totalmente».
 
Ettore Spalletti (1940-2019) è nato a Cappelle sul Tavo - Pescara, dove ha trascorso tutta la sua vita. Le sue opere sono state presentate a Documenta a Kassel (1982, 1992), alla Biennale di Venezia (1982, 1993, 1995, 1997) e in mostre personali a Essen (Museum Folkwang, 1982), Gand (Museum Van Hedendaagse Kunst, 1983), Rennes ( Halles d’art contemporain, 1988), Francoforte (Portikus, 1989), Monaco (Kunsteverein, 1989), Amsterdam (De Appel, 1989), Parigi (Musée d’art moderne de la Ville de Paris, 1991), New York (Guggenheim Museum, 1993), Anversa (Museum van Hedendaagse Kunst, 1995), Strasburgo (Musée d’art moderne et contemporain, 1998), Napoli (Museo di Capodimonte, 1999), Madrid (Fundaciòn La Caixa, 2000), Leeds (Henry Moore Foundation, 2005), Roma (Accademia di Francia, Villa Medici, 2006; Galleria Nazionale d’Arte Moderna, 2010), Kleve (Museum Kurhaus Kleve, 2009), Venezia (Palazzo Cini, 2015), Principato di Monaco (Nouveau Musée National de Monaco, 2019).  Nel 2014 la più completa retrospettiva dell’opera dell’artista, intitolata Un giorno così bianco, così bianco, è stata allestita in un circuito museale formato dal MAXXI di Roma, dalla GAM di Torino e dal Museo Madre di Napoli. Tra le installazioni permanenti la Salle des dèparts (1996), per l’Hôpital Ray-mond-Poincaré a Garches - Parigi, e la Cappella (2016) realizzata insieme all’architetto Patrizia Leonelli per la Casa di cura Villa Serena, a Città Sant’Angelo – Pescara.
 
Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma
Ettore Spalletti. Il cielo in una stanza
dal 25 Ottobre 2021 al 27 Febbraio 2022
dal Martedì alle Domenica dalle ore 9.00 alle ore 19.00
Lunedì Chiuso