Displaced è la prima retrospettiva del fotografo irlandese Richard Mosse al Mast di Bologna.
Fino al 19 Settembre 2021 a cura di Urs Stahel, è di scena infatti un’esplorazione tra la fotografia documentaria e l’arte contemporanea, che ha l’obiettivo di mostrare il punto di orizzonte, in cui collidono come nubi i cambiamenti socio-economici con quelli climatici.
Mosse, classe 1980, vive e lavora a New York.
Il fotografo affronta queste tematiche in modo insolito attraverso immagini di grande suggestione e spettacolari, che uniscono contesto e contenuto, concretezza ed una sagace metafora concettuale, osservazione e riflessione. La costruzione scenica e la bellezza delle immagini diventano degli strumenti per aumentare la potenza comunicativa. Ci avvolgono attraverso i colori e la bellezza. Catturano per estetica, ma al contempo portano ad un pensiero etico. La bellezza viene definita dall’artista come lo strumento più affilato per far provare qualcosa alle persone. L’invisibile diventa così visibile.
La Kodak Aerochrome utilizzata registra uno spettro di luce infrarossa non percepibile dall’occhio umano, tingendo le cromie dei paesaggi di una tonalità lavanda e rosa caldo.
Ci troviamo a percepire così sotto i piedi un saliscendi di dune vellutate, puntellate da folte chiome rosse e attraversate dai corsi d’acqua rugosi e piangenti.
Foto dai colori corallini, terre emerse, abitate dall’uomo e poi abbandonate o tenute in condizioni di degrado e povertà, che sommergono di rifiuti quelle marine, mentre palme spavalde fingono spensieratezza e osservano come dei salici la triste realtà territoriale (Hombo Walikale, fig.1). Non sono le classiche immagini simbolo legate ad un evento, ma mettono al centro della riflessione la situazione, che precedono e quella che seguono. Mosse focalizza la sua attenzione sull’attesa. Una quiete che non anticipa un accadimento, bensì una apparente tregua, uno stand-by.
Scatti che sembrano “strizzare l’occhio” al pittore Escher (Yayladagi, Hatay, fig.2) per la minuziosità di particolari, quasi fossero un rompicapo, una miriade di tasselli, un labirinto che talvolta diventa un crocevia di strade “costellate” ai lati da baracche, su cui aleggia la magia di Harry Potter (Sawmill Rondonia).
In altre si respira attraverso finestre e “piscine” un’atmosfera rarefatta, sospesa, che richiamano l’artista Hopper (Pool at Uday’s Palace, fig.3).
Sorge spontaneo chiedersi: “E ora cosa accadrà?” Il progresso tecnologico avanza, sovrastando la natura “ribelle”. Un futuro deciso a tavolino, “seduti su di una sedia”, uno studio di mosse pensate su di una scacchiera virtuale, ponderato e pianificato nel tempo.
Una battaglia silenziosa “giocata” a tutto campo fra delle mura, per “abbattere” la natura e il suo vigoroso albero dal tronco esile, ma dalle radici salde. Ah se i muri potessero parlare!
La mostra presenta 77 fotografie di grande formato inclusi i lavori più recenti della serie Tristes Tropiques (2020), realizzati nell’Amazzonia brasiliana. Oltre a queste immagini titaniche, la rassegna propone anche due videoinstallazioni oversize: The Enclave (2013) con la “paradisiaca” natura della foresta della Repubblica Democratica del Congo e lo spettrale Incoming (2017).
Le fotografie e i video danno origine ad un’esperienza immersiva di singolare forza, che colpisce per l’intensità degli input visivi e sonori.
L’esposizione si dirama su tre spazi della Fondazione Mast: Gallery (Early Works), Foyer (Heat Maps, Ultra e TristesTropiques) e Livello 0 (Incoming).
La serie Ultra (realizzata nel periodo 2018/2020, a seguito di quella Heat –2014/2018-) ci regala dal punto di vista visivo un’angolazione inusuale sulla delicata bellezza della natura della foresta amazzonica, grazie ad una tecnica di illuminazione a fluorescenza UV. Tristes Tropiques restituisce “l’onda d’urto” della drammatica deforestazione nell’area brasiliana tramite immagini riprese da droni, impresse su di una pellicola multispettrale attraverso un’avanzata tecnologia fotografica satellitare.
Le figure umane talvolta presenti, sembrano diventare, nonostante le spinose tematiche, protagonisti di servizi di moda.
Già nel lontano 1971 la “denuncia” ambientalista correva sulle note della Canzone del sole di Battisti, che raggiunse un immediato successo.
Nel 1972 risultò essere tra le più vendute e toccò le vette più alte della classifica di vendita dei singoli, arrivando fino al settimo posto.
Sono passati 45 anni da quando il brano divenne uno dei singoli più gettonati d’Italia, rientrando così tra i più noti del duo Battisti (cantante) e Mogol (paroliere).
La copertina su cui “campeggia” il fiore in bocca è una specie di dipinto ed è un palese indizio, che svela il significato della canzone: il cantante passeggia in un prato con una valigetta in mano ed una margherita tra le labbra (“un fiore in bocca può servire sai”). Le foto furono realizzate nel parco di una villa di amici di Mogol vicino Como.
Quest’ultimo è stato intervistato di recente dal giornalista Alessandro Banchero nel corso della trasmissione Italia Si.
Al centro dell’intervista è stato proprio il brano con la sua parola chiave Mare nero!, monito precursore di denuncia dell’inquinamento territoriale.
Nel brano si respira un forte richiamo ambientale, come confermano alcune strofe, da quelle del fiore, appunto, a quelle delle rocce, fino a farsi lambire da quel mare nero, che il paroliere spiega così: “il mare nero, che non era nero, ha una piccola traccia di inquinamento”.
Nulla a che vedere però con il disastro dilagante, che sta scombussolando l’ecosistema ai giorni nostri.
E noi non possiamo che essere da tutto questo sempre più…displaced!

 

Info

Mast Bologna, Displaced, fino al 19 Settembre 2021, Web: www.mast.org
 

Bibliografia

 
Hombo Walikale, fig.1
Yayladagi, Hatay, fig.2
Pool at Uday’s Palace, fig.3
 
Maria Cristina Bibbi
maggio 2021