Riceviamo e volentieri ripubblichiamo due articoli della Professoressa Carla Rossi, entrambi dedicati agli ultimi giorni di Caravaggio. Questi contributi hanno acceso un interessante dibattito nella comunità degli studiosi, offrendo nuove prospettive sulla fine della vita dell’artista, narrata in una lettera datata 29 luglio 1610 di mano del nunzio apostolico di Napoli frà Deodato Gentile, che risponde alla Segreteria di Stato di Roma, retta da Scipione Borghese, il quale, il 24 luglio, richiede notizie su una voce che si rincorre a Roma e che dà Caravaggio morto a Procida.
Il primo articolo, pubblicato il 5 agosto scorso, si concentra sulla rilettura della corrispondenza tra il cardinale Lanfranco Margotti—che scriveva da Roma per conto del cardinale Scipione Borghese—e il nunzio apostolico di Napoli. Rossi, nell’analizzare questi documenti, ha formulato precisazioni sul contenuto della lettera, viziate da precedenti trascrizioni imperfette.
Dopo la pubblicazione del primo articolo, Francesca Curti è intervenuta direttamente, ritenendosi chiamata in causa dalla Prof.ssa Rossi. Nel farlo, ha difeso la propria ricostruzione, già apparsa su una rivista scientifica, e ha rivolto a Rossi critiche metodologiche usando toni poco concilianti ad una filologa di riconosciuta autorevolezza e con un’esperienza trentennale come la Prof.ssa Carla Rossi.
Il secondo articolo, firmato da Carla Rossi insieme a Lorenzo Fusini, è stato pubblicato in risposta alle osservazioni di Francesca Curti. In questa nuova pubblicazione, Rossi ha chiarito ulteriormente le proprie deduzioni filologiche, rendendole ancora più esplicite e, secondo molti lettori, più convincenti.
Qualche giorno dopo la pubblicazione del secondo articolo di Carla Rossi e Lorenzo Fusini, è avvenuto un episodio significativo che ha avuto ripercussioni sullo sviluppo del dibattito. La rivista Aboutartonline, infatti, ha deciso di censurare il contributo della Rossi e Fusini, rimuovendolo dal proprio sito internet. Questa scelta editoriale ha avuto l’effetto di limitare la disponibilità delle argomentazioni di Rossi, privando i lettori della possibilità di accedere direttamente alla controreplica della studiosa e del suo coautore.
Nonostante la rimozione dell’articolo di Rossi e Fusini, la redazione della rivista Aboutartonline ha mantenuto online l’intervento critico di Francesca Curti. Tale decisione ha reso il confronto pubblico tra le due posizioni inevitabilmente squilibrato, poiché i lettori potevano consultare solo  le ipotesi di Curti ma non la risposta della Rossi. In questo modo, il dibattito è risultato parziale e privo di quella pluralità di voci che sarebbe auspicabile in un contesto accademico e di approfondimento storico.
Per ristabilire un equilibrio e offrire ai lettori la possibilità di formarsi un’opinione consapevole, si è scelto di pubblicare liberamente qui i contributi della Professoressa Rossi. In tal modo, si intende restituire trasparenza e completezza alla discussione, permettendo al pubblico di informarsi senza influenze partigiane o filtri editoriali, e di valutare autonomamente le diverse interpretazioni emerse nel dibattito sugli ultimi giorni di Caravaggio.
 
Redazione 21 novembre 2025
 
Ancora sugli ultimi giorni di Caravaggio. Il ruolo del card.le Lanfranco Margotti e la missiva a Deodato Gentile del 24 luglio 1610 : novità dalla rilettura degli atti e nuove indagini documentarie
 
Nel 1991, nel saggio intitolato La morte del Caravaggio  e  alcuni  suoi  dipinti  da documenti  inediti,[1] Vincenzo  Pacelli  rese note  cinque  lettere  di  Deodato  Gentile, nunzio  apostolico  a  Napoli,  indirizzate  al cardinale Scipione  Borghese,  redatte  tra  il luglio 1610 e il maggio 1611.
Le  missive,  conservate  presso  l’Archivio Apostolico  Vaticano  (Nunziatura  di  Napoli Segreteria  di  Stato,  20  A,  cc.  222r–v,  226r, 352r–v,  367r  e  404r–v),  gettano  luce  sulle circostanze  della  morte  di Michelangelo Merisi da Caravaggio e sul destino di almeno tre fra i dipinti che il pittore aveva con sé durante  il  viaggio  per  mare,  diretto  – secondo  quanto  ricostruito  di  recente  su base  documentaria  da Francesca  Curti  – verso il luogo designato alla stipula, anche rituale, di un accordo di pace con la famiglia Tomassoni.  La  riconciliazione,  secondo  la prassi  giuridica  del  tempo,  costituiva  una condizione imprescindibile per l’ottenimento della grazia pontificia che Caravaggio stava tentando di ottenere.[2]
Le  lettere  si  configurano  come  rapporti ufficiali  del  nunzio  alla  Segreteria  di  Stato pontificia, ma non sono accompagnate da risposte o istruzioni da parte del Borghese: di  queste  ultime,  sebbene  logicamente presupposte  dalla  struttura  dialogica  del carteggio, non si conserva traccia nei fondi consultati da Pacelli.
La  scoperta  fu  di  notevole  rilievo  per  la storiografia caravaggesca, dal momento che per la prima volta emergeva un resoconto coevo articolato sulla morte dell’artista, oltre a  preziose  informazioni  sul  destino  di  tre dipinti  che  si  trovavano  sulla  feluca  che tornò  a  Napoli  dopo  l’incarcerazione  del pittore a Palo.
L’estensore delle lettere era il frate Deodato Gentile  (1558–1616),  originario  di  Genova, priore  del  convento  domenicano  di  Santa Maria  di  Castello  a  Genova  nel  biennio 1588–1589; successivamente, dal 1591 al 1599, priore di Santa Sabina, a Roma. Nominato inquisitore  a  Milano  nel  1599,  Gentile divenne  nello  stesso  anno  commissario generale del Sant’Uffizio. Il 9 luglio 1604 fu elevato  alla  sede  episcopale  di  Caserta  e contestualmente  nominato  inquisitore generale  del  Regno  di  Napoli.  Infine,  il  29 marzo  1610,  assunse  l’incarico  di  nunzio apostolico  presso  la  corte  vicereale  di Napoli, carica che mantenne fino alla morte, sopraggiunta nell’aprile del 1616.
Nonostante la rilevanza del ritrovamento e la  sua  ampia  circolazione  nella  bibliografia caravaggesca,  la  trascrizione  delle  lettere proposta  da  Vincenzo  Pacelli  presenta numerose imprecisioni, riconducibili in larga parte a difficoltà paleografiche. La recente edizione  a  cura  di  Stefania  Macioce,  pur offrendo una resa formale più accurata, non si  configura  come  un’esegesi  filologica  dei singoli documenti, bensì come un repertorio sistematico e aggiornato dell’intera documentazione  d’archivio  relativa  a Caravaggio.  Il  valore  del  volume, esplicitamente compilativo, risiede nella sua ampiezza e nell’intento dichiarato di fornire uno  strumento  di  consultazione  affidabile, non un’edizione critica dei testi.[3]
In particolare, ad oggi, la prima delle cinque lettere,  datata  29  luglio  1610,  non  è  stata esaminata  filologicamente  né  posta  in relazione  al  contesto  epistolare  che  l’ha generata. È a partire da questa missiva che il presente contributo si propone di sviluppare alcune  osservazioni  critiche  e  storico- documentarie,  fondate  su  una  rilettura diretta dell’autografo.
L’analisi consente non solo di chiarire alcuni snodi  testuali  finora  fraintesi,  ma soprattutto  di  proporre  una  nuova interpretazione della natura e della funzione della  lettera.  Contrariamente  a  quanto affermato dalla bibliografia precedente, essa non  costituisce  un’iniziativa  informativa autonoma  da  parte  di  Deodato  Gentile, bensì una risposta puntuale a una richiesta proveniente da Roma, recante la data del 24 luglio 1610.
Un elemento finora trascurato consente di definire con maggiore precisione il contesto della  missiva:  il  riferimento  iniziale all’“Illustrissimo  Lanfranco” va infatti ricondotto al cardinale Lanfranco Margotti (1559–1611), protonotario apostolico,  figura  di  primo  piano  nella Segreteria  di  Stato  e  stretto  collaboratore sia di papa Paolo V, sia del Card. Borghese. L’identificazione dell’interlocutore  romano non  solo  permette  di  ricostruire  più nitidamente le dinamiche tra Roma e Napoli, ma  impone  anche  una  revisione  delle  tesi storiografiche  che  hanno  ipotizzato  un coinvolgimento diretto del cardinal nepote nell’arresto a Palo, o persino nella morte del pittore.
L’intento  di  questo  breve  articolo  non  è dunque  quello  di  presentare  documenti inediti  relativi  a  Caravaggio,  quanto piuttosto di sottoporre a verifica critica – sul piano filologico e archivistico – materiali già noti  concernenti  la  sua  morte.  L’analisi  si avvale tuttavia anche di fonti inedite, non riferibili in modo diretto al pittore, ma utili a ricostruire  il  contesto  documentario, istituzionale e cronologico in cui si collocano le lettere esaminate.
Questo  il  testo  della  missiva  di  Deodato Gentile,  in  cui,  tra  parentesi  quadre,  si riportano alcune osservazioni filologiche:
 
Nella lettera dell’Illustrissimo Lanfranco, dì 24mo del  corrente,  vego  [Pacelli  trascrive erroneamente  nego,  ma  vego  –  attestato anche nella variante veggo – è forma arcaica per  vedo.  La  lezione  riportata  da  Pacelli costituisce una lectio facilior e risulta meno coerente  nel  contesto,  giacché  Gentile  sta leggendo  e  non  negando  quanto  riferito nella  lettera  alla  quale  sta  rispondendo] quanto era stato riferito a Vostra Signoria Illustrissima circa il pittor Caravaggio, il che essendo a me molto novo, cercai subito di haverne infirmatione  [Pacelli  trascrive erroneamente  informatione.  Dal  latino infirmatio,  nel  senso  di  verifica,  controllo tramite  testimonianza]  e  ritrovo  che  il povero [sottolineato nel testo dall’estensore stesso della lettera] Caravaggio non è morto in Procida, ma a Porthercole, perché essendo capitato con la felluca, in quale andava, a Palo, ivi da quel capitano [ossia dal militare responsabile] fu carcerato, e la felluca in quel romore tiratasi in alto mare se ne ritornò a Napoli,  il  Caravaggio  restato  pregione,  si liberò con un’ sborso grosso di denari, e per terra  e  forse  a  piedi  si  ridusse  sino  a Porthercole, ove ammalatosi ha lasciato la vita.  La  felluca  ritornata  riportò  le  robbe restateli  in  casa  della  S.ra  Marchese  di Caravaggio, che habita a Chiaia, e di dove si era  partito  il  Caravaggio.  Ho  fatto  subito vedere se vi sono li quadri, e ritrovo che non ne sono più in essere, eccetto che tre, li doi S.  Giovanni,  e  la  Madalena,  e  sono  in suddetta casa della S.ra Marchese, quale ho mandato subito a pregare che vogli tenerli ben  custoditi,  che  non  si  guastino,  senza lasciarli vedere, o andar in mano di alcuno, poiché  erano  destinati  e  si  hanno  da trattener  per  Vostra  Signoria  Illustrissima sintanto  che  si  trattarà  con  gli  heredi  e creditori di d.o Caravaggio per darli honesta sodisfatione.  A  questo  segno  ne  sono arrivato  [Pacelli  e  Macioce  trascrivono erroneamente  arrivati]  sinhora.  Anderò vedendo, et intendendo quello si potrà fare, e  procurerò  che  in  ogni  modo  li  quadri  si conservino  e  venghino  in  mano  di  Vostra Signoria  Illustrissima,  a  quale  per  fine umilmente  mi  inchino.  Di  Napoli  li  29  di luglio 1610. / Di Vostra Signoria Illustrissima humilissimo  devotissimo  et  obbligatissimo servitore  e  creatura,  fra  Deodato  Gentile Vescovo di Caserta.
 
Parafrasi moderna
Nella  lettera  dell’Illustrissimo  Lanfranco, datata 24 del corrente mese, leggo quanto era  stato  riferito  a  Vostra  Signoria Illustrissima in merito al pittore Caravaggio. Poiché la notizia mi era del tutto nuova, mi sono prontamente adoperato per verificarla e ho appreso che il povero Caravaggio non è morto a Procida, bensì a Porto Ercole.
Giunto a Palo con la feluca su cui viaggiava, fu arrestato dal capitano della guarnigione locale. La feluca, nel trambusto, si allontanò in  mare  aperto  e  fece  ritorno  a  Napoli. Caravaggio,  rimasto  prigioniero,  riuscì  a ottenere  la  libertà  pagando  una  somma ingente di denaro e, procedendo via terra – forse addirittura a piedi – raggiunse Porto Ercole, dove si ammalò e morì.
La feluca, tornata a Napoli, ha riportato a casa della signora Marchesa di Caravaggio, che  risiede  a  Chiaia,  da  dove  era  partito Caravaggio,  le  cose  rimaste  [ossia  non confiscate  al  momento  dell’arresto  del pittore].  Ho  fatto  subito  verificare  se  vi fossero dipinti e ho constatato che non ne sono  rimasti  che  tre:  due  raffiguranti  San Giovanni e uno Maddalena.
Questi  dipinti  si  trovano  nella  casa  della suddetta  signora  Marchesa,  alla  quale  ho immediatamente  fatto  chiedere  di conservarli con cura affinché non si rovinino, senza mostrarli né permettere che finiscano in  mani  altrui,  poiché  erano  destinati  a Vostra Signoria Illustrissima e devono essere trattenuti  in  attesa  delle  trattative  con  gli eredi e i creditori del defunto Caravaggio, al fine  di  fornire  a  costoro  un’equa soddisfazione.
Questo è quanto sono riuscito a ricostruire finora. Continuerò a vigilare e a informarmi su ciò che potrà essere fatto e mi adopererò in  ogni  modo  perché  i  dipinti  siano conservati e giungano nelle mani di Vostra Signoria Illustrissima, alla quale porgo infine il mio umile omaggioNapoli,  29  luglio  1610.  Dell’Illustrissima Vostra  Signoria,  umilissimo,  devotissimo  e obbligatissimo  servitore  e  creatura,  fra Deodato Gentile, Vescovo di Caserta
 
L’identificazione dell’“Illustrissimo Lanfranco”  con  Lanfranco  Margotti  (1559– 1611),  consente  di  chiarire  il  contesto gerarchico e comunicativo in cui si colloca la lettera del nunzio.
Margotti,  creato  cardinale  nel  1608,  aveva assunto  un  ruolo  centrale  nella  gestione della  politica  estera  della  Santa  Sede, agendo  in  stretta  sinergia  con  il  cardinal nepote Scipione Borghese. Durante l’estate del  1610,  a  causa  degli attacchi malarici  di  quest’ultimo,  fu  proprio Margotti  a  firmare  in  prima  persona  la corrispondenza  ufficiale  della  Segreteria  di Stato, comprese le lettere relative alla morte di Caravaggio.
In  questo  contesto,  la  corretta  lettura  della formula  vego assume  rilievo  decisivo. L’errore ha portato a interpretare l’apertura della lettera del 29 luglio come una smentita da parte del nunzio Gentile di una presunta comunicazione  precedente  inviata  da  un oscuro  mittente  napoletano [un non identificato Lanfranco] al  cardinal Borghese.  Al  contrario,  Gentile  si  riferisce esplicitamente alla lettera ricevuta da Roma, firmata da Margotti e datata 24 luglio, alla quale sta dando seguito con una relazione puntuale.  Il  dato  testuale,  correttamente inteso,  permette  quindi  di  ricollocare  il documento  nella  sua  effettiva  sequenza epistolare  e  di  cogliere  con  esattezza  la natura dialogica della comunicazione tra la Curia e la Nunziatura di Napoli. L’intervento di  Margotti,  in  sostituzione  del  Borghese, testimonia  sia  l’interesse  immediato  delle autorità romane per le notizie concernenti Caravaggio, sia la rapidità con cui si ritenne necessario procedere a una verifica ufficiale sul posto.
Ulteriore  conferma  del  ruolo  svolto  da Margotti  in  questa  fase  si  trova  in  un manoscritto conservato presso la Biblioteca Apostolica  Vaticana  (Borg.lat.67,  cc.  91v– 92v), dove sono trascritte – con l’indicazione di sigilli e intestazioni ufficiali, trattandosi di copie  della  corrispondenza  inviata  –  due lettere da lui spedite tra il settembre 1610 e l’ottobre 1611 (Figg. 1, 2 e 3) all’“Illustrissimo e reverendissimo  Sig.re,  come  fratello, Monsignore  vescovo  di  Caserta,  Deodato Gentile,  Nunzio  di  N.  Sig.re  a  Napoli”.  A queste  missive  seguono,  nel  medesimo fascicolo,  ulteriori lettere firmate direttamente  da Scipione  Borghese,  a riprova della ripresa delle sue funzioni dopo il periodo di convalescenza.
Le  lettere  di  Margotti,  nel  Borg.lat.67,  si riferiscono a questioni amministrative legate alla  gestione  degli  spogli  ecclesiastici  nel Regno  di  Napoli  e  rappresentano  una continuazione degli scambi epistolari iniziati il  2  giugno.  Non  riguardano  dunque  la vicenda del Caravaggio, ma confermano che fu proprio Margotti, in qualità di sostituto temporaneo del cardinal nepote, a firmare la comunicazione inviata il 24 luglio 1610 alla Nunziatura,  sollecitando  Gentile  a  fornire una verifica sul posto.
Il  ricorso  al  nunzio  come  fonte d’informazione  diretta,  così  come  la necessità  di  trasmettere  un  riscontro ufficiale tramite i canali diplomatici ordinari, dimostrano  chiaramente  l’assenza  di  una conoscenza  chiara  dei  fatti  da  parte  della Curia romana.

 
Fig. 1. Originale di una lettera inviata da Roma dal Cardinale Lanfranco Margotti a Deodato Gentile, Vescovo di Caserta e nunzio apostolico a Napoli, manoscritto della Biblioteca Apostolica Vaticana, Borg.lat.67, carte 91v-92r. Fig. 2. Biblioteca Apostolica Vaticana, Borg.lat.67, carte 92v-93r.
 
 
Fig. 2. Biblioteca Apostolica Vaticana, Borg.lat.67, ff. 92v–93r.
 
 
Fig. 3. Biblioteca Apostolica Vaticana, Borg.lat. 67, ff. 92v–93r. Vale la pena notare che questa stessa immagine, riprodotta con identico livello di ingrandimento da me effettuato, è stata successivamente riutilizzata in un infelice articolo online pubblicato da F. Curti, in un goffo tentativo di mettere in discussione la mia interpretazione filologica della lettera, presentata e pubblicata per la prima volta il 10 agosto 2025.
 
Figura  di  potere  e  di  rigida  ortodossia, Lanfranco Margotti si distinse anche per il suo  ruolo  nella  repressione  ideologica  e diplomatica  della  Repubblica  di  Venezia.
Secondo  le  testimonianze  coeve  (Paolo Sarpi, Fulgenzio Micanzio) e la storiografia più accreditata (Bianchi-Giovini, Pastor), fu proprio Margotti il mandante di un secondo tentativo  di  attentato  contro  Sarpi,  nel gennaio  1609,  a  meno  di  due  anni  dalla celebre  aggressione  del  1607.  In quell’occasione, due frati serviti — Giovanni Francesco da Perugia e Antonio da Viterbo —  furono  coinvolti  in  un  complotto  per assassinare  Sarpi  nel  convento  di  Santa Fosca,  utilizzando  chiavi  contraffatte. L’azione, pianificata con il sostegno diretto di  ambienti  curiali  e  con  il  concorso  dello stesso  Margotti,  fu  sventata  dalla magistratura veneziana.
Il  coinvolgimento  di  Margotti  in  questa trama,  documentato  da  lettere,  dispacci  e rapporti dell’epoca, rafforza l’immagine di un alto  funzionario  ecclesiastico  capace  non solo  di  amministrare  con  rigore  gli  affari dello Stato pontificio, ma anche di gestire operazioni riservate e manovre indirette nei confronti  di  figure  ritenute  pericolose  per l’equilibrio della Chiesa.
È in questo clima di controllo e vigilanza che si collocano dunque i documenti relativi alla morte di Michelangelo Merisi da Caravaggio, e in particolare la lettera del 24 luglio 1610, firmata da Lanfranco Margotti e indirizzata al  nunzio  apostolico  a  Napoli,  in  cui  si chiedeva  conferma  circa  la  notizia,  ancora non  verificata,  della  morte  del  pittore  a Procida.  La  data  è  di  particolare  rilievo, poiché  solo  sei  giorni  prima,  secondo  un documento  oggi  riconosciuto  come  falso, sarebbe avvenuto il decesso di Caravaggio.
Mi riferisco al “foglietto volante” datato 18 luglio  1610,  emerso  il  19  dicembre  2001 all’interno  del  Libro  de’  Capitoli  della Collegiata  di  Porto  Ercole  (1653–1861),[4] conservato  presso  l’Archivio  Storico  della Diocesi  di  Pitigliano-Sovana-Orbetello.  La sua natura spuria è stata dimostrata da chi scrive  attraverso  un’analisi  codicologica, paleografica  e  filologica  condotta  sul supporto,  la  grafia  e  le  incongruenze materiali rispetto alla datazione dichiarata. [5] 
Il 18 luglio non può, allo stato attuale delle ricerche, essere considerato un riferimento attendibile per la morte del pittore: la sua diffusione come dies obitus sembra piuttosto il risultato di una tardiva interpolazione, verosimilmente novecentesca, priva di riscontri anteriori, fatta eccezione per quanto riferito dal Mancini, la cui attendibilità cronologica su Caravaggio è tuttavia limitata. Al contrario, la lettera del 24 luglio 1610 mostra chiaramente che, a quell’altezza cronologica, la notizia del decesso era ancora oggetto di incertezza, al punto da rendere necessario un intervento formale della Segreteria di Stato per ottenere verifiche definitive.
 
Le voci sulla morte a Procida, una metonimia toponimica?
 
La diffusione a Roma delle voci secondo le quali  Caravaggio  sarebbe  morto  a  Procida merita  un  approfondimento  specifico,  in quanto  costituisce  la  prima  menzione,  a livello ufficiale, della notizia del decesso del pittore.  La  confusione  potrebbe  riflettere una  distorsione  documentaria  connessa  al rilievo  politico  assunto  proprio  dall’isola  in quel  preciso  arco  temporale.  A  Procida, infatti, sbarcò, nel giugno del 1610 il nuovo viceré spagnolo, Pedro Fernández de Castro y Andrade, VII conte di Lemos, il quale, come riferisce Pietro Giannone in Dell’Istoria civile del  Regno  di  Napoli,  si  trattenne  sull’isola senza voler entrare in città fintanto che il predecessore  non avesse lasciato ufficialmente il governo. Scrive Giannone:
 
Mentre  con  tanta  vigilanza  il  Conte  di  Benavente amministrava il Regno, pervenne avviso in Napoli, che il Re Filippo,  secondo  le  insinuazioni  de’  Favoriti,  da’  quali reggeva la Monarchia, avea disegnato per suo successore il Conte di Lemos figliuolo di Don Ferdinando; onde egli con  molto  dispiacere,  e  più  della  Contessa  sua  moglie, s’apparecchiò a riceverlo, per cedergli il Governo; e giunto il Lemos nel mese di Giugno di quest’anno 1610, nell’Isola di Procida, fu egli ad incontrarlo; e quantunque l’avesse pregato  d’entrare,  e  stanziarsi  in  Palagio,  non  volle  il Lemos  partire  da  quell’isola,  per  dar  maggior  agio  al predecessore di disporsi alla partenza.
Partì finalmente il Conte di Benavente da Napoli il 17 del seguente mese di Luglio, dopo aver governato il Regno per  lo  spazio  poco  più  di  sette  anni”. 
(Pietro Giannone, Dell’Istoria civile del Regno di Napoli, Napoli, Giovanni di Simone, 1723, vol. IV, Libro XXXV, p. 313).
 
L’evidente  centralità  politica  e  logistica assunta da Procida fino al 17 luglio 1610, in concomitanza  con  la  delicata  fase  di transizione del governo del Regno di Napoli, unita  all’intensa  produzione  di  dispacci  e lettere ufficiali da e per l’isola in quei giorni, può  aver  favorito  la  nascita  di  una metonimia  toponimica,  per  cui  il  nome  di Procida venne associato per errore a eventi verificatisi  altrove,  inclusa  la  morte  di Caravaggio. Sotto il pieno controllo militare e  amministrativo  spagnolo,  Procida rappresentava  in  quel  momento  un  nodo strategico  del  potere  del  Viceré,  ed  è verosimile  che,  in  una  catena  informativa convulsa  e  parziale,  quel  nome  sia  stato evocato  per  sineddoche  a  designare  una fascia  costiera  soggetta  all’autorità spagnola. Tenendo conto, poi, del fatto che tanto il nuovo Viceré, quanto suo fratello, l’Ambasciatore Francisco De Castro, erano presenti a Palo nei giorni del possibile sbarco di Caravaggio, c’è da chiedersi se le voci circolanti in Vaticano non presupponessero un rientro del pittore nel Regno di Napoli sulla gelera del Viceré.
Va inoltre notato che tutti i luoghi coinvolti nella  sequenza  finale  della  vita  del  pittore (Palo,  Port’Ercole,  Procida)  iniziano  con  la lettera P, e che una confusione onomastica potrebbe aver contribuito alla trasmissione errata della notizia. Il riferimento a Procida come  sede  della  morte  potrebbe essere interpretato, a mio avviso, non come mera svista geografica, ma come riflesso indiretto della  sovrapposizione  tra  giurisdizioni militari,  toponimi  contigui  e  dinamiche comunicative imperfette.
 
Conclusioni
L’unico  documento  coevo  che  riferisca  in modo diretto e strutturato sulle circostanze dell’arresto e della morte di Caravaggio è la lettera del nunzio Deodato Gentile, datata 29 luglio 1610. Essa si presenta come risposta puntuale a una precisa richiesta di verifica pervenuta  da  Roma  il  24  luglio,  formulata dal  cardinale  Lanfranco  Margotti,  figura  di rilievo nella Segreteria di Stato – che in quel momento  firmava  la  corrispondenza ufficiale in sostituzione del cardinal nepote Scipione  Borghese  –  nella  quale  si sollecitavano chiarimenti in merito alle voci sul  decesso  del  pittore  a  Procida.  Gentile, prendendo  atto  della  notizia  “a  lui  molto nova” (ma certamente non altrettanto alla marchesa Costanza Colonna), si attivò per verificarne la fondatezza. Informò quindi il cardinale che, sulla base delle informazioni raccolte,  Caravaggio  era  stato  arrestato  a Palo. A comunicare questi fatti furono molto probabilmente i marinai o il capitano della stessa feluca tornata a Napoli, che avevano assistito all’arresto.
Gentile,  in  qualità  di  nunzio  e  inquisitore generale  per  il  Regno  di  Napoli,  operò dunque  un’indagine  circostanziata  e professionale, offrendo un’informazione che ha ogni carattere di attendibilità e che viene trasmessa con linguaggio formale. In questa luce, l’ipotesi avanzata da Francesca Curti – secondo cui l’arresto sarebbe avvenuto non a  Palo  ma  a  Porto  Ercole,  e  ad  opera  del comandante militare Pedro Girón de Borja – appare poco fondata: è da Palo che la feluca torna  a  Napoli  con  i  beni  superstiti,  ossia non  confiscati.  Il  dato  temporale  è dirimente: la lettera di Margotti del 24 luglio già menziona la notizia del decesso, benché erroneamente localizzato a Procida, ed è a partire  da  quest’informazione  che  Gentile ricostruisce gli eventi, smentendo non solo il luogo  della  morte  ma  anche  l’ordine cronologico dei fatti.
La  sequenza  emersa  dalla  sua  indagine  è lineare:  arresto  a  Palo  da  parte  di  “quel capitano”, ritorno precipitoso della feluca a Napoli, liberazione ottenuta da Caravaggio mediante pagamento di un’ingente somma (il che parrebbe escludere l’errore di persona) e successiva risalita – secondo un’ipotesi poco realistica degli informatori di Gentile, addirittura a piedi – fino a Porto Ercole, dove infine muore.
 
Il  riferimento  al  “capitano”  di  Palo  merita attenzione.
Bellori scrisse che il pittore venne arrestato a Palo  dalla  guardia  spagnola.  L’ipotesi  che non  si  trattasse  di  un  ufficiale  minore incaricato  del  controllo  costiero  per  conto della nobiltà locale (gli Orsini) o della giurisdizione ecclesiastica e baronale, ma di un  comandante  spagnolo,  risulterebbe compatibile  con  la  diffusione  dell’errata informazione relativa a Procida (isola, come detto, sotto il controllo spagnolo, su cui proprio nei giorni della morte del pittore soggiornava il nuovo Viceré, il conte di Lemos, che avrà di lì a poco un ruolo nel recupero di almeno un dipinto del Caravaggio). In questo contesto, la figura di  Pedro  de  Borja  –  comandante  di  Porto Ercole  –  parrebbe  estranea  alla  fase dell’arresto,  benché  possa  essere  stata coinvolta  in  un  secondo  momento  nella gestione  della  morte  del  pittore,  avvenuta all’interno della sua giurisdizione territoriale.
Il dato chiave rimane tuttavia la prontezza investigativa del nunzio, che da Napoli riesce a  chiarire,  entro  cinque  giorni,  una  notizia giunta già distorta alla Segreteria pontificia.
La  ricostruzione  della  catena  informativa, resa possibile dall’identificazione dell’“Illustrissimo  Lanfranco”  con  Lanfranco Margotti e dalla  rilettura diretta dell’autografo,  consente  di  restituire  a questo documento il suo corretto contesto gerarchico  e  cronologico.  Si  tratta  di  un tassello che, pur non modificando in modo radicale  la  sequenza  nota  degli  eventi,  ne precisa  tempi,  modalità  e  canali  di trasmissione,  offrendo  un  contributo filologico e storico utile alla comprensione delle ultime giornate di Michelangelo Merisi da Caravaggio.
Carla  Rossi,  Institut  d’Estudis  Filològics Dantescs  i  Digitals  Avançats,  Barcelona, 05.08. 2025
 
NOTE
[1] Edito in «Studi di storia dell’arte», 2 (1991), pp. 167–188.
[2] Si veda, in merito, F. Curti, “Misesi in una feluca con alcune poche robe”: l’ultimo viaggio di Caravaggio, in “ Storia dell’arte”, 160, nuova serie 2, 2023, pp. 101-125. Una sintesi dei risultati della ricerca di Curti è stata pubblicata da R. Vodret, “Misesi in una feluca con alcune poche robe”: l’ultimo viaggio di Caravaggio  nella  nuova  ricostruzione  di  Francesca  Curti,  in «AboutArtOnline», 26 giugno 2024:    https://www.aboutartonline.com/misesi-in-una-feluca-con-alcune- poche-robe-lultimo-viaggio-di-caravaggio-nella-nuova-ricostruzione-di- francesca-curti/
[3] S.  Macioce,  Michelangelo  Merisi  da  Caravaggio.  Documenti,  fonti  e inventari  (1513–1848),  III  ed.,  Roma,  Ugo  Bozzi,  2023,  in  particolare  ci  si riferisce in questa sede al doc. 891, p. 285.
[4] S. Macioce, cit. p. 277, doc. 873, riferisce erroneamente che la trascrizione della  morte  del  pittore  sarebbe  inclusa  nel  Registro  dei  Morti  della Parrocchia di Sant’Erasmo, ma così non è. Nel Registro dei Morti non vi è traccia alcuna del decesso del pittore.
[5] C. Rossi, Analisi paleografica, codicologica e filologica del presunto atto di morte di Caravaggio, in «Theory and Criticism of Literature and Arts», vol. 9,  n.  2  (2025),  pp.  204–225.  Il  saggio  corrisponde  alla  relazione  da  me presentata  al  convegno  L’Enigma  Caravaggio  1951–2021.  Nuovi  studi  a confronto (Roma, gennaio 2022, modalità ibrida), integralmente registrata e disponibile al link:
https://www.youtube.com/watch?v=txK5_kEg3U4
Il contributo non è stato incluso negli atti del congresso poiché, al momento della raccolta dei materiali (2023), ero bersaglio  di  una  violenta  campagna  diffamatoria, scatenata  in  seguito  alla  mia  denuncia  al  Comando Carabinieri  per  la  Tutela  del  Patrimonio  Culturale  (TPC) contro una rete di mercanti d’arte coinvolti in traffici illeciti di  beni  culturali.  Questa  campagna,  caratterizzata  da minacce  di  morte  e  atti  persecutori,  ha  portato  alla diffusione online del mio indirizzo privato corredato da fotografie,  costringendomi  ad  abbandonare  la  mia abitazione.  Per  una  documentata  ricostruzione  della violenza di cui sono stata vittima e del contesto in cui si inserisce, si veda, ora disponibile anche in italiano, J. Puig, Receptiogate. Diffamazione accademica e smembramento di manoscritti medievali miniati, Alta Formazione Editrice, 2025, oltre che il mio contributo nella “Harvard Art Law Review”  1,  1,  pp.97-167,  2025,  Biblioclasm  for  Profit: The Legal  Implications  of  Dismembering  Western  Medieval Illuminated  Manuscripts.  In  merito  all’analisi  degli inchiostri del foglietto, da me proposta nel corso del mio intervento al convegno e che, sulla base di una semplice osservazione visiva, avevo ipotizzato essere china, scrive Barbara  Adamanti  in  ‘Polifonia  di  storie:  persone, istituzioni  e  paesaggi  dell’antica  Diocesi  di  Sovana  al tempo di Michelangelo Merisi da Caravaggio’, Tipografie Ciccarelli,  2023,  p.  288:  «Relativamente  agli  inchiostri,  è stata  rilevata  la  presenza  nel  foglietto  di  due  diverse tipologie:  quello  usato  per  le  due  annotazioni  e  quello relativo  all’accenno  di  scrittura  visibile  nel  margine superiore  sinistro.  Dalla  spettrofotometria  infrarossa  in riflettanza  totale  attenuata,  eseguita  contestualmente all’analisi  del  documento  da  parte  della  Prof.ssa  Rossi, l’inchiostro delle annotazioni è risultato essere di china, non  avendo  peraltro  prodotto  le  tipiche  tracce  di corrosione della carta dovute all’acidità del materiale».
 
Secondo articolo, edito il 30 agosto su AboutArtOnline, il primo a essere rimosso
 
La ricostruzione degli ultimi giorni di Caravaggio: saper leggere le fonti
 
Devo confessare che il recente richiamo al “metodo filologico”, apparso la settimana scorsa sulle pagine di AboutArtOnline a firma di F. Curti, mi ha strappato un sorriso. Da filologa romanza, dopo oltre trent’anni trascorsi a lavorare su testi e documenti, pubblicandone edizioni critiche e commenti, accolgo con simpatia gli inviti provenienti da giovani studiosi a discutere di metodo. È proprio con questo spirito collaborativo – che nei giovani rispettosi della disciplina si accompagna spesso all’umiltà necessaria a misurarsi con le fonti – che, di recente, sono stata contattata da Lorenzo Fusini, storico dell’architettura dell’Università degli Studi di Firenze, i cui interessi di ricerca si concentrano sulla genesi urbana di Porto Ercole, con il quale ho avviato una collaborazione per ricerche d’archivio dedicate agli ultimi giorni di Caravaggio.
 
Il presente contributo si articola in tre sezioni: una prima parte destruens, volta a chiarire e mostrare – non senza un certo divertito stupore – a quali distorsioni possa condurre l’incapacità di leggere un documento storico: è sufficiente infatti non comprenderlo sul piano linguistico per arrivare a rovesciarne il senso e proclamarne l’inattendibilità. La seconda parte del contributo, construens, propone una ricostruzione degli ultimi giorni del pittore fondata su basi documentarie; infine, una terza sezione, a firma di Fusini, offre il quadro storico-architettonico di Porto Ercole agli inizi del Seicento, delineandone l’assetto urbanistico e le vie d’accesso.
 
Ora, vi è una regola elementare che precede ogni esercizio metodologico: saper leggere e comprendere i testi delle fonti, anzitutto sul piano linguistico. Quando questa competenza minima di lettura viene meno, le fonti rischiano di essere fraintese o, peggio, di essere interpretate come se dicessero l’esatto contrario di ciò che trasmettono. Nei casi peggiori finiscono persino con l’essere ridotte a meri testimoni secondari o falsate fino a sostenere ciò che più conviene a chi se ne serve.
 
Un caso esemplare è quello della lettera di Deodato Gentile del 29 luglio 1610, indirizzata a Roma al Cardinal Borghese. Si tratta di una comunicazione ufficiale di un nunzio apostolico, in un italiano seicentesco limpido, che non presenta difficoltà particolari, se non forse nella corretta lettura del grafema u per v, come vedremo di seguito. Il documento appartiene pienamente al genere delle fonti primarie, perché protocollato e trasmesso a Roma in via istituzionale. Affermare che non è attendibile equivale a non saper lavorare con le fonti storiche: Gentile non è né un biografo né un cronista, ma un funzionario che trasmette informazioni ufficiali raccolte sul campo.
 
Come ho mostrato nel mio contributo Ancora sugli ultimi giorni di Caravaggio. Il ruolo del card.le Lanfranco Margotti e la missiva a Deodato Gentile del 24 luglio 1610: novità dalla rilettura degli atti e nuove indagini documentarie (AboutArtOnline, 10 agosto 2025), l’errore di interpretazione è consistito, sino ad oggi, nel confondere l’origine di una voce con la sua ricezione e registrazione ufficiale.
 
La voceossia la notizia circolata a Roma nei giorni immediatamente successivi alla morte di Caravaggio, secondo cui il pittore sarebbe deceduto a Procida – fu riferita al cardinale Borghese da informatori non meglio identificati. Il 24 luglio, il cardinale Lanfranco Margotti, che sottoscriveva la corrispondenza in vece di Borghese impedito da una breve infermità, scrisse da Roma al nunzio Deodato Gentile a Napoli per chiederne verifica. Gentile prese atto di quella notizia, per lui del tutto nuova (come scrive nella sua risposta), ne constatò l’infondatezza e cinque giorni dopo inviò a Roma una relazione dettagliata.
 
In un intervento pubblicato la scorsa settimana su questa stessa rivista, nel quale una giovane studiosa ha ritenuto opportuno impartirmi, con uno zelo ingenuo e un po’ commovente, una lezione di “metodo filologico”, purtroppo è stata riproposta la medesima lettura errata della missiva di Gentile: segno che, talvolta, neppure un articolo pensato per sciogliere un equivoco è sufficiente a impedire che questo venga reiterato con rinnovato entusiasmo. Non posso che condividere l’idea che la filologia e la storiografia si fondino sull’accurata comprensione delle fonti: è un assunto elementare che nessuno metterebbe in discussione. Ma è altrettanto vero che l’essenziale non sta nel proclamare il metodo, bensì nel praticarlo.
 
 
  1. La funzione della lettera del 29 luglio 1610
 
Cito dall’articolo della scorsa settimana, a firma di F. Curti: «Riguardo alla morte a Procida è lo stesso Gentile a dichiarare di essersi sbagliato, un’affermazione che, per chi indaga sui documenti, rappresenta un’ulteriore spia della delicatezza con cui bisogna trattare quanto da lui riportato perché evidentemente le sue fonti potrebbero essere soggette ad errore».
 
Eppure, non è affatto così. Curti finisce col perpetuare l’errore di lettura e di comprensione del testo: Gentile non “si corregge”, né tanto meno “ritratta” un’informazione da lui stesso diffusa, ma riceve, registra e verifica la notizia errata che gli era stata comunicata da Roma.
A scanso di equivoci, per comodità del lettore, fornisco l’immagine del primo foglio della lettera (Fig. 1) e trascrivo nuovamente l’inizio della missiva e la sua parafrasi in italiano contemporaneo:
 
Nella lettera dell’Illustrissimo Lanfranco dì 24 del corrente, vego quanto era stato riferito a Vostra Signoria Illustrissima circa il pittor Caravaggio, il che essendo a me molto novo, cercai subito di haverne infirmatione  e ritrovo che il povero Caravaggio non è morto in Procida […].
 
Nella lettera dell’Illustrissimo Lanfranco, datata 24 del corrente mese, vedo [ossia leggo] quanto era stato riferito a Vostra Signoria Illustrissima in merito al pittore Caravaggio. Poiché la notizia mi era del tutto nuova, mi sono prontamente adoperato per verificarla e ho appreso che il povero Caravaggio non è morto a Procida […].
 
Fig. 1. Primo foglio della lettera di Deodato Gentile al Card. Borghese, Archivio Apostolico Vaticano, Nunziatura di Napoli, Segreteria di Stato, 20 A, carta 222 recto.
 
Nel mio articolo del 10 agosto, notavo che la forma nego trascritta da Pacelli è errata: la missiva riporta chiaramente vego (Fig. 2), ossia vedo, nel senso di leggo, apprendo. La forma vego, in alternanza con la geminata veggo, è ampiamente attestata nella tradizione italiana fino a oltre la metà del Seicento, con piena vitalità d’uso anche in contesti letterari. Si trova, ad esempio, nelle Rime apocrife attribuite a Dante («E si t’arresta di ragionar sego / E di’ lor ch’io non vego / né temo…»), così come in numerosi luoghi delle Prediche volgari di San Bernardino da Siena, in cui se ne registrano almeno cinquanta occorrenze. La questione è stata trattata, tra gli altri, da Luca Serianni e Pietro Trifone nella Storia della lingua italiana (Einaudi, 1993, p. 197), che collocano l’alternanza grafica e fonetica nel quadro dell’evoluzione morfologica dell’italiano tra Quattrocento e Seicento. La forma senza geminata risulta tuttavia ancora viva nel XVII secolo, come dimostra la testimonianza di Secondo Lancellotti da Perugia, abate olivetano, che nel suo L’hoggidì ouero il mondo non peggiore né più calamitoso del passato (1629) scrive: «Vego il Papa Sisto IV […]».
   
Fig. 2. Lettera autografa di D. Gentile, datata 29 luglio 1610, grafia di “vego/vedere/il Caravaggio”. La forma iniziale “ue-” ha una curva tondeggiante, simile a una u corsiva secentesca, che può facilmente sembrare una n a un lettore moderno. In Caravaggio si nota la stessa sequenza curva, che conferma l’uso costante della u iniziale come grafema “u/v” tipico del periodo.

 
Fig. 3. Lettera autografa di D. Gentile, datata 29 luglio 1610, grafia della n (esempi: “non”, “essendo”). La n presenta due aste dritte e ravvicinate, unite da un piccolo occhiello, con un ductus molto più ravvicinato rispetto alla curva rotonda della u/v.
Nell’avverbio “non” la differenza è evidente: la prima curva (n-) è nettamente distinta dalla grafia di “ue-” in “uedere”. In “essendo”, la n rimane spigolosa, diversa dalla rotondità delle u/v.
 
Nella missiva di Gentile le sequenze che qualcuno ha letto come nego (allora perché non leggere anche nedere e Caranaggio?) corrispondono, per ductus e forma, a vego/vedere/Caravaggio.
 
L’iniziale è il grafema di v reso nella corsiva secentesca con il tracciato “a culla” della u: un tratto d’ingresso arrotondato che scende e risale formando una vaschetta, poi legatura stretta con una e aperta dal piccolo occhiello superiore. Segue una d con asta alta e leggero uncino verso destra, chiaramente distinta dalla n. Il confronto interno (Fig. 2 e 3) lo conferma: la n (in non, essendo) è composta da minimi diritti e ravvicinati, con spalla angolosa e uscita breve, senza la rotondità continua della v/u iniziale. La stessa v “a culla” ricorre in Caravaggio, identica per andamento e legature, e funge da modello comparativo della mano.
Ne consegue che la lettura corretta è vego/vedere, non nego/nedere: l’errore nasce dal confondere la u/v corsiva (cupoliforme, rotonda) con la n a minimi (angolosa), che in questa mano sono sistematicamente diverse.
 
Fraintendere la grafia, il testo e lo scopo della missiva risulta funzionale a minarne l’attendibilità complessiva, insinuando che anche le altre informazioni fornite da Gentile siano inaffidabili. È su questa premessa, non suffragata da alcun documento — neppure di rango secondario — che si colloca l’ipotesi di Curti, secondo cui l’arresto del pittore non sarebbe avvenuto a Palo, ma direttamente a Porto Ercole. Il testo della lettera di Gentile, invece, è chiaro e va letto senza forzature:
[…] ritrovo che il povero Caravaggio non è morto in Procida, ma a Port’Hercole, perché essendo capitato con la felluca, in quale andava, a Palo, ivi da quel capitano fu carcerato, e la felluca in quel romore tiratasi in alto mare se ne ritornò a Napoli; il Caravaggio restato pregione, si liberò con un’ sborso grosso di denari, e per terra e forse a piedi si ridusse sino a Port’Hercole, ove ammalatosi ha lasciato la vita.
 
[…] ho appreso che il povero Caravaggio non è morto a Procida, bensì a Porto Ercole.
Giunto a Palo con la feluca su cui viaggiava, fu arrestato dal capitano della guarnigione locale. La feluca, nel trambusto, si allontanò in mare aperto e fece ritorno a Napoli. Caravaggio, rimasto prigioniero, riuscì a ottenere la libertà pagando una somma ingente di denaro e, procedendo via terra – forse a piedi – raggiunse Porto Ercole, dove si ammalò e morì.
 
L’attestazione di Palo è inequivocabile e non si può sostenere – senza far violenza alla fonte oltre ogni ragionevole limite filologico – che «Riguardo all’approdo a Palo e l’incarceramento, invece, non esiste alcun riscontro» (Curti). Il riscontro c’è ed è fornito proprio dall’informazione ufficiale che il nunzio Gentile invia a Roma. È curioso doverlo ricordare: quando un documento protocollato riporta un fatto con tanta chiarezza va considerato una testimonianza.
Gentile, infatti, raccoglie a Chiaia informazioni di prima mano dalla cerchia della Marchesa di Caravaggio e dagli uomini che avevano accompagnato il pittore nel viaggio in mare, iniziato — come vedremo tra poco — già alla fine di giugno. Non si tratta di voci generiche, ma di testimonianze dirette di coloro che avevano assistito all’arresto e che avevano ricondotto la feluca a Chiaia, senza il suo passeggero, ma con tre tele.
 
L’ipotesi alternativa – che vorrebbe spostare l’arresto a Porto Ercole, attribuendolo al comandante militare Pedro Girón de Borja – non regge a fronte di due elementi:
 
  1. È da Palo che la feluca ritorna a Napoli con i beni superstiti del pittore, non confiscati; La scansione temporale è chiara: la lettera di Margotti del 24 luglio menziona la notizia errata di un decesso a Procida e la risposta di Gentile del 29 ricostruisce i fatti, indicando non solo il luogo della morte, ma anche l’ordine degli eventi.
  2. Non esistono, allo stato attuale delle ricerche, documenti che parlino di un arresto a Porto Ercole.
 
La conseguenza è che l’informazione in merito a Palo non può essere ridotta a dettaglio incerto: è invece attestata in una fonte coeva, protocollata, che registra informazioni raccolte presso testimoni e, salvo il ritrovamento di documenti che ne attestino il contrario, va considerata attendibile.
 
Una rilettura dei testi delle procure ritrovate da G. Cocconi presso l’Archivio di Stato di Parma  appare dirimente all’interno del contesto più ampio degli ultimi giorni di vita del Merisi (Caravaggio in exile: new documents, in “The Burlington Magazine”, 163, 2021, pp. 34-39).  I documenti attestano infatti l’avviamento di accordi tra i Tomassoni e Caravaggio, tramite una prassi giuridica ben consolidata, quella della pax privata, attraverso la quale le parti in conflitto si obbligavano formalmente a cessare ogni ostilità. Questo genere di atti notarili, spesso giurati “in ampliori forma Camerae Apostolicae”, aveva piena efficacia legale: comportava obblighi, pene pecuniarie e garanzie ipotecarie.
Il linguaggio della procura del marzo 1610 dimostra che la pace non era una mera ipotesi per Caravaggio, ma un negoziato avanzato.
La procura, in assenza fisica dell’interessato, è lo strumento giuridico che permetteva a chi non poteva recarsi di persona in un luogo designato – Roma, nel caso specifico – di farsi rappresentare formalmente.
Resta dunque da chiedersi se anche il pittore, al pari di Onorio Longhi, che dopo l’assassinio di Ranuccio condivideva la sua stessa condizione di bandito, abbia fatto ricorso a questo strumento, nominando un procuratore a Roma che prestasse giuramento in sua vece. Il parallelo con Longhi è illuminante: nel marzo 1611, per comporre i propri contenziosi, l’architetto si fece rappresentare dal lucchese Quirico di Francesco, confratello dell’Arciconfraternita del Crocifisso in San Marcello, che si presentò presso le carceri di Tor di Nona per garantire per conto del bandito.
 
2.Testo latino, con abbreviazioni sciolte, della procura conferita da Giovanni Francesco Tomassoni al fratello Mario per le questioni aperte col Caravaggio
 
Procura Illustris Domini Capitanei Ioannis Francisci de Thomasonibus. In Christi nomine amen.
Anno a Nativitate eiusdem millesimo sexcentesimo decimo, indictione septima, die vero decimo quinto mensis Martii, pontificatus autem Sanctissimi in eodem Christo Patris Domini Pauli Quinti divina providentia Papae, anno quinto currentibus, Illustris Dominus Capitaneus Ioannes Franciscus Thomasonus, filius quondam Illustris Domini Colonelli Lucae Antonii, oriundus Civitatis Interamnae, et nunc moram trahens in civitate Parmae in vicinia Sancti Pauli, sponte, non revocando, omni meliori modo, fecit et constituit suum verum procuratorem, Illustrem Dominum Marium Thomasonum, eius fratrem absentem tanquam praesentem, ad ipsius Domini constituentis nomine et pro eo, Dei amore, ac etiam intuitu et contemplatione Illustrissimi et Reverendissimi Domini Odoardi Farnesii Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalis, nec non Serenissimi Domini Nostri Ducis Ranutii Farnesii Parmae et Placentiae Ducis quarti, contrahendum et faciendum cum Illustri Domino Michaele Angelo a Caravaggio pictore bonam, veram ac sinceram pacem, ac nullo umquam tempore infringendam, interveniente etiam in signum verae reconciliationis osculo pacis, de et super omnibus et singulis odiis, quaestionibus, contentionibus, vulneribus, iniuriis, rixis, malis voluntatibus et aliis quibuscumque differentiis, ex quacumque causa, tam vera quam ficta et imaginaria, inter eos quovis modo usque in praesentem diem factis, illatis, perpetratis et occursis, ac etiam de verbis iniuriosis et tumultuosis forsitan ad invicem prolatis, ad signanter ex causa homicidii secuti in personam Illustris quondam Domini Ranutii Thomasoni, fratris ipsius Domini constituentis, ac commissi per dictum Illustrem Dominum Michaelem Angelum, nec non vulnerum ei illatorum eidem Domino Michaeli Angelo illatorum tam per dictum quondam Illustrem Dominum Ranutium quam et ipsum Dominum constituentem; nec non, quatenus opus sit, consentiendum cassationi et abolitioni quarumcumque querelarum et denuntiationum et processuum quomodo libet in quocumque tribunali premissarum occasione porrectarum et factarum et contra dictum Illustrem Dominum Michaelem Angelum formatarum; et pro observatione inviolabili dictae pacis et reconciliationis ipsum Dominum constituentem, sub poenis, vinculis, pactis, conditionibus, cautelis et hipotecis dicto Domino procuratori placitis et benevisis, obligandum etiam in ampliori forma Camerae Apostolicae cum iuramento et aliis clausulis necessariis et apponi solitis, dictamque partem pacem sub iisdem promissionibus semper et perpetuo habere ratum et firmam promittendam etiam sub penis pecuniariis et aliis arbitrio ipsius Domini procuratoris; et quamcumque pacem et ut supra consensumque, obligationem, promissionem et alia quaecumque ex adverso pro parte dicti Illustris Domini Michaelis Angeli faciendam, praestandamque et facienda ac expedienda et acceptandum et in praemissis quaecumque instrumenta per quo suos Notarios cum aliis consuetis et necessariis ac dicto Illustri Domino procuratori benevisis rogari et fieri petendum et obtinendum et generaliter promittens habere ratum sub obligatione bonorum, in forma super quibus.
Actum Parmae et in studio litterario domus habitationis mei notarii infrascripti, sito in vicinia Ecclesiae Maioris Ecclesiae, praesentibus Magnifico Domino Laurentio de Baiardis filio Illustris Domini Horatii vicinia Sancti Bartholomaei, Illustre Domino Gregorio de Zancarotis filius quondam Illustris Domini Colae vicinia Sancta Maria Conforti Sancti Bartholomaei vicinia Sancti Apollinaris, Illustre Domino Paulo de Albritiis filius quondam Illustris Domini Gabrielis vicinia Sancti Pauli, et Illustre Domino Paulo de Albritis filius quondam Illustris Domini Gabrielis vicinia Sancti Pauli, et Domino Alexandro de Gigoliis filius quondam Domini Francisci vicinia Sancti Maioris Ecclesiae, Illustre Domino Sestilio de Scottis filius quondam Illustris Domini, omnibus testibus ac asserentibus, et praesente etiam Aurelio Pennatio pro secundo notario.

1610, die decima quinta Martii, pontificatus. Ego Antonio Maria à Prato notarius Parmensis de praesentis rogatus fui.
 
Traduzione italiana

Procura dell’Illustre Signore Capitano Giovanni Francesco Tomassoni. Nel nome di Cristo, amen.
Nell’anno dalla Natività di nostro Signore milleseicentodieci, indizione settima, il giorno quindici del mese di marzo, nel pontificato del Santissimo in Cristo Padre e Signore Paolo V, per divina provvidenza Papa, anno quinto del suo regno, l’Illustre Signor Capitano Giovanni Francesco Tomassoni, figlio del fu Illustre Signor Colonnello Luca Antonio, originario della città di Terni e attualmente residente nella città di Parma, nella contrada di San Paolo, spontaneamente, senza revoca, nel miglior modo possibile, fece e nominò suo vero procuratore l’Illustre Signor Mario Tomassoni, suo fratello, in sua assenza, ad agire in nome e per conto del medesimo costituente, per amore di Dio e anche in considerazione e per riguardo dell’Ill.mo e Rev.mo Signor Odoardo Farnese, Cardinale di Santa Romana Chiesa, nonché del Serenissimo Nostro Signore Duca Ranuccio Farnese di Parma e Piacenza, quarto di questo nome, per concludere e stipulare con l’Illustre Signor Michelangelo da Caravaggio, pittore, una pace buona, vera e sincera, e da non infrangersi mai in futuro, con il segno della vera riconciliazione costituito dal bacio di pace, su e riguardo a tutti e singoli odi, controversie, dispute, ferite, ingiurie, risse, malanimo e altre qualsivoglia contrasti, da qualunque causa, vera, fittizia o immaginaria, tra loro sorti in qualunque modo fino al presente giorno, commessi, inflitti, perpetrati o avvenuti, e anche per parole ingiuriose e turbolente eventualmente pronunciate reciprocamente, in particolare a causa dell’omicidio dell’Illustre fu Signor Ranuccio Tomassoni, fratello del detto costituente, e attribuito al detto Illustre Signor Michelangelo, e per le ferite inferte a quest’ultimo Michelangelo tanto dal detto fu Illustre Signor Ranuccio, quanto dallo stesso costituente; e, se necessario, per consentire alla cancellazione e abolizione di qualsiasi querela, denuncia o procedimento comunque promosso in qualunque tribunale per le cose suddette, presentate o intentate contro il detto Illustre Signor Michelangelo; e per l’osservanza inviolabile di detta pace e riconciliazione, il detto costituente si obbliga, sotto pene, vincoli, patti, condizioni, cautele e ipoteche stabilite e approvate dal detto procuratore, anche nella forma più ampia della Camera Apostolica, con giuramento e con le altre clausole necessarie e solite, a mantenere sempre e per sempre ferma e valida detta pace sotto le medesime promesse, anche sotto pene pecuniarie e altre a discrezione del medesimo procuratore; e qualunque pace, come sopra, e consenso, obbligazione, promessa e altre cose da farsi, prestarsi, compiersi e accettarsi per parte del detto Illustre Signor Michelangelo, nonché qualunque strumento riguardo a quanto sopra, rogato da qualsiasi notaio con le altre clausole consuete e necessarie e approvate dal detto procuratore, si dovranno richiedere e ottenere; e in generale, promettendo di avere per valido quanto sopra, sotto obbligazione dei beni, in forma legale.
Atto rogato a Parma e nello studio legale della casa di abitazione del sottoscritto notaio, situato nella contrada della Chiesa Maggiore, alla presenza del Magnifico Signor Lorenzo de Baiardis, figlio dell’Illustre Signor Orazio, della contrada di San Bartolomeo; dell’Illustre Signor Gregorio de Zancarotis, figlio del fu Illustre Signor Cola, della contrada di Santa Maria Conforti di San Bartolomeo; della contrada di Sant’Apollinare; dell’Illustre Signor Paolo de Albritiis, figlio del fu Illustre Signor Gabriele, della contrada di San Paolo; dell’Illustre Signor Paolo de Albritis, figlio del fu Illustre Signor Gabriele, della contrada di San Paolo; e di Don Alessandro de Gigoliis, figlio del fu Signor Francesco, della contrada della Chiesa Maggiore; dell’Illustre Signor Sestilio de Scottis, figlio del fu Illustre Signore, tutti testimoni e dichiaranti, e presente anche Aurelio Pennatio come secondo notaio. (ASPA, Notai, Parma, Vol 4366, Cocconi. Pp. 38-39).
 
Sul versante di Onorio Longhi, il testo della procura, stipulata l’anno precedente, nel mese di novembre, differisce in una parte sostanziale:
 
Procura Illustris Domini Capitanei Ioannis Francisci de Thomasonibus. In Christi nomine amen.
Anno a Nativitate eiusdem millesimo sexcentesimo nono, indictione septima, die vero vigesimo mensis Novembris, pontificatus autem Sanctissimi in eodem Christo Patris Domini Pauli Quinti divina providentia Papae, anno quinto currentibus, Illustris Dominus Capitaneus Ioannes Franciscus Thomasonus, filius quondam Illustris Domini Colonelli Lucae Antonii, oriundus Civitatis Interamnae, et nunc moram trahens in civitate Parmae in vicinia Sancti Pauli, sponte, non revocando, omni meliori modo, fecit et constituit suum verum procuratorem, Illustrem Dominum Marium Thomasonum, eius fratrem absentem tanquam praesentem, ad ipsius Domini constituentis nomine et pro eo, Dei amore, ac etiam intuitu et contemplatione Illustrissimi et Reverendissimi Domini Marii Farnesii Domicili Romani, contrahendum et faciendum cum Illustri Domino Honorio Lungo Sanctissimae Regiae Maiestatis Catholicae Ingeniero bonam, veram ac sinceram pacem, et concordiam inter ipsos perpetuo duraturam ac nullo umquam tempore infringendam, interveniente etiam in signum verae reconciliationis osculo pacis, de et super omnibus et singulis odiis, quaestionibus, contentionibus, vulneribus, iniuriis, rixis, malis voluntatibus et aliis quibuscumque differentiis, ex quacumque causa, tam vera quam ficta et imaginaria, inter eos quovis modo usque in praesentem diem factis, illatis, perpetratis et occursis, ac etiam de verbis iniuriosis et tumultuosis forsitan ad invicem prolatis, ad signanter ex causa homicidii secuti in personam Illustris quondam Domini Ranutii Thomasoni, fratris germani ipsius Domini constituentis, ac commissi per  Michaelem Angelum a Caravaggio, cui hec pax in nihilo suffragatur nec suffragari habeat seu libeat, et none alia s. necnon quatenus opus sit, consentiendum cassationi et abolitioni quarumcumque querelarum et denuntiationum et processuum quomodo libet in quocumque tribunali premissarum occasione porrectarum et factarum et contra dictum Dominum Honorium formatarum; et pro observatione inviolabili dictae pacis et reconciliationis ipsum Dominum constituentem, sub poenis, vinculis, pactis, conditionibus, cautelis et hipotecis dicto Domino procuratori placitis et benevisis, obligandum etiam in ampliori forma Camerae Apostolicae cum iuramento et aliis clausulis necessariis et apponi solitis, dictamque partem pacem sub iisdem promissionibus semper et perpetuo habere ratum et firmam promittendam etiam sub penis pecuniariis et aliis arbitrio ipsius Domini procuratoris et in premissis quaecumque instrumenta per quo suis Notarios cum aliis consuetis et necessariis rogari et fieri petendum et generaliter, promittens habere ratum sub obligatione bonorum, in forma superquibus.
Actum Parmae et in studio litterario domus habitationis mei notarii infrascripti, sito in vicinia Ecclesiae Maioris Ecclesiae, praesentibus [seguono i nomi dei testimoni]

Traduzione italiana
 
Procura dell’Illustrissimo Signore Capitano Giovanni Francesco Tomassoni. In nome di Cristo, amen.
Nell’anno della Natività del Signore millesimo seicentesimo nono, indizione settima, nel giorno ventesimo del mese di novembre, durante il pontificato del Santissimo in Cristo Padre e Signore Paolo V, per divina provvidenza Papa, al quinto anno corrente, l’Illustrissimo Signore Capitano Giovanni Francesco Tomassoni, figlio del fu Illustrissimo Signore Colonnello Luca Antonio, originario della città di Terni e ora dimorante nella città di Parma, nella contrada di San Paolo, spontaneamente, irrevocabilmente e nel modo migliore, fece e costituì suo vero procuratore l’Illustrissimo Signore Mario Tomassoni, suo fratello, a rappresentarlo, affinché, in nome e per conto del medesimo Signore costituente, per amore di Dio e anche in considerazione e contemplazione dell’Illustrissimo e Reverendissimo Signore Mario Farnese, di domicilio romano, contratti e concluda con l’Illustrissimo Signore Onorio Longhi, ingegnere della Santissima Maestà Cattolica, una buona, vera e sincera pace e concordia, destinata a durare in perpetuo e a non poter mai in alcun tempo essere infranta, intervenendo anche, in segno di vera riconciliazione, con il bacio di pace, riguardo a tutte e singole le inimicizie, questioni, contese, ferite, ingiurie, risse, cattivi sentimenti e ogni altra lite, per qualsiasi causa, tanto vera quanto fittizia o immaginaria, in qualunque modo tra loro occorse fino al presente giorno, compiute, inflitte, perpetrate e accadute, nonché per parole ingiuriose e tumultuose eventualmente proferite reciprocamente, e in particolare a causa dell’omicidio seguito sulla persona dell’Illustrissimo fu Signore Ranuccio Thomassoni, fratello germano del medesimo costituente, e commesso da Michelangelo da Caravaggio, al quale tuttavia questa pace in nulla giova né potrà o dovrà giovare.
E inoltre, per quanto necessario, [il procuratore è autorizzato] a consentire la cancellazione e l’abolizione di qualsivoglia querela, denunzia e processo, in qualunque tribunale, promossi e intentati a causa di quanto sopra e formati contro il detto Signore Onorio; e per l’osservanza inviolabile di detta pace e riconciliazione, obbligare il detto Signore costituente sotto le pene, vincoli, patti, condizioni, cautele e ipoteche che al detto procuratore piaceranno e sembreranno opportune, anche nella forma più ampia della Camera Apostolica, con giuramento e con tutte le altre clausole necessarie e solite apporsi; e promettere di avere sempre e per sempre ferma e stabile detta pace sotto le stesse promesse, anche sotto pene pecuniarie e altre a giudizio del medesimo procuratore; e per questi affari far rogare e redigere tutti gli strumenti dai pubblici notai con tutte le formule consuete e necessarie. E in generale [il costituente] promette di ritenere valido tutto, sotto obbligazione dei propri beni, nella forma consueta.
Atto in Parma, nello studio letterario della casa di abitazione del sottoscritto notaio, sito presso la Chiesa Maggiore, presenti testimoni…
 
Nella procura a favore di Longhi (1609) si specifica che la pace “in nullo suffragatur nec suffragari habeat… Michaeli Angelo a Caravaggio”, cioè la pace con Longhi non avrebbe giovato in alcun modo al Caravaggio.
 
Il 14 marzo 1611, il procuratore di Longhi, Quirico di Francesco, si presentò come suo garante presso le carceri di Tor di Nona. Questo il testo della supplica del Longhi al Papa, presentata da Quirico, in cui è espressamente citata la pace concordata con i Tomassoni:
 
Beatissimo Padre,
Honorio Lungo, con ogni humiltà, espone a Vostra Beatitudine come nel 1606 hebbe il bando da Roma come appare ne’ processi dei tribunali del Governatore di questa città et Vicario di Vostra Santità perché si trouò presente all' homicidio fatto da Micchelangielo da Caravaggio in persona di Ranuccio Tomassoni nel qual fatto non hebbe l’oratore colpa, anzi accompagnaua il Caravaggio come suo amoreuole; perché non occorresse disordine et esshortandolo a far la pace ; come buon testimonio è Iddio e la sua propria coscienza. Laonde dalla parte che dell’ innocenza sua è rimasa molto ben consapeuole, ha ottenuta la pace et in questo tempo si è trattenuto in Milano in seruitio della Maestà Cesarea e desiderando di ripatriare con la moglie e cinque figli che ha, acciocché possa principalmente seruire sua Chiesa e Vostra Beatitudine in quello che si degnerà comandargli, humilmente lo supplica a fargli gratia del detto bando che ne uiuerà con obbligo perpetuo con la sua famiglia di pregar Dio per la lunga uita et salute di Vostra Santità» (Retro):
Sanctissimus annuit, seruato exilio ab Urbe et eius districta et prestita cautione de se representando et condonetur societati Sancti Marcelli.
Annessa alla supplica vi è questa dichiarazione: «Se fa fede per me infrascritto cancelliere della carcere di Tordinona come sotto infrascritto giorno Quirico di Francesco, Luchese, è costituito sponte in dette carcere in cambio di Honorio Lungo per esser liberato dalla uenerabile Arciconfraternita dei S.mo Crucifisso in San Marcello et in fede questo dì 14 di marzo 1611. Astolfo Me […] cancelliere, manu propria.
 
(Fonte: Il testo è riprodotto già da A. Bertolotti, in Artisti lombardi a Roma nei secoli XV, XVI, e XVII : studi e ricerche negli archivi romani, 1881, vol. 2, pp. 75-76 e da Macioce doc. 899).
 
Il 13 aprile 1611 Giovanni Francesco Tomassoni concluse la pace anche con un terzo protagonista dello scontro sfociato nell’assassino di Ranuccio, il Capitano Petronio Troppa, che aveva scelto come proprio procuratore Paolo Cornazzani, gentiluomo del Duca Ranuccio Farnese (ASPA, Notai di Parma, Vol. 4686, Cecconi, 2021, p. 37).
 
  1. L’ottenimento della grazia
 
La concessione di una grazia non avveniva mai spontaneamente da parte del Papa, ma era il risultato di una procedura formale e complessa. Tutto prendeva avvio da una supplica indirizzata al Pontefice o a uno degli uffici della Curia, come la Segreteria dei Brevi o la Dataria Apostolica. La supplica poteva essere presentata dall’interessato, se non bandito, oppure, come nel caso dei condannati in esilio, da un procuratore nominato con atto notarile mediante la formula absentem tanquam praesentem. La prigione di Tor di Nona era il carcere giudiziario del Governatore di Roma. Chi era bandito o condannato a Roma, prima di poter ottenere la grazia papale, doveva comparire formalmente davanti al Tribunale del Governatore (o farsi rappresentare da procuratori) per far registrare la supplica, il cui testo descriveva il caso, ammetteva la colpa e le circostanze attenuanti e chiedeva la remissione della pena o del bando. Una volta registrata, la richiesta veniva esaminata dagli uffici competenti e sottoposta al pontefice, che esprimeva la propria decisione con un breve rescritto, spesso ridotto a poche parole — fiat gratia, non obstat. In alcuni casi veniva richiesto anche il parere del Governatore di Roma o del Tribunale che aveva emesso la sentenza, così da verificare la legittimità della richiesta. Se la supplica veniva accolta, si procedeva alla redazione di un breve pontificio di grazia: un documento ufficiale con cui il papa concedeva la remissione. Questo breve, dotato di publica fides, veniva protocollato nella Segreteria dei Brevi o nella Dataria Apostolica e talvolta trascritto nei registri della Camera Apostolica. La grazia poteva essere piena, con la cancellazione totale della pena, oppure concessa sub conditione, ad esempio subordinata al pagamento di una somma. Una volta ricevuto il breve, il beneficiario poteva rientrare a Roma: l’esecuzione spettava al Governatore, che ne prendeva atto nei registri criminali e dichiarava ufficialmente tolto il bando.
 
Nei casi di omicidio, tuttavia, la concessione della grazia era quasi sempre subordinata a un atto di pacificazione tra le famiglie coinvolte, formalizzato davanti a un notaio e garantito da procuratori. È in questo quadro che si colloca anche la vicenda di Caravaggio, bandito nel 1606 per l’uccisione di Ranuccio Tomassoni: nel 1610 la documentazione superstite attesta che era in corso la prima fase di tutta la procedura, ossia la trattativa di pace con i Tomassoni.
Allo stato attuale delle ricerche, in mancanza di documenti che attestino la nomina di un procuratore da parte di Caravaggio, l’informazione raccolta da Gentile in merito allo scalo a Palo assume un valore significativo. Se altri protagonisti del violento scontro con i Tomassoni, come il Longhi e il Troppa, si erano tutelati nominando rappresentanti incaricati di agire a loro nome e si recarono a Roma solo dopo l’ottenimento della grazia papale, il pittore — per quanto si può desumere dai documenti superstiti e dalla ricostruzione degli eventi — parrebbe aver scelto diversamente: ossia non delegare, ma intraprendere di persona il viaggio verso Roma. Il condizionale è d’obbligo, finché non emergeranno nuove attestazioni documentarie in grado di confermare o smentire questa ipotesi.
Ma la lettera del 29 luglio 1610 non lascia dubbi: la rete di protezione farnesiana, già decisiva nella trattativa per la pace con i Tomassoni e per la grazia pontificia, rende plausibile che Palo fosse lo scalo concordato.
Il fatto che il pittore viaggiasse con varie tele al seguito,[1] destinate a entrare nel circuito romano come pegni o doni, confermerebbe la logica del viaggio: un ritorno calcolato verso Roma, reso possibile da protezioni influenti. Il successivo orientamento verso Porto Ercole non fu dunque il frutto di una strategia, ma la conseguenza di un piano interrotto. Uno degli Avvisi spediti da Roma alla corte di Urbino dagli informatori del Duca fa riferimento a una grazia che sarebbe già stata ottenuta. Ma, ad oggi, né un breve pontificio, né una supplica presentata da Caravaggio sono emersi dagli archivi. Non si può quindi escludere che la notizia registrata nell’Avviso si riferisse a un atto solo atteso o promesso e che il pittore sia morto prima che la procedura fosse formalmente portata a compimento: 31 luglio. È morto Michiel Angelo da Caravaggio, pittore cellebre, a Port’Hercole, mentre da Napoli veniva a Roma per la gratia da Sua Santità fattali del bando capitale che haveva. (Borg. Lat. 1078, Avvisi, c. 562)
 
  1. Cronologia dell’ultimo viaggio: il paragone col percorso della feluca di Alessandro Caramano e l’approdo a Porto Ercole
 
Un termine di paragone per la ricostruzione dell’ultimo viaggio del pittore è la traversata della feluca comandata da Alessandro Caramano, incaricata di trasportare da Napoli a Genova la Sant’Orsola. Il viaggio è documentato in Archivio di Stato di Napoli, Fondo Archivi Privati, Archivio Doria d’Angri, parte II, b. 293, c. 3: la partenza ebbe luogo il 27 maggio 1610, l’arrivo a Genova il 18 giugno successivo. La navigazione durò 22 giorni, coprendo una distanza di circa 500 miglia nautiche lungo la rotta costiera tirrenica, con una media di poco più di venti miglia al giorno. Questo dato concreto fornisce un parametro affidabile per stimare i tempi di percorrenza delle feluche cariche di uomini (e dipinti) nei primi anni del Seicento.
Applicando lo stesso ritmo alla rotta Napoli–Palo, pari a circa 170 miglia nautiche, si ottiene una durata di otto-nove giorni di navigazione, con margini che possono aumentare in caso di soste forzate o condizioni meteorologiche avverse (Figg. 4 e 5). L’approdo a Palo, attestato dalla lettera del nunzio, va dunque letto in questa cornice: non come un episodio isolato, ma come il naturale sbocco di un viaggio di almeno una settimana, che aveva come meta Roma. È a Palo che Caravaggio fu arrestato («ivi da quel capitano fu carcerato») e che la feluca, nel disordine seguito all’arresto, si allontanò dalla costa e tornò a Napoli con le tele e le robe dell’artista.
 
A partire da quel momento, il viaggio muta radicalmente natura. Liberatosi a caro prezzo, Caravaggio dovette raggiungere Porto Ercole senza più la protezione della feluca. Gentile riferisce che «per terra e forse a piedi si ridusse sino a Port’Ercole»: la formula, con quel forse rivelatore, mostra non incertezza sul fatto in sé, ma sulla modalità del trasferimento. La sequenza documentaria, con la velocità dimostrata dal caso Caramano e con la testimonianza di Gentile, permette di restituire un quadro coerente: un primo tratto marittimo dalla capitale vicereale a Palo, l’arresto e la liberazione, quindi il trasferimento verso la Maremma, dove la malattia colse il pittore e ne interruppe definitivamente il cammino. Scambiare questa lettera per un semplice appunto cronachistico è un errore metodologico non trascurabile.

 
 
Fig. 4. Carta nautica tratta da Arcano del mare, 1661, di R. Dudley, Libro VI, Carta I, Una Carta generale del Mare Mediterranio, dettaglio.
 
Fig. 5. Primo tratto del percorso del viaggio via mare della feluca, da Una Carta generale del Mare Mediterranio
 
  1. L’accesso a Porto Ercole, via terra e via mare, nel 1610 [a cura di L. Fusini]
 
Nel primo decennio del Seicento, quando Caravaggio «si ridusse fino a Port’Hercole», la località costiera era parte integrante dei cosiddetti Presidi di Toscana (1557-1801), un’enclave spagnola sulle coste toscane comprendente Monte Argentario con Porto S. Stefano, Orbetello, Talamone e Porto Longone sull’Isola d’Elba (odierno Porto Azzurro)[2].
Porto Ercole costituiva un’importantissima piazzaforte militare situata su un’insenatura naturale che si apre ai piedi del versante orientale del Monte Argentario. Quest’ultimo, a sua volta, rappresenta un’interessante anomalia geografica: esso era un’antica isola che, grazie alle azioni delle correnti, si è unita alla terraferma tramite due cordoni di sabbia, detti Tombolo di Giannella a nord e Tombolo della Feniglia a sud. Il lento processo ha trasformato il braccio di mare in una laguna, dove si è sviluppato l’insediamento di Orbetello[3]. La particolare collocazione geografica, protesa nel Mar Tirreno, e la vicinanza con le isole di Giglio e Giannutri, hanno reso il promontorio di Monte Argentario una postazione particolarmente strategica fin da tempi remoti[4]. In particolare, Porto Ercole è l’attracco su cui sono stati incanalati i maggiori investimenti in termini di opere difensive[5], a causa delle sue felici caratteristiche: un porto a riparo dai venti prevalenti e naturalmente difeso da una corona di colline che si affacciano sulla baia.
 
Ma quale scenario si presentò davanti agli occhi di Caravaggio in quel fatidico luglio del 1610?
 
All’epoca, la terra di Porto Ercole corrispondeva all’attuale centro storico cinto da mura e dominato dalla possente Rocca, che agli inizi del Seicento aveva in gran parte assunto la configurazione attuale. Era già presente l’imponente fabbrica del Forte Filippo[6], situata sull’altura che a nord delimita la baia, mentre, a sudovest, era stato realizzato il corpo a pianta stellare dell’attuale Forte Stella[7] (Figg. 6 e 7).
Dove oggi sorge il moderno abitato si susseguivano campi coltivati attraversati da fossi, mentre sull’ansa nordoccidentale della rada si estendeva l’area cimiteriale di San Sebastiano. In quella zona, lo specchio acqueo era orlato da spiagge, tuttora presenti.
 
Come riporta Deodato Gentile nella lettera trattata dalla Prof.ssa Rossi in questo contributo, Caravaggio «per terra e forse a piedi si ridusse fino a Port’Hercole». A nostro avviso è dunque necessario indagare le modalità di accesso via terra che permettevano di raggiungere il presidio, senza escludere un avvicinamento via mare.
 
Per chi intendeva recarsi a Porto Ercole via terra, da sud, vi erano due possibilità: o attraversare il Tombolo di Feniglia fino ad arrivare alle falde del Poggio Pertuso (dove il cordone sabbioso si salda al Monte Argentario), oppure raggiungere Orbetello tramite l’istmo che lo congiunge alla terraferma, attraversare in barca la laguna e attraccare in località Terra Rossa. Giunti in terraferma, si poteva imboccare la strada che conduce in direzione di Porto Ercole.
 
Da questo punto, il percorso diventa articolato e scandito da passaggi obbligati. La prima strettoia è costituita dal passo conosciuto oggi come “dei Cento Fanti”[8], delimitato a destra dal Poggio Mortaio e a sinistra dal Poggio Pertuso. Il “Passo dei Cento Fanti” dà accesso a un’area relativamente pianeggiante di natura alluvionale, solcata da fossi e acquitrini: la Piana di Galera, ovvero il retroterra dell’insenatura di Cala Galera. La strada prosegue salendo sulle falde del Monte Filippo (dove sorge l’omonimo Forte) che, con il vicino Poggio delle Forche, individua un’ulteriore passaggio obbligato: il passo di San Rocco, contraddistinto dalla presenza dell’omonima chiesetta con annesso cimitero. La strada scende di quota fino ad arrivare al Piano delle Grotte, che affaccia sulla rada di Porto Ercole. Anch’esso è una zona alluvionale solcata da fossi, lambito dal mare e caratterizzato dalla presenza dall’area cimiteriale di San Sebastiano. Il percorso procede salendo su una ripa scoscesa che costeggia un poggio che affaccia direttamente sul mare, fino ad arrivare alla porta dell’abitato vero e proprio, fortificata con dei rivellini.
Per chi avesse voluto raggiungere Porto Ercole via mare, invece, vi erano almeno due possibilità di attracco: un’imbarcazione poteva ormeggiarsi ai piedi del paese murato, utilizzando degli ancoraggi difesi dall’imponente bastione che presidia l’imbocco del porto e dalle torri che rinforzano la cinta muraria. Un molo permetteva di sbarcare e di raggiungere la porta d’ingresso al paese tramite una rampa che costeggiava le mura[9]. Così strutturato, il percorso di accesso alla terra murata poteva essere facilmente tenuto sotto controllo.
 
Dalla parte opposta della rada, in località “le Grotte”, un secondo attracco era a servizio di un piccolo villaggio di pescatori che si stava sviluppando già agli inizi del Seicento[10], non lontano dal sepolcreto di San Sebastiano. Ad onor del vero, lungo la costa di Porto Ercole esistevano altri punti di attracco (come, ad esempio, la località “Sbarcatello”, oppure l’insenatura di Cala Galera, bassa e sabbiosa), ma, a mio avviso, gli ancoraggi presenti all’interno della rada rimangono i più comodi per chiunque volesse accedere a Porto Ercole.
 
Ulteriori ricerche, attualmente in corso, hanno come obiettivo quello di restituire in maniera precisa la fisionomia paesaggistica e urbana di Porto Ercole quando accolse Caravaggio ormai morente. Non una semplice località costiera, ma un presidio fortificato, soggetto all’egemonia spagnola, con dinamiche proprie, dove la vita di un’antica comunità si intrecciava con i ritmi di guarnigioni, governatori e capitani.
 
In definitiva, l’assetto di Porto Ercole agli inizi del Seicento appare quello di una piazzaforte strategica, strettamente controllata dagli Spagnoli; l’accesso – via terra come via mare –  era regolato da passaggi obbligati e sorvegliati. I percorsi interni, scanditi da strettoie naturali e fortificazioni, rendevano ogni spostamento monitorabile, mentre la rada offriva attracchi sicuri ma anch’essi sottoposti a un rigido controllo militare. Che Caravaggio sia giunto per terra o più verosimilmente per mare, la configurazione del territorio e delle difese aiuta a comprendere il contesto in cui il pittore visse i suoi ultimi giorni: un borgo piccolo ma strategico, chiuso nella sua cinta di mura, dove la presenza di genti d’armi e il controllo degli accessi avrebbero reso impossibile ogni movimento inosservato. Proprio queste condizioni restituiscono la misura di quanto fosse difficile, per un forestiero privo di protezioni, trovare rifugio a Porto Ercole senza essere notato.
 
 
Fig. 6. Disegno di Porto Ercole realizzato nel 1602, tratto da Erasmo Magno da Velletri, Impresa della Galee Toscane, Biblioteca Riccardiana, ms. 1978, c. 32v.
 
Fig. 7. Disegno di Porto Ercole realizzato nel 1602, tratto da Erasmo Magno da Velletri, Impresa della Galee Toscane, Biblioteca Riccardiana, ms. 1978, c. 33r.
 
  1. Conclusioni
 
Sino ad oggi, gran parte della storiografia ha letto la lettera di Gentile in modo non corretto, isolandola dal suo contesto e fraintendendo la relazione fra le due missive del 24 e del 29 luglio. È proprio questa lettura filologica a restituire al documento il suo valore reale. Nel mio articolo del 10 agosto scrivevo: «Gentile, in qualità di nunzio e inquisitore generale per il Regno di Napoli, operò dunque un’indagine circostanziata e professionale, offrendo un’informazione che ha ogni carattere di attendibilità e che viene trasmessa con linguaggio formale. In questa luce, l’ipotesi avanzata da Francesca Curti – secondo cui l’arresto sarebbe avvenuto non a Palo ma a Porto Ercole, e ad opera del comandante militare Pedro Girón de Borja – appare poco fondata: è da Palo che la feluca torna a Napoli con i beni superstiti, ossia non confiscati». La replica e l’ostinazione nel reiterare lo stesso errore da parte di F. Curti dimostrano, se mai ve ne fosse bisogno, quanto sia raro saper accogliere un’osservazione critica con spirito filologico, cioè con la disponibilità a verificare e a discutere, anziché irrigidirsi.
Non è del resto la prima volta che un giovane studioso si risente di una correzione: ma la disciplina, più che di suscettibilità, si nutre di verifiche e di confronti.
Il metodo impone di distinguere rigorosamente tra la trasmissione di un’informazione e la sua origine. La fuga verso Porto Ercole si spiega, forse, con il tentativo di evitare un nuovo incidente dopo la prigionia subita a Palo, cercando scampo in territorio granducale, al di fuori della giurisdizione pontificia. Le condizioni di salute compromesse fecero il resto, e la morte colse il pittore prima che ogni equivoco fosse chiarito. È a questo che allude, con sincera partecipazione, la nota in cui Gentile parla del “povero Caravaggio”: un’espressione unica nel suo epistolario, che mostra come conoscesse bene l’artista e ne condividesse la sorte con umana solidarietà.
Porto Ercole agli inizi del Seicento era una piazzaforte strategica, controllata dagli Spagnoli e difficilmente accessibile senza essere notati. Ogni ingresso, via terra o via mare, era regolato da passaggi obbligati e sorvegliati. È in questo contesto che si collocano gli ultimi giorni di Caravaggio: un borgo piccolo, fortificato e vigilato, dove la presenza di uno straniero malato non poteva passare inosservata.
 
Carla Rossi, Institut d’Estudis Filològics Dantescs i Digitals Avançats, Barcellona, 30 agosto 2025
Lorenzo Fusini, Università degli Studi di Firenze, Porto Ercole, 30 agosto 2025
 
[1] Maria Cecilia Fabbri, L'anello mancante. Nuove ipotesi sulle circostanze di morte del Caravaggio, in: Gianni Papi (a cura di), Caravaggio e Caravaggeschi a Firenze, Livorno, 2010, pp. 50-67. Secondo la studiosa, oltre ai due San Giovanni e alla Maddalena viaggiava sulla feluca anche  la Negazione di san Pietro, attualmente conservata al Metropolitan Museum di New York.
[2] I Presidi di Toscana (1557-1801) vennero creati a seguito del Trattato di Firenze (3 luglio 1557), con cui il vecchio Stato di Siena venne infeudato a titolo personale al Duca di Firenze Cosimo I de’Medici (1519-1574) (vedi G. Caciagli, Lo Stato dei Presìdi, Firenze, Istituto Geografico Militare, 1971,  p. 45). Riguardo la fine dello Stato di Siena e l’istituzione dei Presidi, si veda D. Marrara, La fine della «libertà» senese e la nascita dello Stato dei Presidi, in Aspetti e problemi di storia dello Stato dei Presidi in Maremma, a cura di R. Ferretti, Grosseto, Società Storica Maremmana, 1976, pp. 65-70.
[3] Sulle caratteristiche geomorfologiche dell’area del Monte Argentario si veda P. V. Arrigoni et al., Geobotanica e etnobotanica del Monte Argentario, Pitigliano, Atla, 2001, pp. 21-28.
[4] Porto Ercole, Porto Santo Stefano e Monte Argentario sono ricordati nel Compasso da navigare ( 1245-1255 ca.), il più antico portolano conosciuto. Si veda Il compasso da navigare, opera italiana della metà del secolo XIII, a cura di B. M. Motzo, Roma, Tipografia Cuggiani, 1947, p. 21
[5] Per una panoramica sulle varie fasi costrittive del sistema difensivo di Porto Ercole, si veda B. Mussari, Adeguare la difesa nei Presidi di Toscana, Porto Ercole (XV-XVII secolo), in Progettare la difesa, rappresentare il territorio. Secoli XVI-XVII. Il codice Romano Carratelli e la fortificazione nel Mediterraneo, a cura di F. Martorano, Reggio Calabria, Edizioni Centro Stampa d’Ateneo – Università Mediterranea di Reggio Calabria, 2015, pp. 191-220.
[6] Una veduta generale della rada di Porto Ercole risalente al 1602 è rappresentata nel codice Impresa delle Galee Toscane di Erasmo Magno da Velletri (Firenze, Biblioteca Riccardiana, ms 1978, cc. 32v-33r, 1602). Il disegno è analizzato in G. Scamardi, La Toscana negli schizzi di viaggio di Erasmo Magno da Velletri, in “L’Argentariana”, I, 2017, pp. 13-21
[7] Non era stato ancora edificato il forte di Santa Caterina, attestato dal 1701. Si veda F. Russo, La difesa costiera dello Stato dei Reali Presidi di Toscana dal XVI al XIX secolo, Roma, SME, Ufficio Storico, 2002, p. 237.
[8] Il nome “Cento Fanti” deriva da una scaramuccia ivi occorsa durante il Grande Assedio di Orbetello (1646), episodio della Guerra dei Trent’Anni (1618-1648). Sulla denominazione del Passo, si veda A. Ferrini, In questa terra di Porto Hercole, Monte Argentario, Editrice Libreria Massimi, 2004, pp. 103-104
[9] Attuale via dei Cannoni.
[10] Sono ancora visibili i resti sottomarini di un molo.