Alla Fondazione Prada di Milano lo zoom è su Domenico Gnoli (fino al 27 Febbraio).
L’artista utilizza elementi semplici, dell’universo quotidiano, apparentemente ordinari, che però brillano di luce propria, “scontornandoli” e raffigurandoli, senza modificare, aggiungere o sottrarre nulla.
La sua è una sorta di Pop Art nobilitata, non consumistica e non mercerizzata.
L’ovo di Piero della Francesca, le barche di Carrà e i manichini di De Chirico. Gli occhi grandi di Balthus, i baffi di Dalì, le nuvole di Magritte. E ancora i tagli di Fontana, gli oversize di Botero, i giochi geometrici della Optical Art e gli sguardi silenziosi ed assorti di Hopper. Le bottiglie di Morandi. Ed ora i soggetti di Gnoli.
Dalle scarpe ai bottoni, dalle cravatte (Cravatta, 1966, fig.1) alle tasche fino alle ciocche di capelli, che potrebbero ispirare una perfetta messa in piega in stile Lady Gaga. Apparentemente razionali e impersonali, ma con un mondo dietro. Senza fronzoli, senza decorazioni. Riprodotti con una precisione materica straordinaria. La realtà viene esplorata attraverso il dettaglio amplificato, ovvero il particolare a “discapito” di un contesto, che possiamo immaginare a nostro piacimento. Un vero e proprio stimolo visivo e mentale per l’osservartore. Una pittura che delinea un ponte tra realtà e fantasia, caratterizzata da un rigoroso ed ardito taglio grafico. Il soggetto è a più layers e il punto di osservazione va oltre il quadro e l’inquadratura, portando l’immaginazione a muoversi tra le pieghe e decorazioni del copriletto, sotto cui si muovono silenziosamente i corpi fruscianti delle sue figure.
La mostra, ideata da Germano Celant, scomparso nel 2020, riunisce più di 100 opere realizzate da Gnoli dal 1949 al 1969. Una sezione cronologica e documentaria con materiali storici, fotografie e altre testimonianze, contribuisce a ricostruire il suo percorso biografico e artistico. Il progetto è stato sviluppato in collaborazione con gli archivi di Roma e Maiorca, custodi della storia personale e professionale dell’artista. I lavori pittorici sono collocati al pian terreno del Podium, quelli grafici, documentari ed oggettuali al primo piano, con un allestimento firmato dallo studio 2x4 di New York. Le opere provengono da numerose collezioni straniere ed è quindi un’occasione unica per riscoprire un personaggio, che era internazionale già in vita.
Pittore, illustratore, scenografo e disegnatore di costumi, figlio dello storico d’arte e sovrintendente alle Belle Arti dell’Umbria Umberto Gnoli.
L’ambiente familiare, in rapporto diretto con l’arte, sviluppa in lui fin da bambino la passione per il disegno e la pittura. Basti pensare alla lettera, che il padre gli inviò, quando aveva dieci anni, contenente delle complesse ed arzigolate lezioni di architettura.
La madre intuisce le potenzialità artistiche del figlio e lo iscrive ai corsi di Alberto Petrucci.
A soli 17 anni esordisce alla Galleria Cassapanca di Roma, dove espone una serie di illustrazioni intitolata “Mes Chevaliers”.
Ormai è a cavallo: tra il 1951 e il 1955 il teatro parigino e londinese diviene il suo principale ambito di lavoro, nel quale si dedica alla creazione di costumi e scenografie, di locandine e di manifesti.
Nel 1955 si trasferisce a New York: è qui che lascia metà del suo cuore e della sua grande mela, da lui dipinta con precisione caravaggesca. Sperimenta tempera e sabbia mixate insieme.
La prima personale italiana risale al 1958 presso la Galleria l’Obelisco di Roma. In quel periodo dipinge gli acquerelli per l’edizione Einaudi in inglese de “Il barone rampante” di Italo Calvino. Affianca alla pittura le sue illustrazioni inserite nelle riviste americane. Per il magazine di viaggi Holiday veste i panni di disegnatore-reporter, che lo porta sovente in tour per il mondo, negli anni in cui la fotografia non ha ancora preso il posto dell’illustrazione a completamento degli articoli. Il successo e la stima ottenuta agevolano i contatti con la Galleria Bianchini di New York, dove nel 1959 inaugura una sua personale di quadri, che raffigurano oggetti di uso quotidiano (con bis nel ‘60 e nel ‘62). A fine del 1964 la sua bravura sbarca in Francia ed arriva a Parigi dove si tiene la prima mostra di 12 tele, acrilici mescolati a sabbia, colla e cemento con particolari di grandi dimensioni, accolti con entusiasmo fragoroso dalla stampa. Poco più tardi nel 1966 gli viene anche assegnato un prestigioso premio a riconoscimento consacrativo del suo talento: viene nominato miglior illustratore dell’anno dalla SAI. La sua corsa verso il gradino più alto in terra estera (che ricorda oggi la scalata irrefrenabile che sta avendo la band rock dei Maneskin) non si ferma qui: nel ‘68 le gallerie di Bruxelles e Hannover reclamano infatti i suoi lavori e non per ultima quella di New York, che inaugura una sua personale nel ‘69. Il privilegio di esporre le sue opere si interrompe ahimè bruscamente all’inizio del 1970, quando scopre di essere gravemente malato.
Nella memoria collettiva rimane però la sua grandezza da Podium, che ora abbiamo la possibiltà di leggere…tra le righe delle sue opere.
 

Info

Fondazione Prada, mostra in corso fino al 27 Febbraio 2022
 

Immagini

1. Cravatta, 1966
2. Dormienti, 1966
3. Shoulder, 1969

 

Maria Cristina Bibbi novembre 2021