Giovanni Cardone Novembre 2021
Fino al 27 Marzo 2022 si potrà visitare la mostra presso Gallerie d’Italia Milano Grand Tour.  Sogno d’Italia da Venezia a Pompei a cura di Fernando Mazzocca, con Stefano Grandesso e Francesco Leone e con il coordinamento generale di Gianfranco Brunelli. L’esposizione è sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e in partnership con il Museo Archeologico Nazionale di Napoli e il Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo, presenta circa 130 opere provenienti dalla collezione Intesa Sanpaolo, collezioni private e numerose istituzioni culturali italiane e internazionali come The National Gallery di Londra, Musée du Louvre di Parigi, The Metropolitan Museum of Art di New York, Museo Nacional del Prado di Madrid, Rijksmuseum di Amsterdam, Victoria and Albert Museum di Londra, Österreichische Galerie Belvedere di Vienna, Statens Museum for Kunst di Copenaghen, Muséedes Beaux-Arts di Lione, Gallerie degli Uffizi di Firenze, Musei Capitolini di Roma, Musei Vaticani, Museo e Real Bosco di Capodimonte di Napoli. Tra i prestiti anche due opere provenienti dal Regno Unito e appartenenti alla Royal Collection della Regina Elisabetta II, oltre ad altre opere provenienti da grandi residenze reali come la Reggia di Versailles, la Reggia di Caserta e la Reggia di Pavlovsk a San Pietroburgo. In un dialogo suggestivo tra dipinti, sculture, oggetti d’arte,  intendono riproporre in una mostra di grande attualità, l’immagine dell’Italia amata e sognata da un’Europa che si riconosceva in radici comuni di cui proprio il nostro Paese era stato per secoli il grande laboratorio, un’Italia composita, raffigurata nella sua struggente bellezza dagli artisti che fecero sorgere il mito del “bel paese”. Sono esposte opere dei principali artisti del tempo come Piranesi, Valadier, Volpato, Canaletto, Panini, Lusieri, Hubert Robert, Jones, Wright of Derby, Hackert, Volaire, Ducros, Granet, Valenciennes, Catel, Batoni, le due pittrici Vigée Lebrun e Angelica Kauffmann, Ingres. Come afferma Giovanni Bazoli, Presidente Emerito di Intesa Sanpaolo, dichiara: “La mostra sul Grand Tour, allestita nelle Gallerie di Piazza della Scala, è la prima ideata e realizzata in Italia capace di offrire uno sguardo d’insieme su un tema così vasto. I capolavori esposti offrono al visitatore odierno l’opportunità di comprendere e rivivere l’emozione provata secoli fa dai protagonisti del Grande Viaggio di fronte alla bellezza senza tempo dei paesaggi e degli antichi luoghi d’arte italiani, elementi fondanti non solo della nostra identità nazionale, ma anche di quella europea. L’iniziativa, che si avvale della prestigiosa partnership del Museo Ermitage di San Pietroburgo e del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, conferma il ruolo di primo piano che Intesa Sanpaolo ha conquistato nel corso degli anni nel panorama culturale e artistico del nostro Paese.”  In una mia ricerca storiografica e scientifica che divenne dispensa universitaria e un convegno interdisciplinare che parlava del Grand Tour raccontato dai grandi viaggiatori tra cui Goethe .Come tutti noi sappiamo il viaggio durava mesi o addirittura anni, come nel caso di Goethe, che rimase in Italia per ben due anni. Alla metà del Settecento si assiste, invece, a quella che è stata chiamata la “internazionalizzazione” del Grand Tour”. Contestualmente la durata del viaggio comincia ad assottigliarsi, segno di una minore disponibilità economica e mentale. Con la modernizzazione della società l’idea del viaggio cambia, esso diviene meno personale e incarna nuovi valori. Per citare un’altra volta Attilio brilli, il viaggio si configurava come varco dell’immaginazione, “il percorso che il viaggiatore dovrà saper tracciare dopo aver superato la terra di nessuno delle periferie ed essersi inoltrato fra le antiche mura è quindi un viaggio a ritroso nel tempo, un tendere verso il ritrovamento di una città altra da quella che appare. Alla fine riuscirà a trovare, per mano di un astuto visitatore antico o moderno, una via d’accesso, un sentiero segreto nell’anonimo parametro delle periferie che conduca fin dentro la città, là dove può sopravvivere la sua anima più vera” . Esso non è più esperienza sensoriale dato che il turismo divenne sempre più massificato e industrializzato a discapito di emozioni e sensazioni. A questo proposito, sono appropriate le parole di Giacomo Leopardi, tratte dallo Zibaldone : “Trista quella vita che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione” . Oggi le informazioni sono predisposte dalla “guida” che organizza il viaggio. Anche grazie alla viabilità ferroviaria, si crea il fenomeno, ancora oggi presente, del turismo organizzato e di massa. Esso è diretto al grande pubblico spinto da ragioni formative,edonistiche, terapeutiche o di pura evasione che trovano la loro sintesi nell’ idea di un viaggio come “forma di amatissimo e splendido spreco, ancorché variamente motivato” . E’ però vero che non tutti i viaggi sono stati lineari ma vi sono stati imprevisti, difficoltà ed ostacoli da superare. Spesso si trovavano vandali, barbari, ladri e si doveva far sosta nelle locande per poi proseguire in strade alternative e più sicure. Talvolta le carrozze si rompevano per il cattivo stato delle strade e questo non facilitava le condizioni di viaggio. Pur essendo a conoscenza di tutte queste difficoltà, la voglia di evadere e allontanarsi dal proprio paese era così forte che la paura era posta in secondo piano.Nel caso del grande scrittore tedesco Johann Wolfgang von Goethe, il viaggio si configurò come vera e propria fuga. Stando alle sue ripetute confessioni, il suo soggiorno su suolo italiano segnò una autentica wiedergerburt ( rinascita ) alla ricerca della sua perfezione di intellettuale. Egli sentì la necessità di cambiare pelle, poiché il suo lavoro da ministro a Weimar aveva soffocato la sua creatività da scrittore e da grande artista. Egli ebbe l’esempio del padre, Johann Caspar Goethe, il quale tra il 1739 e il 1740, aveva viaggiato per la penisola. L’Italia era da sempre stata il suo sogno, era il paese dove fiorivano i limoni che assaliva il cuore del poeta sin dalle vette del Gottardo. Mosso da un disagio esistenziale, l’insofferenza per gli incarichi ufficiali datigli dal Duca Karl August, l’Italia era per lui un paese dove approdare e dove sperava di rinascere personalmente e artisticamente, come così fu. Goethe infatti scrisse: “ Sì, io posso dire che solamente a Roma ho sentito che cosa voglia dire essere un uomo. Non sono mai più tornato ad uno strato d’animo così elevato, né ad una felicità di sentire. Confrontando il mio stato d’animo di quando ero in Roma, non sono stato, da allora, mai più felice” . Nessuno era a conoscenza del suo viaggio, infatti preparò la sua fuga all’oscuro di tutti. Così si esprimeva Goethe, il 9 ottobre 1828, di 79 anni compiuti, conversando, a Weimar, con Eckermann.Il suo viaggio iniziò il 3 Settembre 1786, all’età di 37 anni, quando partì a bordo della sua carrozza alle tre di notte. I primi tempi, per non farsi riconoscere , per essere trattato come un normale “tourist” e per poter godere a pieno del suo tempo “con tranquillità e pace domestica”, viaggiò sotto il falso nome di Jean Philippe Möller, fingendosi pittore. Il suo viaggio in Italia doveva durare qualche mese ma in realtà rimase quasi due anni, dal 3 settembre 1786 al 18 Giugno 1788, vale a dire un anno, nove mesi e quindici giorni. Per lungo tempo neppure sua madre e i suoi cari ebbero notizie di lui. Summa della sua esperienza nel Bel paese, fu la sua opera “Viaggio in Italia”, pubblicata solo ventotto anni dopo tra il 1813 e il 1817 in due volumi, il primo dei quali uscì nel 1816 e il secondo nel 1817. Si trattavano di diari e lettere destinati alla signora von Stein, a Herder e agli amici di Weimar, si trattava quindi di materiale destinato alla sua ristretta cerchia di intimi. Goethe distrusse quasi tutta la documentazione originaria relativa alla seconda parte  del 1817 e alla terza parte  del1829 del Viaggio in Italia.
I due volumi che ci sono pervenuti contengono il resoconto di un Grand Tour che l'autore compì in Italia tra il 3 settembre 1786 e il 18 giugno 1788. A essi se ne aggiunse un terzo, pubblicato nel 1829, ma inferiore ai primi due, sulla sua seconda visita a Roma. Il libro conta circa 700 pagine. E’ un prodotto a posteriori, affascinante poiché non si limita a descrivere semplicemente il paese ma le impressioni che riceveva da esso e dalla gente del posto, insieme a tutte le correlate sensazioni, inserendo al suo interno riflessioni sull’arte, sulla cultura e la letteratura. L’Italia per Goethe si configurò come esigenza, come via di fuga dalla stretta corte di Weimar. Fu proprio in Italia, all’età di 37 anni che conobbe il vero amore, quello carnale e fisico nonostante in passato scrisse numerose poesie d’amore e romanzi pieni di passione. L’autore non cercava l’Italia dei grandi artisti e dell’arte barocca basti pensare che in tutto il suo diario di viaggio non nominerà neppure una volta Bernini o Giotto, e non per astio o ignoranza, nel suo diario di viaggio dirà: “ Lo scopo di questo miomagnifico viaggio non è quello d’illudermi, bensì di conoscere me stesso nel rapporto con gli oggetti; e allora devo dire con tutta sincerità che poso m’intendo dell’arte del pittore, del suo mestiere. La mia attenzione, la mia osservazione possono riguardare soltanto l’aspetto pratico, il soggetto e la trattazione del soggetto stesso” . Goethe cercava l’antichità greca-romana e quando vide a Verona un monumento romano, per la prima volta, era felice. Non si pose nemmeno come mete primaria lo studio delle condizioni sociopolitiche del paese, senza escludere però una certa sensibilità per i costumi italiani, che non sono idealizzati come da cliché. Lo stesso autore del Faust identifica la sua vita prima e dopo il viaggio in Italia. Infatti, a differenza di George Gordon Lord Byron, il cui viaggio si configura come eterno vagare, per Goethe è completa rigenerazione e va alla ricerca di un esito all’empasse nella quale sentiva di essere ingolfato nel servizio al duca di Sachsen. Questo viaggiatore sui generis, non si ferma nemmeno più di tre ore a Firenze, passa per Assisi e non guarda la chiesa di S. Francesco e a Palermo le cattedrali arabo-normanne. Forse per la smania di essere al più presto nella città eterna ma comunque molti criticarono la sua opera come i presenti ad una riunione tenuta all’ambasciata di Prussia a Roma. L’Italia descritta da Goethe era quella degli anni 1786-1788 riflettendo il binomio “ nobile semplicità e tranquilla grandezza ” del Winckelmann . Quest’ultimo insegnerà lui il metodo storico basato sullo studio delle successioni di stili. Scalando il Brennero arriva in Italia, prima a Trento, e poi per proseguire a Verona, dove loda soprattutto l’arena e a Vicenza, in cui visita le opere di Palladio. A Venezia arrivò il 28 Settembre e fu per lui la realizzazione di un sogno. Qui vide per la prima volta il mare. “ Il Canal Grande, con le sue svolte serpentine, non cede in bellezza ad alcuna strada del mondo, né vi è spazio che regga ilconfronto con quello antistante piazza S. Marco” . Goethe definisce la vista dall’alto “ frandiosa ”, tutto ciò che lo circonda è pieno di nobiltà, e rispettabile d’una forza umana concorde ma egli affermò “ qui non vorrei vivere, così come in nessun altro luogo dove fossi inoperoso, mentre ora tutto il nuovo che vedo mi occupa senza sosta ”. Lascia Venezia alla volta di Ferrara sino ad arrivare a Roma.“ Sì, finalmente mi trovo in questa capitale del mondo! ” , cita nella sua prima pagina di diario, dopo aver sorvolato le montagne tirolesi e visitato Verone, Vicenza, Padova, Venezia, e di sfuggita Ferrara, Cento, Bologna e a malapena Firenze. Per Goethe, così come per altro scrittori, venire a Roma era un sogno che si realizzava, dice infatti “ tutti i sogni della mia gioventù li vedo ora vivere. Non bastavano né la mente negli occhi per abbracciare tale bellezza per intero ”. Dirà che a differenza di altri luoghi, dove bisogna andare a cercare le cose importanti, a Roma se n’è schiacciati, riempiti a sazietà, “ si cammini o ci si fermi, ecco che appaiono panorami d’ogni specie e genere, palazzi e ruderi, giardini e sterpaie, vasti orizzonti e strettoie, casupole, stalle, archi trionfali e colonne, spesso così fittamente ammucchiati da poterli disegnare su un solo foglio. Per descriverlo ci vorrebbero mille bulini; a che può servire una sola penna?
E la sera si è stanchi e spossati dal tanto vedere e ammirare ” . Il viaggio in Italia per Goethe non fu solamente un piacere ma una vera rinascita: “ Soltanto a Roma ho potuto ritrovare me stesso. Per la prima volta, mi sono sentito in armonia con me stesso, felice, ragionevole …”. Egli arrivò a Roma quando aveva quarant’anni e visse nella capitale i momenti più significativi delsuo viaggio. “ La casa di Goethe ” era di un pittore tedesco J.H. Tischbein, in un palazzo in Via del Corso 18 che ospitava altri artisti provenienti dalla Germania. Oggi è diventata un vero e proprio museo ed è nota meta turistica. La scalinata di piazza di Spagna lo portava a raggiungere la chiesa di Trinità dei Monti dove poteva ammirare lo splendido panorama sottostante. Goethe amava passeggiare da Piazza di Spagna al Caffè Greco, da Fontana di Trevi sulla quale non si soffermò molto dato il suo scarso interesse per l’arte barocca, al Quirinale dove fece visita al pontefice , sino ad arrivare a Villa Medici . La sua ostilità per l’arte barocca si percepisce dai suoi scritti: “ È una dura e contrastante fatica quella di scovare pezzetto per pezzetto, nella nuova Roma, l’antica, eppur bisogna farlo, fidando in una soddisfazione finale impareggiabile. Si trovano vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo che superano la nostra immaginazione. Ciò che hanno rispettato i barbari, l’hanno devastato i costruttori della nuova Roma ” , (Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini) . Goethe dopo solo sette giorni riesce a farsi un idea generale della città: “Non faccio altro che andare in giro senza riposo; studio la topografia della Roma antica e della moderna, guardo le ruine e i palazzi, visito una villa e l'altra e le cose più meravigliose mi cominciano a diventar familiari; apro solamente gli occhi, guardo, vado e ritorno, poiché solo in Roma è possibile prepararsi a godereRoma”. Goethe, passando per la piazza venne colpito dall'obelisco che vide a terra, e che fu eretto solo molto più tardi nel 1792, per volere di Pio VI° Braschi. A testimoniarlo è quanto si legge tra le pagine di Viaggio in Italia: "Questo antichissimo e bellissimo fra i monumenti giace ora infranto e sfigurato su alcune facce..., eppure è ancora lì. Voglio far prendere l'impronta d'una sfinge situata sulla cima,   tanto più che corre voce che il papa voglia rimetterlo in piedi, e allora i geroglifici diventeranno inaccessibili." Goethe,amava molto venire qui a passeggiare in compagnia del suo amico Tischbein che immortalerà in un famoso ritratto.All'epoca il sontuoso Palazzo del Quirinale era residenza papale, solo successivamente divenne residenza ufficiale del presidente della Repubblica. "La piazza davanti al palazzo ha qualcosa di affatto inconfondibile, irregolare com'è, eppure grandiosa e armonica. Ed eccomi finalmente davanti ai due Colossi!”. Come emerge da Viaggio in Italia, Goethe non solo amava la capitale: "C'è una sola Roma al mondo, e io mi ci trovo bene come un pesce dentro l'acqua" , maanche le gite fuori porta nel verde della campagna romana. "Sui colli, ad Albano, a Castelgandolfo, a Frascati, dove la scorsa settimana trascorsi tre giorni, l'aria è costantemente pura e limpida. Là si può studiare una natura differente"  . Il Belpaese e in particolar modo Roma significa per lui la bellezza serena e solare del mondo classico. Ciò che amava Goethe del nostro Paese era la leggerezza, l’allegria che da sempre la contraddistingueva e la spontaneità dei suoi cittadini. Via del Corso e il Campidoglio erano tra le mete preferite di Goethe e amava passeggiarci. L’autore descrive le sensazioni provate durante il viaggio, mettendole su carta. Di Roma, egli colse i lati più belli e suggestivi, e riuscì a trovare in essa qualcosa che calmasse la sua inquietudine e il suo male di vivere, per dirla con Baudelaire. Roma era la sua città, sembrava che la conoscesse da sempre. Definì Piazza S. Pietro e la Cappella Sistina “uno spettacolo sontuoso e grandioso”, e vi tornò una seconda volta per vedere da vicino il soffitto. “ Ma queste cose magnifiche mi fanno sempre ancora l’effetto di nuove conoscenze …. Alcune ci rapiscono con tale violenza che per un certo tempo restiamo indifferenti, se non ingiusti, verso altre. Così ad esempio il Pantheon, l’Apollo del Belvedere, certe teste colossali, e di recente la Capella Sistina, si sono impossessati del mio spirito al punto che vicino a loro non vedo quasi nient’altro” .
Citerà più volte Winckelmann, rileggendo alcune lettere che scrisse dall’Italia trentun anni prima, soprattutto una frase “ diede piacere ” all’autore del Werther : “ A Roma ogni cosa va ricercata con una certa flemma, altrimenti vi pigliano per un francese. Io credo che a Roma si trovi l’alta scuola di tutto il mondo, e anch’io ne sono stato purificato e temprato.”. Goethe rinascerà totalmente e ritenette che per accogliere in sé l’idea più alta di ciò chegli uomini hanno prodotto, l’animo deve aver prima raggiunto la completa libertà. Ecco che il viaggio si configura come un mezzo per trovare la propria libertà anche se di Roma alcune cose proprio non le sopportava come il carnevale Romano ad esempio: “Bisogna averlo visto per perdere del tutto la voglia di rivederlo. Descrivere questa baldoria è tempo sprecato!...” . Nonostante ciò, il momento della partenza fu per l’autore difficile e triste, infatti nelle sue ultime pagine dedicate al viaggio a Roma dirà: “Il dolore della partenza fu molto grande. Lasciare, senza speranza di mai più rivederla, questa capitale del mondo, della quale per tanto tempo ero stato cittadino, mi fece un'impressione che è impossibile esprimere. Nessuno può comprendere questo sentimento se non l'ha provato. Io ripetevo continuamente nella mente quei versi dell'elegia che Ovidio compose trovandosi nelle stesse condizioni in cui mi trovavo io” . Dopo Roma, si reca a Napoli e fu pieno di ammirazione anche per questa città: “ Anche a me qui sembra di essere un altro. Dunque le cose sono due: o ero pazzo prima di giungere qui, oppure lo sono adesso."  Le sue descrizioni dei luoghi e del popolo napoletano sono inevitabilmente intrise del sentimentalismo tipico dei viaggiatori nordici della sua epoca restituendoci però l’immagine vivida di luoghi di eterna bellezza e il carattere di un popolo. “ Il napoletano è convinto d’avere per sé il paradiso e si fa un’idea ben triste delle terre del settentrione: sempre neve, case di legno, gran ignoranza ma danari assai” . La città di Napoli viene presentata piena di allegria e di libertà di vita, e l’ autore citerà il motto dei suoi stessi cittadini : “ Vedi Napoli e poi muori ” . Goethe ritiene che Napoli non ha nulla da rimpiangere a Roma, anzi, se confrontata con questa grande aperturadi cielo la capitale del mondo della bassura del Tevere appare come un vecchio convento in posizione sfavorevole. Non mancheranno numerosi paragoni tra le due città: “Così come a Roma tutto è estremamente serio, qui tutto invece è improntato ad allegria e a buon umore. Anche la scuola di pittura napoletana è qualcosa che si capisce solo a Napoli”.  Si può dire che nella città di Parthenope, l’autore vivrà una vera e propria esperienza extra-sensoriale: “ la riva, la baia, il golfo, il Vesuvio, la città, le vicine campagne, i castelli, le passeggiate… Io scuso tutti coloro ai quali la vista di Napoli fa perdere i sensi!” . Loderà molteplici volte i napoletani per la loro intelligenza, industriosità, laboriosità e soprattutto vivacità. Questa città resta sempre viva e in fermento, soprattutto grazie ai suoi cittadini che ne riempiono e popolano le strade e le vie più nascoste. A Napoli è possibile vedere il tesoro il più prezioso al mondo, quello di San Gennaro e vi è l’opportunità di visitare decine di musei e siti artistici. Goethe non perde tempo e troverà il modo di visitare anche Pompei con la sua guida Tischbein. La città si rivelò una vera sorpresa grazie alle sue strade strette ma dritte e alle sue casette senza finestre. Poi visita Torre Annunziata, Ercolano completamente sepolta dalla lava e gli scavi di Portici. Si reca in seguito a Caserta e a Sorrento. Visiterà Paestum con Tischbein che eseguirà molti disegni che accompagneranno Goethe in Sicilia. L’autore del Werther dirà “preferirei attardarmi ancora per un po’ di tempo in questa scuola della vita facile e lieta e giovarmene più a lungo. E’ piacevole star qui, purché ci si possa assicurare un minimo d’agio. La posizione della città, la dolcezza del clima non saranno mai abbastanza lodate; questo però è quasi tutto ciò su cui può far conto lo straniero”  . Infatti Goethe, come tutti i nordici, ama il clima mite del Bel paese. Basti pensare al caso di Hamilton “che s’è fatto qui un gran bel nido e ne gode sul declinare dei suoi giorni” amando inesorabilmente l’Italia. Il panorama di Napolinella sua magnificenza, case affacciate per miglia e miglia sulla riva pianeggiante del golfo, promontori, lingue di terra, rocce a picco, e poi le isole e il mare nello sfondo era una vista incantevole. Definì la città bella, bellissima in ogni suo punto tanto bella da rasserenarlo.Da Napoli partì per la Sicilia, che era per lui un annuncio dell’Asia e dell’Africa insieme al suo amico Kniep . “ L’Italia senza la Sicilia non lascia immagine alcuna allo spirito. Qui è la chiave di ogni cosa ” , questa fu la riflessione che fece l’autore quando approdò in Sicilia: “Non saprei descrivere con parole la luminosità vaporosa che fluttuava intorno alle coste quando arrivammo a Palermo in un pomeriggio stupendo. La purezza dei contorni, la soavità dell'insieme, il degradare dei toni, l'armonia del cielo, del mare, della terra… chi li ha visti una volta non li dimentica per tutta la vita”.  L’autore affermerà anche: “ Nostra prima cura fu quella di studiare bene la città, assai facile da osservarsi superficialmente ma difficile da conoscere; facile perché una strada lunga alcune miglia l'attraversa dalla porta inferiore a quella superiore, ossia dalla marina sino al monte, ed è a sua volta incrociata da un'altra pressappoco a metà, dimodoché ciò che si trova su queste due linee è comodamente visibile; la città interna, al contrario, disorienta lo straniero, che può dirigersi in tale labirinto solo con l'aiuto d'una guida. Com'essa ci abbia accolti, non ho parole bastanti a dirlo: con fresche verzure di gelsi, oleandri sempre verdi, spalliere di limoni, ecc. In un giardino pubblico c'erano grandi aiuole di ranuncoli e di anemoni. L'aria era mite, tiepida, profumata, il vento molle. Dietro un promontorio si vedeva sorgere la luna che si specchiava nel mare” . Rimase affascinato dal giardino pubblico vicino al porto di Palermo, definendolo “il posto più stupendo al mondo”. I giorni successivicederà al fascino di Segesta, grazie alle sue rovine antiche, ma anche alla botanica e ai minerali. Grazie all’autore, riscopriamo le bellezze di Caltanisetta, Catania, Taormina, Messina, rallegrandoci alla vista delle bellezze femminili dell’isola. La Sicilia sarà elogiata grazie ai suoi vulcani, ai suoi tesori greci e barocchi anche da Maximilian Hessemener nelle sue “Lettere dalla Sicilia”, all’inizio dell’800. Goethe in Italia rinacque, come artista e come uomo, visse il paese in una maniera tutta sua tanto che quando tornò in Germania fu colpito da una sorta di nostalgia.L’Italia divenne per un lungo periodo il maggiore mercato non solo dell’arte antica, ma anche di una produzione contemporanea ispirata alla memoria dell’antico. Sicuramente il più originale protagonista di questo gusto fu il genio di Piranesi che nelle sue incisioni visionarie, nei suoi estrosi arredi aveva proposto ad una raffinata clientela internazionale una visione molto personale dell’immaginario classico. Sulla sua scia si registra una impressionante ripresa delle manifatture artistiche più prestigiose che, dalla bronzistica all’oreficeria al mosaico alla glittica, hanno raggiunto livelli pari a quelli del Rinascimento. I prestigiosi assemblages in metalli e pietre preziosi di Valadier hanno incantato tutto il mondo, mentre le immagini delle più popolari sculture antiche sono state diffuse nelle regge e nelle dimore aristocratiche europee dai bronzetti di Boschi, Zoffoli, Righetti, Hopfgarten o dalle meravigliose statuine in biscuit di Volpato. Dalle richieste dei collezionisti stranieri ha tratto un nuovo slancio anche la pittura, soprattutto un genere prima considerato minore come la veduta e il paesaggio. Anche in questo campo grazie ad artisti della originalità e della grandezza di Canaletto, Panini, Joli, Lusieri e degli stranieri venuti al seguito dei viaggiatori, come Hubert Robert, More, Wilson, Jones, Wright of  Derby, Hackert, Volaire, Ducros, Granet, Valenciennes, Catel è stato raggiunto tra Sette e Ottocento un livello prima impensabile, passando dalla razionalità scientifica dei vedutisti all'emozione del paesaggio visto come espressione di uno stato d’animo dei romantici. Ma il genere più richiesto e amato dai collezionisti stranieri, insieme alle vedute dei luoghi visitati, è stato il ritratto. Alla celebrazione del proprio rango si sostituisce l’esaltazione del carattere e della cultura. Da qui la scelta di farsi rappresentare accanto ai monumenti e alle sculture antiche ammirate in Italia. Assoluto maestro in questo campo è stato Batoni, uno dei maggiori ritrattisti di tutti i tempi.
I suoi ritratti hanno rappresentato uno status symbol, come quelli del suo rivale Mengs, delle due pittrici in competizione Vigée Lebrun e Angelica Kauffmann, di Von Maron, Tischbein, Sablet, Zoffany, Fabre, Gérard, Ingres. I viaggiatori erano attratti anche dalla singolarità dei nostri costumi e dalla bellezza di una popolazione, apparentemente felice, che viveva la maggior parte dell’anno all’aria aperta proprio per la mitezza del clima. Un illustratore e pittore straordinariamente popolare come Pinelli e pittori come Sablet, Géricault, Robert, Schnetz, Delaroche hanno saputo rappresentare la vita domestica nei suoi aspetti più avvincenti e commoventi, rivendicando la dignità del popolo. Il maggior giro di affari ha riguardato la scultura, a partire dal commercio dei marmi antichi, il loro restauro e spesso la produzione di copie in cui è stato il maggiore protagonista Cavaceppi. Verso la fine del Settecento, grazie a Canova e ai suoi validissimi seguaci, si è affiancata la produzione di una scultura originale che, pur ispirata all’antichità, ha saputo interpretare la sensibilità moderna, assicurando a questa arte, diventata l’orgoglio dell’Italia, una straordinaria fortuna nel corso del XIX secolo in tutto il mondo.
Gallerie d’Italia  Milano
Grand Tour . Sogno d’Italia da Venezia a Pompei
dal 19 Novembre 2021 al 27 Marzo 2022
Martedì alla Domenica dalle ore 9.30 alle ore 19.30
Lunedì Chiuso