Un primo nucleo fortificato si attesta già nel XIII secolo ma è solo nel XVI secolo che il Castello della Manta viene dotato di un possente mastio rettangolare circondato da un muro e forse da un fossato, anche se di questa fase restano poche tracce. A partire dal secondo quarto del Quattrocento l’edificio abbandonò i connotati di severo maniero militare per assumere quelli di fastosa residenza di famiglia. La nuova dimora fortificata inglobò il mastio e le mura trecentesche ed ebbe, come indicano gli studi più recenti pianta pressoché rettangolare con a coronamento un cammino di ronda merlato; questo camminamento non è attualmente fruibile poiché facente parte dei solai non ancora interessati da adeguata indagine scientifica. Di particolare nota è il ciclo di affreschi che ricopre interamente la grande sala centrale del secondo piano, detta Salone Baronale, con la serie dei nove eroi e delle nove eroine dell’antichità sulla parte a destra del camino e la scena della Fontana della Giovinezza sulla parete opposta. Se l’autore è ignoto è però ben delineato il preciso progetto politico, iconografico e culturale che fa del ciclo della Manta una delle tappe principali nello studio della civiltà cortese e dell’influsso della cultura francese nel Piemonte occidentale. I rapporti tra marchesato e corte di Francia furono infatti stretti al punto che alla corte di Saluzzo si parlava francese, ci si vestiva alla parigina, si educavano i figli a Parigi, si collezionavano opere d’arte francesi. L’adesione dei Saluzzo ai costumi e alla cultura francese non deve considerarsi un fatto di provincialismo né giustificarsi nella posizione periferica del marchesato ma va letta come una scelta di gusto derivante anche da convenienze politiche. La Francia infatti fu molto vicina ai Saluzzo nei difficili rapporti di questi con le potenti famiglie degli Acaja e dei Savoia le cui mire espansionistiche minavano la sicurezza del marchesato. La Sala Baronale è un magnifico esempio della predilezione del senso decorativo da parte della pittura tardogotica caratterizzata da un ritmo narrativo che si dipana lungo le pareti coinvolgendo lo spettatore nell’atmosfera di una favola popolata da nobili eroi ed affascinanti eroine disposti in parata lungo un prato fiorito e accompagnati da stemmi nobiliari. Gli scudi appesi alle fronde degli alberi riportano stemmi ed emblemi; il codice dell’araldica che oggi può sembrare remoto e complesso era invece un linguaggio perfettamente condiviso nelle corti del XV secolo. Simboli, forme, colori avevano un significato immediato e definivano il rango d’origine. Gli esili tronchi d’albero tra una figura e l’altra scandiscono lo spazio della parete. È una divisione lineare e regolare completata in basso da riquadri con testi poetici riferiti a ogni personaggio e ribadita dalla presenza vistosa degli stemmi nobiliari. Fastosi abiti bizzarre acconciature e movenze eleganti. La posizione dei piedi chiarisce la posa e il rapporto tra le figure. All’anonimo pittore tardogotico non interessa affatto dare l’impressione dello spazio in profondità quanto piuttosto una successione di personaggi concatenati ritmicamente fra loro. Il messaggio sociale, politico e autocelebrativo viene così affidato all’impressionante sequenza dei diciotto personaggi che nel loro sovradimensionamento dominano il salone. La scelta dei soggetti voleva anche mettere in mostra il vasto sapere enciclopedico del signore e contestualmente ostentare il potere e la superiorità del padrone di casa.

Tra Trecento e Quattrocento infatti si ha una straordinaria fioritura della pittura di soggetto profano a carattere storico cavalleresco o celebrativo e tra questi il tema di matrice classica degli uomini illustri o eroi dell’antichità era diventato particolarmente caro alla cultura preumanistica di ambiente cortese. È in questo periodo che viene definendosi la serie-tipo di nove eroi o prodi e nove eroine sul modello delle Vite parallele di Plutarco e in anticipo sul tema rinascimentale dei viri illustres. Si tratta di una sorta di galleria ideale di personaggi scelti per le loro virtù a rappresentare le tre maggiori epoche della storia (qui abbiamo l'età pagana simboleggiata da Ettore, Alessandro Magno e Ippolita, la storia ebraica con Giosuè e Davide e la storia cristiana con Re Artù, Carlo Magno e Goffredo di Buglione) e che con la sua particolare diffusione nella decorazione delle dimore nobiliari costituisce una specie di genealogia spirituale del signore. Il ciclo appare meno abbagliante di come appariva quando fu terminato: lo si deve immaginare rilucente di metalli preziosi che finemente lavorati e cesellati completavano i ricchi costumi dei personaggi, dove oggi invece sono evidenti lacune di colore. Alla rappresentazione di tipo allegorico sono legati altri due temi fondamentali del repertorio figurativo cortese quelli dell’amore e della morte. L’amore valore cortese per eccellenza è anche posto in relazione con tematiche sacre in una serie di temi iconografici quali il contrasto tra amor sacro e amor profano, il giardino delle virtù la fontana della vita o della giovinezza. La Fontana della Giovinezza che fronteggia la teoria degli uomini illustri è opera di un artista della cerchia di Giacomo Jacquerio (maggior rappresentante del tardogotico piemontese) eseguita intorno al 1420. Il tono di divertita ironia con il quale l’artista delinea la foga degli anziani che si gettano nell’acqua e la gioia boccaccesca degli incontri amorosi dei giovani esemplifica la tendenza a una progressiva laicizzazione dell’allegoria.

Chiude la decorazione della Sala baronale l’affresco con la Crocifissione di Cristo tra la Vergine e Giovanni Evangelista dal moderato contenuto sentimentale e composta gestualità delle figure; qua vengono tentate anche nuove soluzioni spaziali e plastiche evidenti ad esempio nei bracci della croce che vanno a sovrapporsi alla cornice ornamentale che inquadra la scena suggerendone la sua tridimensionalità. Sul medesimo piano trovano posto anche la biblioteca privata del signore, una seconda sala di rappresentanza dotata di camino e impreziosita da un affresco della Madonna del Latte entro una nicchia della parete e un terzo ambiente di non chiara destinazione caratterizzato dalla presenza di frammenti di decorazione pittorica. Nonostante sia assai difficile definire una precisa attribuzione esecutiva anche per queste stanze è comunque possibile circoscriverne la cronologia e l’ambito culturale. La Madonna del Latte, databile all’ultimo quarto del Trecento, dal punto stilistico e formale rimanda alla pittura francese aggiornata però ai modelli e alla spazialità toscana; l’insieme diventa così un felice connubio tra queste due tradizioni lasciando supporre un’origine o perlomeno una formazione avignonese dell’anonimo autore. La rigida costruzione del trono della Madonna richiama infatti le opere prodotte dagli artisti toscani attivi ad Avignone che durante tutto il Quattordicesimo secolo fu il principale luogo di contatto tra la cultura centroitaliana e quella francese. Nella sala adiacente invece sono visibili i resti di una serie di affreschi dedicati al mondo naturale; si possono scorgere ancora i profili dei grandi alberi che ornavano ogni parete del piccolo ambiente tutti resi con grande attenzione botanica alle diverse varietà e specie. Come per gli altri affreschi del Castello della Manta l’autore è sconosciuto ma pur sempre aggiornato all’interesse tipicamente medievale per i Tacuina sanitatis ed i vari erbari che rappresentavano quasi delle piccole enciclopedie mediche d’uso comune. Questo stesso interesse per la vegetazione è forse più chiaramente leggibile, grazie soprattutto alle migliori condizioni di conservazione, nella scena di caccia nella Sala baronale dove ci viene riproposto un bosco lussureggiante e un prato ricco di fiori ed erbe d’ogni tipo.

Nel XVI secolo il severo volto quattrocentesco del castello non era più al passo con i tempi; l’evoluzione delle dimore e dei costumi delle corti italiane arrivarono in Piemonte con un certo ritardo rispetto ad altre zone italiane. I lavori di ampliamento della Manta iniziarono solo all’inizio della seconda metà del Cinquecento addossando un intero corpo di fabbrica alla parte ovest del castello quattrocentesco. La nuova costruzione concepita intorno a un severo cortile che oggi funge da accesso principale conserva all’esterno la tipica sobria semplicità piemontese e racchiude invece il fastoso appartamento di rappresentanza. Il grandioso Salone delle Grottesche affrescato da un’ampia gamma di sofisticate decorazioni alla pompeiana e quattordici ovali contenenti raffigurazioni simboliche accompagnate da motti e illustranti virtù e linee di condotta della famiglia; particolare è la presenza del globo terracqueo in qui si può già distinguere la presenza del continente americano. La chiesa del castello presenta anch’essa un ciclo pittorico, genericamente databile al secondo quarto del Quattrocento, di notevole qualità e rilevanza sempre all’interno della cultura tardogotica italiana. Il coro ospita le Storie della Passione di Cristo in singoli episodi disposti su due fasce sovrapposte senza soluzione di continuità. I personaggi hanno una forte caratterizzazione fisionomica ed espressiva e risultano condensati all’interno di spazi architettonici dalla costruzione ancora empirica; come in tutto il complesso decorativo della Manta anche qui c’è una grande attenzione ai dettagli, ai particolari dei costumi e agli elementi botanici.

Gaido Federica marzo 2021
1. Castello della Manta,  Saluzzo
2. Maestro piemontese, I nove prodi e le nove eroine, particolare di Semiramide (Aloisa di Ceva, consorte di Tommaso I, 1430, affresco Saluzzo, Castello della Manta sala baronale. 
3. Maestro piemontese, La crocifissione, 1420, particolare, Saluzzo, Castello della Manta.  
4,  Maestro piemontese, I nove prodi e le nove eroine, particolare di re Davide, Giuda Maccabeo, e re Artù, (Tommaso I) 1430, affresco, Saluzzo castello della Manta, sala baronale.