Giovanni Cardone, Luglio 2021
 
Fino al 26 Settembre 2021 si potrà ammirare presso Palazzo Zevallos Stigliano  - Gallerie d’Italia la mostra Los Angeles (State of Mind), a cura di Luca Beatrice. In un coinvolgente percorso di 36 opere provenienti da gallerie e collezioni private italiane e internazionali e della collezione Luigi e Peppino Agrati e Intesa Sanpaolo, l’esposizione Los Angeles (State of Mind) è stata realizzata con il patrocinio del Consolato Generale degli Stati Uniti a Napoli, è il racconto di una città attraverso diverse generazioni di artisti che si sono imposte a partire dagli anni Settanta per arrivare fino a oggi. Come afferma Michele Coppola, Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici Intesa Sanpaolo: “Il museo di Intesa Sanpaolo a Napoli è tornato ad accogliere i visitatori e arricchisce oggi la proposta espositiva in città con un originale approfondimento sull’arte contemporanea internazionale, accanto al Caravaggio e agli altri capolavori dalle nostre collezioni qui ospitati. Le Gallerie d’Italia sono luogo emblematico del legame della Banca con Napoli e del nostro impegno nel contribuire alla crescita sociale e culturale della città e del Paese. In questa logica stiamo lavorando alla prossima apertura di una nuova e più ampia sede del museo in via Toledo, segno forte della volontà di ricominciare puntando su arte e cultura quali fattori chiave di sviluppo.” Mentre Mary Avery Console Generale degli Stati Uniti a Napoli sottolinea : “La scelta di dedicare questa mostra alla città di Los Angeles è un’ulteriore prova degli intensi e storici rapporti culturali che esistono tra gli Stati Uniti e la città di Napoli. Siamo anche felici di aver offerto il nostro patrocinio in un momento particolarmente importante per la ripartenza di tutti gli eventi culturali”. Se New York è il mondo, Los Angeles è certamente l’America, quell’America che cattura la nostra immaginazione per non lasciarla più. Una megalopoli nel deserto, un universo a sé che parla molte lingue e vive altrettante contraddizioni un fertile insieme di idiomi e popoli. L’arte a Los Angeles descrive un mondo particolare tra sperimentazione e pittura, performance estreme e contaminazione con le culture lowbrow alternative. La città ha sempre prodotto un’arte complessa, fungendo da polo d’attrazione per creativi provenienti da altri stati. Negli anni più recenti Los Angeles è stata definita la nuova mecca dell’arte contemporanea, dalla prospettiva finalmente internazionale e attenta ai nuovi fenomeni culturali. Nel suo testo critico Luca Beatrice riassume bene il percorso espositivo dicendo : “Utopia o distopia? Si chiedeva Lars Nittve nel testo introduttivo al catalogo di “Sunshine & Noir”, una delle mostre più complete sull’arte a Los Angeles arrivata in Italia nel 1998. Una scoperta relativamente recente quella della scena californiana se paragonata alla quantità di focus e studi su New York, a partire almeno dall’Espressionismo astratto e dunque dai primi anni cinquanta. La verità è che quando si parla di Manhattan e dintorni si pensa davvero a un mondo globale non più identitario, mentre Los Angeles è profondamente America, una megalopoli nel deserto che nel 2017 contava quattro milioni di abitanti che diventano dieci se si includono le contee, spazi amplissimi che noi europei neppure riusciamo a immaginare, luogo di dispersione che è ovunque e in nessuna parte. Quando potremo tornare a viaggiare liberamente per il mondo e organizzeremo un giro di gallerie e musei a New York, basterà un giorno per Chelsea, uno per il nuovo quartiere attorno alla Bowery e per salire poi su a Midtown. Non avremo visto tutto ma quasi tutto. A Los Angeles invece si dovranno fare parecchie miglia in automobile – i problemi legati anche lì all’inquinamento e alla necessità di trovare forme alternative di trasporto urbano, la macchina privata resta il mezzo più utilizzato – imboccando il serpentone delle highway e facendo molta attenzione a non sbagliare uscita e a non perdersi, perché gli spazi d’arte non sono raggruppati ma disseminati su tutta l’estensione urbana. Alla fine degli anni novanta, spiegava Nittve, Los Angeles paragonata a New York per ciò che riguarda il mercato dell’arte, le riviste, i collezionisti, i musei risultava ancora troppo provinciale, mentre oggi le cose sono davvero cambiate.
Los Angeles è sempre più cool e attraente perché ha saputo accogliere una comunità di creativi “strambi” e trasversali. A Los Angeles si fa arte per piacere e, diciamo, anche per un certo divertimento, le regole del “in and out” non sono così ferree, la proposta è molto democratica a differenza di ciò che accade a New York dove si parla sempre di investimento, economia, finanza, sistema. Torniamo al punto di partenza, alla domanda iniziale: utopia o distopia? Alla fine degli anni sessanta in California si concentrarono quegli intellettuali che sognavano di cambiare il mondo, artisti, musicisti, scrittori asistemici e comunque “contro”. Poi venne Blade Runner, il film di Ridley Scott ispirato al romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep? scritto da Philip K. Dick nel 1968, in cui si immaginava Los Angeles nel 2019 (il futuro che è diventato il nostro passato) completamente irriconoscibile rispetto ai consueti stereotipi: buia, piovosa, claustrofobica, illuminata da insegne di ristoranti cinesi e sale gioco, paesaggio post-apocalittico abitato dai replicanti. “Il miglior punto di osservazione sulla Los Angeles del prossimo millennio sono le rovine del suo futuro alternativo”, scriveva Mike Davis in un suo saggio davvero fondamentale per capire “l’enigma Los Angeles” fin dalla sua fondazione, una città che ha superato l’idea di città dove, come in Strange Day, il futuro è un presente già arrivato e già dileguatosi. Città delle tante doppiezze, centro del conservatorismo politico e culla delle culture alternative trasgressive, insieme di piccoli nuclei etnici, la collina di Hollywood, le ville dei vip a Beverly Hills, le spiagge di Santa Barbara, quartieri violenti dove esplose l’insurrezione contro la polizia dopo il pestaggio del taxista afroamericano Rodney King nel 1992. L’ultimo decennio del XX secolo definisce in pieno la complessità dell’arte a Los Angeles, con protagonisti quelli che non “quadrano” e non rientrano nei canoni. Il punto nodale è rappresentato dalla mostra “HelterSkelter: Los Angeles Art in the 1990s” organizzata dal MOCA nel 1992 e non può sfuggire la potenza del titolo che cita il brano dei Beatles, un pezzo strano per lo stile dei FabFour con passaggi quasi metal. La fama si alimenta tristemente attraverso Charles Manson che ne colse oscuri segnali. Le parole “HealterSkelter” furono scritte, peraltro sbagliate, con il sangue delle vittime: sul frigorifero nella casa dei coniugi LaBianca, vittime della seconda strage perpetrata dai membri della cosiddetta Famiglia dopo l’uccisione di Sharon Tate, moglie di Roman Polanski, e di altre quattro persone nella villa di Cielo Drive il 9 agosto 1969. Ai lavori degli artisti più rappresentativi e attivi nella scena californiana – e tra questi Chris Burden, Mike Kelley, Paul McCarthy, Manuel Ocampo, Raymond Pettibon, Lari Pittman, Charles Ray, Nancy Rubins e Robert Williams – si devono aggiungere, tra i vari contributi, i testi di Charles Bukowski e Dennis Cooper, a dimostrazione delle suggestive attrazioni reciproche tra arte e letteratura. Non è poi così evidente il distacco temporale tra la “nascita” dell’arte a New York e a Los Angeles. Se nel primo caso la data simbolica è la fondazione della New York School (teniamo buono il 1950 per via della celeberrima foto degli Irascibili), nel 1957 apre su North La Cienega Boulevard la Ferus Gallery che segnò un profondo cambiamento e una consapevolezza per una nuova generazione di artisti tra i venti e i trent’anni provenienti dal mondo dell’underground. Nei primi mesi della sua storia la Ferus venne più volte chiusa dalle autorità perché promuoveva materiali indecenti e osceni. È il “Los Angeles Look” in cui si identificarono tra gli altri Wallace Berman, Edward Kienholz, Ed Ruscha. Nel 1963 al Pasadena Art Museum venne allestita la retrospettiva di Marcel Duchamp: il guru, seduto alla scacchiera, gioca con una ragazza nuda, EveBabitz, che racconterà la sua vita non ordinaria in alcuni romanzi di successo, in particolare L.A. Woman, titolo “rubato” da Jim Morrison per l’album dei Doors. Gli episodi storici da ricordare sarebbero davvero tanti: dal 1964 al ’66 la redazione di “Artforum” ha sede a Los Angeles prima di stabilirsi definitivamente a New York, perché è sull’East Coast che gravitano le prestigiose gallerie e gli inserzionisti pubblicitari, a conferma che tutto ciò che di buono produce l’arte della West Coast dovrà poi ottenere la patente internazionale a Manhattan. Nel 1966 Bruce Nauman tiene la prima personale alla Nicholas Wilder Gallery, West Hollywood; nel 1970 esordisce Chris Burden con alcune delle performance più oltraggiose, masochiste e violente mai viste prima. Un carattere altrove non riscontrabile è dato dall’importanza delle scuole, in particolare il CalArts (California Institute of the Arts) dove hanno insegnato alcuni tra i maggiori artisti californiani, su tutti John Baldessari, docente tra il 1970 e il 1988, che ha influito su tantissimi giovani nati tra gli anni cinquanta e i sessanta: David Salle (lo ha definito “un gigante”, superava i due metri d’altezza), Tony Oursler, Mike Kelley che proprio nelle sue aule conobbe Kim Gordon, futura fondatrice della band di rock alternativo Sonic Youth. Nello stesso periodo la scena losangelina si parcellizza tra arte delle donne, con la creazione di diversi spazi indipendenti ove si praticava femminismo militante, e il movimento chicano che diede vita a numerose manifestazioni politiche espresse figurativamente sui muri dell’East Side. Nel 1980 apre il MOCA (Museum of Contemporary Art) – nel primo consiglio d’amministrazione siedono anche due artisti, Sam Francis e Robert Irwin – che insieme al rinnovato LACMA (Los Angeles County Museum of Art) va a formare un vero e proprio polo espositivo incentrato sul contemporaneo. Che il fenomeno del sistema dell’arte in California fosse in espansione lo testimonia il reportage di Alberto Arbasino raccolto in Le Muse a Los Angeles, “cattedrali moderne, parchi a tema, monumenti all’architetto di moda, servizi per la collettività, magazzini generali con tutto e il contrario di tutto”. Gli anni novanta, inoltre, sono caratterizzati da una figurazione pittorica che il critico David Pagel ha definito come “Painting from Another Planet”, ricca di riferimenti all’avant-pop e alla psichedelia, alle ossessioni del corpo e alla pubblicità, al rock, alla letteratura hard boiled, al cinema di genere, eppure attraversata da un senso di astrazione, alienazione, voglia di fuga. “Sebbene Los Angeles nell’immaginario popolare sia conosciuta come la capitale delle apparenze e delle illusioni superficiali, non è stata ancora riconosciuta come una città in cui la pittura ha un posto prominente. Questo suggerisce che la gente che guarda all’arte è ancora affascinata dall’idea che la pittura è un’arte della profondità sia culturale che psicologica e deve essere tenuta separata da altre distrazioni degradanti, dai film, dai cartoni animati, dalla pubblicità”. Dalla fredda Inghilterra David Hockney si trasferì a Los Angeles nel lontano 1966 e ci visse a lungo, una scelta allora piuttosto atipica. Già dalla fine dello scorso decennio Los Angeles  è considerata la nuova mecca occidentale dell’arte, non tanto per un giro frenetico di denaro ma perché è riuscita ad accrescere quel clima stimolante e frizzante inaugurato negli anni novanta: la mitezza di una eterna primavera, il punto di raccordo per chi continua a sentirsi un outsider, la presenza di tante culture alternative a fianco del mainstream, in ultimo l’accresciuta rappresentanza di artisti black che costituiscono oggi il fenomeno più interessante nell’arte americana post 2000. Ecco perché, per esempio, Hank Moody, protagonista della serie tv Californication, un newyorkese doc che detesta Los Angeles, non riesce a evitare di finirci dentro, nel bene o nel male. Per un europeo, meglio se mediterraneo, la questione è più semplice: si possono amare entrambe queste città così antitetiche e inconcilianti, anche se è difficile avvertire lo stesso mood per i Guns N’ Roses, i Red Hot Chili Peppers o Kendrick Lamar da una parte e Lou Reed, i Ramones o i Beastie Boys dall’altra. Chi legge Truman Capote, John McInerney, Don DeLillo forse si sente lontano dal noir di Raymond Chandler, dall’hard boiled di James Ellroy e dalle avventure sessual-picaresche di Charles Bukowski. Senza nulla togliere allo skyline di Manhattan, a Woody Allen, alle atmosfere di Modern Love, Los Angeles è uno “state of mind”, uno stato della mente. “Onore a chi è un po’ folle, a chi ama osare, a chi ama sognare”, come dice Ryan Gosling in LA LA Land, a Los Angeles tutto è possibile per chiunque, figuriamoci per un artista. Questa mostra fa parte del ciclo dedicato alle metropoli dell’arte contemporanea. Dopo New York, Londra, Berlino, ecco Los Angeles. Come negli altri appuntamenti, ancora una volta non risulta affatto casuale il rapporto tra queste città e Napoli, che rafforza la sua vocazione visionaria di centro d’arte internazionale. Musei, gallerie e collezionisti non hanno mancato l’appuntamento con l’area più complessa dell’America, trovandovi similitudini e assonanze culturali. Con lo spirito pionieristico che contraddistingue gli operatori culturali di Napoli, Lia Rumma rappresenta Gary Hill, precursore della videoarte, Alfonso Artiaco ha proposto la pittura di intensa atmosfera cinematografica di Glen Rubsamen e le sculture-installazioni di Rita McBride. L’opera di Allan McCollum, proveniente dalla collezione Trisorio, nasce direttamente dai siti archeologici di Pompei. Molto particolare il lavoro di James Brown, scomparso tragicamente nel febbraio 2020, che comprende un gruppo di settantasette disegni ispirati al libro Guida sacra della città di Napoli (1872), che l’artista regalò al suo gallerista Lucio Amelio negli anni ottanta. La sede italiana della londinese Thomas Dane Gallery propone un video di Lynda Benglis, le fotografie di Catherine Opie e la sua umanità alternativa delle comunità LGBTQ, la pittura acida e simbolica di Lari Pittman. La Galleria Fonti, infine, rappresenta il pittore concettuale Eric Wesley e l’artista napoletano Piero Golia, che da oltre quindici anni ha scelto di vivere a Los Angeles. Nel percorso che mi portava verso Palazzo Zavallos Stigliano pensavo come si era trasformata l’arte e il mercato dell’arte questo passaggio da New York a Los Angeles il perché, in parte ho avuto una risposta grazie ha questa meravigliosa mostra, ed ho pensato quando nel 2000 feci un viaggio a Los Angeles e la visitai, e mi accorsi che per il mondo intero è sempre stata la città del cinema la mecca dello star system hollywoodiano. Ma nessuno e forse nemmeno io, si aspettava che un giorno Los Angeles sarebbe diventata una capitale mondiale dell’arte. Io penso che il vero anno della svolta sia stato il 1997 quando il faraonico Getty Center, con il suo tanto celebrato Getty Museum fu costruito dall’architetto americano Richard Meier, da quel momento, accanto a Hollywood e agli Universal Studios sono nati come funghi musei e gallerie dove sono esposti capolavori d’arte di ieri e oggi. Ho potuto ammirare dipinti di Degas e Goya ed assistere a provocatorie performance all’insegna della sperimentazione più azzardata, realizzate da artisti emergenti. Per me chi vuole esplorare Los Angeles in tutti i suoi aspetti artistici, deve partire, dal Gatty Center davanti al quale i visitatori rimangono sempre perplessi li tu vedi che tutte le pareti sono ricoperte da pannelli di alluminio smaltato di bianco, da vaste superfici di vetro e da blocchi di travertino romano che al tramonto assumono una calda tonalità giallo-oro. Nell’ammirare la collezione del Museo che vanta alcuni capolavori assoluti dell’arte europea dal Rinascimento al Postimpressionismo tra cui il gigantesco ‘Ingresso di Cristo a Bruxelles’ del 1888 in cui James Ensor  denuncia l’artificialità della vita moderna, un capolavoro che diede vita al movimento espressionista nel contempo ho ammirato e mi sono meravigliato davanti  ad un opera  straordinaria, ‘Corrida’ del Goya e nel contempo davanti alla gigantesca natura morta di Cézanne al famoso dipinto Iris di Vincent Van Gogh. Ma l’opera più importante dell’intera collezione Getty è ‘l’Alabardiere’ di Pontormo, che si presume rappresenti il nobile fiorentino Francesco Guardi.  Visitando la Gagosian Gallery vidi che proponeva opere di celebri artisti contemporanei che erano di proprietà del ricco mercante Larry Gagosian, che esponeva principalmente pittura americana degli anni Ottanta che era rappresentata da David Salle, Eric Fischl, Philip Taffee e dalle provocatorie installazioni erotiche dei fratelli Dinos e Jake Chapman. Mentre il Lacma Los Angeles County Museum of Art vistandolo ti accorgi che è tra i maggiori musei della California fu inaugurato nel 1965 è un insieme di edifici situati intorno a un cortile centrale è custodisce importanti collezioni di oggetti d’arte antica e moderna. Da non perdere: Tiziano e Lorenzo Lotto, l’intenso ‘Apostolo Sant’Andrea’ di El Greco e la ‘Resurrezione di Lazzaro’ di Rembrandt.Gli impressionisti sono rappresentati da Degas, Cézanne e Van Gogh, mentre le raccolte di arte contemporanea vantano opere dei migliori artisti della Pop e della Minimal art, come Andy Warhol e Bruce Naumann. Mi accorsi che a pochi metri dalla famosa spiaggia di Venice, in una posizione incantevole si trova la L.A. Louver Gallery che presenta mostre di alcuni tra i maggiori artisti della West Coast tra questi artisti spicca David Hockney il più famoso pittore pop inglese che si trasferì in California. Ma dove rimasi impressionato molto fu quando visitai il polo più trendy della città fatto solo di gallerie che si trova in un ex deposito dove una volta c’erano i tram questo polo è  Rosamund Felsen Gallery dove si sono riuniti importanti mercanti d’arte californiani, si possono ammirare le opere e le installazioni degli artisti internazionali più in voga del momento, per poi sorseggiare un cocktail o cenare nei piccoli ristoranti che si affacciano su un cortiletto interno.  Mentre nel vistare il Moca il Museum of Contemporary Art per me il tempio dell’arte contemporanea della West Coast dove l’architettura del museo è in arenaria rossa è ricorda con i suoi volumi bassi e articolati una specie di villaggio dell’arte, le collezioni del Moca comprendono opere dei principali artisti delle correnti d’avanguardia americana degli ultimi anni tra cui James Turrell. Ed infine nel visitare l’Armand Hammer Museum of Art si può ammirare dalla contemporaneità all’Impressionismo in questo museo si conserva la collezione del magnate del petrolio Armand Hammer.
 
Qui ognuno di noi si può immedesimare in capolavori di Corot, Degas, Renoir e Bonanrd sono solo alcuni dei pezzi forti della collezione un quadro di Van Gogh che raffigura ‘l’Ospedale di Saint-Remy’ è stato dipinto dall’artista olandese un anno prima della sua morte nel 1889. Questa è per me Los Angeles che si è trasformata negli anni, e me sono accorto quando ci sono ritornato  successivamente, che forse questa città nel tempo ha superato New York in particolar modo divenendo il centro del mercato dell’arte dove domanda e offerta si incrociano più di prima, dove l’arte contemporanea si esprime al massimo senza pregiudizi di sorta. La storia avvincente di Palazzo Zavallos - Stigliano  ci dice che fa parte  dei bellissimi palazzi che costeggiano Via Toledo a Napoli è certamente il più maestoso ed interessante a livello artistico. Del resto, venne eretto quando la strada non aveva ancora l’importanza commerciale e sociale che iniziò ad acquisire solo in seguito. L’edificio venne costruito su disegno di Cosimo Fanzago tra il 1637 ed il 1639, per volere di Giovanni Zevallos, Uffiziale di Corte e duca di Ostuni dal 1648, che ne acquisì la proprietà a lavori ultimati. Zevallos avrebbe voluto erigere la dimora familiare nei Quartieri Spagnoli, ma al tempo erano già troppo affollati per aggiungere nuove strutture: così il progetto deviò su via Toledo. Posta sul lato orientale della strada, l’imponente architettura si articola attorno al grande cortile interno rettangolare cui si accede varcando la soglia del sontuoso portale secentesco. Su quest’ultimo possiamo ancora oggi ammirare lo stemma dei Zevallos, che lo domina sostenuto da festoni ed affiancato da due giare. Danneggiato durante le sommosse popolari del 1647 l’edificio fu venduto verso il 1653 al ricco mercante fiammingo Giovanni de Vandeneynden, la cui figlia Giovanna sposò il principe di Sonnino, don Giuliano Colonna Stigliano, cui la proprietà passò definitivamente nel 1688. Nel XIX sec., a causa di dissidi interni, la famiglia Colonna Stigliano abbandonò il palazzo, lo frazionò e lo vendette a più privati. Del resto, in quel periodo via Toledo si andava arricchendo con numerose dimore nobiliari e divenne particolarmente ambita a livello immobiliare. La fetta più importante del palazzo, quella che oggi è visitabile, fu acquisita dai banchieri Forquet, che abbellirono lo scalone principale e le sale del primo piano con un maestoso ciclo di decorazioni e di stucchi. Tra il 1898 ed il 1919-20 la Banca Commerciale Italiana acquistò l’intero edificio, prima rilevando la parte dei Forquet, poi estendendosi agli appartamenti minori. La ristrutturazione venne affidata all’architetto Luigi Platania. La facciata ottenne l’aspetto che oggi possiamo ancora ammirare, mentre all’interno fu costruita la monumentale scala in marmo mantenendo intatti, però, gli affreschi commissionati dai precedenti proprietari. Anche il maestoso cortile in piperno risalente alla prima struttura venne completamente stravolto, coperto da un lucernario vetrato ed adibito a salone per il pubblico. In occasione di un processo di fusione, nel 2001 Banca Intesa, ora Intesa Sanpaolo, ha ereditato il palazzo. Oggi all’interno di Palazzo Zevallos Stigliano sono custodite circa 120 opere d’arte tra pitture, disegni e sculture, tutte appartenenti alla collezione di Gallerie d’Italia, proprietà del gruppo Intesa Sanpaolo. Come nelle altre mostre del ciclo dedicato alle metropoli da New York a Londra a Berlino, ancora una volta è stretto il rapporto di Napoli con l’arte internazionale, e Los Angeles non fa eccezione, gallerie e collezionisti non hanno mancato all’appuntamento con l’area più complessa dell’America, trovandovi forse delle similitudini e delle assonanze culturali con questa città meravigliosa che da Lucio Amelio ad oggi ha sempre respirato arte internazionale non dimentichiamo che Napoli ha ospitato artisti del calibro di Joseph Beuys ed Andy Warhol, una città che lungo la sua storia ha avuto tantissime dominazioni e contaminazioni artistiche. Dell’intera mostra è stato realizzato un catalogo edito da Gallerie d’Italia – Skira.
 
Palazzo Zavallos – Stigliano  Galleria d’ Italia – Napoli
Los Angeles (State of Mind)
Dal 28 Maggio al 26 Settembre 2021
Dal Martedì al Venerdì dalle ore 10.00 alle ore 19.00 (ultimo ingresso ore 18.30)
Sabato e Domenica dalle ore 10.00 alle ore 20.00 (ultimo ingresso ore 19.30)
Chiuso Lunedì