Giovanni Cardone Giugno 2022
Fino al 3 Luglio 2022 si potrà ammirare a Palazzo Bonaparte Roma la mostra Jago. The Exhibition a cura di Maria Teresa Benedetti. L’esposizione è prodotta e organizzata da Arthemisia con la collaborazione di Jago Art Studio. L’evento è consigliato da Sky Arte. Jago è scultore potente attento agli esempi della nostra tradizione e universalmente noto come "The Social Artist" per le innate capacità comunicative e il grande successo che riscuote sui social. Sicuro talento nell’utilizzo dei mezzi di comunicazione, Jago arriva direttamente al cuore del pubblico che lo ama, anzi lo adora. Paragonabile in tal senso a una rockstar, trasmette l’amore per l’arte ai giovani: le dirette streaming e le documentazioni foto e video – attraverso le quali coinvolge il suo pubblico sul web – raccontano il processo inventivo di ogni opera e il percorso condiviso consente una diretta partecipazione dei suoi followers al singolo passaggio esecutivo. Nelle sue opere, utilizza anche elementi tragici in un costante gioco di rimandi, con una visione sempre tesa alle tematiche del presente, suscitando provocatoriamente negli spettatori riflessioni sullo status dei nostri tempi. A Palazzo Bonaparte la genialità di Jago viene documentata per la prima volta in una mostra che riunisce una serie di opere realizzate fino ad oggi, dai sassi di fiume scolpiti (da Memoria di Sé a Excalibur), fino alle sculture monumentali di più recente realizzazione (come Figlio Velato e Pietà), passando per creazioni meno recenti ma più direttamente mediatiche quali il ritratto di Papa Benedetto XVI (Habemus Hominem). Guardando la mostra di Jago ti accorgi che la sua ricerca  fonda le sue radici nelle tecniche tradizionali e instaura un rapporto diretto con il pubblico mediante l’utilizzo di video e dei social network, per condividere il processo produttivo. Jago incarna la complessa figura dell'artista che si affida solo a sé stesso senza mediazioni, assumendosi per intero il compito di dialogare con il mondo. Attraverso le sue opere fornisce al pubblico una lettura personale della storia, risignificandola e utilizzando un materiale nobile come il marmo, appartenente alla tradizione, e procedimenti esecutivi classici dal disegno al modello, dal bozzetto d'argilla al calco in gesso, insieme all'adozione della figura umana come soggetto prevalente. Nella puntuale ricerca di stimoli sempre nuovi, emerge in Jago un preciso interesse per elementi apparentemente inanimati da valorizzare, tale è il caso del sasso, scarto del processo di cavatura del marmo estratto nel fiume. Nelle sue opere l’artista utilizza anche elementi tragici in un costante gioco di rimandi, con una visione sempre tesa alle tematiche del presente suscitando provocatoriamente negli spettatori riflessioni sullo status dei nostri tempi. C'era un tempo nel quale il corpo scolpito restituiva al suo creatore la misura di un rapporto tra il sé, l'altro da sé e la storia di un'arte tutta in divenire. Oggi, la figura ri-creata sembra impotente a rappresentare altro rispetto all'annoiato e decaduto epigono di racconti finiti, o a mutuare forme proprie a linguaggi propri di arti visive contemporanee. Da questo punto di vista di Jago è un unicum, un punto esclamativo lanciato nello stagno dell'apatia nella quale pare immersa l'arte figurativa . I suoi lavori costituiscono illuminanti chiavi di lettura contemporanee di un soggetto universale nell'arte, perché connaturato all'esistenza, affrontato con una tecnica del tutto innovativa . La ricerca di Jago inizia a sostanziarsi di elementi che permangono  alla base della scultura , adattata ai nostri tempi. Il corpo è fatto della stessa materia vitale di cui si compone l'universo. Come parte del tutto, è frammento senza volto, senza nome, sottratto all'identità e al tempo che lo hanno prodotto. Il corpo è parte dell'enigma irrisolto che sottende al mistero della vita e che coinvolge parimenti lo spazio che lo compenetra.
"Madre Terra" potrebbe essere il nome destinato ad una di queste essenze impersonali sostanziate del colore della terra stessa. Il complesso tema di forze è leggibile in virtù del delicato equilibrio visuale fra dimensioni, distanze, direzioni, curvature, volumi e dinamicità. Ciascun elemento possiede una forma appropriata in relazione a tutte le altre, fissando così un ordine definitivo nel quale tutte le forze componenti si contengono a vicenda, nessuna di esse può imporre alcun mutamento nell'interrelazione. Il gioco di forze si trova in quiete apparente. Ma il corpo rimane l'elemento propulsivo, vitale, che rompe la permanenza, che è motore di cambiamento in questo senso, è la chiave di volta di queste composizioni. Il corpo di Jago è generato dall'espressività gestuale ed emozionale di se stesso. Il corpo, dunque, come forma simbolica, richiede una conoscenza che implica volontario avvicinamento, ricerca perseguita, lenta penetrazione  è quella praticata dall'autore, è quella reiterata ad ogni rinnovato sguardo dello spettatore. Arrivati alla scoperta ci si accorge che quel corpo è parte di un tutto, arrivati al particolare, la visione è dunque la stessa del punto di partenza.  A cambiare è l'esperienza. Comprendere l'opera, coglierla come totalità, è funzione di una  rivelazione, l'immediatezza sospende la dimensione temporale, la visione logica dovrebbe restituirci il motivo di tale rivelazione. L'avvicinamento alla conoscenza necessita di un medium, di un linguaggio interpretativo. L'uomo ha bisogno di regolarità, la impone alla propria visione perché è funzionale, dal punto di vista conoscitivo. Questa rigidità dietro la quale si cela il dis-ordine, ci pone dinnanzi ad un interrogativo che per ora sembra rimanere irrisolto, ovvero di quale sia il rapporto tra le due tendenze cosmiche, quella volta al disordine meccanico e quella volta all'ordine geometrico. Talvolta, colate di sangue informale spezzano le griglie, è la vita che incombe, supera le costrizioni che la ragione prova ad imporsi. Ma Jago riesce sempre con maestria suprema ad imporre all'organizzazione della visione il proprio schema strutturale allo spettatore è restituito un punto di vista, l' osservazione è accompagnata. Guardando all'intera produzione di Jago  sin qui svolta, colpisce la coerenza della ricerca nelle direzioni sopra dette, anzi i processi paiono chiarirsi e raffinarsi nel tempo. Accanto ad un procedere dalla semplicità alla complessità dello studio, si ha un procedere dalla confusione verso l'ordine nella consapevolezza dell'indagine. Con il tempo, lo sviluppo, la metamorfosi, presenta un moltiplicarsi di parti dissimili, ma anche un accrescimento della precisione con la quale tali parti sono contraddistinte l'una rispetto all'altra e ciò è più che evidente se confrontiamo la recente produzione con quella precedente .Le sculture di Jago sono raffigurazioni di enigmi da decifrare, restituiscono la presa di coscienza di una visione d'insieme della realtà, che presuppone il dettaglio, nel contesto metamorfico del presente ci svelano la cocente contemporaneità di un osservatore che ha colto l'unità di misura entropica del mondo ed insieme la sua imperscrutabile soluzione. Ogni volta che nasce una nuova opera, Jago torna a stupire e al contempo a emozionare. L’ultima sua creatura dall’aspetto monumentale ha richiesto moltissimo lavoro. Così come è stato per il Figlio Velato alla chiesa di San Severo. Infine guardando le opere di Jago sono rimasto meravigliato egli è riuscito ad unire tradizione e innovazione,  davanti al Ritratto di Bebedetto XVI ho ricordato le parole del grande Michelangelo Buonarroti che diceva: “Se la scultura l’hai bene in mente essa è già li ad aspettarti dentro la massa”. Come dice Vittorio Sgarbi nel suo testo a catalogo : Comunque lo si vuole giudicare, sarebbe difficile non considerare Jago un fenomeno. Uno di quelli che non si possono ignorare come se non esistessero, secondo costume abituale di certa critica d’arte, la più elitaria e autoreferenziale nel guardare solo al proprio hortus conclusus, salvo capire poco del mondo con cui abbiamo a che fare, probabilmente non solo quello dell’arte. Jago esiste, enormemente di più di quelli che ancora si sforzano di ignorarlo. Esiste perché esiste la sua opera, il suo modo di comunicare che non si limita, nel rispetto di una tradizione secolare occidentale e più specificatamente italiana che da un punto di vista tecnico vorrebbe continuare ad evidentiam, alla sola cosa scolpita (non fa solo sculture, ma sono indubbiamente le sculture il centro della sua opera), ma lo estende allo scolpire come atto di primaria, vitalistica dimensione per metterlo in relazione con tutto ciò che può essere correlato produttivamente ad esso, dallo spettacolo all’economia, in questo senso con spirito molto più in linea con i tempi globalizzanti che ci vedono oggi coinvolti. Jago esiste, soprattutto, perché questo suo modo aggiornato, globale di fare arte mettendo assieme antico e moderno riflette un sentire non solo espressivo, ma più generale rispetto al mondo attuale che viene condiviso da un pubblico internazionale di estimatori dalla portata inconsueta, da popstar in confronto a quello di cui gode la stragrande maggioranza degli artisti contemporanei e, cosa ancora più rara, con un numero notevolissimo di giovani e di non competenti al suo interno. È per me una ragione d’orgoglio averlo premiato poco più che ventenne, e poi presentato alla Biennale di Venezia nel 2011 su segnalazione della veggente Maria Teresa Benedetti. Se tutto ciò è stato possibile è perché Jago non ha inteso subire gli eventi che lo hanno interessato, è voluto essere lui un fenomeno che si doveva conoscere e di cui bisognava parlare, anche da parte di chi non è aduso a sapere e discutere di arte. Si è fatto forte, Jago, della scaltrezza e della determinazione di chi ha capito precocemente che nell’epoca della civiltà non sempre civile del web e dei socials sarebbe insufficiente essere lo scultore più capace della Terra per guadagnarsi automaticamente il centro del palcoscenico, ci vuole anche altro, e questo altro bisogna inventarselo con la stessa concentrazione, la stessa meticolosità, la stessa verve creativa che si riserverebbe a un’opera scultorea di grande impegno. Scaltrezza e determinazione che potrebbero essere colte in trasparenza fin dagli aspetti preliminari del porsi di Jago a noi; nella temerarietà, per esempio, con cui Jacopo Cardillo da Frosinone ha ripudiato in arte il nome anagrafico per adottare quello archetipico del più perverso fra i personaggi shakespeariani, la personificazione del male fine a sé stesso, così come lo vedeva, fra i tanti, anche Benedetto Croce, o anche l’“onesto”, per dirla come l’ingenuo Otello, che esemplifica alla perfezione la spregiudicatezza cara a Machiavelli di cui dovrebbero munirsi gli uomini politici. Se è vero che nomen omen quando sono gli altri ad attribuircelo, tanto più lo sarà quando il nome lo si sceglie di propria iniziativa. Escludendo che abbia voluto chiamarsi in tal modo perché vuole apparirci provocatoriamente spregevole (mi pare evidente che Jago appartenga alla schiera di coloro che, con disposizione peraltro sanissima, preferiscono piacere piuttosto che repellere), dovremo pensare che ci sia qualcosa di machiavellico in lui? Potrebbe anche essere, non certo nel senso che ha dato corpo alla stereotipata caratterizzazione shakesperiana, naturalmente, ma in quello che tende a concepire il proprio muoversi nello scacchiere del mondo non come evenienza dettata da fattori più o meno casuali o da volontà altrui più o meno determinanti, ma come effetto di un’avveduta strategia personale. Non è cinico Jago, né un arido calcolatore, ma hai ugualmente l’impressione che riesca a mantenere sempre il polso delle situazioni in cui si trova: nell’affrontarle non manca mai di sapere già in partenza cosa vuole fare e dove vuole andare a parare, mai azzardando salti al buio o voli senza rete anche quando sembrerebbe esattamente il contrario. È un pregio fra i più lodevoli, sia ben chiaro, non certo un difetto per cui additarlo. Misura un’intelligenza, una ragion pratica di cui troppo spesso gli artisti ritengono di potere fare a meno, privilegiando altre qualità che non sempre a buon diritto andrebbero valutate più importanti. Nessuno, poi, potrebbe lecitamente sospettare che Jago si sia fatto stratega per mascherare delle carenze di base, un po’ come capita con certi cantanti che strillano e si acconciano in modo eccentrico per farci dimenticare che non sanno cantare. Jago “canta” scultura in modo formidabile, davvero improbo tenergli il passo da un punto di vista strettamente tecnico-artigianale. Si è formato trovando in sé stesso quell’accademia che l’istituzione non riusciva a fornirgli fino in fondo, perseguendo come motivo pressante della sua ispirazione l’ineludibilità del confronto con l’antico, col mestiere dello scolpire così come codificato dal Rinascimento – mai dimenticare che la scultura è stata la sua arte primigenia che ha finito per nutrire tutte le altre – fino al secolo scorso, con l’idea della centralità del genere umano e della nobiltà della sua forma che un tale magistero intellettualmente sottende. Ben presto, però, Jago si convince che non basta ammirare per imparare.
Bisogna farlo, a un certo punto, per sfidare, come in fondo facevano i grandi maestri che non volevano emulare gli antichi, volevano superarli, facendo scaturire da questo intento la modernità nel suo valore più autentico. Modernità che in tempi più recenti ha avuto altre manifestazioni su cui dovrebbe comunque fondarsi il bagaglio dell’artista contemporaneo, capaci di spostare il baricentro dell’espressione artistica dall’opera in senso stretto, chiusa entro determinate caratteristiche fisiche, all’orizzonte allargato dell’operazione – la concettualizzazione, la performance, l’happening, la diversificazione logistica e mediatica – che la contiene o anche la oltrepassa, quando non la ritiene più necessaria. Così, accanto a uno Jago più libero da rimandi nei confronti di altro da sé stesso, tendenzialmente simbolista, nella forma più sensibile alla levigata scorrevolezza delle superfici, si sviluppa quello diventato più noto, lo scultore titanico che vuole vincere il tempo stabilendo una perfetta equazione fra passato e presente, tendenzialmente realista, se è lecito definire tali anche scultori piuttosto tradizionalisti e non per questo sgraditi alla critica anche più à la page quali Ron Mueck o Charles Ray, nella forma più incline a una certa durezza di trattamento con effetti anche di definizione marcata, talvolta con i segni dello scalpello lasciati volutamente a vista per fornire compiaciuto risalto al metodo e alla fatica del lavoro affrontato. Prendiamo, per esempio, un’opera come il Figlio velato. Dal punto di vista scultoreo, si tratta dell’ennesima competizione stabilita – è così anche con la sui generis michelangiolesca Pietà a Santa Maria in Montesanto e con la prossima, berniniana, ma anche giambolognesca Aiace e Cassandra, per dire di altri casi non meno evidenti – con un famoso capolavoro del passato, il Cristo velato di Giuseppe Sammartino nella Cappella Sansevero a Napoli, che sviluppava fino alle estreme conseguenze un espediente tecnico-espressivo inventato dal veneto Antonio Corradini, la resa delle forme umane intraviste attraverso un velo aderente, quasi da Simbolismo preconizzato. Virtuosismo puro, quello di Sammartino, così sovrumano da fare immaginare che il velo non fosse stato scolpito nel marmo, altrimenti si sarebbe spezzato per forza, ma ottenuto attraverso un bagno chimico pietrificante escogitato dal principe alchimista Raimondo di Sangro, committente dello scultore. Non avrei dubbi sul fatto che proprio questo sia stato il motivo di maggiore attrazione avvertito da Jago: quel Cristo non incarna sé stesso come Dio fattosi uomo, ma in quanto opera d’arte. E lì il prodigio, lo spettacolo della metamorfosi resa permanente – è il tema centrale affrontato da Sammartino, il corpo che si fa spirito allo stesso modo di come la materia si fa arte – ancora in grado di lasciare a bocca aperta a due secoli e mezzo dal suo allestimento. Se si è veri scultori, bisogna sapere fare altrettanto. Ma non facendo un altro Cristo, sarebbe banale, inutile, puro divertissement personale. E senza limitarsi a fare solo una scultura, ci vuole – eccola la modernità che irrompe sulla semplice continuità con l’antico, modificandone il significato – l’operazione attorno, mediatica innanzitutto, ma non solo, anche ideologica, concettuale, sociale, in modo tale da fare di tutto ciò che accompagna e segue la creazione un evento partecipato a misura delle persone dei nostri giorni, quelle che comunicano più o meno ossessivamente online. Si cambia innanzitutto il soggetto apparente (quello vero è l’arte, s’intende), non un adulto ma un bambino, uno dei diversi trattati da Jago in modi che non si sono certo proposti di passare sotto silenzio (si pensi al feto del First Baby portato all’astronauta Luca Parmitano nello spazio, oppure il neonato gigante collocato a sorpresa nella napoletana Piazza del Plebiscito, ingiuriato dai meno tolleranti). Si comincia a New York perché in Italia non si riesce, e già questo accende l’attenzione. Si carica, Jago, si sente al centro di un’impresa che in molti avrebbero giudicato impossibile da replicare o troppo megalomane, si sforza di trasmettere il senso di quanto sta azzardando a un uditorio virtuale che ha modo di seguirlo al lavoro dallo smartphone o dal computer di casa propria per ottenerne in cambio approvazione, incoraggiamento, consenso, da parte dei giovani soprattutto, come se lo scultore fosse un rapper che si rivolgesse a loro. Finalmente l’opera è pronta, l’operazione, invece, ancora deve avere seguiti importanti, in questo senso finendo anche per prevalere sulla scultura vera e propria. Scultura che nel confrontarsi col capolavoro di Sammartino lo interpreta per volerne fornire una versione al passo con i tempi, riducendo al minimo l’incidenza del corpo umano (il bimbo di Jago, per quanto possa essere commovente supporlo defunto, non manca di mostrare una certa mancanza di grazia, come se non voglia attirare più di tanto) per lasciare il ruolo del protagonista al più artistico degli elementi, un velo qui caratterizzato da panneggi per nulla morbidi e acquosi come nel Cristo, ma angolari e metallici come in precedenti niente affatto intuibili in Sammartino per non dire in Corradini, cominciando dagli esempi borgognoni di Claus Sluter a cui non poco dovette la successiva rivoluzione pittorica dei Van Eyck. Nello scolpire a misura di mondo globale, insomma, Jago sembra rinunciare all’italianità in senso stretto, preferendo un respiro più internazionale che allude anche a culture artistiche diverse, non certo meno rispettabili della nostra. L’operazione, intanto, va avanti. Potrebbe essere venduto, il Figlio velato: gli aspiranti acquirenti non mancherebbero. A non volere finire subito nelle mani di un unico compratore, potrebbe essere concepito come l’equivalente di un fondo di investimento in cui un numero quanto mai ampio di acquirenti comprasse una quota di partecipazione, così come Jago, da uomo perfettamente calato nell’epoca dell’arte come nuova forma di finanza – in fondo è questa la sua novità più rilevante nel corso dell’ultimo quarantennio – che non si fa scrupolo a parlare apertamente di denaro quando c’è di mezzo il suo lavoro (del neonato gigante in Piazza Plebiscito ha detto: “ho lasciato per terra un milione di euro”), ha già pensato in altre situazioni. Ma in questo caso, l’operazione segue un altro corso, meno venale: il Figlio velato accompagna il ritorno di Jago in Italia, a Napoli, dove va a vivere e lavorare nel quartiere popolare di Sanità, di cui sarebbe diventato presto un emblema. La statua viene collocata, spettacolarmente, al centro della Cappella dei Bianchi nella chiesa di San Severo fuori le mura, a diventare una seconda Cappella Sansevero. Viene eletta a simbolo di una resurrezione cercata, quella di un intero quartiere e della sua gente, il Figlio finirà per vincere la morte in cui ora è ancora immerso. Il fine è raggiunto, la consacrazione avvenuta, il consenso ottenuto, il senso di comunità con i napoletani stabilito: Jago adesso può davvero considerarsi il nuovo Sammartino, il nuovo Sluter, ma anche chiunque altro con cui voglia confrontarsi, come un falso Zelig che in realtà non vuole imitare mai nessuno. E adesso, afferma Jago, concedendo forse troppo alla retorica, ma con convinzione sincera, l’opera non è più solo mia, è di tutti quelli che hanno partecipato anche solo emotivamente alla sua vicenda e che si sono fatti coinvolgere nella sua narrazione trovandone una forma di godimento anche minima. Perché l’arte, da sola, non può più esistere, per quanto grande possa essere. Esiste la vita, e l’arte nella vita. Possiamo dire che Jago è  l’emblema dell’artista contemporaneo, che unisce talento creativo e rara abilità comunicativa, afferma di sé: “mi considero un uomo e uno scultore del mio tempo. Utilizzo il marmo come materiale nobile legato alla tradizione ma tratto temi fondamentali dell’epoca in cui vivo. Il legame col mondo è fortissimo. Guardo a ciò che mi circonda, gli do forma e lo condivido.” Scultore e comunicatore, Jago incarna la complessa figura dell’artista che si affida solo a sé stesso senza mediazioni, assumendosi per intero il compito di dialogare con il mondo. Attraverso le sue opere fornisce al pubblico una lettura personale della storia, risignificandola e utilizzando un materiale nobile come il marmo, appartenente alla tradizione, e procedimenti esecutivi classici (dal disegno al modello, dal bozzetto d’argilla al calco in gesso), insieme all’adozione della figura umana come soggetto prevalente. Un codice e un linguaggio si esprimono nell’asperità di superfici ruvide, lontane dalla levigatezza, dalla lucentezza e dalla grazia di molte sculture del passato, ribadendo l’aspetto contemporaneo di un’inevitabile corrosione del tempo. Nella puntuale ricerca di stimoli sempre nuovi, emerge in Jago un preciso interesse per elementi apparentemente inanimati da valorizzare, tale è il caso del sasso, scarto del processo di cavatura del marmo gettato nel fiume, forma capace di sollecitare emozioni e sviluppi. È il caso dell’opera giovanile La pelle dentro dove la capacità dell’arto di penetrare in maniera veemente all’interno della materia è in grado di enucleare una forma che lo rappresenti. Il lavorio incessante dell’acqua sul sasso diviene metafora dell’intervento creativo e la mano è emblematicamente assunta a strumento principe di ogni possibile realizzazione. È la mano dello scultore, strumento fondamentale per ogni operazione creativa. In Memoria di sé l’immagine di un bambino rispecchia lo scorrere dell’esistenza di un adulto. È un inno alla vita nel modo di unificarne gli aspetti fondamentali attraverso la circolarità delle emozioni. Altrove, come in Excalibur, il sasso è assunto sfrontatamente a contenitore per la rappresentazione del kalašnikov, vistoso strumento della violenza in atto. Un rapporto tra l’aggressività e l’antico ideale cavalleresco citato nel titolo è segno di ironico contrappasso o ampliamento di contenuti ambiguamente presenti. Dagli elementi evidenti in natura Jago passa a entità più scopertamente fisiche e anatomiche. Si allude ad Apparato Circolatorio, rappresentazione iconica del battito cardiaco in ognuna delle sue fasi dedicata a un amico scomparso. Un cuore continua a battere al di là della vita, nel pensiero di chi è stato amato. Ecco un modo di connotare di significati un’operazione nata all’insegna dell’individuazione di meccanismi biologici. La nudità del pontefice emerito in Habemus Hominem è sigillo di un gesto di radicale spoliazione. Il corpo di Papa Benedetto XVI risulta denudato, il volto sorride con inedita dolcezza, il busto emaciato fa emergere l’umanità creaturale di chi è tornato a essere uomo. Venere è bruscamente sottratta a significati tradizionali, privata di giovinezza e di ogni seduzione estetica, scelta allusiva a valori altri assertori di una diversa verità. Ciò non esclude che l’atteggiamento delle braccia si richiami ancora ad un’antica grazia. Simbolico indizio di sofferenze atemporali è la figura del Figlio Velato, proveniente dalla Cappella dei Bianchi nel napoletano rione Sanità. Il fanciullo che giace inerme su una lastra marmorea racconta di una sorte oscura e drammatica, lo scacco di tanti innocenti che affrontano un cammino ricco di insidie, senza riuscire a toccare un approdo. Allo stesso modo una forte carica evocativa si riscontra nella Pietà, icona simbolica dell’arte di Jago, accolta in Santa Maria in Montesanto a Roma da un pubblico di straordinarie dimensioni.  Un uomo desolato sorregge il corpo inanimato di un adolescente, offrendo un’impressione di grandiosità scabra e solenne. Come brusca successione temporale, additiamo la presenza nell’esposizione di un piccolo feto scolpito in marmo (The First Baby), affidato alle cure dell’astronauta Luca Parmitano. Portato nello spazio nel 2019, tornato in Terra l’anno successivo, rappresenta un modo di dilatare la presenza umana verso confini sempre più ampi. Una mostra – per citare la curatrice Maria Teresa Benedetti – nella quale “Si può essere sedotti dai nuovi linguaggi ampiamente adottati nella pratica artistica contemporanea, avvertire l’innegabile appeal della digital life, ma si può anche intuire la necessità di non escludere la storia, custode di valori che arricchiscono il nostro presente, pure così dirompentemente diverso.” Prima testimonianza è lo scavo sui grandi sassi raccolti nel greto di un fiume alle pendici delle Alpi Apuane, pazientemente scavati nel desiderio di raccontare una storia personale e umana. Pietà e violenza si intrecciano nello sguardo dell’artista. Sorprendente è la scardinante nudità del Pontefice emerito, mentre l’immagine di una Venere (2018), priva della giovanile venustà, sconcerta e induce a riflettere sul valore simbolico della bellezza. D’altro lato incalza un drammatico oggi con la presenza del Figlio Velato (2019), icona simbolica di tragedie senza tempo, cui si connette l’intensa meditazione sul dolore, racchiusa nella desolata monumentalità della Pietà (2021). Ancor prima, l’artista ha proposto un tema svincolato da ogni rapporto con la storia, nel replicare la sequenza del battito cardiaco in Apparato Circolatorio (2017). Palazzo Bonaparte si trasformerà inoltre in uno studio d’artista: durante i mesi di mostra Jago lavorerà alla sua prossima imponente scultura all’interno della sede espositiva. Saranno anche organizzate visite straordinarie alla mostra, guidate dallo stesso Jago.
 
 
 
Biografia di Jago
E’ un artista italiano che opera nel campo di scultura, grafica e produzione video. Nasce a Frosinone (Italia) nel 1987, dove ha frequentato il liceo artistico e poi l’Accademia di Belle Arti (lasciata nel 2010). Dal 2016, anno della sua prima mostra personale nella Capitale, ha vissuto e lavorato in Italia, Cina e America. È stato professore ospite alla New York Academy of Art, dove ha tenuto una masterclass e diverse lezioni nel 2018. Ha ottenuto numerosi premi nazionali e internazionali quali: la Medaglia Pontificia (consegnatagli dal cardinale Ravasi in occasione del premio delle Pontificie Accademie nel 2010), il premio Gala de l’Art di Monte Carlo nel 2013, il premio Pio Catel nel 2015, il Premio del pubblico Arte Fiera nel 2017 e ha inoltre ricevuto l’investitura come Mastro della Pietra al MarmoMacc del 2017. All’età di 24 anni, su presentazione di Maria Teresa Benedetti, è stato selezionato da Vittorio Sgarbi per partecipare alla 54a edizione della Biennale di Venezia, esponendo il busto in marmo di Papa Benedetto XVI (2009) che gli è valso la suddetta Medaglia Pontificia. La scultura giovanile è stata poi rielaborata nel 2016, prendendo il nome di Habemus Hominem e divenendo uno dei suoi lavori più noti. L’avvenuta spoliazione del Papa emerito dai suoi paramenti è stata esposta a Roma, nel 2018, presso il Museo Carlo Bilotti di Villa Borghese, attirando un numero record di visitatori (più di 3.500 durante l’inaugurazione). A seguito di un’esposizione all’Armory Show di Manhattan, JAGO si trasferisce a New York. Qui inizia la realizzazione del Figlio Velato, esposto permanentemente all’interno della Cappella dei Bianchi nella Chiesa di San Severo Fuori le Mura a Napoli. L’opera è ispirata al settecentesco Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino, collocato nel Museo Cappella San Severo sempre a Napoli. La ricerca artistica di Jago fonda le sue radici nelle tecniche tradizionali e instaura un rapporto diretto con il pubblico mediante l’utilizzo di video e dei social network, per condividere il processo produttivo. Nel 2019, in occasione della missione Beyond dell’ESA (European Space Agency), JAGO è stato il primo artista ad aver inviato una scultura in marmo sulla Stazione Spaziale Internazionale. Intitolata The First Baby e raffigurante il feto di un neonato, è tornata sulla Terra a febbraio 2020 sotto la custodia del capo missione, Luca Parmitano. Da maggio 2020 Jago risiede a Napoli avendo eletto il suo studio nella Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi. Realizza all’inizio di novembre l’installazione Look Down allora temporaneamente collocata in Piazza del Plebiscito (ora nel deserto di Al Haniyah a Fujairah), mentre il 1 ottobre 2021 installa l'opera Pietà nella Basilica di Santa Maria in Montesanto, in Piazza del Popolo a Roma.
 
Jago. The Exhibition
Palazzo Bonaparte Roma 
dal 12 Marzo 2022 al 3 Luglio 2022
dal Lunedì al Venerdì dalle ore 9.00 alle ore 19.00
Sabato e Domenica dalle ore 9.00 alle ore 21.00
 
Le foto dell’allestimento della mostra Jago The Exhibition Foto di Gianfranco Fortuna per Arthemisia