Giovanni Cardone Gennaio 2022
Fino al 14 Febbraio si potrà ammirare al Museo Madre Napoli la mostra dedicata a Marisa Albanese La Combattente scomparsa di recente un doveroso omaggio per ricordare il segno indelebile da lei lasciato nell’arte del nostro tempo e nelle vite di chi ne intreccerà lo sguardo. L’installazione gioca sul doppio piano di senso della personalità e della traccia vitale lasciata dall’artista e sul titolo dei lavori esposti nell’atrio del museo. Le tre Combattenti che accolgono i visitatori nell’atrio del museo sono parte di un lungo progetto sull’energia delle donne e sul loro ruolo nella storia culturale e politica del nostro tempo, sviluppato nel corso degli anni da Marisa Albanese temi da sempre al centro del suo interesse e lavoro che si sono catalizzati alla fine degli anni Novanta nella serie delle Korai. Donne rappresentate in una posizione raccolta, intima, con indosso un casco che si fa perimetro di un’area di meditazione di cui son riflesso anche le mani, fissate in posture che richiamano la gestualità Zen. Avendo conosciuto questo artista in una mia analisi storiografica e scientifica in un saggio dedicato alla sua figura dissi : Che l’arte contemporanea è caratterizzata da un paradosso: da una parte attrae grandi numeri di visitatori, soprattutto in occasione di eventi su scala mondiale come la Biennale di Venezia; dall’altra crea molte perplessità e viene considerata “difficile”. Il visitatore giudica “difficile” il linguaggio dell’arte contemporanea perché spesso, guardandola, non riesce ad andare oltre a un “mi piace” o “non mi piace”, cioè oltre un giudizio di gusto. Allora è forse il caso di capire cosa s’intende per linguaggio dell’arte e quali sono le sue particolarità. Nel Trattato di semiotica generale del 1975 di Umberto Eco dedica una parte al linguaggio estetico, definendolo come quel particolare processo comunicativo significativo in cui non si ha solo il mero passaggio di informazioni, ma anche la sollecitazione nel destinatario dell’elaborazione di una risposta interpretativa. Due sono le principali caratteristiche del testo estetico secondo Eco: l’ambiguità e l’autoriflessività. La prima viene definita come violazione delle regole del codice quando, «anziché produrre puro disordine, essa attira l’attenzione del destinatario e lo pone in situazione di “orgasmo interpretativo”. Il destinatario è stimolato a interrogare le flessibilità e le potenzialità del testo che interpreta come quelle del codice a cui fa riferimento» . L’ambiguità estetica gioca sia sull’espressione sia sul contenuto. In questo modo il testo attira l’attenzione sulla propria organizzazione interna, “semiotica”, e diventa anche autoriflessivo. Ambiguità e autoriflessività però non si concentrano solo sull’espressione e sul contenuto, ma il lavoro estetico si esercita anche sui livelli “inferiori” del piano estetico, ovvero il modo in cui si è utilizzato il materiale . Infatti nel godimento estetico la materia ha una funzione importante perché è stata resa «semioticamente rilevante» . Il testo estetico spinge in continuazione a riconsiderare i codici e le loro possibilità, pertanto impone una riconsiderazione dell’intero linguaggio su cui si basa. «Esso tiene la semiosi in allenamento»8 e stimola il sospetto che l’organizzazione e l’impostazione del mondo cui siamo abituati non siano definitivi. Il linguaggio estetico è basato su una «dialettica di accettazione e ripudio dei codici dell’emittente e di proposta e controllo dei codici del destinatario» . Il destinatario non conosce le regole dell’autore e tenta di tirarle fuori dai dati dell’esperienza estetica che sta vivendo, esperienza caratterizzata da «una dialettica tra fedeltà e libertà. Da un lato il destinatario è sfidato dall’ambiguità dell’oggetto, dall’altro è regolato dalla sua organizzazione contestuale. In questo movimento il destinatario elabora e irrobustisce due tipi di conoscenza, una sulle possibilità combinatorie dei codici cui si riferisce e l’altra sulle circostanze e i codici di periodi artistici che ignorava.
Così una definizione semiotica dell’opera d’arte spiega perché nel corso della comunicazione estetica abbia luogo un’esperienza che non può essere né prevista né completamente determinata, e perché questa esperienza “aperta” venga resa possibile da qualcosa che deve essere strutturato a ciascuno dei suoi livelli» . Eco delinea una figura di destinatario che assume delle caratteristiche ben precise: «deve intervenire a colmare i vuoti semantici, a ridurre la molteplicità dei sensi, a scegliere i propri percorsi di lettura, a considerarne molti a un tempo – anche se mutuamente incompatibili – e a rileggere lo stesso testo più volte, ogni volta controllando presupposizioni contraddittorie» . Il destinatario è quindi un collaboratore responsabile e il lavoro dell’autore del testo estetico deve tener conto di molte cose: il testo estetico deve essere strutturato a ogni livello seguendo dei codici conosciuti, cercando di violare alcune regole per innovarlo e per attirare attenzione su di sé, in modo da garantire quel giusto equilibrio dei meccanismi noto-ignoto che rende l’esperienza estetica tale. Quindi di fondamentale importanza nel processo di significazione è quindi il codice, inteso non solo come lessico, ma anche come grammatica. Senza regole precise il contenuto e il messaggio del testo estetico non sarebbero veicolati e non passerebbero al destinatario. Il codice non è uno schema fisso e immutabile, anzi, muta continuamente perché la produzione e l’interpretazione di qualsiasi tipo di testo necessitano di una plus-codifica che determina un arricchimento dell’universo dei codici. «L’interprete di un testo è obbligato a sfidare i codici esistenti e ad avanzare ipotesi interpretative che funzionano come forme tentative di nuova codifica. Di fronte a circostanze non contemplate dal codice, di fronte a testi e a contesti complessi, l’interprete è obbligato a riconoscere che gran parte del messaggio non si riferisce a codici preesistenti e che tuttavia esso deve essere interpretato» . La produzione di testi estetici richiede fatica perché oltre a creare i segni, l’autore deve creare anche delle funzioni segni che siano accettabili e comprensibili. L’autore attraverso un testo estetico ci presenta un suo personale modo di vedere il mondo, ma affinché ci sia un riscontro nel destinatario deve dare a esso delle chiavi di lettura per leggerlo e interpretarlo, o perlomeno per entrarci. Pur non essendoci un visitatore medio che racchiuda tutte le molteplici modalità di visita e fruizione dell’opera, la letteratura critica ha rilevato le difficoltà insite nell’incontro e nell’interpretazione dell’opera d’arte. Oggi il visitatore di una mostra di arte contemporanea spesso si sente come disarmato perché avverte un linguaggio troppo astratto e, pur subendo una certa fascinazione, non si ritiene in possesso delle lenti giuste per leggere i testi esposti. Si è verificato un passaggio con l’avvento dell’arte contemporanea: un’opera non si apprezza più per la bellezza che la caratterizza, ma per il messaggio che esprime e per capirlo occorre prima conoscere il vocabolario usato dall’artista. Chi apprezza l’arte contemporanea cerca di guardarla dentro e quindi prova a smontarla.  E quello che ha fatto  Marisa Albanese attraverso la sua sperimentazione ecco perché le grandi idee hanno l’effetto di stimolare lo spirito dell’artista oppure di soffocarlo. Il percorso di Marisa Albanese è stato come un pellegrinaggio verso un luogo sacro e silenzioso quello della meditazione e della pratica del dipingere le sue opere rappresentano un linguaggio unico nel suo genere dove l’indagine scientifica mette in evidenzia la grande sperimentazione e sentesi, che vuole esprimere la capacità che il dramma, l’angoscia, non abbiano sull’osservatore un impatto negativo. L’artista esprime uno sperimentalismo unico, attraverso un linguaggio che si ispira a simboli di un mondo classico, e predilige una immaginazione che riesce a coniugare gesto e forma, che nel contempo ci riporta a un mondo libero e sognante. Marisa Albanese usava il viaggio come momento di comunicazione; ci sono delle riflessioni da cui un’artista non può non esimersi dall’incontro con Voltaire e con la sua maggiore opera Il Candido. L’artista partendo da questa visione affermava: A partire dal Candide di Voltaire nasce il mio viaggio intorno a un mondo, il nostro, molto lontano dall’essere il migliore dei mondi possibili.
Leggendo il Candide si rimane colpiti dall’ingenuità del protagonista e dal suo candore, poi, nel corso del romanzo, ci si accorge che forse quella di Candide è l’ingenuità di tutti noi che di fronte ai mali del mondo, ai conflitti che lo attraversano, preferiamo non vedere, sperare nel migliore dei mondi possibili. La conclusione di Voltaire ci fa capire come l’unico modo per ottenere quel mondo migliore sia saper coltivare, aver cura di quella parte di mondo, del giardino, che ci è propria”. Con l’appellativo di Stazioni dell’Arte si intende un complesso artisticofunzionale, composto dalle fermate della metropolitana di Napoli della Linea 1 e della Linea 6, al cui interno, e in alcuni casi anche all’esterno, sono state allestite una grande quantità di opere d’arte contemporanea al fine di rendere tali ambienti, legati al trasporto pubblico su rotaia, particolarmente belli oltre che efficienti. Per chiarezza di informazione va rilevato che nel 1993 furono aperte al pubblico nove fermate della Linea 1 della metropolitana mettendo così in collegamento le zone della città poste nella parte alta con quelle situate ad Est; ma al momento della loro inaugurazione, queste si presentavano prive di una qualsivoglia opera d’arte. Fu solamente alla metà degli anni Novanta che con l’approvazione del progetto di ampliamento della tratta ferroviaria, che prevedeva la costruzione di altre cinque stazioni che avrebbero collegato la parte alta con la parte bassa della città, corrispondente con il centro storico di Napoli, che l’Amministrazione comunale si fece promotrice, in accordo con la società Metropolitana di Napoli del progetto delle Stazioni dell’Arte. Per l’occasione fu dato l’incarico a Gae Aulenti di realizzare le stazioni denominate Dante e Museo, ad Alessandro Mendini di realizzare le stazioni Materdei e Salvator Rosa e infine a Domenico Orlacchio di realizzare la stazione Quattro giornate, “con l’incarico non soltanto di progettare la stazione, ma di ragionare complessivamente su più livelli, ridisegnando anche le aree circostanti e attribuendo alla linee metropolitana una riconoscibilità anche in superficie in quanto presenza qualificante sul territorio”. Risulta quindi chiaro che il prolungamento della tratta della Linea 1 oltre che a favorire l’utilizzo dei mezzi di trasporto pubblico con l’ampliamento della rete, doveva configurarsi come un intervento artistico di riqualificazione di vaste aree del tessuto urbano. Nello stesso tempo fu previsto che all’interno delle cinque nuove stazioni, e nel caso di Materdei e Salvator Rosa anche all’esterno, fossero allestite opere d’arte contemporanea. Fu stabilito, inoltre, che con l’apertura al pubblico della seconda uscita della stazione Rione Alto, già in fase di costruzione, venissero allestite opere d’arte al suo interno. Quindi fu affidato il coordinamento scientifico dei lavori ad Achille Bonito Oliva che ebbe il compito di indicare gli artisti che avrebbero realizzato le proprie opere site specific, come poi fu il caso per esempio di Cucchi, De Maria, LeWitt, Kosuth, Kounellis e Ontani, e di indicare un nucleo di opere storiche, particolarmente interessanti, da inserire nel progetto di allestimento, come fu poi il caso delle opere di Alfano, Del Pezzo, Lello Esposito, Luca (Luigi Castellano) e Perez. La scelta del luogo in cui collocare l’opera, ed ogni eventuale accorgimento di tipo tecnico, fu il frutto di riflessioni comuni maturate tra l’artista convocato e l’architetto incaricato alla progettazione, come ricorda Renaldo Fasanaro: “Nicola De Maria aveva preparato un bozzetto che riportava una serie di forme geometriche (ellissoidi, matite e stelle) trattate con colori puri primeggiavano su un fondo azzurro. Queste forme primarie tendevano verso l’altorilievo, come per qualificare la loro struttura tridimensionale distaccata dal fondo dell’universo. L’idea dell’artista era di realizzare l’opera in mosaico con tessere di pasta vitrea della dimensione di due per due centimetri. L’architetto Aulenti stringeva continuamente gli occhi per mettere a fuoco il disegno delle pennellate e dei tratti colorati tracciati sul bozzetto e riprodotte nel prototipo con tessere di due per due. «Dovete usare la tessera di un centimetro di lato» ci disse con uno sguardo deciso e convinto «data la poca distanza esistente nell’area assegnata all’opera, i pixel del patten della maglia grafo-cromatica devono avere una dimensione ridotta per stabilire una corretta messa a fuoco da parte dell’occhio dell’osservatore». Fu questo piccolo ma grande consiglio a determinare la perfetta riuscita dell’intervento”. Per quanto riguardò l’allestimento delle opere storiche fu Bonito Oliva ad occuparsene in accordo con gli architetti interessati. Il progetto di riqualificazione di vaste aree cittadine passava quindi attraverso il processo di valorizzazione dell’arte e dell’architettura contemporanea, che si sono rivelate strumenti essenziali “di riscrittura e di rimodellazione dello spazio urbano, stabilendo relazioni, feconde e mobili, con chi vi abita e, abitandovi, ne vive e patisce le relazioni e, al tempo stesso, riaprendo un dialogo con la committenza istituzionale, questa volta, pubblica in senso proprio” A conclusione di questa fase dei lavori, avvenuta nel 2003, ricordiamo che l’Amministrazione comunale diede seguito ad una ulteriore fase di lavori che previde la realizzazione di altre cinque nuove stazioni della Linea 1 (dotate di opere d’arte), con lo scopo di congiungere il centro cittadino con la stazione ferroviaria e con la stazione della metropolitana della Linea 2, e nello stesso tempo diede avvio all’allestimento di opere d’arte nella stazione Vanvitelli, la cui inaugurazione risaliva al 1993. Contestualmente l’Amministrazione comunale diede avvio anche al progetto di recupero del tratto interrato del cosiddetto “tram veloce”, il cui (bizzarro) progetto ideato in occasione dei mondiali di calcio Italia ’90 prevedeva l’interramento del tratto tranviario del quartiere di Fuorigrotta, già risalente alla metà del Novecento, dove è ubicato lo stadio, cosi che il mezzo pubblico proveniente dal centro cittadino avrebbe raggiunto velocemente il punto di arrivo, senza l’intralcio dell’eventuale traffico automobilistico. Per questa nuova linea metropolitana furono previste otto stazioni, dotate tutte di opere d’arte contemporanee al proprio interno. Per quanto riguarda le sculture presenti all’interno delle stazioni sono state oggetto di interventi di restauro le quattro sculture in bronzo dipinto e acciaio di Marisa Albanese, intitolate Combattenti del 2001 che rappresentano quattro donne sedute vestite di bianco, immobili come atleti greci in stato meditativo si presentano ogni giorno sotto i nostri occhi nel ventre della stazione metropolitana “Quattro Giornate” della linea 1 di Napoli. L’artista, in bilico tra il concettualismo e il minimalismo, basa i propri lavori su installazioni di pittura, scultura e linguaggio audiovisivo. Il titolo “Combattenti” è un omaggio alle donne della Resistenza ma lo è anche per quelle figure femminili ribelli, contemporanee e future, che con le loro idee controcorrenti e le loro piccole sfide quotidiane riescono ad essere vincitrici per se stesse smuovendo le coscienze comuni. Questa “guerra” viene portata avanti con l’ausilio di un casco, emblema della difesa del cervello contro  l’omologazione oggi giorno sempre più imperante; è l’oggetto che, scevro da connotazioni aggressive, permette alle “Combattenti” di filtrare gli stimoli esterni accettando quelli positivi e respingendo quelli negativi. È bizzarro come salendo le scale mobili della stazione si comincia ad intravedere nella parete sovrastante il dito di un piede di una di queste donne per poi avere l’immagine organica di esse, che nella loro azione contemplativa si stanno preparando mentalmente per la battaglia e danno ampio sfogo all’immaginazione del fruitore. La rappresentazione della figura femminile ribelle de le “Combattenti” viene inoltre associata alla metafora dell’artista nella seconda parte dell’opera con il palindromo “In girum imus nocte ecce et consumimur igni”. La scritta fa riferimento alle falene che nella notte vengono attratte dal fuoco che lentamente le consuma.  Per Marisa Albanese la falena è l’artista, che pur di esprimere la sua arte, non ha paura di essere bruciato dal fuoco; l’artista-falena accetta i rischi ed è consapevole del fatto che i suoi lavori potrebbero non essere apprezzati. Un vero e proprio mix di originalità e di voglia di lottare si avverte nella discenderia della stazione Quattro Giornate; un messaggio di positività viene emanato dall’opera dell’artista post-concettuale che incoraggia tutte le donne presenti e future a non mollare mai su esempio delle figure femminili del passato. Il corpo di una giovane donna esile e forte, seduta come un guerriero nell’immediatezza della lotta, concentrata in sé stessa, padrona della propria intuizione femminile, indossa un elmo, metafora di un rapporto con il mondo teso dinamicamente tra la custodia, la protezione del proprio pensiero e uno sguardo che da questo è guidato e in questo muta nella lotta per l’affermazione della propria autenticità. Per l’artista forma e significato del casco evocavano anche i foulard delle madri di Plaza de Maio che annodati sulla testa son divenuti simbolo di lotta e resistenza.
Il candore delle Combattenti rimanda al bianco statuario ma attenzione: ciò che noi vediamo oggi, per esempio nella statuaria greca, è un bianco lavato dal tempo, che ha perduto i colori di cui era ricoperto. Ed è proprio nella sua ambiguità che riposa l’origine del bianco da parte di Marisa Albanese che, tra le fonti “nascoste” della propria scelta, amava citare un frammento del capitolo 42 del Moby Dick di Herman Melville, dedicato proprio al concetto di “bianchezza”: “È questa qualità inafferrabile che rende l’idea della bianchezza  capace di accrescere quel terrore fino all’estremo. Ne sono prova l’orso bianco polare, lo squalo bianco dei tropici e la balena albina: cos’altro se non la loro bianchezza soffice e fioccosa li rende quegli orrori ultraterreni che sono? ”. “Qui ritrovo l’origine del mio bianco scrive l’artista  In una ‘bianchezza’ portatrice sia di caratteri sublimi, sia di quelli orribili, risvegliando immagini di bellezza e di terrore. Potrei avere, negli anni, stravolto il messaggio di Melville, creduto di ricordare che anche per lui il bianco è paradisiaco per chi ne osserva la superficie e orrorifico per chi ne percorre la profondità, ma in molte culture il bianco è anche simbolo di rinnovamento e segna i più importanti passaggi del ciclo della vita, dalla nascita alla morte. Il bianco veste spesso anche il corpo della donna e porta in sé, troppo di frequente, segni di violenza e di discriminazione. Ed è questa sua ambiguità che ha guidato la mia scelta”.
La Combattente
Museo Madre Napoli
dal 1 Dicembre 2021 al 14 Febbraio 2022
dal Lunedì al Sabato dalle ore 10.00 alle 19.30
Domenica dalle ore 10.00 alle ore 20.00
Martedì Chiuso