La mostra “Le Signore dell’Arte” a Milano presenta al pubblico le opere di pittrici del Seicento, in un percorso di scoperta, nonché riscoperta di artiste di talento e all’avanguardia per i tempi, vere e proprie paladine femminili con il loro dirompente women power.
Dal racconto di appassionanti esperienze personali e storie di donne, che rimandano a tematiche universali e contemporanee, trabocca un’intensa vitalità creativa, scaturita dall’analisi della maestria compositiva e dal ruolo ricoperto da queste “imprenditrici-amazzoni” nel contesto sociale dell’epoca.
Ne deriva un colloquio espositivo virtuale, che risuona all’unisono in un coro di voci atemporali.
Grazie alle loro pennellate circumnaviganti queste pittrici sorprendenti sono riuscite a farsi largo in ambienti considerati maschili, fino ad essere acclamate e ricercate dalle grandi corti europee, diventando amministratrici della propria bravura grazie a passione, dedizione e determinazione, abilità tecnico-artistiche e relazionali.
Non dimentichiamoci che lo studio delle arti era infatti a loro “vietato”, se non in casi eccezionali (nascere in una famiglia altolocata o nobile, in cui la pittura faceva parte del percorso formativo o far parte di un convento, in cui vigeva una tradizione pittorica di tipo devozionale o ancora essere figlie di artisti, che crescevano in bottega; in quest’ultimo caso non potevano frequentarla, a meno da non essere così “temerarie” da indossare abiti maschili). Raffigurazioni artistiche che sprigionano una forza di “disubbiedenza” ed intraprendenza, si mescolano quindi ad una sagacia psicologica non usuale e attraverso sfumature carezzevoli e talvolta sensuali, spaziano liberamente tra episodi mitologici, ritratti, scene storiche e religiose.
Del resto si sà, esplorazione e libertà sono gli aspetti più astratti del cambiamento. Rappresentano una pagina nuova tutta da riscrivere all’insegna di una nuova filosofia di vita.
La mostra parte proprio da qui, riportando alla luce (talvolta per la prima volta) opere di grandi artiste “dimenticate”, che solo negli ultimi decenni hanno iniziato a ricevere la considerazione, che la loro arte avrebbe meritato sin dall’inizio, vista la loro straordinaria bravura.
Tra le artiste più celebri e quelle meno note o completamente sconosciute al grande pubblico, troviamo anche la nobile romana Claudia del Bufalo, che entra a pieno titolo a far parte di questo importante capitolo dell’arte al femminile con un ritratto della sorella.
Sono oltre 150 i quadri di 34 artiste vissute tra il 500 e il 600 tra le quali Artemisia Gentileschi, Fede Galizia, Giovanna Garzoni, Lavinia Fontana, Sofonisba Anguissola e Elisabetta Sirani e Ginevra Cantofoli. Tra loro la più leggendaria è senz’altro la “scandalosa”, come l’ha definita la curatrice della mostra Gioia Mori, Artemisia Gentileschi, cui Palazzo Reale ha dedicato una grande mostra nel 2011.
Tra soprusi e violenze subite ha utilizzato il proprio talento artistico per creare un’opera di “denuncia” incisiva e potente.
Figlia del caravaggesco Orazio, la sua arte si manifesta come un eterno mezzogiorno di fuoco con quella degli stessi pittori dell’epoca, “duellando” anche con le autorità e il potere artistico paterno. Artemisia è stata una pionera nella rivendicazione dei diritti delle donne, affrontando e combattendo in modo inconsueto contro una serie di obblighi sociali abituali per la sua epoca.
Del resto anche saper provocare è  un’arte.
Lei come l’artista messicana Frida Khalo “vedrà orizzonti, contro chi le aveva disegnato confini”.
La pittrice è attualmente al centro di una retrospettiva alla National Gallery di Londra, accessibile solo on line.
Alla sua irruenza e veemenza si contrappone Fede Galizia, che è presente in mostra con la minuziosa pacatezza meditativa, nonché “tagliente come un bisturi” Giuditta con la testa di Oloferne (1596) - fig. 1 - e l’arguto Ritratto di Paolo Morigia (1592-1595 c.ca) su prestito della Pinacoteca Ambrosiana di Milano.
Il talento della pittrice si disperse ahimè con il vento, a causa della morte prematura avvenuta durante la grande pestilenza del 1630.
Giovanna Garzoni, pittrice miniaturista ascolana del ‘600, come Sofosniba Anguissola è stata invece una globe-trotter moderna, che visse tra Venezia, Napoli, Parigi e Roma: è in mostra con accurate pergamene, che per lei probabilmente erano delle “mappe”, per orientarsi nella ricerca di una posizione sociale. A tal proposito i visitatori potranno provare l’ebbrezza di improvvisarsi dei Sherlock Holmes, per indagare il backstage delle opere, carpendone i segreti: avranno infatti la possibilità di “analizzare sotto la lente” un imaging diagnostico, condotto con avanzati strumenti della scienza e tecnologia su di una tempera realizzata su pergamena, proveniente dai Musei Reali di Torino “Il Ritratto di Carlo Emanuele I Duca di Savoia” (1632-1637 c.ca).
Durante il percorso espositivo ci imbatteremo poi di fronte a quattordici opere dell’emiliana Lavinia Fontana, che nonostante i suoi adempimenti di madre di 11 figli, non abbandonò mai il pennello e concluse la propria vita in un monastero.
Bolognese, a 25 anni sposò il pittore imolese Zappi esclusivamente dietro accordo di non abbandonare la sua attività pittorica, “nominando” il marito come proprio assistente.
Tra i quadri esposti la troviamo nelle vesti di “Pontificia pittrice di Belle Arti” nel raffinato e ricercato Autoritratto nello studio (1579) degli Uffizi, in tutta la sua devozione, che si divide tra terra e volta celeste nella Consacrazione alla Vergine (1599) del Musée des Beaux Arts di Marsiglia e in alcuni dipinti a sfondo mitologico di ammiccante sensualità.
La pittrice che toccò il cielo con un dito fu però Sofonisba Anguissola, l’unica a ricevere infatti l’ammirazione da parte di Michelangelo, ad influire sulla espressività delle figure di Caravaggio, a ricoprire il ruolo di pittrice reale di corte di Filippo II di Spagna per oltre dieci anni ed a guadagnarsi la stima da parte del fiammingo Van Dyck.
Si sposò con il nobile Fabrizio Moncada e si trasferì così in Sicilia. Sucessivamente si spostò a Genova dopo il secondo matrimonio con Orazio Lomellini e poi di nuovo in Sicilia (ecco un’altra globe trotter!).
La pittrice venne anche citata dallo storiografo Vasari nella sua seconda edizione delle Vite del 1568, dedicata ai più eccellenti pittori, scultori e architetti.
Sue opere il “familiare” e ridente Partita a scacchi (1555) – fig. 2 - chiamato anche Portrait of the artist's sisters playing chess (a guardarlo sembra ricordare per il suo spirito di unione tutto al femminile le scene del romanzo di Louisa May Alcott Piccole Donne, 1868 ) - conservato in Polonia - e la Pala della Madonna dell’Itria (1579) oggetto di un importante restauro, realizzato grazie alla collaborazione del Museo civico Ala Ponzone di Cremona e considerato un successo personale della curatrice della mostra Gioia Mori, dato che, per riuscire ad averla in prestito, ha dovuto recarsi direttamente in Sicilia (la Pala non ha mai lasciato la chiesa dell’Annunziata di Paternò). Come la tela del 1576 della fiorentina Lucrezia Quistelli della Mirandola - Matrimonio Mistico- , il “gioiello” della parrocchiale di Silvano Pietra presso Pavia, concesso anch’esso temporaneamente in via eccezionale. Il dipinto dinanzi all’occhio dello spettatore sembra dividersi a metà tra i colori luminosi ed accesi accarezzati da morbidezze manieriste ed una compostezza, cura del dettaglio tipica dell’arte fiamminga.
Sobrietà che non ritroviamo invece nella spavalda e disinibita Cleopatra (1664 c.ca) - fig. 3 - dell’artista bolognese Elisabetta Sirani, che usa l’orecchino di perla “desnudo” come arma di seduzione innocente e pura, per catturare la propria preda.
Quest’ultima è in mostra con ardite e intraprendenti tele, tra cui quella delle frecciatine scherzosamente dispettose e bisticciose tra Venere e Cupido (seconda metà del ‘600)  , quella del Capitano di Alessandro Magno in posa ironicamente circense, mentre viene ucciso dall’audace Timoclea (1659) proveniente dal Museo di Capodimonte di Napoli e l’intrepida Porzia che si ferisce alla coscia (1664), che dimostra con questo gesto il suo spirito caparbio di ribellione e di sapersi muovere con lucidità, razionalità e sangue freddo.
Viene abbandonato così l’eterno fascino del “vedo non vedo” e le trasparenze ornate, che oggi chiameremmo crop top. La modella di Venere e Cleopatra ricorda per fisionomia quella utilizzata più avanti nel corso degli anni da Orazio Gentileschi nella Fuga in Egitto (1626).
Il tema degli abiti viene ripreso anche dalla pittrice Ginevra Cantofoli con Giovane donna in vesti orientali (seconda metà del ‘600) – fig.4 - .
Le tonalità calde e avvolgenti degli indumenti sono sfiorate da un’atmosfera silenziosa e rarefatta.
Il dipinto é un esempio di “tronie” (ritratto in cui l’espressività è incentrata sullo sguardo), che ricorda per il volto “neutro” e per il turbante ceruleo la Ragazza con l’orecchino di perla (1665-1666) del pittore olandese Veermer.
Per i grandi occhi neri, che contrastano con il pallore luminoso ed etereo del viso, richiama anche la delicata e velatamente malinconica fanciulla dell’artista Marie Laurencin (Donna con il turbante rosa e collier di perle, 1939). Tutte e tre le figure di donna sembrano voler fuggire dalla realtà, per rifugiarsi in un mondo onirico sinonimo di serenità.
Nel complesso le opere provengono da ben 67 prestiti da parte di istituzioni culturali tra cui le Gallerie degli Uffizi, il Museo di Capodimonte, la Pinacoteca di Brera, il Castello Sforzesco, la Galleria nazionale dell’Umbria, la Galleria Borghese, i Musei Reali di Torino, la Pinacoteca nazionale di Bologna, il Musée des Beaux Arts di Marsiglia e il Museo di Polonia.
La mostra, sotto la cura di Anna Maria Bava, Gioia Mori, e Alain Tapié, è realizzata dalla collaborazione tra Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale e Arthemisia con il sostegno della Fondazione Bracco, main sponsor.
Sono stati necessari circa due anni di preparazione, oltre alle difficoltà tecniche e burocratiche per l’ottenimento dei prestiti delle opere a livello nazionale ed estero (Francia e Polonia) subentrate con la pandemia.
Così ha dichiarato Gioia Mori, romana, storica e docente di Storia dell’Arte all’Accademia di Belle Arti, con un background personale ampissimo di mostre, direzione di spazi espositivi e pubblicazioni editoriali, nonché un’immensa curiosità, che dall’Arte Antica si estende al Novecento.
Ora è riuscita insieme ai suoi collaboratori a mandare in porto questo attesissimo rendez-vous pittorico, che inizialmente era previsto per l’autunno scorso e poi rimandato a causa delle misure anti-Covid.
La mostra delle Signore dell’Arte è come un faro, che irradia una luce di speranza contro questi tempi bui: ci fa volgere il nostro sguardo verso un orizzonte, carico di speranze, in cui la libertà di espressione è senza confini.
Stiamo giocando una partita a scacchi con il Covid: siete pronti a dargli scacco matto?
 
Maria Cristina Bibbi
 marzo 2021

Didascalia immagini

 
1. Giuditta con la testa di Oloferne, Fede Galizia (1596)
2. Partita a scacchi, Sofonisba Anguissola (1555)
3. Cleopatra, Elisabetta Sirani (1664 c.ca)
4. Venere e Cupido, Elisabetta Sirani (seconda metà del ‘600)
5. Giovane donna in vesti orientali, Ginevra Cantofoli (seconda metà del ‘600)
 
 
 
 

Info

 
Le Signore dell’Arte. Storie di donne tra ‘500 e ‘600
Dal 2 Marzo al 25 Luglio 2021
Palazzo Reale, Milano
Web: https://www.palazzorealemilano.it/mostre/storie-di-donne-tra-500-e-600
Catalogo Skira
Ufficio Stampa: Lucia Crespi – Mail: info@luciacrespi.it