PICASSO

"ARLECCHINO ALLO SPECCHIO"

 
Pablo Diego José Francisco de Paula Juan Nepomuceno María de los Remedios Crispín Crispiniano de la Santísima Trinidad Ruiz y Picasso nasce a Malaga il 25 ottobre 1881: se non fosse il certificato di nascita del pittore andaluso sembrerebbe, a buon motivo,  l'attacco di un brano da commedia dell'arte recitato magari da un guitto: la  "sontuosità" di tale apertura rimembra subito l'atmosfera e le gesta di Don Chisciotte, l'unico altro personaggio capace di competere con le creature della suprema arte picassiana. In questa si radunano, come in un immaginario scenario teatrale all'aperto, per esempio in una piazza che qui appare la sede più consona, le figure, ovvero le maschere, della sua commedia pittorica.

V'è indubbiamente Balanzone dei suoi primi seriosi ritratti; è possibile vedervi il magnifico Pantalone, che, nell'eterno tentativo di conquistare giovani donne, spesso prende le fattezze dello stesso pittore: maschere che in Picasso nella parte di zanni, ovvero di servi, assurgono al ruolo di figure simbolo di una umanità misera (fig. 1), inferma (fig. 2), vecchia (fig. 3).


Nel periodo che la critica accademica ha ormai identificato con il "periodo blu" (1901-1904) e con quello contiguo "rosa" (1904-1905), altre figure accompagnano alla ribalta della commedia pittorica picassiana le sopraddette, forse incautamente, maschere. E sono quelle dei personaggi circensi, acrobati, ballerine, equilibristi, pagliacci: ombre, più che figure, scaturite da un mondo marginale, quasi sotterraneo, ma non più demoni nati dalla fantasia farsesca e popolare dell'umanità rurale, bensì icone in cerca d luce, sortilegi assunti a protagonisti da un artista in cerca (ancora) della sua strada maestra per affermarsi, con ostinazione unica, nell'arte a lui più connaturata.

Ma se si vuole ancora alludere ai demoni (nel senso della commedia dell'arte), demone sia: ve n'è uno, demone/gigante,  che sovrasta tutti gli altri con la sua forza allusiva, simbolica, e ovviamente, pittorica: Arlecchino. Questi insegue Picasso per anni e, come sa fare solo lui, sotto diverse spoglie e posture: tra i tanti, Arlecchino pensoso, 1901 (fig. 4), Arlecchino seduto, 1923 (fig. 5) e Arlecchino cubista, 1924 (fig. 6).
E un'attrattiva tutta particolare, tanto da farne uno dei capolavori assoluti di Picasso, la esercita l'"Arlecchino allo specchio".
 
Intanto le dimensioni (116x90 cm) impongono all'osservatore una visione ravvicinata nella distanza giusta per apprezzarne, con un solo sguardo, la visione d'insieme. Colpisce, dapprincipio, la ieraticità pressoché statuaria dell'immagine: la medesima impressione che prende l'osservatore al cospetto dei Bronzi di Riace o del Guerriero di Capestrano. Lo sguardo  alla Pierrot, il medesimo che Arlecchino inquadra nello specchio, restituisce una sensazione di composta mestizia. Il gesto sospeso della mano volto a sistemare il cappello (l'unico elemento di vestiario che ricorda effettivamente l'Arlecchino della maschera bergamasca) crea l'impressione fallace di un movimento interrotto a metà e introduce nel dipinto un cauto dinamismo, utile peraltro a scoprire la serenità di un viso pressoché fanciullo. La casacca, che veste la figura, più vicina a quella dei trapezisti, a tinta violacea e con i bordi bianchi riccamente rilevati, contraddice disinvoltamente la nota più caratteristica del vero Arlecchino: il suo abito a losanghe. Ma è un dettaglio, perché, in fondo, di Arlecchino c'è ben poco: il nome, forse, e la fama.
 

Questo dipinto, nella storia personale di Picasso, segna un momento sintomatico. Esso, in qualche modo, fa trasparire ciò che da lui stesso non ci si aspetterebbe: l'influenza, quasi un riverbero, dell'influenza classicista. Inutili, infatti, non erano stati i suoi viaggi "di formazione" soprattutto a Parigi e a Madrid. Aveva particolarmente apprezzato e interpretato a suo modo la Colazione sull'erba di Manet e le Donne di Algeri di Delacroix, non era rimasto insensibile di fronte alle opere di Poussin, David, Courbet, Rembrandt nonché di Velazquez, di cui aveva voluto fare una propria versione delle celebri Las Meninas. Dei pittori impressionisti, poi, anch'essi in rotta con la tradizione accademica, aveva soprattutto subito il fascino di Cézanne (quest'ultimo importante per la sua evoluzione "cubista").

di Luigi MUSACCHIO

Roma 10 / 9 / 2016