Di Giovanni Cardone aprile 2021
 
Fino al 19 Settembre 2021 si potrà ammirare presso il Museo di Capodimonte la mostra di Paolo La Motta Capodimonte incontra la Sanità a cura di  Sylvain Bellenger e Maria Tamajo Contarini. In questi giorni ho rivisitato la mostra e le mie impressioni sono state che la sua arte ha un legame ancestrale che vive in ogni napoletano, ovvero vivere visceralmente la sua terra. Dice bene nel catalogo Roberto Saviano: “ Maradona bambino ha pronunciato parole che resteranno scolpite nella memoria di ogni napoletano: “Ho due sogni – disse – il primo è giocare ai mondiali e il secondo è vincerli”. Maradona a Napoli si è sentito a casa, e forse si è specchiato nei suoi bambini più che nei suoi vizi. Il volto di Maradona, anche il volto di lui da bambino, finisce per appartenerci, lo sentiamo nostro, familiare, vicino. È il volto di un bambino che impara a vivere in contropiede, che non teme la sfida, che non teme neppure di mostrarsi, con il suo talento, divino in terra. Beati i bambini, perché solo a loro è concesso di sfidare Dio”. Guardare le opere di Paola La Motta sembra che ha toccato con mano i mille volti del Mezzogiorno, una terra che nel tempo è stato arricchita da molteplici culture, araba, egizia, greca, romana, normanna, sveva, angioina, aragonese, spagnola, francese, austriaca etc. Qui ha origine la nostra cultura millenaria, qui nasce il confronto con le nostre paure ancestrali, come quella della morte con cui l’essere umano è costretto a confrontarsi, da ciò è derivata la costruzione di una serie di formazioni difensive e reattive destinate a placare l’angoscia connessa col termine della vita biologica. La fine della vita umana viene vissuta come la sconfitta per eccellenza, Mors vitam vicit, ossia La morte sconfigge la vita. Fin dalle epoche più remote l’umanità ha quindi dovuto fare i conti con quella finitezza e incertezza che è propria di ogni essere vivente e con i timori che da essa derivano. La morte diventa quindi un fatto d’importanza primaria nella vita sociale e porta con sé significati allegorici e simbolici. Il tentativo di esorcizzare tali paure e di gestire l’angoscia dell’incerto è alla base della nascita e dell’evoluzione della cultura intesa come produzione di idee, fantasie, miti, credenze, costumi. Due degli elementi religiosi principali utilizzati per sedare tali timori sono costituiti dall’ideazione di una vita post mortem in cui l’anima del defunto sopravvive e la creazione del rito del funerale, quale passaggio che sancisce il cambiamento di status. Inoltre diviene rilevante che il ricordo della persona resti presente tra chi sopravvive e nelle generazioni future. Si genera la necessità di lasciare un segno della propria presenza nella storia umana, motivo per cui si erigono monumenti e si creano segni e simboli funerari. La radice latina della parola monumento è “moneo” il cui significato è appunto “far ricordare”. Chi ha il suo nome e la sua storia impressi nel tempo sfugge all’oblio e alla cancellazione di sé e della sua persona, all’eliminazione stessa della sua identità. Nel mondo, sopratutto in quello antico, si muore definitivamente allorquando si è abbandonati e dimenticati, quando non c’è più memoria di sé. Inoltre la memoria del singolo individuo e delle sue azioni possono con il tempo diventare parte della memoria culturale. Questa, composta dai ricordi delle situazioni passate, ha un ruolo centrale nella definizione dell’identità di un popolo. La scelta di cosa e chi far appartenere a questo patrimonio di memorie collettive è fondamentale quindi per definire l’identità di un popolo e la damnatio memoriae è certamente un ottimo strumento atto a eliminare personaggi o situazioni scomode che non si vogliono ammettere all’interno della definizione identitaria della propria società. La completa e totale distruzione della memoria dell’esistenza di una persona sgomenta e atterrisce, viene percepita come una seconda morte. Quale punizione peggiore può quindi essere inflitta a un essere umano se non quella di far avverare la sua più grande paura: essere dimenticato? Proprio su questa paura fa leva la pratica conosciuta come damnatio memoriae “condanna della memoria”. Questa locuzione latina, forgiata in epoca moderna sulla base del termine memoria damnata, descriveva inizialmente la condanna post mortem per alto tradimento. Attualmente il termine viene utilizzato per descrivere la pratica di eliminazione della memoria di un individuo dalla storia per le più disparate motivazioni, dall’efferato atto criminale a una semplice decisione di matrice sociale, politica e culturale. Il mito, la leggenda, il culto sono insiti, celati, ma sempre vivi nella vita sociale delle persone, molte volte tramandati di generazione in generazione, la sete di eroi, forse, non è mai stata placata, per noi napoletani eroe moderno è stato Diego Armando Maradona che ha difeso Napoli, calcisticamente parlando e no, da tutto e da tutti, difatti in tanti lo hanno paragonato a San Gennaro, altra “leggenda” cittadina. Coloro che lo hanno amato e lo amano tutt’oggi vorrebbero ricordarlo e nel tramandarlo alle future generazione, renderlo immortale, ed ecco allora che ne hanno fatto una edicola votiva, ecco quindi che si forgia il mito, il quale evolve insieme alla vita. Possiamo dire senza dubbio che Paolo La Motta è un artista fuori dal sistema dell'arte contemporanea, e da tutti i sistemi. Non è rappresentato da nessuna galleria e non specula sui social network o sul mercato. Rappresenta un "movimento" molto personale, il suo, che unisce una profonda e vasta conoscenza dell'arte, di tutti i tempi e di tutti i luoghi, a cui rende costantemente omaggio con passione, con uno sguardo attento e penetrante sulla realtà. La realtà per un pittore è prima di tutto la pittura, come per uno scrittore è prima di tutto la letteratura. Proust dialoga con Balzac come Joyce dialoga con Flaubert, o Edward Hopper con Marquet, Felix Vallotton e Picasso.
La Motta è un pittore che testimonia una storia dell'arte che non è solo quella della rottura, appartiene a questa storia discreta che, parallelamente alle avanguardie, si è sempre mantenuta, più sotterranea, distaccata dagli investimenti finanziari e dal pensiero dominante. Questa storia che nel XX secolo è illustrata da Zoran Muši?, Avigdor Arikha, Raymond Mason, Balthus, Lucian Freud, Sam Szafran, e più recentemente Éric Desmazières, Jean-Baptiste Sècheret e tanti altri ancora, non ripete la pittura di ieri e ci invita ancora a vedere il mondo in modo diverso senza voltare le spalle al realismo o meglio senza opporsi all'astrazione e alla figurazione, un'opposizione che la contemporaneità ha da tempo reso abbastanza obsoleta. Paolo La Motta raffigura nelle sue opere i ragazzi dei quartieri popolari Stella, Sanità e Vergini con cui organizza i laboratori di scultura all'Istituto Papa Giovanni XXIII. Le loro storie, spesso vicende di disagio e di un’infanzia troppo presto abbandonata, perdono la collocazione spazio temporale per diventare archetipi assoluti. E così scorrono davanti ai nostri occhi l’intensità, la curiosità, la malinconia, l’ansia, l’impegno e la serietà e nello stesso tempo i valori plastici della pittura italiana e le campiture uniformi dei fondi dell’arte giapponese, la materica pittura di Ribera e Mancini e le fluide pennellate di Lucian Freud; ma anche i giovinetti di Gemito e i modellati metamorfici di Augusto Perez, maestro di La Motta, e di Giovanni Tizzano, artista che è una continua fonte di ispirazione per Paolo. I suoi personaggi scolpiti e dipinti rappresentano in toto l’anima di Paolo che sa descrivere bene Genny Cesarano fu ucciso nella notte tra il 5 e 6 settembre 2015, in piazza Sanità durante uno scontro fra bande rivali, ennesima vittima innocente della camorra in un quartiere martoriato. La sua morte così innaturale e ingiusta ha provocato una sana reazione nel quartiere contro quella malavita che da tempo lo tiene soggiogato in una morsa asfissiante. Padre don Antonio Loffredo, parroco della Chiesa di Santa Maria della Sanità, popolarmente nota come Chiesa di San Vincenzo Ferrer, detto 'o Munacone ha guidato la reazione di un quartiere che faticosamente, giorno dopo giorno, prova a rialzare la testa. E così, proprio in quella piazza dove ha perso la vita, Genny è rinato grazie a una scultura realizzata da Paolo La Motta che aveva conosciuto il ragazzo qualche anno prima nel corso di un laboratorio artistico. L'opera è una statua in bronzo policromo che raffigura un ragazzo in bilico su due travi mentre cerca di recuperare un pallone che si è incastrato tra le assi, sulle quali ci sono le lettere tridimensionali sparse della parola 'Sanità', accanto alle quali una “T” incisa introduce un ulteriore significato, quello della “Santità”, riferito al drammatico destino di Genny. La scultura, donata dalla Fondazione di comunità San Gennaro, si chiama In-ludere ovvero 'giocare contro'. Opporre cioè all'inevitabile l'imprevedibile e accettare le sfide del destino affrontando la realtà. In quel pallone incastrato tra le assi, inoltre, si racchiude tutto l'urlo dei bambini e dei ragazzi della Sanità che chiedono solo di poter giocare liberi e vivere serenamente l'infanzia e l'adolescenza. Mentre l’ultima opera dipinta da La Motta ben descrive il grande calciatore Diego Armando Maradona da poco scomparso ma vive sempre nei cuori di tutti napoletani. L’artista tende di narrare attraverso gli occhi quasi socchiusi la fronte corrucciata la smorfia e nell’insieme l’espressione del volto che lancia un grido disperato al mondo. È il bambino e futuro Pibe de Oro che vive a Riva Fiorita in una quasi barraccopoli. Quell’immagine inedita ha colpito la sensibilità artistica di Paolo La Motta che, a poche ore dalla scomparsa del grande campione argentino, tanto amato a Napoli per i suoi gol e la sua umanità. In quello sguardo malinconico, Paolo La Motta, ha colto lo sguardo di chi vive ai margini, lo sguardo degli ultimi tra ultimi, lo sguardo degli scugnizzi di Napoli, lo sguardo dei figli del suo amato Rione Sanità. La Motta utilizza solo tre colori: ocra gialla, terra di Siena bruciata e blu oltremare; uno studio sulle tonalità che da tempo l’artista approfondisce e sperimenta. Non c’è disegno preparatorio, la pittura è diretta e spontanea e le pennellate, sovrapponendosi, costruiscono l’immagine. La Motta si concentra sul volto del bambino argentino, timido ma penetrante, puntato verso l’obiettivo del fotografo. La mostra è stata racchiusa in documentario ben diretto da Rosella Grasso dove si evince che l’artista e la Sanità sono legati da un cordone ombelicale.
Biografia
Paolo La Motta nasce a Napoli nel 1972, consegue la maturità al Liceo Artistico di Napoli nel 1990, dove incontra Giuseppe Desiato, e nel 1994 conclude l’Accademia di Belle Arti diplomandosi in Scultura con Augusto Perez. Terminati gli studi, inizia a praticare l’attività di scultore alla quale affianca quella di pittore. Identifica l’arte come uno strumento di conoscenza e comunanza con gli esseri umani e non scinde mail il suo essere artista dall’impegno sociale. I quartieri popolari Stella, Sanità, Vergini e Miracoli costituiscono infatti il mondo in cui l’artista vive e si è formato e che permea con i suoi volumi, materiali e colori tutta la sua produzione artistica, frutto di una terra chiusa nel suo essere borgo fuori le mura, ma aperta a tutte le contaminazioni culturali che Napoli ha sempre accolto. Nella pittura di La Motta si ritrova la pittura materica di Ribera e Mancini e le fluide pennellate di Lucian Freud; ma anche i giovinetti di Gemito e i modellati metamorfici di Augusto Perez, maestro di La Motta, e di Giovanni Tizzano, continua fonte di ispirazione per l'artista. A partire dal 1998 si susseguono le mostre. Spiccano alcune personali alla Mediterranea (storica galleria d’arte del Novecento napoletano), al Castel dell’Ovo, al Museo Archeologico Nazionale, al PAN (Palazzo delle Arti Napoli). Le più importanti sono sicuramente le più recenti: le esposizioni al Museo e Real Bosco di Capodimonte nel 2018 e alla Galerie Mercier di Parigi nel 2019.
 
Paolo La Motta. Capodimonte incontra la Sanità
a cura di Sylvain Bellenger e Maria Tamajo Contarini
Museo e Real Bosco di Capodimonte, sezione arte contemporanea – Napoli
18 febbraio 2021- 19 settembre 2021
Dalle ore 8.30 alle ore 19.30 dal Lunedì al Venerdì