Giovanni Cardone Dicembre 2023
Fino al 3 Marzo 2024 si potrà ammirare al Museo Maxxi di Roma la mostra Riccardo Dalisi. Radicalmente a cura di Gabriele Neri. Il Progetto di allestimento è stato realizzato da Novembre Studio in collaborazione con Archivio Riccardo Dalisi.  Riccardo Dalisi è stato uno dei più poliedrici progettisti italiani degli ultimi decenni, anticonvenzionale, rivoluzionario e di difficile catalogazione. Muovendosi liberamente tra architettura e design, arte e artigianato, partecipazione e impegno sociale, ricerca accademica e tradizioni popolari, ha infatti esplorato percorsi e approcci che – sebbene spesso incompresi – oggi si distinguono come esperienze pionieristiche per affrontare le grandi sfide progettuali dei nostri tempi. La mostra al MAXXI presenta per la prima volta l’opera di Dalisi nella sua estrema varietà e vastità. Dai laboratori creativi con i bambini di Napoli (quelli al Rione Traiano sono raccontati da una serie di fotografie di Mimmo Jodice), al rivoluzionario lavoro nel campo del design (come ad esempio il design ultrapoverissimo, caratterizzato da tecniche povere e materiali di riciclo, tra cui sculture, lumi e oggetti di latta creati da laboratori di migranti e persone senza lavoro). Dall’architettura costruita (come la Borsa Merci di Napoli, realizzata con Michele Capobianco e Massimo Pica Ciamarra nel 1964, o gli interventi di “restauro creativo” nei paesi dell’Irpinia colpiti dal terremoto del 1980) a quella immaginata, con progetti visionari e irrealizzabili, piani utopici e disegni ironici ma provocatori che, nel loro insieme, evocano un mondo surreale, poetico e critico nel contempo. In una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Riccardo Dalisi : In questo saggio ho voluto ripercorrere in parte lo stile e il linguaggio sociale di Riccardo Dalisi che nel tempo ha permesso tanti giovani di riscattarsi attraverso la cultura, in una città come Napoli che vive tra luci e ombre. Era il 1972  quando a New York c’è la grande mostra dedicata al radical design, ancora oggi viene vista dalla critica come il momento della consacrazione del radical design, ma nel contempo come il momento di implosione dell’avanguardia radicale che entrava in una fase di involuzione teorica. Nonostante ciò il l’anno seguente si apriva con un avvenimento importante, si trattava della fondazione del sistema dei laboratori Global Tools. Ad annunciare l’evento sarebbe la Rivista Casabella che nel numero di maggio sarebbe stato pubblicato il documento della fondazione avvenuta  nello stesso anno presso la sede della stessa rivista. Gli architetti ed i gruppi che vi partecipavano posarono per una fotografia che venne  pubblicata sulla copertina della rivista ed erano: Archizoom associati, Remo Buti, Alessandro Mendini, Riccardo Dalisi, Ugo La Pietra, i 9999, Gaetano Pesce, Gianni Pettena, Adalberto Dal Lago, Ettore Sottsass jr., Superstudio, Ufo e Zziggurat. Ma certamente la figura più interessante  è quella di Riccardo Dalisi che io ho conosciuto, visitando il suo studio di Calata San Francesco, forse li ti accorgi della grandezza dell’artista, ma nel contempo di un grande uomo umile e semplice, da quell’incontro me ne andai arricchito non solo nello spirito, ma il maestro mi regalò tantissimi libri che conservo gelosamente. Possiamo dire che Riccardo Dalisi da anni ha intrapreso una ricerca che nasce dallo studio della teoria della “tecnica povera”, che spinse Dalisi dalle pagine di ‘Casabella’,  ha sottolineare innanzitutto che ‘povero’ non equivaleva a ‘misero’, anzi intendeva polemizzare con l’idea che la creatività e la tecnica potessero venire solo dalle élite che possedevano conoscenze preliminari derivate dallo studio universitario, e avevano a disposizione strumenti tecnicamente avanzati. ‘Povero’ in questo caso significava trasformare il limite strumentale e conoscitivo in strumento, la tecnica d’altra parte veniva riscoperta da parte di questa neo-avanguardia come specifica dimensione umana coincidente con la capacità dell’uomo di dominare il mondo oggettivo. Dalisi, inoltre, specificava che la tecnica povera non intendeva essere un revival dell’artigianato, né tanto meno sostituirsi alle tecnologie industriali, ma voleva innanzitutto, far rinascere la creatività, che tutti posseggono e “nel rieducare gli strumenti sensoriali e percettivi vuole rifondare la ricerca tecnica e scientifica”. A tale proposito, tutti questi architetti che si ponevano come una neo-avanguadia, avevano interesse nei confronti delle culture popolari, verso usi e riti e manifestazioni spontanee del mondo rurale. Basti ricordare le ricerche sulle tecniche povere effettuate da Superstudio, come dimostrano gli articoli pubblicati su “Domus”, ad esempio con la sabbia a Boston in cui Toraldo di Francia raccontava l’esperienza come spettatore ad un concorso di costruzioni di sabbia, o Earth- Dynamics. Tecniche povere nel Colorado,in cui raccontava di un gruppo di ricerca per l’acquisizione di tecniche povere in termini di bilancio ambientale ed energetico, nato dalla volontà dell’ingegnere Lansing Yates. Superstudio, inoltre, tra il 1973 ed il 1978 aveva intrapreso presso la Facoltà di Architettura di Firenze una ricerca sulle culture materiali extraurbane, occupandosi degli utensili e dei loro rapporti col lavoro e con l’ambiente, degli oggetti casalinghi e il rapporto con l’organizzazione della vita dell’uomo. La ricerca veniva portata avanti soprattutto in polemica con l’uso dell’oggetto in senso consumistico che annullava ogni aspirazione alla creazione e metteva l’utente in condizione subalterna rispetto al produttore. Proprio su questa ricerca si sarebbe espresso il gruppo, in occasione di una mostra dedicata al proprio lavoro, svoltasi presso l’Istituto Nazionale di architettura a Roma, scrivendo sul catalogo: “Nell’analisi delle culture subalterne o emarginate si scoprono i meccanismi di sopravvivenza che al di là dei modelli di sviluppo del sistema presiedono alle trasformazioni. È in questa enorme patrimonio di conoscenze che possiamo rintracciare non solo le radici della nostra scienza ma anche le possibilità di una scienza diversa. Riferendoci a questa realtà, possiamo analizzare correttamente il diretto rapporto tra l'uomo e la natura, tra l'uomo e la sua capacita di creare valori d'uso, in sintesi, tra l'uomo e gli oggetti che servono a soddisfare i suoi bisogni reali utilizzando cognizioni intelligenza e creatività che il sistema di divisione del lavoro ha reso inutili per la produzione di merci”. In quegli anni molti architetti e designer si rivolgevano anche a studi sull’ecologia e sulla sostenibilità ed invitavano a stili di vita diversi, che tendevano a recuperare il rapporto con la natura e a riscoprire il corpo umano e le sue capacità. Scriveva Mendini a tale proposito: “L’ipotesi di un ritorno alla natura è essenziale, ma l’uomo può formularla solo recuperando dentro il proprio corpo le possibilità di questo ritorno”, infatti, scriveva ancora “L’uomo è egli stesso un insieme di strumenti. Se mi siedo per terra io sono una sedia, se cammino io sono un mezzo di trasporto . Il corpo è l’insieme primario di oggetti a disposizione dell’uomo, mentre i soliti utensili sono innaturali estensioni e caricature del corpo – inoltre, sosteneva – Se il corpo è il sistema primitivo ed insostituibile di oggetti, spetta al design il compito di rifondarne una coscienza critica. Gli spetta la scoperta di un senso arcaico e coordinato dell'educazione alla sopravvivenza. al movimento, alla fonetica, alla rappresentazione. all'uso intensivo dei sensi, all'autocontrollo biologico, al suono e al ritmo elementare all'invenzione del proprio corpo come segnale, alla meditazione, al relax, eccetera…”. La tecnica povera per Dalisi andava dunque intesa come possibilità di un’esperienza diretta e recuperava il concetto di fisicità nel lavoro di ricerca, al contrario l’alta tecnologia aveva ridotto il contatto con la materia al suo stato originario. Lo scopo primario della tecnica povera doveva essere, infatti, il colmare la distanza tra le tecnologie più nuove ed avanzate e ed i bisogni veri dell’individuo: il rischio di tanta tecnologia era quello di trovare dipendenza e di deificare la forma leggendoli come scopi e non come mezzi per la felicità del vivere umano. Dalisi, dunque non intendeva opporsi alla tecnologia, anzi ne riconosceva i meriti, piuttosto si poneva contro i modi con cui la produzione tecnologica era gestita, scriveva: “Molto può lo sviluppo tecnologico, ma è dimostrato che la sua funzione storica è strettamente legata ai modi coi quali è gestito, agli obiettivi, alle finalità immediate e a quelle lontane. Ove passa slegato dal fondamentale obiettivo dell’avanzamento dell’uomo e della sua effettiva emancipazione, parallelamente avanza una forma di alienazione”. La tecnica povera serviva proprio a ridurre quello stato di alienazione e a coinvolgere l’uomo nel processo di realizzazione, ricordandogli che la sua forza creativa non era seconda alle macchine. Su queste basi a partire dal 1969 l’architetto aveva iniziato ad interessarsi al quartiere Traiano di Napoli, che egli stesso definiva uno dei più degradati dell’area flegrea ed in particolare al fenomeno del sottoproletariato infantile. “Sconcertante scriveva Dalisi  è lo spettacolo dei bambini nei quartieri poveri; i loro comportamenti diversi li fanno assomigliare a chi esercita un’azione di guerriglia urbana.  A chi è abituato con le cautelate maniere del buon vivere borghese essi appaiono irresponsabili, selvaggi, tutt’al più stravaganti. Non sono niente di tutto questo. In loro spicca un gran senso dell’autonomia ed un sicuro istinto del pratico”. Il lavoro che egli si prefissava, al Traiano era un lavoro di coinvolgere i soggetti, come bambini e ragazzi, normalmente esclusi dalla frequentazione di scuole e tanto più di corsi accademici o universitari. L’importanza di agire in tale realtà, che di fatto rappresentava una committenza alternativa rispetto ai consueti circuiti del consumo, era innanzitutto simbolica: “Tutto sommato diceva Dalisi, è l’altra faccia della città e della civiltà attuale che spiega molto bene, chi e in che modo paga il prezzo del progresso”. Con un lavoro di questo tipo si voleva dimostrare che creatività e intelligenza sono appannaggio della collettività e non solo delle elite. Questo pensiero era scaturito soprattutto dall’insegnamento universitario, in occasione del quale l’architetto aveva notato una maggior produttività in situazioni di collettività e non di isolamento.  A tale proposito scriveva su “In”: “L’analisi sulla situazione dell’università della didattica e della ricerca  non sembra accorgersi della natura di certi mutamenti sostanziali che sono avvenuti per effetto delle disfunzioni quali il sovraffollamento che hanno dato la possibilità di sperimentare per esempio la singolare ed affascinante denuncia dei corsi di massa . In alcuni sparuti esperimenti, in cui si tentava di dare senso al superaffollamento, sono apparsi letteralmente capovolti i consueti luoghi comuni sulle élites. La creatività e l’intelligenza appaiono largamente diffuse al punto di lasciare capire che il meccanismo delle élites è un puro fenomeno storico. La collettività appare come immenso deposito di immaginazioni e di intelligenza pronto a dispiegarsi in un opportuno clima di ricerca”. Prima di recarsi al quartiere Dalisi aveva progettato un asilo, che poi non sarebbe mai riuscito a realizzare e iniziato ad elaborare progetti capaci di provocare la fantasia e di stimolare i bambini e i ragazzi alla produzione creative. Le forme erano semplici, a girandola, a fiore, geometriche, intrecciate ed i materiali usati sarebbero stati legno, chiodi, colla, materiale di scarto, fogli, matite colorate, spago, cartapesta. Al progetto erano chiamati a collaborare anche gli studenti dei corso di composizione tenuto da Dalisi presso la Facoltà di Architettura di Napoli. “Per la tecnica povera scriveva l’architetto non ha senso la separazione è massimamente aperta lì dove si manifestano le contraddizioni essa si costruisce attraverso la complementarietà degli apporti, sulla forza di coesione della individualità verso l’immaginazione comunitaria”. Lo scopo dello svolgimento del corso al di fuori dalle aule della facoltà e per la strade e gli scantinati del quartiere aveva l’obiettivo di dimostrare che era possibile progettare seguendo il procedimento del fare piuttosto che dell’analizzare, ideare ed eseguire. Il lavoro svolto all’interno del quartiere popolare serviva, inoltre, a dimostrare all’operatore che ogni uomo, ogni individuo sentiva il bisogno di esprimere figurativamente la propria cultura, ma che fosse necessario l’uso di linguaggi appropriati, largamente comprensibili, non imposti e non elitari e che proprio consapevole di questo egli doveva allargare il suo le sue prospettive e maturare una capacità critica basata sulla vita reale e non solo sulle teorie. Dalisi avrebbe passato tre anni al quartiere e di volta in volta gli esiti degli esperimenti proposti erano diversi ed imprevedibili. Questi venivano pubblicati, sebbene senza regolarità, sulle pagine di “Casabella”, e l’architetto non mostrava alcuno stupore nello scrivere che in quell’esperienza sentiva di ricevere e di imparare molto e contemporaneamente di agire nell’ambito dell’avanguardia. L’avanguardia radicale, infatti, avrebbe prestato attenzione al fenomeno, definendolo un’esperienza unica.
Mendini nel presentare il progetto di Riccardo Dalisi avrebbe scritto : “Uno scacco matto all’accademia degli Istituti di composizione delle nostre facoltà, alla demagogia pseudo populista di molti baroni. Una rivoluzione totale rispetto ad ogni metodologia di progettazione, dove saltavano tempi, criteri di ricerca, tecniche di restituzione”. Quello di Dalisi era un gesto di reazione importante che dimostrava che la fantasia poteva essere un mezzo strategico contro ogni imposizione e repressione e che poteva scaturire da qualsiasi condizione sociale, se correttamente stimolata. Il progetto comunque non avrebbe trovato solo consensi da parte dell’avanguardia, tanto che Branzi non esitava dalle sue Radical Notes a sottolinearne i limiti, derivati non tanto secondo lui dalla mancanza di metodo, ma dal fatto di non avere destino: “il suo esperimento non è l’ennesima ricerca di un metodo didattico basato sullo spontaneismo, ma un sondaggio all'interno di uno spessore inesplorato di energia. Senza destino, proprio perché questi esperimenti non sono destinati né a migliorare i bambini, le loro condizioni di vita sono talmente disperate, né a creare i reperti di una nuova arte negra in Italia. L'assenza di destino qui coincide con l'assenza, a mio avviso, di qualsiasi sviluppo, sistematizzazione e prosieguo possibili. L 'esperimento infatti, una volta reso permanente il metodo, confluirebbe fatalmente in un neo boyscoutismo, o in una più grave forma di sfruttamento della miseria, intesa come categoria culturale possibile”.  Per comprendere meglio la natura dell’esperimento svolto da Dalisi, probabilmente è più utile citare le stesse parole del suo diario: “I bambini non avevano mai smesso di disegnare in maniera singolare strutture astratte, reticoli ed a comporre con me o da soli modelli spaziali. Essi non facevano altro che manifestare creatività, capacità di cogliere un aspetto sofisticato della cultura figurativa borghese. Era molto bello quando diradavo le mie visite al quartiere, constatare che qualcuno continuava ad aspettarmi conservando, da qualche parte pezzi di carta con disegni con un incredibile numero di motivi grafici e di macchie. Prima pensavo: essi sono in grado di capire e di fare proprio il patrimonio più autentico della cultura borghese. Ebbene oggi mi sembra di assistere alla nascita di un originale linguaggio figurativo in tutta regola”. La mostra presenta inoltre il recupero artistico della cultura e della tradizione popolare, con pitture e sculture, spesso in grande formato, in cui rivivono i personaggi della cultura partenopea e mediterranea. Viene inoltre esposta per la prima volta la Sedia del cece, serie di disegni che Dalisi chiese a Andy Warhol, Joseph Beuys, Ettore Sottsass, Enzo Mari, Bruno Munari, Paolo Portoghesi, Superstudio, Archizoom, Zziggurat, 9999, Aldo Rossi, Franco Purini, Franco Raggi, Ugo La Pietra, Gae Aulenti, Hans Hollein e molti altri. Punto di partenza, la suggestione di una piccola sedia realizzata da una bambina napoletana con legno di scarto e una molletta per i panni, con adagiato un cece. Tra le sue opere più famose c’è la rielaborazione della caffettiera napoletana, frutto di una ricerca svolta tra il 1979 e il 1987 per l’azienda Alessi e premiata con il Compasso d’Oro. Questa ricerca, condotta insieme agli artigiani di Rua Catalana a Napoli e i tecnici di Alessi in Piemonte, ha generato, oltre a un modello andato in produzione, centinaia di oggetti a metà tra la caffettiera e la marionetta, in cui si fondono la ricerca funzionale, il design anonimo e la dimensione rituale del caffè, in forma di “Totocchi” (Totò + Pinocchio), guerrieri, cavalieri, robot, Pulcinella e altri personaggi fiabeschi e mitologici. In mostra emergono anche i fertili contatti che Riccardo Dalisi ebbe con artisti, designer, architetti e critici, tra cui Mimmo Jodice (cui il MAXXI dedica un omaggio con l’esposizione di un nucleo di immagini della serie Mediterraneo al Centro Archivi), Alessandro Mendini, Giancarlo De Carlo, Massimo Pica Ciamarra, Mimmo Paladino, Ettore Sottsass e molti altri. La sua opera, sbocciata nel clima culturale e artistico della Napoli degli anni Sessanta e Settanta, è l’espressione di una “mediterraneità” resistente a una modernità omologante e fallimentare. Allo stesso tempo però, essa si è sempre nutrita di influenze ben più ampie, dal punto di vista geografico e disciplinare – pedagogia, semiotica, linguistica, sociologia, teatro, ecc. – che la mostra punta a valorizzare.
 
La Mostra è Suddivisa in Tredici Sezioni :
RIONE TRAIANO
Il Quartiere Traiano di Napoli, costruito dal 1957 su progetto di Marcello Canino, nacque come ambizioso piano di edilizia residenziale pubblica. Ispirato ad esempi scandinavi, prevedeva case, scuole, uffici, negozi e industrie, nel rispetto della natura. Invece di un quartiere modello, divenne tuttavia simbolo di degrado e isolamento, con il raddoppio della popolazione prevista, strade incomplete, servizi mai realizzati.
Il volto del Traiano fu fotografato da Mimmo Jodice in due momenti. I primi scatti ritraggono gli edifici come scenografia di spazi desolati, con bambini spesso emarginati e lontani dalla scuola. In una seconda serie, il quartiere è “animato” da Dalisi, intento a realizzare – con i bambini e i suoi studenti – strutture effimere, arredi e sculture con materiali di scarto.
GEOMETRIA GENERATIVA
L’opera di Dalisi si fonda sulla “geometria generativa”. Secondo l’architetto, la forma (di un oggetto, un edificio, una città, un fiore) è qualcosa in continua evoluzione: la geometria generativa tenta perciò di cogliere i processi di tale trasformazione, utilizzandoli per “generare” ulteriori configurazioni. Alla ricerca di un ordine, Dalisi includeva però anche i concetti di imprevedibilità e disordine creativo, immaginando una geometria “viva”, come un seme, che si sviluppa disegnando e costruendo. La geometria generativa rende inoltre possibile la coesistenza di voci diverse in una progettazione di gruppo, nel rispetto delle libere singolarità. Il progetto di un asilo al Rione Traiano, da costruire insieme agli abitanti, si basava sulla geometria generativa: da una griglia ortogonale prende vita un movimento centrifugo che, aprendosi come un’onda, crea l’architettura.
PROGETTO COME RISCATTO
Nel 1971 Dalisi portò i suoi studenti al Rione Traiano per sperimentare, insieme ai bambini del quartiere, la forza “socioterapeutica” della partecipazione e della creatività come strumento di emancipazione. Al centro c’era l’idea di uno scambio reciproco e mai l’imposizione autoritaria dall’alto, in linea con il lavoro di molti pedagogisti dell’epoca. Dalisi disegnava e faceva disegnare, assemblare, costruire e cucire, producendo sculture urbane, decorazioni, giocattoli, ricami, oggetti e bizzarri arredi, come sedioline per bambini e grandi troni, in cui favola e realtà si confondono. Da questa esperienza, egli teorizzò la cosiddetta “tecnica povera”: diversa dall’arte povera, essa valorizzava il lavoro collettivo dell’artigianato rispetto alla specializzazione della tecnologia avanzata; “la forza liberatoria dell’autenticità” rispetto al mito dell’esattezza. «La tecnica povera è in stato di rivolta […] non per soppiantare e distruggere, bensì per allargare e recuperare la sfera della creatività nel lavoro». Fu un’impresa autonoma da ogni istituzione, svoltasi negli scantinati e per le strade, spesso con la diffidenza degli abitanti e degli stessi ragazzi. Ogni giorno l’architetto/professor Dalisi diventava antropologo, educatore, psicologo, animatore, artigiano, prete, mediatore, ricettatore e assistente sociale, inseguendo un inedito modo d’intendere il progetto e la società. I laboratori al Traiano durarono fino al 1974, per poi continuare nei quartieri di Ponticelli, Sanità, Siberia, Secondigliano e Scampia; nel centro storico, nel carcere di Nisida, a Salerno, ecc. Influenzato dal “teatro povero” di Jerzy Grotowski, Dalisi collaborò anche con il regista campano Gennaro Vitiello, tra i fondatori di Libera Scena Ensemble, che utilizzò i troni in legno e cartapesta nei propri spettacoli.
 
 
GAUDÍ A NAPOLI
Le opere realizzate da Dalisi con bambini e studenti evocano plurimi riferimenti: cultura popolare e accademica; Paul Klee e l’espressività infantile; i laboratori del Bauhaus; la dimensione magica perduta nella società industriale; l’idea di opera aperta di Umberto Eco; l’approccio maieutico di Danilo Dolci; ecc. Tra le figure di riferimento ci sono anche Antoni Gaudí, su cui Dalisi scrisse un originale libro nel 1979, e Charles Rennie Mackintosh, studiato dall’amico Filippo Alison. In Gaudí, in particolare, Dalisi trovò una fonte d’ispirazione, un patrimonio di tecniche e forme da reinterpretare e nelle quale immedesimarsi. Tutto ciò riaffiorerà negli anni successivi, in arredi, architetture e installazioni testimoni di uno speciale dialogo mediterraneo tra Barcellona e Napoli.
GLOBAL TOOLS
L’attività di Dalisi entrò in risonanza con la cosiddetta “architettura radicale”, che tra Firenze e Milano, intorno al 1968, aveva indicato prospettive inedite. Insieme a Archizoom, Remo Buti, Ugo La Pietra, 9999, Gaetano Pesce, Gianni Pettena, Ettore Sottsass, Superstudio, UFO e Zziggurat, nel 1973 Dalisi fondò Global Tools, una “contro-scuola” di architettura e design, “senza studenti né professori”. Pensato come un sistema di laboratori, il collettivo puntava a stimolare la creatività individuale, le tecniche manuali, l’espressività del corpo, l’artigianato: «Centro del discorso è la riproposizione dell’uomo deintellettualizzato, inteso nella sua arcaica possibilità di saggezza…». Sebbene l’esperimento si chiuda già nel 1975, Dalisi continuerà la didattica alternativa con progetti come “l’Università di strada” e il corso “Progettazione e Compassione” al rione Sanità.
LA SEDIA DEL CECE
Durante uno dei laboratori organizzati a Napoli, una bambina costruì una piccola sedia con legno di scarto e una molletta per i panni. Invece di una bambola, ci adagiò un piccolo legume: un cece. Dalisi ne fu subito colpito, poiché alla favola della principessa sul pisello si mischiava quella di Cicerenella (piccolo cece), nota filastrocca popolare. Tale oggetto stimolò l’idea di una «contro-animazione»: “animare” noti personaggi dell’arte e del design con l’opera di una bambina napoletana. L’occasione perfetta fu la Biennale di Venezia del 1978. Dalisi girava per le calli con la sediolina e dei fogli in mano, chiedendo ad architetti, designer e artisti un disegno ad essa ispirato. Il “gioco” continuò negli anni successivi, producendo una collezione inestimabile. Agli esponenti dell’architettura radicale si aggiunsero Aldo Rossi, Franco Purini, Giancarlo De Carlo, Paolo Portoghesi, Gae Aulenti, Bruno Munari, Enzo Mari e altri. Spiccano i nomi di Andy Warhol e Joseph Beuys, frequentatori della scena artistica napoletana, insieme a Jannis Kounellis, di cui però non rimane traccia. La fiaba si tramutò infatti in un giallo: un giorno i disegni sparirono, per ricomparire, anche se non tutti, tempo dopo. Allo sconforto, Dalisi rispose con un nuovo progetto: una serie di sculture ispirate alla Sedia del cece. Facendo interagire celebri artisti con la fantasia di una bambina, Dalisi esaltava la dimensione collettiva della creatività, capovolgendo i concetti di autore e di opera d’arte, per creare infine una favola a più voci.
CARO RICCARDO
Dalisi intrecciò una straordinaria rete di relazioni, che dimostra la sua volontà di intervenire nei più rilevanti dibattiti del tempo. Decisivo fu lo scambio con Giancarlo De Carlo: pioniere della partecipazione in architettura, questi stimolò infatti i primi laboratori di Dalisi e ospitò i suoi scritti sulla rivista “Spazio & Società”. Un interessante rapporto si creò anche con lo storico dell’arte Enrico Crispolti, che negli anni Settanta parlava di “operatore estetico” in sostituzione dell’artista, esaltando il principio della cooperazione. Fu Crispolti a invitarlo alla Biennale di Venezia del 1976, dandogli visibilità internazionale.
Tra le amicizie più durature ci fu poi quella con Alessandro Mendini, che gli diede largo spazio sulla rivista “Casabella” e collaborò con lui in tante occasioni, condividendo l’approccio radicale e allo stesso tempo favolistico al progetto.
L’OPERA BUFFA DEL DESIGN
Architetto di formazione, Riccardo Dalisi approda al design quando capisce che un oggetto, rispetto a un edificio, può essere realizzato anche da un bambino. Dopo gli esperimenti di “tecnica povera” al Rione Traiano, tra il 1979 e il 1987 egli sviluppò per l’azienda Alessi una sorprendente ricerca sulla tradizionale caffettiera napoletana, in cui si mischiano gli aspetti funzionali e antropologici (il rito del caffè) di un prodotto di design anonimo, perfezionato nei secoli. Tale indagine, condotta insieme agli artigiani di Rua Catalana a Napoli e ai tecnici di Alessi in Piemonte, gli valse il Compasso d’Oro nel 1981. Ne derivarono non solo decine di prototipi e un modello finale messo in produzione, ma soprattutto un esercito di caffettiere “animate” e caricaturali: guerrieri, cavalieri, santi, robot, Pulcinella, Totocchi (unione di Totò e Pinocchio) e molti altri personaggi. Come scrisse Alberto Alessi, “assalito” e poi convinto dagli innumerevoli prototipi che giungevano da Napoli nel suo ufficio, «Dalisi è riuscito ad intaccare la sicurezza della nostra condizione industriale». Negli anni successivi egli collaborò con molte aziende, da nord a sud e anche all’estero, progettando lampade, arredi, piastrelle, mosaici e altri prodotti (addirittura il prototipo di un’automobile per la Fiat) con forme libere derivate dalla natura e dalla fantasia. Il “metodo Dalisi”, anticonvenzionale e rivoluzionario, ha contribuito a promuovere la cultura del design nel sud Italia, sulla scia di pionieri come Roberto Mango, organizzando numerose mostre e dirigendo la Scuola di Specializzazione in Disegno industriale presso la Facoltà di Architettura di Napoli.
ULTRAPOVERISSIMO
Tecniche povere, materiali di riciclo, iconografia popolare e “produttività disperata” riemergono nel design “ultrapoverissimo”, composto da sculture, lumi, lampioni e oggetti fatti in latta a partire dai disegni di Dalisi, realizzabili anche da persone senza esperienza, a cui insegnare un mestiere. Nel 2013, ad esempio, nasce a Napoli l’Officina Sociale Avventure di Latta: un laboratorio di migranti che lavorano metalli poveri per produrre gioielli, vasi e lampade. Vincitore di due Compassi d’Oro, Dalisi inventerà (insieme a Alessandro Guerriero) il “Compasso di Latta” come simbolo di un nuovo approccio al progetto. È il “design della decrescita”, che riprende il pensiero di Victor Papanek (Progettare per il mondo reale) e Serge Latouche (La scommessa della decrescita), teorizzando il riuso, l’economia circolare, il risparmio e una nuova sobrietà.
MITOLOGIE
L’opera di Dalisi ha saputo reinterpretare e rilanciare fiabe, racconti popolari, miti moderni e antichi, in varia maniera appartenenti alla cultura partenopea e mediterranea. A partire dagli anni Novanta, tale immaginario – abitato da personaggi e simboli del cristianesimo, della mitologia classica e della tradizione locale – è stato tradotto in pitture e sculture, spesso di grande formato, raffiguranti Polifemo, Vulcano, Madonne, angeli, suonatori, sovrani, guerrieri e molti altri soggetti. Dipinti su carta con l’esuberanza cromatica e gestuale che contraddistingue l’espressionismo di Dalisi, oppure scolpiti con metalli poveri (latta, rame, ferro, ottone) dai suoi fedeli artigiani con tecniche semplici, questi personaggi si aggiungono allo sterminato popolo di burattini, pupazzi, totocchi e caffettiere, toccando però una dimensione più alta e sacrale. Vicine, per dimensione e soggetto, all’essere umano, tali figure testimoniano il suo particolare approccio alla religione e alla spiritualità. Frequentatore del Centro Coscienza di Milano di Tullio Castellani, legato al pensiero greco e immerso nella religiosità popolare partenopea (sono molti gli interventi da lui fatti nelle chiese cittadine), Dalisi si è avvicinato all’opera di diversi filosofi e teologi, tra cui Raimon Panikkar. Nel dialogo interculturale e interreligioso di quest’ultimo, ad esempio, Dalisi trovò un modo per mettere a sistema la molteplicità di riferimenti visivi e spirituali incontrati nella sua vita. Tra le opere esposte c’è anche una scultura creata con Mimmo Paladino, con cui realizzò una serie di opere intitolata “I Paladisi”.
ARCHITETTURA DELL’IMPREVEDIBILITA’
L’opera di Dalisi ha origine nell’architettura. Dopo la laurea nel 1957, egli lavorò con Francesco Della Sala, già allievo di Gropius in America, che gli insegnò la “scontentezza” come metodologia progettuale, minando ogni certezza dogmatica. Nel 1962 aprì uno studio con Massimo Pica Ciamarra, con cui progettò numerosi complessi scolastici e universitari, intesi come luoghi di fertile sperimentazione spaziale e sociale: già si manifestava quella speciale attenzione per la partecipazione e la pedagogia che poi applicherà al Rione Traiano. Con Pica Ciamarra e Michele Capobianco, Dalisi realizzò la Borsa Merci di Napoli (1964), edificio in cemento tagliato in due da un percorso pedonale. Negli anni Settanta, i progetti di Dalisi fondono vari riferimenti: dall’architettura organica di Frank Lloyd Wright alla “geometria generativa” che – con le sue traiettorie dinamiche e appuntite – sembra anticipare il decostruttivismo di Zaha Hadid, Frank Gehry e Daniel Libeskind. Dopo il terremoto del 1980, Dalisi si cimenterà anche nella complessa opera di “restauro creativo” dei paesi dell’Irpinia, operando sull’architettura sacra e anonima, tra ricostruzione e rinnovamento. Ad esempio, nella chiesa di Ospedaletto d’Alpinolo la cupola fu interamente rifatta con tecniche moderne, interventi artistici e illusioni ottiche.
ARCHITETTURA VIVA
La ricerca architettonica di Dalisi comprende un nutrito filone di progetti irrealizzabili, piani utopici e disegni ironici ma provocatori, che nel loro insieme formano un mondo surreale, poetico e critico. Un grande “portale con Acropoli” fa parte dei tanti progetti visionari per Napoli, mentre Una porta per Venezia (1992) utilizza l’acqua come elemento generativo. Il piano per Panopolis (1999), concepito con François Zille, immagina invece una città ideale, da collocare in Campania nel mezzo di zone degradate da autostrade, abusivismi, presenze inquinanti. Al centro c’è una piazza a forma di occhio, moderna agorà con musei, scuole, auditorium, residenze, negozi, ecc. La sua costruzione, come per la Reggia di Caserta o le grandi cattedrali, avrebbe fatto convergere architetti, artisti e artigiani, diventando «fonte di propulsione e produzione di civiltà, […] una fabbrica di emozioni e di processi di conoscenza». Nelle città ideali di Dalisi gli abitanti viaggerebbero su auto dal profilo bizzarro (come quella da lui proposta alla Fiat) e vivrebbero in case a forma di farfalla. La lettura di Serge Latouche e Raimon Panikkar stimolerà la pubblicazione di Decrescita. Architettura della Nuova Innocenza (2009), libro-manifesto di un rinnovato equilibrio tra progetto e ambiente, con frammenti classici, costruzioni rurali e “follie” architettoniche immerse nella natura.
DALISI NAPOLI OGGI
Progetto visivo realizzato in collaborazione con NABA, Nuova Accademia delle Belle Arti In occasione della mostra "Riccardo Dalisi. Radicalmente", il Maxxi ha commissionato a Vincenzo Castella un lavoro sul campo, alla ricerca dei luoghi di Napoli in cui l'architetto, designer e artista ha lasciato le sue tracce. Riprendendo lo spirito partecipativo dalisiano, Castella ha coinvolto un gruppo di giovani artisti (Daniele Marzorati, Davide Barberi, Edoardo Bonacina, Josefine Jyllnor) di NABA – Nuova Accademia delle Belle Arti, dando forma a un mosaico di immagini in cui l'occhio del singolo si diluisce nell'opera collettiva. La stessa cosa accade con le installazioni urbane di Dalisi, che comprendono sculture, paralumi, maschere, decorazioni, arredi urbani e piccole architetture. Visibili o nascoste, grandi o piccole, esse sono infatti divenute parte della stratificazione incessante che dà forma alla città, confondendosi con segni nobili e popolari, spontanei e progettati, effimeri e permanenti. Come un grande libro aperto, questa “inchiesta” metropolitana conduce il visitatore nelle botteghe dei lattonieri di Rua Catalana, dove Dalisi aveva lo studio e produceva le sue opere; nelle strade dei Quartieri Spagnoli, coronate da piccole sculture angolari; tra le “garitte” realizzate a Palazzo Reale; nel Rione Sanità, tra la Basilica di Santa Maria e il Giardino degli Aranci; negli edifici costruiti a Ponticelli e infine al Rione Traiano, che negli anni Settanta fu il palcoscenico di pionieristici laboratori svolti con i bambini. In occasione della mostra viene pubblicato un volume, a cura di Gabriele Neri, dedicato alla serie della Sedia del cece, edito da Corraini, con disegni di Riccardo Dalisi, Andy Warhol, Joseph Beuys, Ettore Sottsass, Enzo Mari, Bruno Munari, Paolo Portoghesi, Superstudio, Archizoom, Zziggurat, 9999, Aldo Rossi, Franco Purini, Franco Raggi, Gae Aulenti, Hans Hollein, Ugo La Pietra, ecc. Il volume include le testimonianze di studiosi e progettisti, e un saggio del curatore. Testi di Lorenza Baroncelli, Stefano Boeri, Sara Catenacci, Domitilla Dardi, Paolo Deganello, Piero Frassinelli, Claudio Gambardella, Fulvio Irace, Ugo La Pietra, Anna Maria Laville, Iolanda Lima, Gabriele Neri, Gianni Pettena, Franco Purini, Franco Raggi, Lia Rumma, Angela Tecce.
Museo Maxxi di Roma
Riccardo Dalisi. Radicalmente
dal 10 Novembre 2023 al 3 Marzo 2024
dal Martedì alla Domenica dalle ore 11.00 alle ore 19.00
Lunedì Chiuso