È temerario  solo tentare l’analisi di una simile opera.
 Ma il lettore incappato nella lettura di quest’articolo resti tranquillo: non ci si vuole imbarcare nei sottili, seppur illuminanti, rilievi alla Panofsky o alla Gombrich. Con l’occhio disincantato di un osservatore attento, però,  a inseguire, e a non lasciarsi sfuggire, le magnificenti lusinghe della bellezza ovunque si annidi, si vorrà “passare in rassegna” questa pittura tizianiana, che pullula letteralmente di fascinoso e misterioso splendore.
La “scena” che si presenta a tutta prima innesca un’impressione di subitaneo contrasto:  due figure  femminili vi  appaiono sedute sul rialzo di una fontana, l’una fastosamente agghindata come a voler celare indubbie grazie muliebri e l’altra doviziosamente “scoperta”, con tutta evidenza intenta a manifestare e a celebrare non più solo l’idea  ma anche la sostanza del nudo femmineo.
Le due donne non incrociano sguardi di sorta: la prima si direbbe disposta a interloquire con l’osservante, la seconda, con sulla mano sinistra un piccolo braciere fumante, rivolge un inutile sguardo alla dama vestita. Si chiude in tal modo il circolo di una “comunicazione” virtuale: la prima donna, d’ogni virtù ammantata, “apre le danze” degli sguardi quasi reclamando la partecipazione dell’occasionale “visitatore”, il quale, di rimando, appunta gli occhi sulla “desnuda”.
Così, quando il contatto è stabilito, inevitabilmente si attivano gli spiritelli dei significati celati nella maestosa raffigurazione. E allora vien da pensare che l’autore, un valentissimo pittore ventitreenne, si sia lasciato prendere la mano e l’ispirazione dai refoli misteriosi della “Tempesta” giorgioniana. Il diffuso platonismo vigente tra gli “intellettuali” del tempo ha fatto il resto: il classicismo,  in ispecie ravvisato nella filosofia e nell’arte greca, impregna a tal punto il comune immaginario da indurre gli artisti dell’epoca a riproporre nel tempo loro le forme di una cultura che doveva apparire “compiuta” anche nell’esistente. Da qui i progetti che ricalcano classici stilemi praticamente in ogni forma d’arte, pittura, architettura, letteratura, musica. Le potenziali “idee” platoniche si traducono in rappresentazioni che in tutto devono apparire perfette. E, in tal modo, l’universo dei “documenti estetici” si sostanzia in manufatti destinati a fare del Rinascimento di Leonardo, Michelangelo, Raffaello e, fra i tanti altri, di Correggio, Giorgione, Tiziano  l’impareggiabile epoca universalmente celebrata, porta del vedere, del sentire e del fare moderno.
L’opera, a cui fu dato solo più tardi il titolo di “Amor sacro e amor profano” soprattutto considerando il carattere di dono nuziale del dipinto, appare in effetti concepita nello sviluppo di un’”idea di base”, quella della raffigurazione, di volta in volta allegorica ed ermetica, dell’”amore” e della donna, della figura cioè che nell’amore assomma e “scarica” valori e sensazioni di tutto rispetto: avvenenza di forme e attrattiva sensuale. Si avvera - si potrebbe dire - il culmine della fascinazione dantesca al cospetto del solo fuggevole apparire di Beatrice. E massimamente ciò si evince nella pittura di Tiziano, il quale, ancora prima che nell’”Amor sacro e amor profano” si era cimentato in analoghe raffigurazioni dell’”amore virtuoso” o, per meglio dire in scene di sapore erotico, nel “Concerto campestre” (1510) ove due donzelle, pulchrae et phormose, in compagnia di due giovani, appaiono impudicamente ma innocentemente partecipi d’un momento di autentico relax, allietato dal suono di un liuto e  un flauto. Anche in quest’opera colpisce la floridezza del paesaggio e, se il cielo non è sinistramente abbacinato dalla luce subitanea di una folgore come nella “Tempesta”, l’alea del naturalismo di Giorgione vi è diffusa a piene tinte (tanto che l’attribuzione autografa a Tiziano non è del tutto accertata).
Ma il “racconto pittorico” di quello che si potrebbe già dire dell’”amor pudico”, dopo la parentesi dell’”Amor sacro e amor profano”, s’inebria quasi nella voluttuosità della “Venere d’Urbino” (1538): qui la dea, a contrasto con quanto finora s’è detto, compare nel chiuso di un ambiente domestico, mentre il prediletto paesaggio, sfumato in tinte gialle e grigie, appare, in fondo,  solo attraverso lo schermo d’una bifora.
Così in “Danae” (1554), il racconto si fa quasi epico. Giove, si sa, pur di possedere la dea, si muta in una pioggia di monete d’oro. La solerzia della nutrice non è sufficiente, per quanto si vede, ad impedire l’evento, dacchè una manciata di monete è caduta sul letto, e non solo,  ove riposa la sospirata Danae.
Il “racconto” continua e, a detta dello stesso Tiziano, si fa “poetico” in “Venere e Adone” (1554). La dea, debitamente ignuda come da canovaccio, appare proprio abbarbicata al suo Adone nell’intento di distorglielo dal partire per la battuta di caccia (ove l’amato troverà la morte); Cupido  purtroppo non può nulla perché appare dormiente sotto l’ombra degli alberi. In un’atmosfera da tempesta incombente, i cani già fiutano le prede e tutto lascia presagire la tragedia.
Un epilogo, sembrerebbe, non proprio fausto dell’”amor pudico”, che, si voglia o meno, è in tutto e per tutto iscritto nel “diario” della vicenda umana: qui si narranno, e si possono leggere, i testi delle tante e non sempre felici esperienze amorose: le allegre e spensierate compagnie giovanili, le sottili sfaccettature dell’amore privato e di quello pubblico, il voglioso e quasi mai appagato istinto sessuale, e la crudeltà di avversi destini, un po’ alla “Venere e Adone” e un po’… alla “Paolo e Francesca”, alla “Giulietta e Romeo” e alla “Violetta e Alfredo”; tutti testi, tuttavia, a cui artisti d’ogni tempo hanno conferito dignità di immagini, parole e note esemplari.
 
luglio 2021 
Luigi Musacchio