Il 23 Febbraio prossimo inaugura nelle sale di Palazzo Reale una mostra evento curata dalla studiosa Sylvia Ferino- Pagden in collaborazione con il comune di Milano e Skira con il supporto della Fondazione Bracco, sulla base di un progetto preesistente del Kunsthistorisches Museum di Vienna, che indaga il rapporto tra il grande artista veneziano del Cinquecento Tiziano e le donne.
Le raffigurò in tutta la loro sensualità.
Tiziano (1488/1490-1576) è rappresentante di una femminilità sospesa fra erotismo terreno e castità celeste.
Il mondo femminile tizianesco comprende infatti sante e dee, eroine e cortigiane, ninfe e dame, immacolate innocenti, pure spudorate e allo stesso tempo provocanti carnali. Corpi reali e bellezze ideali.
In mostra sono quindici le opere, accostate a quelle di maestri della laguna veneta quali Giorgione, Lotto, Palma il Vecchio, Veronese e Tintoretto.
Durante il percorso espositivo, metafora del labirinto dei sentimenti, sentiamo che la nostra stabilità emotiva è come appesa ad un filo: ci si innamora a prima vista di Tiziano, lui che fa battere i cuori romantici e dimostra tutta la sua imbattibilità in questo.
Proviamo una forte empatia con le figure ritratte, avvertendo gli stessi dolori, gioie, ed aspirazioni.
Dalla prima moglie Cecilia ebbe due figli maschi, mentre una seconda moglie in “incognita” gli avrebbe invece dato due femmine. Emergono ipotesi da tabloid rosa sulle liasions con le amanti, cui dedicò ritratti, come fece Raffaello con la sua Fornarina, ma anche sulla relazione interrotta proprio con Cecilia, la sposa enfant, che lo amò a tal punto da morire per lui.
Nel Marzo del 1530 il marito infatti le impedì di interrompere la gravidanza, nonostante i medici l’avessero dichiarata a rischio. E mentre ultimava le sue pale e i suoi ritratti altolocati da spedire agli Estensi e ai Gonzava, Cecilia spirava dando alla luce Lavinia.
Da quel momento si scatenano stati d’animo, impressioni e ricordi evocativi.
L’artista usa tutte le frecce del suo arco per narrare, portare nei suoi quadri lievità ed emozioni, pensieri e riflessioni.
Le figure ritratte si dispiegano sinuose e ci inebriano con la loro evanescenza.
Una danza silenziosa prende lentamente l’avvio sulle note di un incantesimo soffice e magico.
Del resto si sa, un’espressione vale più di mille parole, come accade attraverso l’intenso gioco di sguardi, che si incrociano (Pala Gozzi, 1520) sullo sfondo di una soffusa e pastellata città della laguna dai colori anticipatamente“turneriani” con una veduta del Bacino di San Marco e di Palazzo Ducale con il campanile e le cupole della Basilica.
Sguardi protagonisti (anche se qui in veste sentimentale) in Venere e Marte (1550): il detto dice “l’amore non è bello se non è litigarello”, ma non è questo il caso, visto che i due, sotto gli occhi vigili di un cupido piovuto dal cielo, che tiene in mano il suo arco con la freccia, vanno carezzevolmente d’amore e d’accordo, uniti da una complicità dei sensi. Tengono lontane le nubi (rappresentate da folte chiome di alberi) e le…armi (spada e elmo giacciono inermi sul suolo).
Chi ama farsi ammirare e allo stesso tempo ammaliare è invece l’ammicante e sensuale Venere di Urbino (1538) dalle occhiate calienti, conservata negli Uffizi di Firenze, dipinta nella sua versione più celebre senza vesti, ma anche con una stola di pelliccia, con un cappello piumato o riccamente abbigliata (1536).
Nella mano destra stringe delle rose: “rose rosse per te ho portato stasera e se son rose…”. Chi sarà il galantuomo misterioso che gliele ha regalate? La Dea ha sicuramente strappato un sorriso e rapito lo sguardo di qualche gentlemen.
Venne acquistata dal duca di Urbino Guidobaldo della Rovere nell’atelier del pittore, che rimase stregato dal suo sguardo malizioso.
Tiziano era un good seller of himself:  lasciava appositamente qualche beltade incompleta sul cavalletto per i clienti, che entravano con l’intenzione di acquistare una Madonna e si ritrovavano invece un amor profano tra le mani.
La posa della Dea ispirerà anche Manet con la sua “rosselliana” Olympia (1863) e Goya con la sua onirica Maya desnuda (1797-1800).
Una Venere che diventerà “narcisista”, quando compiacente di se stessa, verrà ritratta in compagnia di un putto, che le porge una corona, mentre la sua immagine verrà riflessa da uno specchio sorretto da un altro amorino (1555). Conservata alla National Gallery di Londra cela una curiosità: il manto di una figura maschile precedentemente realizzato, che avvolge la parte inferiore del corpo della Dea, è stato trasformato abilmente in un drappo di velluto scarlatto.
Poteva mancare una Venere animalista? Certo che no.
La ritroviamo infatti nella Dea amante carezzevole del suo cagnolino, che le fa “le feste”, in Venere con organista e cagnolino (1550-1551), in cui la figura del musicista suona l’organo, allettando la bella e mondana divinità mitologica, il cui chiaro incarnato chiaro è “lambito” da un drappeggio vermiglio.
Protettivo, affettuoso, nostro compagno di vita, il cane popola da sempre l’immaginario artistico e ci fa riflettere sul rapporto, che ci lega ai nostri pet dall’antichità ai giorni nostri.
A tal proposito è toccante Breath, 2021, in marmo di Carrara di Maurizio Cattelan, uno degli artisti contemporanei più noti. La scultura lascia senza fiato e raffigura una persona ed un cane distesi l’uno di fronte all’altro.
La posizione dei protagonisti racconta di un legame profondo. I due condividono il respiro, da qui il titolo dell’opera.
E come non ricordare il nostro amico dell’uomo, quando correva a pierdifiato nelle vesti di immancabile compagno di battute di caccia e animale da compagnia in salotti nobili?
Simbolo di ricchezza, gloria e potere. Esibito nei ritratti tizianeschi soprattutto con le dame, conferiva lusso e prestigio.
Basti pensare al Ritratto di Federico Gonzaga (1523-1525), in cui è presente un peloso cucciolotto, mentre nel Ritratto di Carlo V con un cane (1532-33), il sovrano accarezza distratto un longilineo cane irlandese, che attraverso uno sguardo partecipativo ed intenso gli manifesta tutto il suo attaccamento.
E altresì il Ritratto di Eleonora Gonzaga della Rovere (1536-1537): il cagnolino ivi rappresentato, come fosse “un intimo angelo del focolare immaginario”, è simbolo di fedeltà coniugale, inscalfibile nel corso degli anni, nonostante anche la caducità del tempo e della vita (orologio) e della effimera beltà, che si volatizza in un soffio.
Ma torniamo alla Venere di Urbino: l’organista brama di un desiderio irresistibile, difficile da trattenere e il suo pensiero erotico è palpabile e teso come una corda di…violino. Tiziano nobilitò l’eros, rendendolo qualcosa di sublime ed eletto.
Non solo Venere faceva però “strage di cuori”: anche la burrosa come un petalo di rosa Danae (1545), dipinta con pennellate morbide per il cardinale Farnese (senza disegno preparatorio né chiaroscuro, un azzardo per l’epoca, “pecca” rivelata da indagini radiografiche), accecante per la sua naturalezza del colore e per lo sguardo estasiato carico di beatitudine.
Ah la bellezza delle forme morbide!
Anche oggi le curve sono trendy ovunque.
Secondo il Pinterest Predics, il report annuale del social network usato da oltre 400 milioni di utenti, una delle tendenze top dell’home decor del 2022 sarà il boom delle forme senza spigoli.
Il New York Times ha definito questo trend “squishy”, traducibile con morbidoso e ha messo in relazione la predilizione, per ciò che è avvolgente ed accogliente con i lunghi periodi di lockdown passati chiusi in casa, che ci hanno fatto riscoprire il piacere del comfort in ogni oggetto della vita quotidiana.
Gli oggetti spigolosi, come i visi appuntiti, mettono in guardia l’area del cervello, considerandoli come minacce. Per questo cerchiamo di dribblarli.
Le curve invece favoriscono i nostri impulsi ludici, gioiosi e giocosi e ci tranquillizzano perché sono a noi intime e familiari, ricordandoci le linee del corpo umano: basti pensare al sorriso, che disegna una mezzaluna rassicurante sul viso dell’interlocutore.
Le curve come i sentimenti: ne sono una prova le ampolle di limpido vetro raffigurate da Tiziano, che raccolgono mille riflessi luminosi (l’armonico Concerto campestre, 1510). Questo del resto già accadeva per le nature morte di Caravaggio.
L’opera “musicale” forse appartenne alla raccolta di Isabella d’Este: figura dal fascino bon ton, la cui fresca e tonica bellezza venne immortalata in un ritratto dalle vesti dark del 1534. Sembra guardare chi osserva con arguzia e distacco, non tradisce un’emozione. Appassionata collezionista di opere d’arte antiche e moderne, straordinaria figura intellettuale e promotrice di cultura: questo aveva fatto di Mantova una delle più raffinate corti dell’Italia Rinascimentale. La marchesa era dotata di uno straordinario gusto anche nella cura della propria persona e del suo abbigliamento, tanto che le nobildonne e addirittura la regina di Francia le chiesero consigli e suggerimenti su vestiti e indumenti. Oggi la ritroviamo persino protagonista di un fumetto lanciato dal Museo Ducale di Mantova: si chiama Isa, ha sempre il cellulare in mano e usa anche Whatsapp!
Isabella rappresenta l’audacia, l’intuizione, l’intraprendenza: ben diversa da Lucrezia, che era vittima di atti veementi e “pungoli” psicologici da parte del marito.

Ne è testimonianza l’opera Tarquinio e Lucrezia, 1515, ovvero l’uomo che “sussurava sottovoce” alla sua donna, ma che in realtà la istiga alle spalle (la sua sobillazione è rappresentata dal pugnale nella mano di lei).

La relazione tra i due è come sospesa: un compagno assente ed una vita di coppia portata avanti con poca condivisione, molta stanchezza e pavidità; il dialogo è teso, fatto di discorsi perduti, parole sospirate ed occasioni mancate. Quella del dipinto è una scena, che “punta” dritto al cuore dell’osservatore. Il messaggio è chiaro: non bisogna forzare le decisioni della propria “dolce” metà, tramutandole in una lotta di potere, in nome di un “machismo”, non bisogna proiettare i propri desideri sull’altro, come fosse un oggetto.

Anche perché tra sopruso verbale e quello fisico il passo è breve.
Lo vediamo in Tarquinio e Lucrezia (1572) conservato a Vienna, dipinto con tutta probabilità con le dita, ma non in “punta di piedi”, per l’accecato tentativo (con quale movente? Forse la gelosia?) veemente e irruente di accoltellamento da parte dell’uomo.
La materia pittorica è grezza anche nei contorni poco definiti e i dettagli sono lasciati allo stato “primordiale” di abbozzo: questo accentua il gesto violento e brutale nei confronti di una vittima inerme (tema ancora oggi molto attuale).
La descrizione dettagliata della scena scivola cosi in secondo piano, in quanto viene dato maggior risalto all’aspetto psicologico ed emotivo della medesima. Per questo l’ambiente è neutro e piatto, privo di coordinate spaziali. Lo sfondo è un dettaglio ininfluente, ciò che conta è lo sguardo sgomento, che chiede di essere guardato (come accadrà anche più avanti nell’Autoritratto di Ligabue, uno dei più originali autori del Novecento). Lucrezia tenta di opporsi all’ira dell’uomo, effettuando una torsione, che la porta ad inclinarsi verso lo spettatore. Il braccio destro è bloccato da Tarquinio, che con la mano libera stringe il pugnale. Senza ombra di dubbio siamo dinanzi ad una storia d’amore tormentata: che cosa minaccia un rapporto di coppia? Tanti elementi, tra cui il tradimento e non necessariamente quello con una terza persona, bensì quello del cosiddetto “patto di coppia”, ovvero le aspettative implicite, che riponiamo nell’unione con l’altro.
Oggi le separazioni e i divorzi hanno eguagliato i matrimoni e l’aspirazione alla durata eterna di un’amore è costretta a ridimensionarsi.
Una scena da…brividi.
La paura di abbandono (nel caso che questo sia il movente) lo ritroviamo anche in Venere amante di Adone (1553-1554):  nel dipinto la figura femminile, priva di “armi” di seduzione, è protagonista di un addio al cardiopalma, che preannuncia una tragedia: l’uccisione dell’amato da parte di un cinghiale inferocito durante la caccia, di cui era appassionato. “Non andare via!, Non lasciarmi sola!” Sembra proprio che Venere pronunci queste parole. Un dipinto travolgente e strappalacrime. Ah quando l’amore va a rotoli!
Lo sguardo triste dei cani, che accompagnano la scena, è eloquente e premonitrice. Anche cupido è sopito, come ormai l’amore di Adone. Tutto scorre, mentre i due si afferrano e si sfiorano, nonostante la vita sia inafferabile.
Otto sono le sezioni, di cui si compone la mostra (Prologo, Ritratti, Le belle veneziane, Coppie di amanti ed altri, Eroine e sante, Letterati e poetesse, Venere e gli amori degli dei, Allegorie), con un centinaio di opere, di cui 46 dipinti, 15 di Tiziano, per la maggior parte provenienti dal Kunsthistorisches Museum di Vienna, come Madonna col Bambino (1510 circa), Ritratto di Isabella d’Este (1534-1536 circa), Marte, Venere e Amore (1550 circa), Danae (1554 circa), La figlia in veste di Lavinia (?) (1565 circa), Tarquino e Lucrezia (1570-1576). Dagli Uffizi sarà invece in mostra il Ritratto di Eleonora Gonzaga della Rovere (1538); poi Ritratto di una giovane donna (1536) dall’Hermitage Museum di San Pietroburgo; Ritratto di giovinetta, dal Museo di Capodimonte di Napoli; l’Allegoria della Sapienza (1560) dalla Biblioteca Marciana di Venezia.
Tra queste siamo sicuri che ci sarà quella che farà…breccia nel nostro cuore!
 
 
Maria Cristina Bibbi
febbraio 2022
 
Didascalie immagini
 
 
1. Venere e Marte, 1550
 
2. Danae, 1545
 
3. Tarquinio e Lucrezia, 1515
 
4. Venere amante di Adone, 1553-1554
 
 
 
Info
 
Tiziano e l’immagine della donna
 
Palazzo Reale, dal 23 Febbraio 2022 al 5 Giugno 2022
 
Web: www.palazzorealemilano.it