Giovanni Cardone Ottobre 2021
Fino al 9 Gennaio 2022 si potrà ammirare a Palazzo Reale di Milano la mostra di Tullio Pericoli  Frammenti a cura del critico d’arte Michele Bonuomo in collaborazione con l’artista. L’evento è stato promosso e prodotto dal Comune di Milano Cultura, Palazzo Reale, Skira Editore e Design Terrae, l’Allestimento realizzato da Pierluigi Cerri. La mostra vuole essere un punto di riflessione e un omaggio alla grande carriera di Tullio Pericoli, artista con una attività feconda e multiforme, le cui opere hanno trovato accoglienza in esposizioni, pagine di giornali, volumi, committenze. Un’attività che nell’ultimo ventennio si è concentrata sul paesaggio, ma non si possono non ricordare i suoi ritratti di personaggi della cultura, pubblicati in tutto il mondo e le sue incursioni nel teatro, con le messe in scena di opere per l’Opernhaus di Zurigo e il Teatro alla Scala di Milano. L’esposizione traduce un progetto particolarmente complesso per diversi aspetti  oltre centocinquanta opere, che vanno dal 1977 al 2021 una raccolta imponente che contiene una grande parte dell’ultima produzione dell’artista, che si inscrive nella sua riflessione sempre attiva sul paesaggio. Imperdibile la stanza dedicata ai ritratti: fisionomie fedeli e al tempo stesso trasfigurate una sorta di assemblea delle figure più importanti della scena culturale internazionale, amici, colleghi, ispiratori. Una esposizione importante, unica, un doveroso omaggio della città di Milano a un artista che ormai da cinquant’anni ha deciso di appartenervi. Come afferma Michele Bonuomo : “Che cosa potrebbe tentare un pittore in questo momento?” chiede Roberto Calasso a Bobi Bazlen. “O il minuscolo o l’immenso” risponde fulminate quest’ultimo. Il “capitano di lungo corso” della letteratura italiana del secondo Novecento affida a due limiti assoluti il destino cui la pittura non può più sottrarsi, se non vuol correre il rischio di vedersi ridotta all’insignificanza. Tra una dimensione ridotta al minimo essenziale e un’altra che non ha limiti di spazio – siano essi fisici o mentali –, la pittura ha bisogno di essere, mai come ora, il luogo privilegiato “dove anima e corpo sono a proprio agio”. E non più sfondo complementare o quinta scenografica per declamazioni concettuose, artifici virtuosistici o stucchevoli conformismi formali. Il pensiero va a tanta pittura divenuta negli ultimi decenni subalterna a un significante che spesso ha perso di vista il suo significato originario: l’universo cioè in cui l’artista testimonia la sua esistenza e la dilata oltre ogni limite, dimostrando così di essere “non un artista, un’idea o una sua opera: solo se stesso, al di sopra dell’arte, dell’opera, dello stile e dell’idea” (Witold Gombrowicz). Ogni qual volta la pittura – affrancata da vieti narcisismi e noiose tautologie – si è spinta oltre “le soglie del visibile, addirittura della coscienza” (Anna Ottani Cavina), ha dichiarato la sua più profonda ragion d’essere, affidando a un segno l’esistenza più duratura di chi lo ha tracciato. È sempre successo così. Dalla notte dei tempi, quando per primo qualcuno impresse la sua mano tinta di ocra sulla parete di una grotta, ai momenti più esaltanti del pittore rinascimentale che “pinge sé stesso” (prim’ancora che la gloria del committente). Arrivando poi, in tempi a noi prossimi, alla muta “certificazione” che ne fa Piero Manzoni utilizzando la semplice e quasi burocratica impronta digitale: traccia minima e smisurata di un fare pittura, che affida alla “mano che dipinge” la sua dichiarata consapevolezza. Osservato da questo punto di vista, Tullio Pericoli è rigoroso pittore di se stesso, mai disponibile ad opportunismi e a compromessi di sorta. Nella sua lunga pratica di pittura si è immedesimato nel paesaggio naturale o in quello di un volto umano, suoi alter ego, muovendosi con disinvolta sprezzatura tra minuscolo e immenso nel tracciare e annotare “vedute” autobiografiche.
Così facendo ha messo a punto un canone inconfondibile, articolato in frammenti di “paesaggi-ritratti”, all’apparenza sempre gli stessi, in cui ogni successiva variazione delinea un altro orizzonte di percezione e di senso. “Dipingo paesaggi perché si aprano verso di me e mi includano, dandomi il piacere di abbandonarmi al loro destino.  Non dipingo paesaggi per fare paesaggi. Li dipingo soprattutto per il piacere di dipingere. E di fare un quadro dopo l’altro”, sostiene Pericoli. Paesaggi, dunque, immaginati o osservati dal vero, immobili o in continuo mutare di segni e prospettive che – giorno dopo giorno, foglio dopo foglio, tela dopo tela – compongono un diario segreto dove annotare e custodire accadimenti e pensieri, variazioni esaltate di umori e improvvisi malumori. Un dispositivo mentale e visivo di colori, segni e visioni, forte di “un linguaggio arbitrario e necessario” (Giorgio Manganelli) e di una narrazione autobiografica sostanziata da un prezioso lirismo, da una sofisticata trama letteraria e dall’amore, mai nascosto, per i grandi maestri da sempre amati e onorati (Klee e Picasso, Steinberg e Hokusai, Van Gogh, Morandi, Licini e Giacomelli). Padrone di una silenziosa e mai interrotta disciplina, che è pittura e scrittura al tempo stesso, Pericoli frammenta e compone il paesaggio: uno spazio privato ma, a ben guardare, universale. In cui è piacevole vagare fino a perdersi. Tutto questo lo ha di certo ereditato da Giacomo Leopardi, divinità prominente nel suo larario familiare. Sarà perché appartiene alla stessa terra del poeta dell’Infinito e di Osvaldo Licini, artefice inarrivabile di piccole immense fantasmagorie, sarà perché dichiaratamente ostile a quel conformismo di matrice duchampiana ancora imperante, ostentato tra l’altro da chi millanta crediti, mai concessi però, dal beffardo asceta del Grande Vetro, Tullio Pericoli ha elaborato un’articolata lingua espressiva che gli permette di intrecciare trame narrative e visive innervate da segni e memorie stratificate nel paesaggio. Azzardando prospettive impossibili e scomponendo e frammentando in simultanea ogni sguardo, Pericoli si identifica in una “pittura-scrittura” arcana che somma pittogrammi, arcaici e contemporanei allo stesso tempo, che nell’essenzialità dei loro segni generano idee complesse, ma sempre ben accette da chi è disposto ad abbandonarsi a miraggi pacati e alle malìe di fate morgane. Quasi fosse un codice Morse di linee e di punti, la sua pittura trasmette un silenzio perturbante e metafisico. Le visioni paniche della natura, proprie dei grandi romantici dell’Ottocento, o quelle monumentali e dolenti novecentiste (Sironi, il più clamoroso) hanno lasciato il posto agli asimmetrici e frammentati “paesaggi-scritture” e ai rugosi “paesaggi-ritratti” che Pericoli attraversa inquieto. Paesaggi che, come lui stesso assicura, “ho potuto guardare e fissare nella memoria da tanti punti di vista, alti, bassi, obliqui, sognare, pensare e tradurre nella lingua che so parlare meglio”. La lingua della pittura. Mentre Giuseppe Montesano scrive sul catalogo: “Guardate bene una sua tela , un paesaggio o un ritratto o un frammento: guardatelo con lo sguardo imprevisto che si sorprende e con lo sguardo contemplatore che si lascia sommergere… Pericoli ragiona per contatti e lega un albero a un cosmo, un fiore a un sasso, un occhio a un dito, una parola a un mare, uno sgraffio a un pensiero, un teorema a una passione, una linea a un buio, un bambino a un sogno…” In una mia ricerca storiografica e scientifica suoi linguaggi dell’arte che in seguito è divenuta convegno universitario interdisciplinare dove si evidenziava l’arte degli anni Settanta, cercando di evidenziare quelle figure che con la loro arte hanno saputo descrivere e raccontare l’Italia nel mondo. Io sempre pensato che Tullio Pericoli attraverso la sua pittura fine ed elegante e il suo continuo confronto con intellettuali, saggisti e storici ha permesso al maestro di lasciare una traccia indelebile nella storia dell’arte contemporanea. Per Tullio Pericoli i paesaggi sono stati un soggetto affascinante che va ricercato a fondo perché racconta la storia di una comunità, forma le persone che vivono in quel luogo. Il primo a commissionargli il ritratto di un paesaggio è stato negli anni Sessanta Italo Pietra, direttore del Giorno, giornale per il quale Pericoli stava lavorando. Questa richiesta scatena nell’artista una serie di emozioni che gli fanno capire che quella è la direzione verso la quale deve andare. Il paesaggio che Italo Pietra gli aveva richiesto era Colli del Tronto, il paese d’origine di Pericoli, e quando l’artista vi si reca si accorge di non averlo mai osservato con attenzione prima di quel momento e comprende solo in quell’istante la possibilità di trasformare, attraverso l’arte, un luogo in un paesaggio. Ha voluto studiare il paesaggio e ritrarlo da diversi punti di vista: si è aggirato all’interno per capire come era fatto sotto e, poi, l’ha osservato con gli occhi di un uccello, dall’alto verso il basso. Non solo le pianure, le colline, i borghi, i campi coltivati delle Marche, Pericoli ha dedicato una serie di tavole, carte e tele anche ai paesaggi del Piemonte, del quale era innamorato. Lo ha osservato dall’alto, come se fosse sospeso su una mongolfiera, e con le sue mani, le sue matite e i suoi pennelli ha dato vita a opere simili ad atlanti immaginari sottratti delle case, perché il soggetto protagonista era la terra, il paesaggio. Pericoli è fortemente conosciuto per i suoi ritratti di scrittori e grandi uomini di cultura, sono disegni dal tratto elegante e leggero così come i suoi acquerelli che ancora oggi vengono pubblicati su riviste e fanno da copertina a numerosi libri di diverse case editrici. Negli anni ha ritratto con ironia moltissime personalità di autori come Franz Kafka, Virginia Woolf, Ernest Hemingway, Pier Paolo Pasolini, Samuel Beckett, Beppe Fenoglio, Primo Levi e Italo Calvino, ma anche figure del mondo dell’editoria come Carlo Caracciolo. Umberto Eco nel 1990 commentava le opere di Pericoli sostenendo che ritrarre un volto significa ritrarre un pensiero, una propria visione del mondo uno stile poetico o narrativo, puntando diritto all’anima. Nel confrontarsi con l’arte di Tullio Pericoli è di difficile classificazione tanto è vero  che il maestro  ha svolto in più ambiti disciplinari il suo lavoro passando dal Citazionismo fino ad arrivare al Concettuale. A differenza di altri Tullio Pericoli avendo attraversato tantissime stagioni artistiche nelle sue opere si evince o meglio tenta di fornire un equivalente linguistico dell’immagine visiva che permetta di ridisegnare precisamente le immagini che lo hanno ispirato. Della fisionomia dei personaggi ritratti dello spazio dipinto dove Pericoli colloca le figure, e nel contempo tenta di conserva solo alcuni dettagli. L’aspetto fisico è sommariamente tracciato, la posa è evocata, gli abiti e lo sfondo solo a volte abbozzati. L’insieme delle descrizioni incluse nel testo narrativo autorizza a vedere, a cogliere nei personaggi dei tratti che restano invisibili, o appena visibili. Invece di imporre una presenza attraverso descrizioni minuziose Pericoli rende incerta la tradizione dello schizzo o ancora quella del ‘non-finito’ due tradizioni che possono essere viste contemporaneamente come suggestione o come tracce. In quanto tali, i ritratti diventano da una parte sintomatici di una maniera di mostrare suggerendo, propria alla scrittore italiano, e dall’altra capaci di fare del visibile un possibile prolungamento del leggibile. Poiché solo abbozzati, i ritratti dei personaggi che rimandano all’universo stesso dell’artista dove errano delle figure misteriose dai tratti solo suggeriti o totalmente taciuti. Questa maniera di rappresentare come nel caso dei ritratti di grandi personaggi della storia culturale, quella posizione incerta di presenza-assenza e di continuità-superamento che gli artisti contemporanei hanno ereditato dalle avanguardie novecentesche. Nel caso di Pericoli essa è tuttavia prima di tutto l’occasione di coinvolgere il fruitore chiamandolo a partecipare e attraverso la propria immaginazione e le proprie fantasie, a dar corpo e spessore ai personaggi. I ritratti di Tullio Pericoli appaiono come elementi di un lavoro ibrido nel quale parole e immagini interagiscono, si completano e si riflettono a vicenda. Davanti ai ritratti di Pericoli si evidenza il suo punto di vista, ma senza rotture, inscrivendolo in una continuità capace di sottolineare la vicinanza tra l’universo quello del pittore-disegnatore e nello stesso tempo di stabilire una circolarità in grado di annullare eventuali rapporti di subordinazione tra la parola e l’immagine. Concentrandosi su quello che non si vede nell’immagine il prima e il dopo della creazione pittorica e aggiungendo quello che essa esclude il movimento, la parola e il fuori campo della figurazione, si vuole evidenziare la parzialità e la precarietà del visibile e, nello stesso tempo, offre ai ritratti e all’autoritratto di Pericoli, grazie alle maschere e alla libertà della finzione, dei passati e dei futuri narrativi. Il testo diviene tentativo di supplire al non detto dell’immagine ma a sua volta l’immagine diventa possibilità di supplire ai silenzi della parola. Evocati dalla pittura o dal disegno e da esso solo abbozzati i ritratti e l’autoritratto di Pericoli offrono un possibile ma mai definitivo prolungamento del leggibile e fanno dell’opera una fonte di cui appropriarsi e da cui allontanarsi attraverso amplificazioni, spostamenti e sottrazioni. Lungi dall’esaurirsi a vicenda, disegno e pittura diventano dei centri di possibilità e di suggestioni infinite capaci, a loro volta, di essere continuati  dall’osservatore o ancora dal fruitore. La creazione artistica, pittorica o disegnativa, diviene così capace di dar forma, fornendone un esempio, a quella molteplicità che compone l’identità e che caratterizza la pratica artistica di Pericoli.
 
TullioPericoli (Colli del Tronto, 1936), è un artista e disegnatore italiano. Nel 1961, su spinta di Cesare Zavattini, si trasferisce a Milano, dove vive tuttora. Inizia a collaborare con Il Giorno con disegni che accompagnano racconti di Calvino, Levi, Gadda e Soldati. Negli anni successivi i suoi disegni compariranno sui più importanti giornali, italiani ed esteri. Nel 1984 inizia a lavorare presso La Repubblica, con la quale collabora anche oggi. Contemporaneamente la sua ricerca pittorica, che si era avviata all’inizio degli anni ’70 con la serie delle “geologie”, prosegue con un ciclo di opere che sfoceranno, nel 1980, nella mostra Rubare a Klee alla Galleria Il Milione a Milano. Il paesaggio diventa sempre più centrale nel suo lavoro: nel 1984 il volume Robinson Crusoe per la Olivetti segna una svolta e i disegni che lo compongono saranno esposti per la prima volta al PAC di Milano. Nel 1987, su committenza di Livio Garzanti, realizza, nella storica sede di via della Spiga a Milano, una pittura murale che racconta la vita della sua casa editrice e nel 1991 Milano gli dedica una importante mostra nella Sala delle Cariatidi a Palazzo Reale. I paesaggi della sua terra d’origine fanno da sfondo alle scene e ai costumi dell’Elisir d’Amore di Donizetti che reinventa totalmente per l’Opernhaus di Zurigo nel 1995 e nel 1998 per il Teatro alla Scala di Milano. Nel 2002 realizza le scene e i costumi de Il Turco in Italia di Rossini ancora per l’Opernhaus di Zurigo. Negli ultimi due decenni la sua attività si concentra sempre di più sulla pittura di paesaggio. Nel 2010 un’ampia esposizione presso il Museo dell’Ara Pacis di Roma dal titolo Lineamenti, propone una sintesi pittorica delle sue due principali forme d’espressione. L’ultimo dei molti libri pubblicati con Adelphi è il suo Arte e Parte uscito nel gennaio di quest’anno.
 
Palazzo Reale di Milano
Tullio Pericoli - Frammenti
dal 13 Ottobre 2021 al 9 Gennaio 2022
dal Martedì alla Domenica dalle ore 10.00 alle ore 19.30
Giovedì dalle ore 10.00 alle ore 22.30
Lunedì Chiuso 
fig. 1 Rubare a Klee 1980
fig.2  Collina con fiori 2021
fig. 3  Intrighi 2020
fig. 4 Franz Kafka 2017