Giovanni Cardone Aprile 2022
Se ne andato in punta di piedi un grande maestro l’Architetto e designer Riccardo Dalisi lo incontrato lungo il mio percorso professionale ed amicale tantissime volte, un artista completo con visione ironica di se stesso e degli altri, la sua vita è stata sempre dedicata ai giovani e in particolar modo a coloro che avevano un disagio, entrando nel suo studio di Rua Catalana  era come entrare in un mondo fiabesco dove tutti si potevano incantare vedendo le sua magnifiche opere. Nel 1981 venne premiato con il Compasso d’oro per il design della famosa caffettiera napoletana , come tutti noi ricordiamo usata da tantissimi artisti su tutti da Eduardo De Filippo nella commedia ‘Questi Fantasmi’.  Riccardo Dalisi è stata una personalità riconosciuta nell’ambito della progettazione, con le sue poliedriche creazioni, realizzate con  materiali “poveri”, come legno, cartapesta o latta, ha contribuito agli studi sulle tecniche artigianali e introdotto una poetica fiabesca e ironica nel design del prodotto. Parte integrante delle sue frenetiche attività dagli anni Settanta a oggi è un metodo progettuale basato sull’incessante e diretta reinvenzione delle forme e dei materiali, sia come mezzo di indagine storica, non filologica  ma esperienziale sia come momento creativo che partecipativo. Esempio ne è la stessa vicenda della ricerca, sulle origini, gli usi e la fabbricazione della caffettiera “a rovesciamento” condotto per otto anni nelle botteghe dei lattonai del Napoletano, producendo una quantità infinita di disegni, prototipi e sculture di personaggi-caffettiera. Un metodo certamente non canonico, percepito in un primo momento come caricaturale dai tecnici del design industriale. Le teorie di Riccardo Dalisi che si trasformavano in progetto di rigenerazione urbana e sociale realizzati ancora oggi, dichiarano la propria origine metodologica e poetica nelle teorie progettuali  della fine degli anni Sessanta e, in particolare, nelle esperienze di laboratorio urbano organizzate da Dalisi in quegli anni a Napoli, prima fra tutte quella con i bambini sottoproletari del Rione Traiano dal 1971 al 1974.  Riporto con piacere una mia intervista fatta al Maestro Riccardo Dalisi nel 2014:
G. C. : Maestro alla sua età che significa mettersi in gioco ?
R.D. : Mettermi in gioco alla mia età significa tanto perché io mi sento un fanciullo per me l’arte e un continuo scoprire , momenti nuovi e situazioni nuove. Per un periodo mi sono ispirato ad Alberto Giacometti e Henry Moore interiorizzando il loro percorso e in seguito farlo divenire mio, ed esprimerlo attraverso la mia arte.
 
G. C. : Maestro  lungo il percorso della sua carriera lei se è confrontato con tantissimi materiali perché ?
R. D. : Dopo aver dedicato la mia vita all’insegnamento e all’architettura ad un certo punto ho voluto confrontarmi con i materiali in particolar modo con il legno, l’alluminio, l’acciaio, il plexiglass, la ceramica e altri materiali che mi hanno portato ad un continuo confronto anche con i bambini ai quali insegno designer, poi mi soffermo e rifletto che sono loro che lasciano qualcosa a me.
 
 
G.CMaestro lei ha sperimentato, come suoi modelli di ricerca, il caos ed il disordine creativo. Quale esperienza ne ha tratto?
R. D.: L’esperienza del saper nuotare nel caos, nel caos del mare però, se non c’è questo mare, lì non posso nuotare. Quindi il caos è necessario? Si, occorre sperimentare tante cose in modo che si possa scegliere e si possa accrescere la propria esperienza. Molte cose che voi vedete oggi sono solo il punto d’arrivo di altre precedenti e poi le cose possono diventare qualcosa di diverso, suggerisco il riciclo e il recupero come spinta molto forte per l’invenzione. Io stesso spesso mi chiedo come posso utilizzare queste cose e trasformarle in altro?
G.C. :  Maestro la sua didattica ha spesso avuto come oggetto il recupero non solo dei materiali o degli oggetti, ma anche delle persone emarginate, l’arte ha quindi un ruolo educativo? 
R.D. :Si, ha un ruolo fondamentale,  e nel contempo l’arte ha una grande forza terapeutica.  Ha presente l’arte terapia? Ho visto dei ragazzi disabili danzare con ragazzi “normali” non si distinguevano. Il suo impegno nel sociale quanto le ha restituito come artista e come uomo? Mi ha fatto essere un po’più uomo.
G. C..: Maestro lei è tra gli artisti e designer che ha scelto di vivere e lavorare a Napoli e su Napoli non si è mai pentito di questa scelta?
R. D.: No, mai pentito. Certo, all’inizio come tanti miei amici che si sono trasferiti a Milano, che era un po’ il centro della cultura, ci ho pensato però poi ho scelto di vivere a Napoli perché Napoli ha una cultura eccezionale, qui c’è molta varietà di campi, c’è molta cultura popolare  ed è proprio questa cultura che mi ha spinto a pensare alla caffettiera  come qualcosa che si anima e che diventa tanti personaggi.
 
Biografia di Riccardo Dalisi
Nato a Potenza il primo maggio del 1931, fino al 2007 ha ricoperto la cattedra di Progettazione Architettonica presso la facoltà di Architettura dell’Università degli Studi Federico II di Napoli. Presso la stessa facoltà è stato direttore e docente della Scuola di Specializzazione in Disegno Industriale. Negli anni Settanta, assieme a Ettore Sottsass, Alessandro Mendini, Andrea Branzi e altri, è stato tra i fondatori della Global Tools, contro-scuola di architettura e design che riuniva i gruppi e le persone che in Italia coprivano l’area più avanzata della cosiddetta “architettura radicale” intorno alle riviste “Casabella” e “Spazio e società”. Le opere nate in quegli anni fanno oggi parte delle collezioni permanenti del Centre Pompidou di Parigi, del Frac Centre di Orléans e del museo Madre di Napoli. Da sempre impegnato nel sociale (resta fondamentale l’esperienza del lavoro di quartiere con i bambini del Rione Traiano, con gli anziani della Casa del Popolo di Ponticelli negli anni ’70 e, negli ultimi anni, l’impegno con i giovani del Rione Sanità di Napoli, del Centro territoriale Il Mammuth di Scampia e dell’Istituto penale per i minorenni di Nisida), ha unito ricerca e didattica nel campo dell’architettura e del design accostandosi sempre più all’espressione artistica come via regia della sua vita. Nella sua ricerca espressiva, che spazia nel mitico, nell’arcaico, nel sacro, i materiali poveri (ferro, rame, ottone) sono impiegati con amorevole manualità artigiana. Nel 1981 ha vinto il premio Compasso d’Oro per la ricerca sulla caffettiera napoletana. Negli ultimi trent’anni anni si è dedicato intensamente alla creazione di un rapporto sempre più articolato e fecondo tra la ricerca universitaria, l’architettura, il design, la scultura, la pittura, l’arte e l’artigianato, mantenendo al centro la finalità di uno sviluppo umano attraverso il dialogo e il potenziale di creatività che ne sprigiona. Nel 2009, dopo lunga ricerca preparatoria, ha presentato, in collaborazione con la Triennale di Milano e la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, la prima edizione del Premio Compasso di Latta, iniziativa per una nuova ricerca nel campo del design nel segno del sostegno umano, della eco-compatibilità e della decrescita. Nel 2014 ha vinto il secondo Compasso d’Oro per il suo impegno nel sociale. Mostre dedicate alla sua attività di architetto, di designer, di scultore e di pittore sono state allestite alla Biennale di Venezia, alla Triennale di Milano, al Museo di Denver, al MoMA di New York, alla Biennale di Chicago, al Museo di Copenaghen, al Museo di Arte Contemporanea di Salonicco, al Museo di Düsseldorf, alla Fondazione Cartier di Parigi, alla Pasinger Fabrik di Monaco, al Tabakmuseum di Vienna, alla Zitadelle Spandau di Berlino, a Palazzo Reale di Napoli, a Palazzo Pitti a Firenze, alla Basilica Palladiana di Vicenza,  Galleria di Lucio Amelio Napoli, al Castel dell’Ovo di Napoli, al Chiostro monumentale di Santa Chiara a Napoli, alla Reggia di Caserta.