Giovanni Cardone Febbraio 2024
Fino al 7 Aprile 2024 si potrà ammirare al Museo MA-GA  di Gallarate – Varese la mostra dedicata a Dadamaino a cura di Flaminio Gualdoni. Una retrospettiva dedicata a Dadamaino 1930 -2004 a vent’anni dalla sua scomparsa. Edoarda Emilia Maino una delle maggiori protagoniste dell’avanguardia del secondo Novecento, realizzata in collaborazione con l’Archivio Dadamaino, con il supporto di Galleria Arte Martinelli -Lodi, Miami Beach. In esposizione 80 opere che narrano le tappe fondamentali della carriera dell’artista milanese partendo dall’esordio della sua ricerca sulla pittura monocroma e sulla superficie spaziale della tela, avvenuto alla Galleria Prisma nel 1959, anno in cui Dadamaino abbandona l’informale per adottare quelle formulazioni astratte che caratterizzeranno tutta la sua evoluzione creativa. La rassegna prende avvio con l’importante ciclo dei Volumi, tele monocrome aperte su grandi perforazioni. È proprio nel 1959 che viene presentato il primo Volume, nella collettiva La donna nell’arte contemporanea alla Galleria Brera a Milano, che da subito rivela l’influenza di Lucio Fontana sul lavoro e sulle riflessioni concettuali ed estetiche di Dadamaino. In una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Dadamaino apro il mio saggio dicendo :  Eduarda Maino, in arte Dadamaino, ha fatto del concetto di annullamento della materia e della tensione verso il vuoto e lo spazio il fulcro di tutto il suo percorso artistico a partire dalla seconda metà del Novecento. Nata a Milano il 2 ottobre 1930, anche se sarà solita mentire sulla sua data di nascita, dichiarando come data ufficiale il 2 ottobre 19322, è l’unica figlia di Giovanni Maino, geometra del Comune di Milano e per il Genio Civile, e di Erina Saporiti, casalinga di origini russe. Dopo aver conseguito il diploma in studi classici, si iscrive alla Facoltà di Medicina all’Università degli Studi di Milano, dove riceverà la laurea qualche anno più tardi senza aver mai esercitato la professione. Sfortunatamente non sono molte le tracce documentarie e bibliografiche in merito ai suoi primi anni, ma è certo che nel periodo tra il 1940-1950 e il 1954-1955 circa la giovane Eduarda frequentasse le lezioni della Scuola d’Arte Applicata all’Industria del Castello Sforzesco, dove riceve una formazione più tecnica che artistica, basata soprattutto sulla pratica dell’incisione e delle tecniche grafiche. Parallelamente a tale attività, inizia a dipingere come autodidatta. Purtroppo, anche per quanto riguarda il suo esordio come pittrice non sono rimaste documentazioni esaustive in merito. Nella ricostruzione del periodo di formazione artistica di Eduarda Maino occorre tener fede a due fonti principali: da una parte la biografia redatta dalla stessa artista tra la primavera e l’estate del 1958 per la pubblicazione del catalogo “6 giovani pittori lombardi”, dall’altra invece una breve nota biografica e curricolare della scheda dattiloscritta inviata in data 20 giugno 1959 e richiesta espressamente da Palma Bucarelli per l’Archivio Bioiconografico della Galleria Nazionale di Roma. È fondamentale però sottolineare che tali fonti costituiscono delle testimonianze problematiche, in quanto entrambe sono state redatte e compilate dalla stessa Maino, e per questa ragione possono essere state soggette ad alterazioni e modifiche. Nei primi anni Cinquanta l’artista è attratta soprattutto dalla pittura figurativa e paesaggistica: dipinge ciò che conosce e vede intorno a lei, come ad esempio i vasi di fiori della madre, la quale è solita acquistare quasi tutti giorni per decorare e arredare la casa. Sarà proprio questo episodio, ovvero il periodo dei vasi di fiori, a definire questo suo primo approccio e ciclo artistico. In un’intervista rilasciata alla storica e critica dell’arte Rachele Ferrario per la rivista “Flash Art” nel 1994, Dadamaino dichiarerà in merito a tale periodo di non essersi mai relazionata con convinzione al figurativo: “Compravo dei cartoni telati e colori ad olio e copiavo i fiori che comprava mia madre. I miei quadri raffiguravano questi fiori dentro al vaso appoggiati su un tavolo, ma il tavolo occupava tutta la tela, il vaso quasi tutta l’altra metà e i fiori erano tutti in cima schiacciati contro i bordi. Era veramente un pastrocchio dal quale non riuscivo ad uscire, non si vedeva niente. Quando passavo dai negozi di via Dante dove vendevano paesaggi e nature morte, pensavo a quanto erano belli e che non sarei mai riuscita a fare un solo quadro come quelli”. Come si evince dalle sue parole, in questi suoi primi anni Maino intende imparare a fare la pittrice, ma essendo un’autodidatta deve prima impararne i linguaggi e gli strumenti effettivi, inoltre le sue conoscenze scolastiche della storia dell’arte erano insufficienti per permetterle di sperimentare oltre il figurativo. Il passaggio all’arte astratta e l’avvicinamento all’Informale avvengono sempre grazie ad un episodio puramente casuale, tra il 1952 e il 1953. Passando con il tram in Piazza Cordusio, l’artista rimane fortemente colpita da un Concetto Spaziale (di colore blu e viola con i lustrini) di Lucio Fontana, esposto in un negozio di elettrodomestici all’angolo tra la piazza e Via Broletto. Tale dipinto suscita nella donna un’emozione così forte ed intensa al punto da farla scendere di corsa dal mezzo che la stava conducendo al suo studio, al fine di osservare il dipinto. In merito all’accaduto Dadamaino racconterà che in quel preciso istante non era in grado di comprendere esattamente che cosa stesse succedendo e che cosa potesse significare il quadro, ma le era del tutto chiaro che ciò poteva significare “un qualcosa di assolutamente nuovo, di straordinariamente intenso” e per questa ragione doveva assolutamente assorbirne le conoscenze. Questo incontro fortuito, ma al tempo stesso decisivo con Fontana e lo Spazialismo, porterà l’artista a creare e sviluppare un proprio linguaggio artistico personale, iniziando così la sua carriera come pittrice nella storia dell’arte contemporanea italiana della seconda metà del Novecento. Nel 1956 esordisce ufficialmente nel mondo dell’arte, esponendo i suoi primi lavori astratto-informali al Premio di pittura “Cesare da Sesto” a Sesto Calendo in provincia di Varese.  Nell’ottobre dello stesso anno inoltre espone alla collettiva “Giovani pittori lombardi” alla Galleria Totti, gestita da Adriano e Liselotte Totti in via Camperio 10 a Milano. All’epoca questa galleria era particolarmente attenta alla ricerca di giovani artisti e alla promozione delle nuove forme pittoriche, inoltre proprio durante la mostra inaugurale di Agostino Bonalumi nel 1956, conoscerà Piero Manzoni, con il quale negli anni seguenti instaurerà un profondo legame artistico e di amicizia. Le ricerche documentarie e bibliografiche, confermano che l’artista frequentasse già a partire dal 1956 questa galleria, poiché era molto amica di Maria Papa Rostowka, scultrice polacca e pioniera della lavorazione del marmo nella Versilia degli anni Sessanta. Tale supposizione sembra essere inoltre convalidata dalle fotografie pubblicate recentemente nel volumetto Dadamaino – Maria Papa Rostowska, le quali rappresentano l’artista con una frangia giovanile a una mostra collettiva presso la Galleria Totti il 13 ottobre 1956. Sfortunatamente però da queste immagini non è possibile identificare chiaramente le opere dell’artista. Unica e fedele testimonianza di quell’anno pare essere Senza Titolo, olio su tela, probabilmente identificabile a Forme Lacustri, ovvero l’opera presentata al Premio “Melzo” il 24 aprile 1958 e al XII Premio “Michetti” dello stesso anno, il quale apporta la firma “Maino 56” in basso a sinistra. Il 4 aprile 1957 partecipa invece alla “Prima Mostra dell’autoritratto” al Circolo della Stampa a Palazzo Serbelloni, iniziativa organizzata dalla Galleria del Grattacielo di Enzo Pagani, la quale prevedeva che ogni artista, di qualunque tendenza o età, inviasse un autoritratto di 30 x 40 cm.10 Per questa occasione Eduarda Maino espone un suo autoritratto, datato in basso a sinistra “Maino 57”, il quale risente ancora dell’influenza figurativa. Analizzando il dipinto, esso pare non costituire un’opera provocatoria o di rottura (come lo saranno i Volumi del 1958), ma ciò che colpisce è sicuramente la sua atmosfera tipicamente intimista, ovvero la scelta di una pittura di luce e dai toni chiari. Lo sfondo è colorato e indefinito da cui pare emergere un volto femminile elegante dai grandi occhi chiari, naso aquilino e labbra rosse carnose. Dadamaino non è la sola a partecipare a tale evento: come riporta il giornalista Borghese nell’articolo del “Corriere della Sera” saranno infatti circa trecento gli artisti, sia italiani che stranieri, donne e uomini, tra cui Enrico Baj, Roberto Crippa, Lucio Fontana e Piero Manzoni ad esporre. Grazie a tale partecipazione inizierà inoltre a frequentare assiduamente i luoghi e gli artisti dell’avanguardia milanese degli anni Sessanta, soprattutto Fontana, Manzoni ed Enrico Castellani, i quali erano soliti incontrarsi in Brera tra il bar Jamaica, il bar Geni’s o alla trattoria dell’Oca d’Oro in via Lentasio, dove oltre a bere e mangiare insieme, discutevano animatamente le loro idee e opinioni sull’arte. Soprattutto con Piero Manzoni, Dada, soprannome conferitole dallo stesso Lucio Fontana, stringerà una profonda amicizia. La pittrice infatti lo stimava e lo considerava un grande artista, inoltre era rimasta molto affascinata dalle sue opere così provocatorie e ambiziose. Entrambi condividevano la stessa visione e voglia di cambiare il mondo, di stravolgere la pittura e di rivoluzionare il modo di fare arte. La fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta segna infatti la fine di quell’energia espressiva autobiografica, piena di colore e materia tipica dell’Informale e dell’atteggiamento di smarrimento esistenziale tipico degli artisti delle Avanguardie, causato principalmente dall’esperienza della Seconda Guerra Mondiale. Questa nuova generazione di artisti intende svincolarsi totalmente dalla tradizione accademica e conquistare la libertà dalla pittura, attraverso la ricerca di nuovi mezzi e strumenti al fine di comunicare al pubblico la propria visione, e soprattutto un nuovo messaggio. Per Castellani vi è un bisogno di assoluto nell’arte, il quale però non può essere raggiunto attraverso i mezzi tradizionali della pittura, mentre Manzoni, ancora più radicale, asserirà che oramai nell’arte non c’è più nulla da dire, ma solamente essere, ovvero vivere. Tra il 29 aprile e il 17 maggio 1957 Dadamaino espone alla “Mostra nazionale di arti plastiche e figurative” presso la Galleria Il Calderone di Via Padova 1 a Roma, e in quell’estate vince diversi premi tra cui il Premio “Melzo”, il “Premio per il paesaggio brianzolo” e nuovamente il Premio “Cesare da Sesto”. Per quest’ultimo purtroppo non è rimasto alcun catalogo, ma leggendo il verbale della commissione, conservato oggi nell’Archivio Comunale di Sesto Calende si registra la presenza dell’artista con l’opera dal titolo Composizione. Nella stessa edizione, tra i settanta artisti, si ricorda il giovane Agostino Bonalumi, il quale espone anche lui una Composizione. Come già evidenziato in precedenza, l’artista aveva esordito nel mondo dell’arte due anni prima presso la Galleria Totti. Analizzando le fonti e incrociando tali dati risulterebbe quindi confermata la conoscenza tra Maino e Bonalumi e che la partecipazione di entrambi al Premio “Cesare da Sesto” nell’estate del 1957 costituirebbe un seguito alla loro amicizia. Sfortunatamente non è rimasta alcuna traccia delle opere esposte a Sesto Calende, ma già dal titolo del dipinto di Maino è possibile evincere che questo alluda ad un quadro astratto-informale. Nel 1958 la partecipazione di Dada a collettive e premi di pittura si infittisce ulteriormente. Il 31 maggio, ad esempio, viene inaugurata la bipersonale “Maino Dada, Pivetta Osvaldo” al Circolo di Cultura di via Boito 7 a Milano. Nell’agosto dello stesso anno, invece, grazie all’amicizia con Manzoni, espone alla collettiva “Cuneo, Maino, Martelli, Mazzon, Pivetta” al Circolo degli Artisti di Albisola, dove conosce anche Enrico Baj, con cui aveva già esposto nel 1957, e Wilfredo Lam. Sempre grazie alla mediazione di Manzoni nel settembre del 1958 l’artista partecipa ad un’altra mostra collettiva alla Galleria il Prisma. Anche in questa occasione Dadamaino espone assieme a diversi protagonisti dell’arte milanese del tempo, tra cui Gianfranco Aimi, Maurizio Galimberti, Franco Brandeschi, Rodolfo Aricò, Gianni Colombo, Mauro Reggiani, Gino Carrera e Luca Pignatelli. È importante sottolineare questa sua partecipazione alla Galleria il Prisma, in quanto in quella stessa galleria, nel febbraio del 1958, si era svolta la mostra “Manzoni, Castellani, Bonalumi”, un evento molto importante per la storia dell’arte contemporanea, in quanto segnerà l’inizio della breve, ma intensa stagione di Azimut/h, rivista e galleria omonima gestita da Piero Manzoni ed Enrico Castellani. Attorno a tale fenomeno si svilupperà un’esperienza artistica di grande sperimentazione, che porterà a rivoluzionare e stravolgere radicalmente il modo di fare arte, andando al di là della superficie pittorica. Dadamaino aderirà in parte e mai esplicitamente a questo gruppo, ma la frequentazione dei suoi componenti la porteranno ad esporre in tutta Europa ed ottenere il successo e riconoscimento internazionale negli anni successivi.
Veniamo ora ad esplicitare quella che fino ad oggi è considerata la prima mostra personale dell’artista a Milano. Dalle fonti emerge che Maino organizza la sua prima personale presso la Galleria dei Bossi, spazio poco conosciuto all’epoca e di cui sfortunatamente non rimangono tracce documentarie in merito. Nella biografia del 1958 Maino riporta: “nel maggio del 1958 ha allestito una mostra a Milano”, non specificando alcun luogo o data precisa. Nella scheda inviata a Bucarelli però compare tale dicitura: “31.5.58 Milano, Circolo di Cultura, mostra con un altro pittore”. Tra i documenti e gli articoli inviati dall’artista all’Archivio Bioiconografico di Roma compare infatti anche un pieghevole di invito di questo evento , inaugurato sabato 31 maggio 1958 alle ore 18 presso il Circolo di Cultura di via Boito 7, prosecuzione di via dei Bossi, nel cuore di Brera. Questo documento rivela delle informazioni molto interessanti: in primo luogo la mostra non risulta essere una personale dell’artista, ma un’esposizione doppia con Osvaldo Pivetta, altro pittore e allora suo fidanzato, inoltre si evince che il nome “Galleria dei Bossi” non costituiva una vera e propria galleria d’arte, bensì un circolo culturale, noto agli artisti con tale nome e aperto tutti i giorni dalle ore 16 alle 22. Per quanto riguarda invece la composizione grafica del pieghevole dell’invito, esso reca diversi segni neri e nuclei su uno sfondo di colore bianco, molto simile ad una costellazione di punti. Questa infinità di segni sembra un’anticipazione del successivo e omonimo ciclo degli anni Ottanta di Dadamaino. Sempre in questa nota vi è un testo critico a cura del critico Enotrio Mastrolonardo, il quale seguirà il primo periodo di Maino. Esso riporta tale affermazione: “Attraverso una ricca variazione e differenziazione di indirizzi e atteggiamenti aventi in comune solo il rifiuto totale del vero visibile e la libertà assoluta dei mezzi d’espressione, Dada Maino e Osvaldo Pivetta vivono una esperienza condivisa da tanti altri giovani. Anche la loro pittura è fatta di sperimentazioni, di prove, di tentativi sempre più diretti e meno casuali, sempre più consapevoli e sicuri, nell’aspirazione di riuscire a recare un proprio contributo alla ricerca comune, allo spirito antirazionale dell’arte attuale sorta in ribellione alla bellezza classica. Dada Maino, che è giovanissima, ha un senso fluido, quasi acquatico della forma, che essa tende a rompere con squarci improvvisi che ne dilatano i contorni in uno spazio di luce, dove il colore accende sottili modulazioni sui rossi, verdi, azzurri, viola, blu, neri”.In assenza di documentazione su tale produzione è possibile solamente supporre che questa produzione artistica si costituisse di lavori astratto-informali, dalle linee sinuose e fluide, interrotte da squarci di luce, le quali dilatando la composizione, creavano zone di luce dalle infinite modulazioni cromatiche. In questo ciclo è possibile inoltre denotare due elementi anticipatori della pittura di Maino: da un lato gli squarci sembrerebbero anticipare i futuri buchi dei Volumi che l’artista creerà qualche anno più tardi, mentre le linee fluide diverranno una costante negli anni Settanta con la riscoperta del segno e la sua scrittura della mente. Finalmente il 27 aprile 1959 alla Galleria il Prisma di Milano Eduarda presenta la sua prima ed effettiva mostra personale, curata sempre da Enotrio Mastrolonardo. Sfortunatamente ad oggi non sono rimaste numerose documentazioni sul tipo di opere esposte, ma grazie alla testimonianza dell’uomo è possibile ricostruire brevemente tale momento. Il critico, riferendosi ad Erosioni, ciclo di opere esposte, scrive che risentono ancora di una forte ispirazione informale, ovvero le linee e le incisioni delle opere sembrano dispiegarsi sulla tela e penetrare nel colore. Tale serie non sembra però soddisfare pienamente l’artista a causa dei diversi riferimenti naturalistici che affiorano sulla tela. Questa insoddisfazione, sentimento centrale per lo sviluppo della sua produzione artistica, spingerà Maino ad una nuova ricerca di materia e cancellazione della forma e del colore. Vi è un piccolo aneddoto da ricordare in merito alla personale organizzata alla Galleria Il Prisma. Nella copertina dell’invito-catalogo della mostra dell’aprile 1959  viene riportato solamente il cognome “Maino”; molti degli amici del Bar Jamaica e di Brera infatti conoscevano l’artista solamente come “Dada” e per tale ragione all’inaugurazione non parteciparono, in quanto non erano riusciti a ricondurre tale nome all’artista. Per rimediare Dadamaino decide quindi di organizzare un secondo evento venerdì 8 maggio 1959.
Questa seconda inaugurazione sarà un vero e proprio successo, sia per la critica che per il pubblico. Studiando l’invito stampato su carta marrone, si denota un approccio comunicativo neo-dadaista ermetico e di stampo manzoniano che riporta la seguente frase: “Venerdì 8 maggio sarò lieta di offrire, presso la Galleria Il Prisma, alla mia mostra, vino bianco, pane e, poiché è venerdì, pesce di riserva sul Ticino, appositamente pescato per l’occasione. L’attendiamo con gli amici alle ore 18”. Nota particolare del seguente invito-catalogo è la scelta di pubblicare un ritratto di Dadamaino risalente alla mostra precedente presso la Galleria Totti del febbraio 1959, dove indossa una giacca cinese e fuma una sigaretta. Anche in questo caso il testo è curato da Mastrolonardo, il quale sottolinea l’improvviso cambiamento pittorico. Egli evidenzia il passaggio dallo stile cromatico e informale ad uno più e rigoroso: “Dada Maino, avvertito dunque il pericolo di cadere in una organizzazione prefabbricata della pittura non figurativa, è saltata coraggiosamente oltre i limiti didattici, dentro un clima culturale più vivo e libero, dove la sua intelligenza artistica avrebbe certo avuto maggiori possibilità di captare stimoli e motivi rispondenti alla sua carica interiore. Ridotta la sua pittura ad uno spazio pittorico puro e rigoroso Dada Maino vuole ora riempirlo con una sua presenza spirituale, che se attraverso il libero gioco della fantasia e la dialettica istintiva della linea, sembra aver perso il senso della realtà per l’assoluta indipendenza da una qualsiasi raffigurazione oggettiva, rivela, soprattutto un profondo significato umano”. In uno spazio puro e rigoroso di tendenza monocromatica, l’artista sovrappone materia e traccia un segno sulla tela, come tentativo di uscire dalla tendenza informale e rimettere così totalmente in discussione la pittura e tutto il modo di fare arte. Riassumendo, i primi anni di attività come pittrice, ovvero il periodo tra il 1956 e il 1959, si orientano soprattutto su uno stile astratto-informale ed è possibile individuare dei brevi cicli, come ad esempio, il ciclo astratto-naturalistico, quello materico-naturalistico, un altro segnico-materico ed infine quello monocromosegnico-materico, tutti disconosciuti in seguito da Dadamaino. Nei suoi primi anni inoltre nelle diverse collettive e personali è possibile denotare differenti denominazioni impiegate: spesso infatti l’artista firma le proprie opere e viene presentata agli eventi come Eduarda Maino, Dada Maino, o solamente con il suo cognome; sarà solo a partire dal 1961, a causa di un errore di stampa, che l’artista utilizzerà ufficialmente e solamente il nome Dadamaino tutto attaccato. Per me è interessante e da sottolineare è il cambiamento che avviene nei primi anni Sessanta, quando Dadamaino decide di abbandonare completamente l’uso del colore ed utilizzare solo il bianco e nero nella realizzazione delle sue opere. A partire dal 1958 infatti crea il suo ciclo più importante per cui ancora ad oggi è nota in tutto il mondo, ovvero i Volumi, rettangoli di tela monocroma tagliata dai rimandi spazialisti. Essi sono forse uno dei suoi cicli più famosi di tutta la sua carriera, i quali saranno sfortunatamente e ampiamente falsificati ed imitati dopo la sua morte. I Volumi rappresentano il risultato finale di un lungo percorso di studio, assimilazione e rielaborazione del linguaggio dei Concetti Spaziali di Lucio Fontana. Costituiti da buchi ovali o ovoidali, essi sembrano rimandare a delle concentrazioni luminose, realtà volumetriche, o come li definirà la storica dell’arte Elena Pontiggia nella biografia personale dell’artista, delle “inconsce cavità uterine”. Essi si presentano in diverse maniere ed hanno differenti declinazioni: con unico spazio vuoto, con due orbite vuote molto simili ma orientate diversamente, ed infine due vuote di proporzioni diverse. La tela è grezza o dipinta di colore blu opaco, nero o bianco. I Volumi vengono esposti ufficialmente per la prima volta il 18 dicembre 1959 durante la collettiva “La Donna nell’arte contemporanea”, organizzata da Violetta Besesti alla Galleria Brera in via Brera 14. Questa mostra natalizia, allestita nella nuova casa d’aste milanese, nasce per rimediare ad un articolo di Michele Serra, pubblicato su una colonna del “Corriere della Sera”, il quale illustrava i diversi campi produttivi ed industriali a cui la donna aveva sostituito maggiormente l’uomo. Da tale inchiesta era sorta una polemica, poiché erano state escluse le arti figurative e la musica. Per tale ragione nasce l’esigenza di riparare a questo danno, organizzando una mostra totalmente al femminile, a cui partecipano nomi molto importanti del mondo dell’arte e della letteratura, tra cui Helène de Beauvoir, sorella di Simone e cognata di Jean Paul Sartre, Livia de Kuznik, nipote di Giovanni Papini, Giuditta Scalini, moglie di Massimo Campigli, e artiste emergenti, ma molto attive nell’arte contemporanea, tra cui la stessa Dadamaino, Carla Accardi e Maria Papa Rostowska. Purtroppo, dalle fonti non emerge quale Volume l’artista abbia esposto, tuttavia, grazie alla recensione di Mario Monteverdi, pubblicata sul “Corriere Lombardo” il 31 dicembre 1959 in cui il critico prende come esempio proprio l’opera di Dadamaino, è possibile avere la conferma che si tratti di questo ciclo. Dopo quattro giorni da questo evento, Dadamaino esporrà anche alla collettiva della Galleria Azimut in via Clerici, assieme a Giovanni Anceschi, Davide Boriani, Gianni Colombo, Gabriele Devecchi, Enzo Mari, Manfredo Massironi e Alberto Zilocchi. Sfortunatamente ad oggi non sono rimaste tracce o fotografie da cui poter dedurre il tipo di opere esposte. Le fonti sembrano anche confermare che Maino tra il 1959 e il 1969 partecipi attivamente a tutte le attività di Azimut , esponendo i Volumi e conoscendo i più importanti protagonisti della scena artistica internazionale, tra cui il Gruppo Zero, attivo in Germania, il Gruppo Nul olandese e il Gruppo GRAV francese, con cui negli anni a seguire esporrà insieme in alcune mostre internazionali. Con questo ciclo di opere Dadamaino si interroga e analizza in maniera approfondita la concezione di azzeramento dell’arte, un atteggiamento molto simile e in accordo con le ricerche artistiche di Piero Manzoni ed Enrico Castellani. L’azione di Dadamaino con i suoi Volumi è però il proseguimento e risultato finale del percorso di annullamento della superficie intrapreso già da Fontana con le sue Concezioni Spaziali dei Tagli e dei Buchi. Rifiutandosi di misurarsi con le forme tradizionali della pittura, Eduarda intende mostrare al pubblico e al mondo dell’arte nuove realtà. Con il gesto di negazione e di eliminazione, svuota la tela e la materia, creando un vuoto, il nulla, un passaggio verso l’infinito. Questo vuoto però non deve essere inteso in una maniera o accezione negativa, in quanto deve essere riempito da un qualcos’altro, dalla non-forma, dallo spazio e l’infinito. A partire dagli anni Sessanta rielabora e riflette continuamente sul ciclo dei Volumi fino a giungere ai Volumi a moduli sfasati, fogli di plastica trasparente dai chiarori di cera, forati da una piccola punteggiatura. Essi costituiscono dei piccoli fori ottenuti con una fustella, e rappresentano la reazione personale dell’artista all’Informale, ovvero a quell’arte impulsiva, autobiografica, fatta di gesti irripetibili e carichi di sentimentalismi. La sua è una ricerca in senso contrario, ovvero di un’arte oggettiva, automatica, che nasce da gesti controllati quasi impersonali. I Volumi sembrano preannunciare la volontà di Dadamaino di quel suo studio verso un infinito e un azzeramento della materia e del colore che negli anni e nei cicli successivi andrà pian piano a delinearsi sempre più chiaramente. Gli anni Sessanta rappresentano per Dadamaino gli anni più significativi ed importanti per il suo successo nel mondo dell’arte e della sua produzione artistica. In questi anni prosegue il discorso di azzeramento e annullamento della materia, già precedentemente anticipato con i Volumi. In questa occasione però i tagli vengono ulteriormente rivisitati e razionalizzati. Essi non sono più larghi ed irregolari da far quasi intravedere il telaio oltre la tela, ma divengono dei buchi di forma circolare dalle dimensioni variabili, disposti con una simmetria programmata e regolare. Nel 1960 la collaborazione di Dadamaino con Piero Manzoni si fa sempre più viva ed intensa; nell’agosto di quell’anno infatti l’artista partecipa ad un’altra collettiva ad Albisola Mare, ovvero “Castellani Maino Manzoni Pisani Santini” al Circolo degli Artisti, circolo a cui aveva già esposto le sue opere nel 1958. Nell’autunno dello stesso anno espone inoltre alla mostra “Sculture tascabili, componibili, trasportabili, istantanee” presso la Galleria Trastevere di Roma sempre con Piero Manzoni, Santini, Agostino Bonalumi, Alberto Biasi e Manfredo Massironi. Il 1aprile 1961 a Milano Eduarda partecipa all’ennesima collettiva, ovvero “Come i pittori vedono i critici”, alla Galleria Montenapoleone con altri settanta pittori. In questa occasione l’artista propone un ritratto molto divertente di Giorgio Kaisserlian, famoso critico d’arte italiano di origine armena molto vicino al Movimento Spazialista di Fontana. Nel maggio del ‘61 invece viene organizzata un’altra sua personale a Padova nello spazio espositivo del Gruppo N in cui propone al pubblico per la prima volta i Volumi a moduli sfasati, fogli di Rhodoid fustellati a mano, disposti a poca distanza li uni dagli altri con lievi sfasature. Essi rappresentano la conseguenza e il proseguimento avviato già con i primi Volumi e costituiscono il suo terzo ciclo. A differenza dei primi Volumi, nei Volumi a moduli sfasati i fori si fanno sempre più piccoli e volumetrici e la superficie è composta da materiali sintetici, come ad esempio la plastica, la quale permette attraverso giochi percettivi ed effetti ottici di assorbire lo sguardo dell’osservatore e creare continuamente stati mutevoli ed immagini in movimento. Con i Volumi a moduli sfasati pare quasi impossibile fissare un unico punto di vista, poiché Dadamaino azzera ogni gerarchia spaziale possibile. Sembra quasi voler generare un’ambiguità, un mistero, il quale però non è dovuto dal gioco e dall’effetto ottico della tela, ma dall’osservazione e dalle modalità in cui lo spettatore guarda l’opera. Lo sguardo e le emozioni coinvolte in questo processo costituiscono quindi i due elementi principali da indagare, sia da parte dell’artista che dello spettatore. Nel medesimo periodo lavora anche ai Rilievi, quarto ciclo molto importante, composto da una serie di tavolette di plexiglas, fogli di Rhodoid o cartoncino, i quali vengono tagliati in sottilissime lamelle di dimensioni scalari identiche. Questi materiali, in quanto ricettivi, se esposti alla luce, creano un movimento e dei giochi di chiaroscuro molto interessanti e dinamici. Il 21 agosto 1961 nasce ufficialmente il Gruppo Punto, movimento fondato dalla stessa Dadamaino, Antonio Calderara, Nanda Vigo, Kengiro Azuma, Hsiao Chin e Ll Yuen-Chia, che trae ispirazioni dagli insegnamenti e dalle ricerche dello Spazialismo. Lucio Fontana in persona scriverà una frase, la quale costituirà l’essenza dello spirito e degli ideali del gruppo che capire la condizione di finito nell’infinito è intuire nella realtà di pensiero. Verrà inoltre redatto e sottoscritto un manifesto, il quale può essere riassunto in quattro punti principali: 1. Superare il ricordo per affidare all’idea la nostra ansia di esprimerci. 2. Affermare uno spazio che è dimensione spirituale per definire la misura della nostra necessità. 3. Realizzare ordine, armonia, equilibrio, purezza: l’essenziale. 4. Data la condizione di finito nell’infinito, nella realtà dello spirito trovare la verità dell’essere. L’anno seguente per Maino rappresenta l’inizio del suo successo anche a livello internazionale. Ella partecipa infatti a diverse mostre ed eventi internazionali, come ad esempio alla collettiva Accrochage 62 ad Arhem in Olanda, dove conosce Henk Peeters del Gruppo Nul, o alla sua personale “Maino. Monochrome Malerei”, curata da Walter Schonenberger della Galleria Senatore di Stoccarda. Questa sua ultima partecipazione costituisce il primo evento internazionale totalmente dedicato a lei, a cui negli anni ne susseguiranno molti altri, inoltre proprio in questo episodio vengono esposte le sue opere più significative realizzate dal 1959 al 1962, tra cui i Volumi, i Volumi a moduli sfasati ed i Rilievi. Per quanto riguarda invece le esposizioni con il Gruppo Punto, di cui Eduarda è coordinatrice e curatrice, è importante ricordare la mostra “Punto 2” presentata al Palacio de la Virreina a Barcellona, dove si aggiungono nuovi artisti al movimento, tra cui Bartolomé Bolognesi, Jurgen Fischer, Getulio Alviani, Julio Le Parc, Morellet e molti altri. Grazie all’enorme successo ottenuto da questa esposizione, la mostra sarà in seguito trasferita a Madrid nell’ottobre dello stesso anno per essere presentata al Museo d’Aste. Per questo evento si aggiunsero anche gli artisti del Gruppo N di Padova. Dadamaino coordinerà anche un’altra mostra del movimento, ovvero “Punto 3” ad Albisola Mare presso la Galleria La Palma, in cui però la partecipazione degli artisti sarà assai più ristretta.  Nonostante il successo delle due mostre del 1962, a partire dagli anni successivi Maino deciderà di non partecipare più alle mostre del Gruppo Punto. Nel 1963 vi è da ricordare “Arte Programmata” alla Galleria La Cavana di Trieste, mostra curata da Umbro Apollonio e Getulio Alviani, in cui l’artista espone un Rilievo su cartoncino. Sempre nello stesso anno partecipa a “Zero. Der neue Idealismus” presso la Galleria Diogenes di Berlino e cura “Oltre la pittura. Oltre la scultura. Ricerca d’arte visiva”, mostra della Galleria Cadario di Milano, dove espongono oltre a lei anche Adrian, Anceschi, Colombo, Equipo 57, Julio Le Parc, Morellet, Bruno Munari, il Gruppo N e Grazia Varisco. Per questo evento Bruno Munari curerà la locandina dell’evento e verrà inoltre pubblicato un catalogo al cui interno saranno inseriti degli interventi di alcuni intellettuali vicini alle nuove ricerche visuali, tra cui Umbro Apollonio, Guido Ballo, Gillo Dorfles ed Umberto Eco. Per tale occasione Dadamaino espone un’opera appartenente al ciclo dei Volumi a moduli sfasati. Nel 1963 l’artista prende parte anche alle due rassegne biennali simbolo del movimento cinetico del tempo, ovvero la Biennale di San Marino, curata da Giulio Carlo Argan e la Nove Tendencije di Zagabria, e assiste all’assemblea generale Nouvelle Tendance presso lo studio di GRAV di Parigi, diventando così un membro del movimento cinetico europeo. Sarà proprio grazie a questa sua nuova adesione che Dadamaino creerà un nuovo ciclo di opere, ovvero gli Oggetti ottico-dinamici, piastrine di alluminio tese su fili di nylon, le quali generano effetti ottici differenti, e gli Oggetti ottico-dinamici indeterminati, anelli di metallo speculari di grandezze differenti, i quali poggiano su un piano circolare a righe bianche e nere illuminato dall’alto e messo in movimento grazie ad un motore collegato. Entrambi sono presentati al grande pubblico per la prima volta alla mostra di Nouvelle Tendance tra aprile e maggio 1964. A metà degli anni Sessanta Maino lavora anche alle Spirali rotanti, serie di anelli sovrapposti con lamelle inserite ad incastro. In questo ciclo l’artista impiega diversi materiali per le lamelle, tra cui ottone cromato, acciaio inossidabile, alluminio anodizzato o bagno di vernice fluorescente e plexiglas. Anche questa volta come per i Volumi a moduli sfasati sceglie dei materiali conduttori di luce per creare degli oggetti artistici fatti di movimento e luce. Nel gennaio 1965 viene invitata dall’artista Megert e dalla gallerista Aellen ad esporre alla Galleria Aktuell di Berna, dove vende due Oggetti ottico-dinamici a 480 franchi svizzeri ed espone inoltre i Volumi a De Nieuwe Stijl alla Galleria De Beige Bij di Amsterdam. Tra settembre e ottobre 1966 prende parte a “Pittori di oggi in Lombardia”, evento tenutosi prima a Villa Olmo a Como ed in seguito alla Pinacoteca Civica di Lissone. È importante ricordare questo episodio in quanto Dadamaino presenta un’opera inedita, ovvero un Oggetto cinetico spettrocolore, dove la base dell’opera non è più monocroma di colore bianco nero, ma a righe bianche e colorate. In questo stesso periodo la ricerca artistica di Maino si trasforma e cambia strada, aprendosi all’uso del colore e a nuove ricerche, le quali verranno poi sintetizzate a partire dal 1967, anno in cui progetterà una serie di cento tavolette denominate Ricerca del colore. Nel dicembre 1966 espone alla mostra natalizia “Il gioco degli artisti” presso la famosa Galleria del Naviglio di Milano e nel gennaio 1967 invece alla Galleria del Cenobio. Purtroppo, ad oggi non sono rimaste tracce presso l’Archivio Storico delle mostre della Galleria del Naviglio di tale partecipazione. Nel 1968 interviene alla II Biennale Internationale de la Gravure di Cracovia e al II “Premio Internazionale d’arte Acireale Turistico Termale”, in cui mostra per la prima volta un Progetto per un ambiente, per cui sarà anche premiata con il primo premio al Premio “Biennale di Pittura Passignano sul Trasimeno”. Per tutta la sua carriera Dadamaino vive e rielabora le tematiche e le tendenze artistiche attorno a lei, ad esempio, verso la fine degli anni Sessanta si interessa all’arte ambientale o Environment Art, ovvero a quel movimento artistico in cui l’artista e l’opera d’arte stessa si confrontano direttamente e attivamente con l’ambiente e lo spettatore. Il 21 settembre 1969 alle ore 21, durante “Campo Urbano”, manifestazione organizzata da Lucio Caramel tra le vie e le piazze di Como, realizza Illuminazione fosforescente automotoria sull’acqua, opera ambientale, in cui l’artista disperde sulla superficie del lago mille tavolette di polistirolo ricoperte di vernice fosforescente, le quali a luci spente emettono luminosità e riflessi. L’obiettivo e il messaggio da trasmettere di quest’opera era secondo Dadamaino quello di riportare la gente al lago, ovvero di far riscoprire il luogo naturale allo spettatore e riproporlo in una chiave diversa. Sempre nel 1969 Dada partecipa a “Plastic Research”, mostra organizzata da Marina Apollonio e Vittorio Meneghelli alla New Goddman Gallery di Johannesburg in Sud Africa. Delle nove opere esposte riesce a venderne solamente una, Disegni colorati per la somma di 20.000 £.24 Altro progetto interessante e da ricordare, appartenente alla fine degli anni Sessanta, è Environnement luminoso-cinetico, ulteriore opera ambientale, creata appositamente per la Place du Chatelet di Parigi durante il concorso indetto da Frank Popper, storico e teorico dell’arte ceco, il quale aveva istituito un concorso di opere ambientali da collocare nelle piazze e lungo le vie della capitale francese. In conclusione, gli anni Sessanta costituiscono per Dadamaino forse gli anni più importanti della sua carriera e per lo sviluppo della sua ricerca artistica, in quanto nell’arco di solo dieci anni ella è stata in grado di sperimentare e attraversare diverse fasi e tendenze, facendosi apprezzare come artista di successo non solo nel panorama milanese, ma anche a livello internazionale. Gli anni Settanta costituiscono per Dadamaino un momento di crisi creativa, ma al tempo stesso di forte cambiamento e riscoperta. Agli inizi del 1970 Dadamaino compie degli studi sistematici sul colore, dai quali ne scaturirà il ciclo di opere Ricerca del colore, composizioni su tavole in legno in cui utilizza i sette colori dello spettro, ricercandone tutte le variazioni cromatiche, tali da creare un’illusione ottica dinamica di forma tridimensionale. Sempre nello stesso anno, lavora anche ai Fluorescenti, strisce di plastificato fluorescente su tavola dalle grandezze differenti che vanno dall’alto verso il basso, le quali attraverso la luce di Wood oppure mossi con un ventilatore o le mani permettono un’esperienza cromo-tattile cinetica allo spettatore. Questi anni però sono soprattutto segnati dal suo impegno politico e proprio a causa di tale attività e responsabilità che le sue mostre e le partecipazioni ad eventi espositivi diminuiscono fortemente. Eduarda è attirata da questo nuovo mondo e si avvicina ai gruppi extraparlamentari di sinistra, collaborando attivamente con i comitati dell’ATM, e rallentando conseguentemente la sua carriera artistica. Nel 1971 si conta infatti una sola personale alla White Gallery di Lutry , mentre nel 1972 viene inclusa nella mostra “Milano 70/70. Un secolo d’arte” presso il museo Poldi Pezzoli. Nel 1973 le viene organizzata un’altra personale presso la Galleria La Cappelletta, curata da Ernesto Francalaci e come sempre stupisce il suo pubblico con un nuovo ciclo, ovvero Ricerca del colore, rappresentato da Morfologia cromatica, opera composta da otto tavole colorate dalle dimensioni di 60 cm per 60 cm, in cui ogni tavoletta presenta diversi cerchi disposti a pochi centimetri di distanza li uni vicini agli altri. Grazie a questi cerchi l’artista analizza e approfondisce il passaggio da un colore primario all’altro attraverso le ventotto variazioni cromatiche complementari. Nello stesso anno anche la Galleria Il Cavallino di Venezia e la Galleria Ubu di Karlsruhe organizzano altre due personali all’artista, inoltre al Centro d’Arte Sant’Elmo Dadamaino espone per la prima volta un Cromorilievo, tavola con elementi sporgenti in legno, costruita con diverse combinazioni di volumi, inclinazioni e colori di formato rettangolare. A dieci anni di distanza dalla sua ultima adesione ad un movimento artistico, nel 1974 Maino fonda Team Colore, movimento artistico basato sulla ricerca del colore attraverso un atteggiamento analitico e matematico, assieme a Kuno Gonschior, Letto, Ludwig e Jorrit Tornquist. Nel catalogo della mostra viene riportato che Dadamaino espone un Cromorilievo e sempre nello stesso anno partecipa ad un’altra collettiva curata da Romana Loda, “Coazione a mostrare. Omaggio a Lucio Fontana” presso il Palazzo Comunale di Erbusco in provincia di Brescia. È molto importante ricordare questa collettiva in quanto rappresenta un evento in cui vengono esposte opere di tutte le artiste donne più importanti del momento, tra cui Carla Accardi, Sonia Delaunay, Giosetta Fioroni, Ketty La Rocca, Yoko Ono e Niki de Saint Phalle. Dopo la riscoperta del colore negli anni Settanta Dadamaino intraprende un altro studio, ovvero la ricerca segnica, intesa come una scrittura della mente. Nel 1975 concepisce infatti Inconscio razionale, tele monocrome nere o bianche, completamente ricoperte da sottili tratti disposti in maniera irrazionale e in base all’impulso dell’artista.  Essi verranno esposti ufficialmente la prima volta alla personale presso lo Studio V di Vigevano. Sempre nello stesso anno è tra i partecipanti della collettiva “Segno e geometria” alla Galleria Arte Struktura di Milano, in cui espongono anche altri artisti contemporanei di successo del panorama milanese tra cui Irma Blank, Agostino Ferrari, Arturo Vermi, Mario Ballocco, Grazia Varisco e Jorrit Tornquist, inoltre prende parte a “Momenti e tendenze nel costruttivismo” alla Galleria Buonaparte assieme a Gianni Colombo, Arturo Calderara, Hsiao-Chin, François Morellet e Antonio Scaccabarozzi. Dadamaino rimane fortemente sconvolta dalla strage nel villaggio libanese di Tall el Zaatar del 12 agosto 1976 e in segno di protesta e di risposta personale a tale tragedia, inzia a tracciare senza sosta una serie di segni, simili a delle acca mute su tutta la superficie del foglio senza mai unirsi. Da tale episodio nascerà Alfabeto della mente, vero e proprio alfabeto segnico e prosecuzione della ricerca sperimentale di Inconscio razionale. Il 1977 invece si caratterizza soprattutto per la partecipazione dell’artista a numerose collettive ed eventi di carattere internazionale, tra cui una mostra alla Galerie d+c MüllerRoth di Stoccarda, una partecipazione alla Biennale di Graz presso la Kunstlerhaus Neue Galerie ed infine una collettiva presso la Galerie Walter Storms di Monaco. Nel 1978 Maino lavora ad una nuova installazione ambientale, I fatti della vita, stanze riempite interamente di fogli di diverse dimensioni e colori, i quali presentano gli stessi grafemi ossessivi già concepiti precedentemente nel ciclo Alfabeto della mente.  A differenza di Alfabeto della mente i segni vengono interrotti però da intervalli e spazi bianchi. Le pareti appaiono come delle gigantesche pagine del diario dell’artista, in cui è possibile scorgere e leggere diversi momenti, pensieri, umori e sentimenti della donna, ma anche fatti di cronaca e riferimenti quotidiani. Nel giugno del 1979 Dadamaino torna ad esporre un’installazione in una collettiva a Ravenna presso la Pinacoteca Comunale, ovvero “Sotto la sezione d’oro si nasconde un piccolo tesoro”. In questa installazione l’artista disporrà su una parete cinquanta cartoncini di forma rettangolare di diverse dimensioni, in cui riporrà solamente in una la risposta al suo enigma, ovvero le dimensioni della sezione aurea, inoltre coinvolgerà direttamente il pubblico, invitandolo a scrivere il proprio nome sui cartoncini. Dalla ricerca segnica, negli anni Ottanta Dadamaino compie un passo successivo nella sua ricerca artistica, cercando di disegnare e dare forma all’immaterialità e l’aria, inoltre questa decade è segnata da diversi successi e rilevanti partecipazioni nel mondo dell’arte, prima tra tutte il suo coinvolgimento alla XXXIX Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, in cui le viene riservata una sala personale all’interno del Padiglione Italia. Nell’edizione curata da Vittorio Fagone, critico d’arte italiano, verranno presentati tutti gli artisti più importanti della ricerca artistica italiana degli anni Settanta, tra cui Vincenzo Agnetti, Bartolini, Battaglia, Carpi, la stessa Dadamaino, Griffa, Olivieri, Patella, Vaccari, Verna e Zaza. Nella sala del Padiglione Italia Dadamaino propone un’opera del ciclo I fatti della vita, già precedentemente esposta qualche mese prima allo Studio Grossetti di Milano. Dal catalogo generale della Biennale si evince che Maino riempie totalmente la sala di pagine, le quali riportano segni e linee ripetute in un ordine quasi ossessivo. Con I fatti della vita l’artista intensifica e porta all’ennesima potenza il gesto della scrittura e del suo linguaggio personale. Per questa occasione l’opera sarà modificata ed ampliata ulteriormente: da centosessanta i fogli diverranno quattrocento sessantuno, riempiendo così interamente le tre pareti della sala. Grazie alla Biennale di Venezia, Maino parteciperà anche ad altre mostre collettive e organizzerà altre due personali, ovvero una presso il Centro Serreratti di Como, curata da Alberto Veca e l’altra presso la Maggie Kress Gallery a Taos in New Mexico. Un’altra mostra personale molto importante e da sottolineare di quegli anni è sicuramente quella avvenuta presso la Galerie Walter Storms di Villingen, in cui l’artista stupisce il pubblico con le Costellazioni, un nuovo ciclo di opere che segue I fatti della vita, in cui il segno grafico si disperde all’interno del foglio presentandosi sotto forma di piccole molecole o galassie stellari e perdendo ogni riferimento alla scrittura mentale del ciclo precedente. Nel 1982 vi è un’altra collettiva importante “11 italienische Künstler in München” assieme a Bartolini, Dias, Griffa, Mainolfi, Mattiacci, Mochetti, Nannucci, Spagnulo e Zorio presso la Galleria Künstlerwekstätten di Monaco, inoltre nello stesso anno Dada espone durante “Arte italiana 1960-82” all’Institute of Contemporary Art di Londra e per la Seconda Triennale Internazionale di Disegno di Wroclaw in Polonia. L’anno seguente viene invitata ad esporre al PAC di Milano, assieme all’artista cecoslovacco Stanislav Kolibal, per un ciclo di proposte culturali dedicate a tutti gli artisti interessanti e di rilievo nel panorama artistico, i quali non sono mai rientrati in un’unica scuola o tendenza. Per questo evento verranno proposte al pubblico una selezione delle opere più importanti di tutta la carriera dell’artista, dai Volumi alla Ricerca del colore, fino ad arrivare all’Alfabeto della mente e le ultime Costellazioni. Nel 1987 Dadamaino instancabile come sempre, lavora ad un ennesimo ciclo, ovvero Il Movimento delle cose, fogli di plastica trasparenti tracciati da sottilissimi segmenti di china nera, i quali appaiono in movimento come se si stessero moltiplicando sull’intera superficie del foglio, generando percorsi e sinuosità interessanti. Essi verranno esposti per la prima volta presso la Galleria G7 di Bologna nel 1988. Nel marzo 1989 Dadamaino espone per “Disegno italiano. 1908-1988” alla Kunsthaus di Zurigo, alla mostra “Stiflung für konkrete Kunst” a Reutlingen e infine a “Un probabile umore dell’idea”, evento curato da Flaminio Gualdoni presso la Galleria Niccoli di Parma, in cui vengono esposte anche opere di Yves Klein, Enrico Castellani, Piero Manzoni, Francçois Morellet e Günther Uecker. L’ultimo periodo della fortunata e longeva carriera artistica di Dadamaino viene segnato ancora una volta da diversi eventi molto importanti, tra cui nel 1990 la sua seconda partecipazione alla Biennale di Venezia sempre all’interno del Padiglione Italia. In questa edizione, curata da Laura Cherubini, Flaminio Gualdoni e Lea Vergine vengono coinvolti anche altri artisti tra cui Gianni Anselmo, Alighiero Boetti, De Dominicis, De Maria, Gallo, Mariani, Olivieri, Maraniello, Pisani. Dadamaino però è l’unica artista donna presente nel gruppo, espressamente richiesta dalla stessa Lea Vergine. Da ricordare inoltre l’opera realizzata da Giovanni Anselmo, il quale pone quattro lastre di granito dai colori pallidi di fronte ad altre quattro e sul pavimento posiziona una pietra magnetica nella quale si trova un ago magnetico. Per tale occasione Maino, invece sembra voler continuare quel processo di minimalizzazione del suo lavoro e smaterializzazione del prodotto finale, presentando due opere dalle enormi dimensioni, 1,22 x 18 metri ciascuno, appartenenti ad un ciclo inedito, ovvero Il movimento delle cose. Queste due installazioni sono costituite da giganteschi fogli in poliestere, i quali però non vengono montate direttamente a muro, ma sono lasciati liberi di sospendere in aria con due zanche, inoltre seguendo due direzioni diverse all’interno della sala, creano un effetto di forte impatto e intensità. I segni tracciati con un pennino intinto di inchiostro, si addensano, espandono e raggrumano, realizzando una sorta di rete e gigantesco velo astratto. Il movimento delle cose costituisce perciò la sua opera più narrativa e pittorica, dove un formicaio di segni riempie completamente un grande foglio-telaio.  Dopo l’iniziale tabula rasa l’artista pare voler riscrivere attraverso un proprio linguaggio il suo personale catalogo del mondo. Nello stesso anno si ricordano la partecipazione dell’artista alla bipersonale con Gianni Colombo presso la Galerie Schöller di Düsseldorf e le collettive presso la Galleria Plurima di Udine, un’altra allo Studio d’Arte Contemporanea Dabbeni di Lugano ed infine alla Galleria Mazzocchi di Parma. Dal 12 al 30 ottobre 1991 Elena Pontiggia, nota critica e storica dell’arte, organizza la mostra “Dadamaino. Interludio 1981” alla Galleria Il Triangolo Nero di Alessandria, in cui per l’occasione vengono presentate una serie di carte inedite, datate 1981 e intitolate Interludio. Esse costituiscono un momento di riflessione dell’artista e di transito in seguito alla creazione de I fatti della vita e delle Costellazioni. (Fig. 1.35) Nel 1993 si ricorda un’ennesima collettiva, ovvero “Three Artistic Generations in Contemporary Italy. Castellani, Dadamaino, Fabbro, Mochetti, Paolini, Spalletti” al Tel Aviv Museum of Art di Tel Aviv, inoltre l’artista partecipa alla mostra “Milano città aperta” con Carla Accardi, Felice Levini, Maria Mulas, Claudio Olivieri, Marco Rotelli e Walter Valentini. Da sottolineare inoltre “Oro d’autore”, mostra tenutasi al Museo Nacional de Bellas Artes a Buenos Aires in cui Dadamaino espone Crollare per Oddantonio di Montefeltro (dalla fustigazione di Piero della Francesca), opera assai particolare, composta da un collare in tessuto rosso sul quale vengono impresse sette stelle a cinque punte dorate alternate a rombi dorati. Un’altra mostra da segnalare dello stesso anno è “Zero Italien. Azimut/Azimuth 1959/1960 in Mailand. Und heute. Castellani, Dadamaino, Fontana, Manzoni, und italienische Künstler in Umkreis”, presso la Galerie der Stadt Villa Merkel di Esslingen, la quale ricostruisce e ripropone le prime due mostre svoltesi presso la galleria Azimut alle quali vengono affiancati lavori successivi di Dadamaino e di Enrico Castellani.
Gli anni Duemila saranno ancora per Dadamaino un susseguirsi di partecipazioni a mostre personali, collettive e retrospettive, sia in Italia che all’estero, che la confermeranno come una tra le artiste più interessanti delle Neoavanguardie del mondo dell’arte. La prima sezione della mostra mette in dialogo la serie dei Volumi, realizzata tra il 1958 e il 1960, e quelladei Volumi a moduli sfasati,prodotta nei primissimi anni sessanta,con le opere della collezione del MA-Ga di Lucio Fontana, Enrico Castellani e Piero Manzoni, Giovanni Anceschi, Davide Boriani, Gianni Colombo, Enzo Mari, Getulio Alviani, Alberto Biasi. Il contrappunto visivo mette in luce l’importanza che ebbe per la ricerca di Dadamaino la frequentazione della compagine avanguardistica che si concentrava a Brera nel passaggio tra gli anni cinquanta e sessanta. Dadamaino espone infatti alla galleria Azimut di Milano dove, oltre ai fondatori Enrico Castellani e Piero Manzoni, incontrai protagonisti di una tranche significativa di quella che può ben considerarsi “la nuova concezione artistica”, come titola il secondo numero della rivista “Azimuth”.L’affermazione di Dadamaino sulla scena artistica italiana prosegue negli anni sessanta con la collettiva Arte Programmata del 1962 alla Galleria La Cavana di Trieste, che definisce il suo passaggio dalla ricerca spaziale sulla tela intagliata a uno studio sul colore e sul segno come elemento ottico visivo. Il successo arriva anche a livello internazionale quando, tramite Lucio Fontana, Dadamaino viene invitata a esporre alla mostra Nulallo Stedelijk Museum di Amsterdam nel 1962, che metteva insieme grandi esponenti della ricerca visiva come Arman, Enrico Castellani, Piero Dorazio, lo stesso Lucio Fontana,Yayoi Kusama, Heinz Mack, Piero Manzoni, Henk Peeters, Otto Piene, Francesco Lo Savio, Jef Verheyen, Herman de Vries. L’iniziativa al MA*GA segue lo sviluppo cronologico della ricerca di Dadamaino con il ciclo su cui l’artista si concentra tra il 1963 e il 1965: si tratta degli oggetti e dei disegni ottico cinetici frutto degli incontri con gli artisti del GRAV (Groupe de Recherche d'Art Visuel)di François Morellet, con cui partecipa alle rassegne di Nouvelle Tendance.Anche in questo caso, in mostra le opere di Dadamaino dialogano con i protagonisti delle ricerche ottico e visuali presenti nella collezione del Museo MA*GA: Grazia Varisco, Enzo Mari, Davide Boriani, Bruno Munari, Getulio Alviani, Gianni Colombo, Nanda Vigo. Il percorso espositivo sfocia poi negli anni della maturità della poetica di Dadamaino, ove spicca l’installazione di carte di vario formato dal titolo I fatti della vita, proposta per la prima volta da Galleria Grossetti a Milano nel 1979e successivamente, nella sua più grande estensione di 461 carte,nella personale alla Biennale di Venezia nel 1980. La mostra si completa con le tele con lettere dell’Alfabeto della mente, e la gigantesca opera Il movimento delle cose,lunga trenta metri, su cui si svolge la “scrittura” di Dadamaino e che fu presentata in una sala personale alla XLIV Biennale di Venezia del 1990. Catalogo Nomos Edizioni, a cura di Flaminio Gualdoni con testi di Flaminio Gualdoni ed Emma Zanella.
Biografia Dadamaino
Nasce a Milano nel 1930. Durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale la famiglia Maino si trasferisce a La Maddalena, frazione di Somma Lombardo Varese, dove vivevano i nonni materni, per poi tornare a Milano alla fine della guerra. Edoarda frequenterà il Liceo Classico e successivamente la Scuola d’Arte Applicata all’Industria del Castello Sforzesco. La sua formazione avviene tramite la frequentazione dell’avanguardia milanese che ha come punto d’incontro il Bar Giamaica in Brera: è vicina in particolar modo a Piero Manzoni, che frequenta dal 1957 e a Lucio Fontana, che influenza profondamente la sua ricerca. Negli anni Sessanta il suo lavoro conosce una fase di importante internazionalizzazione con forti tangenze con i gruppi di ricerca Nul, Zero, Nouvelle Tendance e GRAV (Groupe de Recherche d'Art Visuel). Negli anni Settanta numerose sono le mostre personali e le presenze alle mostre collettive in Musei e spazi istituzionali in Italia e all’estero.
Nel 1980 è presente con una sala personale alla XXXIX Biennale d’arte di Venezia a cura di V.Fagone, nel 1990 avrà nuovamente una sala personale alla XLIV Biennale d’arte di Venezia a cura di L.Cherubini, F.Gualdoni, L.Vergine. Il 13 aprile 2004 Dadamaino muore a Milano dopo un periodo di malattia. Le sue ceneri riposano nel piccolo cimitero di La Maddalena, frazione di Somma Lombardo (VA).
Museo MA-GA  di Gallarate – Varese
Dadamaino 1930 -2004
dal 17 Dicembre 2023 al 7 Aprile 2024
Dal Martedì al Venerdì dalle ore 10.00 alle ore 18.00
Sabato e Domenica dalle ore 11.00 alle 19.00
Lunedì Chiuso