Giovanni Cardone Novembre  2023
Fino al 28 Gennaio 2024 si potrà ammirare a Palazzo Pallavicini Bologna la mostra dedicata a Vivian Maier  - ‘Vivian Maier – Anthology’. L’esposizione è organizzata e realizzata da Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci di Pallavicini srl con la curatela di Anne Morin di di Chroma photography sulla base delle foto dell’archivio Maloof Collection e della Howard Greenberg Gallery di New York.  Sono esposte quasi 150 fotografie originali e Super 8mm di una delle fotografe più amate e apprezzate di questo secolo. La curatrice ha eseguito una selezione molto accurata tra le migliaia di fotografie a disposizione; verranno infatti presentate 111 fotografie in bianco e nero, più una meravigliosa sezione di 35 foto a colori, divise in sei sezioni per un’Antologica mai vista a Bologna così completa. Novità assoluta a Bologna sarà la visione Super 8 che permetterà di seguire lo sguardo di Vivian Maier, che iniziò a filmare scene di strada, eventi e luoghi già nel 1960. Maier filmava tutto ciò che la portava a un'immagine fotografica: osservava, si soffermava intuitivamente su un soggetto e poi lo seguiva. Ha ingrandito il bersaglio per avvicinarsi da lontano, concentrandosi su un atteggiamento o un dettaglio, come le gambe o le mani delle persone in mezzo alla folla. Il film è sia un documentario un uomo arrestato dalla polizia o la distruzione causata da un tornado sia un'opera contemplativa lo strano corteo di pecore diretto ai mattatoi di Chicago. In una mia ricerca storiografica e scientifica che è divenuta modulo monografico e seminario universitario sulla figura di Vivian Maier che ha lasciato una tracce indelebile nella storia della fotografia contemporanea. Apro questo saggio dicendo : Che nel ventennio che intercorse tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti d?America furono teatro di forti e importanti cambiamenti nella percezione del ruolo delle donne. Inimmaginabili libertà personali e politiche, che coinvolgevano il comportamento in pubblico, il modo di vestire più libertino e meno costretto, la possibilità di fumare e bere alcolici, l?opportunità di competere con gli uomini in campo professionale ed economico, diventarono d?un tratto appagante realtà. Ma, nonostante queste dirompenti conquiste sociali, il fondamentale contributo che queste stesse donne avevano profuso prima del conflitto mondiale al fine di risvegliare lo spirito femminista messo a tacere in una società prevalentemente patriarcale, continuarono ad essere clamorosamente accantonate, forse eclissate da problemi sociali ed economici ritenuti più urgenti. Fu allora che vennero abbandonati i concetti di femminilità, eleganza e grazia intrinseche comunemente assunti come giustificazione alla quantità sempre maggiore di donne nel campo della fotografia. Le fotografe stesse iniziarono a pretendere di essere giudicate in primo luogo in base alle loro abilità tecniche, anziché in base al sesso, così da poter competere con i colleghi maschi su un piano il più possibile paritario. Le battaglie, però, non diedero i frutti sperati, e lo dimostra il fatto che i salari e le condizioni lavorative sperimentate dalle donne rimanessero iniqui rispetto alla controparte maschile. Le ingiustizie e le barriere in cui le professioniste della fotografia spesso incorsero negli anni successivi alla fine della Prima Guerra Mondiale, non impedirono loro di impegnarsi con ostinazione e abnegazione nell’arte visiva moderna per eccellenza, sia in qualità di professioniste, che di artiste indipendenti. Il ritratto a fini commerciali si confermò il modo più semplice e remunerativo per le aspiranti fotografe di avere accesso al mondo fotografico. Anche donne di colore e Afro-americane riuscirono passo passo ad acquisire l?esperienza necessaria per avere successo in un genere, ed eventualmente aprirsi anche ad altri. I miglioramenti ottenuti nelle tecniche di stampa delle immagini resero molto celebre e popolare il ritratto fotografico delle celebrità, pratica in voga già da inizio secolo , a riconferma della straordinaria lungimiranza tipica della fotografia statunitense.
Tra le ritrattiste più celebri di questo periodo, non può essere trascurata Doris Ulmann la quale si dedicò prevalentemente a visi che rappresentassero un popolo, una cultura, uno specifico modo di vivere, in modo da poter catturare l’espressione di un gruppo sociale, e consegnarne al tempo le sembianze, che altrimenti rischiavano di andare irrimediabilmente perdute. Le tendenze moderniste si diffusero in questo periodo storico anche nel Nord America, così come in Europa. Molte fotografe per passione, però, esitarono ad abbandonare i dettami pittorialisti, probabilmente perché ben integrate nell’organizzazione chiamata Pictorial Photographers of America (PPA). Il PPA fu fondato nel 1916 da Clarence White, il quale era impegnato nel promuovere principi egualitari nei confronti delle donne, predisponendo così un ambiente favorevole e accogliente nei confronti dei membri di sesso femminile. Questo gruppo, inoltre, era schierato artisticamente con la posizione di chi esalta il ruolo della bellezza come elemento imprescindibile nell’espressione fotografica, e contrastava di conseguenza le idee moderniste e più dirette portate avanti da Alfred Stieglitz e Paul Strand. L?associazione era anche attiva nell?organizzare periodicamente esposizioni di opere realizzate dai propri membri, nonché nel promuovere il proprio linguaggio artistico attraverso la pubblicazione annuale di una rivista. Il ben radicato movimento pittorialista emergeva anche in occasione di mostre messe in piedi da altri gruppi fotografici dislocati in varie parti del Paese. I soggetti più battuti da parte delle fotografe dell?epoca erano abbastanza tradizionali: ritratti, paesaggi, nature morte, semiastrazioni, immagini di bambole. Quando, negli anni ?20 del XX secolo, le barriere precedentemente alzate tra l?arte pura e le immagini prodotte a fini commerciali furono finalmente eliminate, i due ambiti si mescolarono, rendendo lecita la pratica di realizzare immagini di alto livello estetico e artistico destinate poi alla vendita e promozione di beni di consumo. In questo rinnovato contesto culturale, l?industria pubblicitaria iniziò a fare puntuale ricorso alle fotografie e ad uno stile visivo avanguardisticamente modernista per portare all’attenzione delle masse i propri prodotti. Sebbene il settore pubblicitario fosse inizialmente dominato da uomini, anche le donne riuscirono a ricavarsi uno spazio dignitoso grazie all?incremento del potere d?acquisto di consumatrici di prodotti per la casa. Tra le fotografe che ottennero successo in campo pubblicitario ignorando la riduttiva ed obsoleta divisione tra arte e commercio, non possono essere dimenticate Margaret Watkins , Sara Parsons e Wynn Richards . Ciascuna a modo proprio e con uno stile personale, i riconoscimenti ottenuti da queste artiste dimostrarono che anche le donne possedevano la capacità di pensare in modo astratto, di valorizzare le caratteristiche dei prodotti, e di far appello ai desideri delle masse. Contemporaneamente all’impegno in ambito pubblicitario, alcune fotografe investirono energie anche nell?adiacente industria della moda, raggiungendo buoni risultati, ma non riuscendo a porsi ad un livello di equità rispetto ai colleghi uomini. La costa occidentale degli Stati Uniti era meno vivace dal punto di vista culturale, e offriva minori chance di successo per le donne devote alla fotografia. La principale via per raggiungere la popolarità e guadagnarsi da vivere, era offerta dal genere del ritratto. Oltre a ciò, le fotografe decise a non spostarsi verso Est in cerca di fortuna trovavano impiego come ritoccatrici in studi di fotografia, altre si dedicavano a scatti di stampo architettonico, o al settore dell’illustrazione di libri. Sebbene le possibilità di perseguire una brillante carriera fotografica fossero relativamente contenute, uomini e donne di area Pacifica furono attivi nel sostenersi a vicenda nella strada verso il successo.Uno dei più riusciti esempi in tal senso, fu il Group , fondato nel 1932 da Edward Weston, Ansel Adams e Dorothea Lange tra gli altri, allo scopo di facilitare l?interazione tra fotografi e, quindi, aumentare auspicabilmente le possibilità di far conoscere i lavori di ciascuno attraverso esposizioni e mostre in musei e gallerie. Celeberrime fotografe che operarono nell?America occidentale negli anni tra i due conflitti mondiali, sono Imogen Cunningham e Laura Gilpin . Originaria di Seattle, molto devota allo stile modernista, Cunningham individuò il proprio linguaggio figurativo prevalentemente nelle piante, che era solita inquadrare in modo inusuale e ravvicinato, così da far perdere allo spettatore le rassicuranti coordinate spazio-temporali. Punto focale della sua ricerca fu anche la figura umana nella sua nudità, spesso affrontata con un modernismo non privo di accenti pittorialisti, che contribuisce a collocare le sue immagini in un territorio di confine tra realtà e sogno. Ciò che risalta nell?opera di Cunningham è il legame tra fotografia artistica e ambienti privati, così da rivalutare, agli occhi dello spettatore, anche l?oggetto più banale e quotidiano. I paesaggi dell’Ovest e del Colorado, costituiscono il materiale primario dell’interesse fotografico di Laura Gilpin, la quale realizzò anche ritratti e nature morte floreali. Indifferente alle critiche della comunità fotografica maschile, Gilpin si orientò verso nuovi soggetti sempre alla ricerca di terreni inesplorati da sondare, e provvide da sola alle proprie pubblicazioni. Gli anni 30 portarono con sé importanti cambiamenti dal punto di vista sociale e soprattutto economico, a causa della Grande Depressione che colpì gli Stati Uniti a seguito del tracollo finanziario del 1929.  La crisi e la povertà che conseguirono a quel drammatico periodo storico, si abbatterono sul popolo americano con una tale brutalità che tutti gli aspetti della vita e le manifestazioni culturali del Paese ne furono coinvolti e influenzati. La fotografia non fu da meno. Un nuovo corso rispetto alle tematiche affrontate dagli artisti dietro l’obbiettivo iniziò evidentemente a delinearsi, mantenendo inalterato però il ricorso allo stile modernista, al quale fu affidato il compito di porre l?accento sulle sfumature più intime del dramma vissuto dagli americani in quegli anni. Non a caso la nuova tendenza, spesso sostenuta e incoraggiata dal governo e dalle agenzie federali per rendere evidente la necessità di riforme solide, fu definita realismo documentario. Due sono i nomi delle fotografe più celebri e attive nell’offrire uno sguardo documentario, anche se a tratti struggente, sulla situazione sperimentata dai propri concittadini: Margaret Bourke-White  e Dorothea Lange . Bourke-White rappresentava una donna nuova, disincantata rispetto all’iniziale entusiasmo collegato all’industrializzazione, non intimorita da alcuna sfida, ambiziosa nel proprio progetto di carriera lavorativa e battagliera per il riconoscimento dei propri diritti eguali a quelli dei fotografi maschi. La donna collaborò con la rivista Life dal 1936 anno della sua fondazione al 1969, realizzando in questo periodo prolifico anche un reportage di guerra. Dorothea Lange iniziò la propria carriera in qualità di ritrattista, ma poi abbandonò questa strada fruttuosa per rivolgere la propria attenzione a tematiche più impellenti per il Paese in cui viveva. Fu allora che decise di lasciare San Francisco per catturare le immagini di persone disperate, rimaste senza terre e possedimenti, che si spostavano verso Ovest in cerca di fortuna. Il desiderio di Lange era evidentemente quello di vivere attraverso la fotografia i problemi della gente comune, della classe operaia, degli agricoltori, delle donne con famiglia. Il suo nome è strettamente collegato al progetto governativo della Farm Security Administration, per il quale fu scelta e che la tenne lontano dai suoi figli per fotografare i volti del proprio tempo e le immagini di un’America in ginocchio. Lo stile modernista la aiutò a cogliere le espressioni facciali più intense e le difficoltà insormontabili affrontate quotidianamente dai suoi soggetti. La sua ricerca è riuscita nella notevole impresa di coniugare il formalismo a volte freddo del modernismo con lo stile documentario del nuovo realismo. Gli straordinari esiti creativi di queste e molte altre artiste che si adoperarono nello stile documentaristico, trovarono un adeguato sbocco, nel corso degli anni ‘30, in giornali di fama internazionale, quali Life e Look. In particolare, divenne evidente il ruolo di primo piano che il fotogiornalismo in rosa avrebbe rivestito negli anni a seguire, quando la copertina del primo numero della rivista Life, risalente al 1936, diede spazio ad un’immagine realizzata da Margaret Bourke-White, già inserita a pieno titolo nello staff giornalistico. Ma la figura che stravolge la fotografia è stata certamente Vivian Maier che inizia a fotografare grazie alla passione che le ha trasmesso un’amica della madre, fotografa professionista, da cui la ragazzina e la madre stessa sono ospiti in seguito alla separazione dei genitori. La giovane fotografa viaggia e trasloca parecchie volte durante la sua crescita e all’incirca a 25 anni torna in Francia, terra natia della madre e luogo in cui ha vissuto per un periodo della sua infanzia, dove nell’attesa di vendere all’asta un terreno di sua proprietà decide di fotografare i propri parenti di quella regione.
A Chicago ci arriva trentenne e lì comincia a lavorare dai Gensburg come bambinaia. Secondo le testimonianze, quella della bambinaia non è la massima aspirazione di Vivian, ma non sapendo fare altro e con l’amore dimostratole dai bambini, continua a farlo per i successivi quarant’anni. Dai Gensburg ha un bagno privato, che lei ben presto trasforma in camera oscura. Nelle sue foto racconta i bambini, le strade, la vita quotidiana dai benestanti agli emarginati, ma anche gli autoritratti, soprattutto nei riflessi con la macchina fotografica in mano. Tra il 1959 e il 1960 decide di partire da sola per un viaggio di sei mesi, visitando le Filippine, la Thailandia, l’India, lo Yemen, l’Egitto, l’Italia, per poi concludere il suo viaggio ancora una volta in Francia. Dopo 17 anni di lavoro presso i Gensburg i bambini sono cresciuti e Vivian deve cambiare famiglia. In quel periodo cambia anche approccio alla fotografia: smette di scattare con Rolleiflex e di sviluppare i relativi negativi in bianco e nero per passare alla fotografia a colori con Kodak, Leica, ma non solo. Quello che di tutto il lavoro della Maier è straordinario, è questo sguardo estremamente moderno ancora oggi, mai scontato, con una consapevolezza inspiegabile da parte dell’autrice. Normalmente un fotografo cresce nel proprio sguardo e nel proprio linguaggio soprattutto perché in grado di analizzare il proprio lavoro con occhio critico e costruttivo, oltre che per una crescita personale. Vivian Maier questo percorso l’ha fatto, ma senza spesso vedere le proprie immagini oltre all’istante prima di premere l’otturatore. Il percorso di crescita dell’autrice è evidente negli anni, sviluppando quelle foto che lei stessa non ha mai visto. Vivian Maier negli ultimi anni della sua vita ha dei grossi problemi finanziari, di lei si prendono cura i fratelli Gensburg fino alla sua morte nel 2009.  Il percorso che accompagna il visitatore lungo la mostra suddiviso in  tre sezioni: la prima è dedicata a “L’OMBRA”, intesa come autorappresentazione: un tema  che attraversa il lavoro di Vivian Maier sin dai suoi esordi, nei primi anni Cinquanta, fino agli anni Novanta. “Miss Viv” ha continuato a sviluppare un registro compositivo di grande ricchezza ed estrema complessità, combinando queste scoperte estetiche insieme alle categorie chiave dell’ombra, del riflesso e dello specchio. Ed e proprio con “IL RIFLESSO”, a cui è dedicata la seconda sezione, che Vivian Maier reinterpreta il campo lessicale della fotografia attraverso l'idea di auto-rappresentazione. L’autrice usa mille stratagemmi per collocare sé stessa al limite tra il visibile e l’invisibile, il riconoscibile e l’irriconoscibile. I suoi lineamenti sono sfocati, qualcosa si interpone davanti a loro o li rimanda altrove, si apre su un fuori campo o si trasforma davanti ai nostri occhi. Il suo volto ci sfugge ma non la certezza della sua presenza nel momento in cui l’immagine viene catturata. Ogni fotografia è un gioco a nascondino. Ogni fotografia è di per sé un atto di resistenza alla sua invisibilità. Infine la sezione e dedicata a “LO SPECCHIO”, un oggetto che appare spesso nelle immagini di Vivian Maier. È frammentato o posto di fronte a un altro specchio oppure posizionato in modo tale che il suo viso sia proiettato su altri specchi, in una cascata infinita. È lo strumento attraverso il quale affronta il proprio sguardo, questo “Io” davanti a “Me”.
La mostra è suddivisa in sezioni :
Infanzia
Vivian Maier aveva una forte empatia con i bambini, per carattere e per il lavoro che faceva. L’infanzia è un tema che ritroviamo in molta della sua opera ed i bambini ne sono spesso i protagonisti, individualmente o in gruppo, fissando consapevoli l’obiettivo o ritratti con naturalezza in strada. Ed altrettanto importante per la Maier è il rapporto tra adulti e bambini, testimoniato dalle innumerevoli immagini che li ritraggono insieme, come se attraverso la fotografia potesse studiare il vincolo che li lega. Anche i bambini di cui si occupava furono suoi modelli, e con loro passeggiava per le strade, scopriva nuovi luoghi, inscenava storie e svelava segreti oltre gli angoli e dietro le finestre delle vite che osservava.
Ritratti
Questa sezione racchiude per la maggior parte fotografie di donne, anziani ed indigenti. Sono la testimonianza dell’immensa curiosità della Maier per la vita quotidiana e le persone che colpivano la sua attenzione. Mentre alcune immagini sono chiaramente frutto di fotografie scattate di nascosto, altre sono il risultato di incontri reali tra fotografa e modelli, ritratti di fronte e da vicino. È nei ritratti che la Maier si avvicina all’”altro”, ed è importante notare la differenza tra i ritratti di persone appartenenti alle classi sociali più basse, con le quali lei stessa si poteva identificare, ed i ritratti di persone dalla vita apparentemente agiata. Le immagini che ritraggono vagabondi od umili lavoratori sono istantanee scattate rispettando una certa distanza, mentre quando fotografa gli individui delle classi più alte, quasi li urta di proposito, si intromette scortesemente nel loro spazio vitale, provocando la risposta sgarbata e negativa che desidera e che cattura immediatamente sull’obiettivo con ironia e malizia. In alcuni ritratti poi, la Maier sovrappone i suoi tratti a quelli dei soggetti fotografati, particolarità che fa sì che queste immagini rappresentino sia lei che l’altro, rendendoli quasi autoritratti.
Forme
Questa sezione definisce perfettamente l’ossessione della Maier non tanto per l’immagine in sé quanto per l’atto stesso del fotografare. Fotografava persone, scene di strada, oggetti, paesaggi... Si percepisce chiaramente che a volte l’oggetto dell’immagine trascendeva totalmente un qualsiasi discorso fotografico e si focalizzava solo sull’immagine stessa, senza soggetto né trama. Due degli aspetti per cui è più riconoscibile il lavoro della Maier sono l’inquadratura e l’equilibrio delle sue foto; la maggior parte di esse scattate di fronte, con un certo pragmatismo. Questo tratto si apprezza soprattutto nelle immagini di questa sezione, la maggior parte delle quali sono strutture, forme o geometrie, a comporre una specie di minimalismo visivo.
Foto di Strada
Sono fotografie memorabili dell’architettura e della vita urbana di New York e Chicago, soprattutto degli anni ’50 e ’60 e specialmente dei loro quartieri più popolari. Vivian Maier fotografava costantemente la moltitudine anonima nelle strade, le sue incongruenze, le differenze nelle persone, vestiti, gesti e posture. La strada era il suo teatro. Con le sue istantanee estraeva la bellezza dall’ordinario cercando nel quotidiano quegli spiragli quasi invisibili attraverso i quali accedeva al suo “mondo”. Fotografava semplicemente, quello che vedeva. Non aveva intenzione di catturare alcunchè di eccezionale, solo le piccole cose veramente importanti per definire una persona o una situazione: un dettaglio, un gesto, un’inflessione della realtà che si trasforma in storia. Sconosciuti ed anonimi formavano parte di questo mondo. La Maier si allineava nello spazio con quelle persone, cercava il punto giusto e l’angolo perfetto. Quello che misurava con la sua macchina fotografica non era la luce, ma la distanza con l’altro. E “distanza” è la parola chiave nel suo lavoro. È importante sottolinearlo perchè costituisce la base del suo modus operandi.
Autoritratti
Gli autoritratti segnano un tratto particolare della sua traiettoria fotografica. Ne realizzò infiniti, tanti quanto erano le possibilità di scoprire sé stessa, obiettivo che si poneva con insistenza ed apparente ossessione. Si approfittava infatti in maniera sorprendente dei riflessi e degli elementi che incontrava nella vita di tutti i giorni per realizzare fantastiche composizioni in cui incorporava la sua figura. A volte rifuggiva dal semplice confronto visivo in favore di uno sguardo perso, confuso, interrotto da un riflesso che distorceva la sua immagine.
Altre volte vediamo il profilo della sua ombra allungarsi al suolo come una pozza d’acqua ed altre ancora i suoi tratti rimbalzano su qualcosa e sfuggono, via dall’inquadratura. Qualunque fosse la strada, quello che cercava era il suo posto nel mondo.
Colore
A partire dal 1965, la Maier inizia a sperimentare la fotografia a colori, accompagnando questo passaggio da un cambio tecnico. Comincia infatti ad utilizzare al posto della Rolleiflex una Leica, molto più leggera e con l’obiettivo all’altezza degli occhi, e questa modifica rinforza il contatto visivo con le persone che fotografa. È lo spettro dei colori l’interesse maggiore della Maier, e la sperimentazione cromatica la protagonista indiscutibile. Esplora il linguaggio cromatico con leggerezza, elaborando il suo proprio lessico, sottolineando i dettagli vistosi, evidenziando le dissonanze multicolori e giocando con i contrasti. Il risultato sono immagini singolari, libere e giocose. La Maier si diverte con la realtà attraverso la macchina fotografica, e come una bambina si meraviglia, s’interroga e sperimenta la nuova tecnologia, affascinata ed affascinante.
Film  Super8
(Cappella) Il materiale Super 8 riprodotto in questa mostra ci permette di seguire lo sguardo di Vivian Maier. Ha iniziato a filmare scene di strada, eventi e luoghi nel 1960. Il suo focus cinematografico è strettamente legato al suo linguaggio fotografico; è un'esperienza visiva, un'osservazione sottile e silenziosa del mondo che la circonda. Non c'è narrazione né movimenti di macchina da presa, l'unico movimento che si potrebbe definire cinematografico è quello dell'autobus o della metro su cui sta viaggiando. Vivian Maier filmava tutto ciò che la portava a un'immagine fotografica: osservava, si soffermava intuitivamente su un soggetto e poi lo seguiva. Ha ingrandito il bersaglio per avvicinarsi da lontano, concentrandosi su un atteggiamento o un dettaglio, come le gambe o le mani delle persone in mezzo alla folla. Il film è sia un documentario  un uomo arrestato dalla polizia o la distruzione causata da un tornado sia un'opera contemplativa  lo strano corteo di pecore diretto ai mattatoi di Chicago.
Biografia di Vivian Maier
Il suo lavoro è rimasto nell’ombra fino al 2007, quando John Maloof, acquista un box a un’asta. Dalla scatola emergono effetti personali femminili di ogni genere appartenenti a una donna, Vivian Maier, il cui contenuto è stato messo all'asta a causa di ritardi nel pagamento dell’affitto. Tra questi oggetti emerge anche una cassa contenente centinaia di negativi e rullini, tutti ancora da sviluppare. Dopo averne stampati alcuni ed averli mostrati in giro, Maloof si rende conto dell’immenso tesoro che ha tra le mani e, grazie alla sua intuizione ed accurata divulgazione, porta in breve tempo questa fotografa sconosciuta a essere apprezzata e affermata a livello mondiale. Dopo la morte della Maier, le sue fotografie vengono esposte in tutto il mondo. L'originalità di Vivian Maier si esprime nel grande talento nello scattare fotografie che catturano particolari e dettagli evocativi della quotidianità piuttosto che la visione d’insieme, raccontando così la strada, le persone, gli oggetti e i paesaggi. L’obiettivo della sua macchina fotografica intercetta con attenzione soggetti poco considerati all’epoca, rendendoli invece protagonisti del suo lavoro: la strada è il suo palcoscenico. Nello studio dei suoi lavori si riscontra un altro filone: la Maier sviluppa infatti una vera ossessione per il gesto del fotografare, per lo scatto vero e proprio e non per il risultato finale della fotografia. Il modus operandi dell’artista è di scattare tante più immagini possibili conservandole senza mostrarle a nessuno. Mentre nella società contemporanea l’apparire è una priorità, la Maier risulta essere sicuramente all’avanguardia nonostante i suoi tempi; come afferma infatti Marvin Heiferman,studioso di fotografia: “Seppur scattate decenni or sono, le fotografie di Vivian Maier hanno molto da dire sul nostro presente. E in maniera profonda e inaspettata… Maier si dedicò alla fotografia anima e corpo, la praticò con disciplina e usò questo linguaggio per dare struttura e senso alla propria vita conservando però gelosamente le immagini che realizzava senza parlarne, condividerle o utilizzarle per comunicare con il prossimo. Proprio come Maier, noi oggi non stiamo semplicemente esplorando il nostro rapporto col produrre immagini ma, attraverso la fotografia, definiamo noi stessi”. Vivian Maier spesso diviene il soggetto delle sue fotografie con lo scopo, quasi ossessivo, di ricercare sé stessa, imprimendo la sua ombra, il suo riflesso, la sua silhouette nello scatto. Il gran numero di autoritratti presenti nella sua produzione fotografica sembra esprimere una sorta di eredità nei confronti di un pubblico che non voleva, o forse non poteva, rappresentare. Significativa evoluzione nel lavoro di Vivian Maier è il passaggio da fotografie in bianco e nero a immagini a colori; il cambiamento non riguarda solo lo stile, ma anche la tecnica: dalla Rolleiflex passa alla Leica, fotocamera leggera, comoda da trasportare che dava la possibilità di scattare le foto direttamente all’altezza degli occhi. Il suo lavoro a colori è singolare, espressivo, libero, a volte anche giocoso, ma sempre con quella specifica caratteristica della casualità.
Palazzo Pallavicini Bologna
Vivian Maier – Anthology
dal 7 Settembre 2023 al 28 Gennaio 2024
dal Martedì alla Domenica dalle ore 10.00 alle ore 20.00
Venerdì dalle ore 11.00 alle ore 20.00
Lunedì Chiuso