Giovanni Cardone Gennaio 2022
Fino al 2 Maggio 2022 si potrà ammirare al Museo Madre di Napoli la mostra Rethinking Nature a cura di Kathryn Weir e Ilaria Conti . L’accelerazione del riscaldamento globale, l’innalzamento dei mari, l’estinzione in massa di numerose specie, recenti anomalie meteorologiche, gli incontrollabili flussi e infiltrazioni di tossicità: questa situazione in costante aggravamento non può essere separata dal paradigma europeo moderno che concepisce la natura come un serbatoio di risorse da sfruttare liberamente per il profitto. Rethinking Nature rivela come l’arte contemporanea stia contribuendo a una serie di processi culturali e politici in grado di ripensare collettivamente i fondamenti etici dell’esistenza nel mondo, facendo luce sulle forme di interconnessione che legano l’intero pianeta. Il progetto articola dei vocabolari creativi sperimentali volti a produrre forme alternative di conoscenza e di pratica sociale incentrate sull’ecologia politica, dimostrando l’urgenza di costruire relazioni basate su valori nuovi e di attuare un cambiamento radicale per affrontare una crisi che da tempo è presente in molte geografie e che la teorica Elizabeth Povinelli di Karrabing Film Collective definisce “ancestrale”. Lo scrittore indiano Amitav Ghosh ci ricorda nel suo libro La grande cecità: Il cambiamento climatico e l’impensabile (2016), che “i popoli indigeni hanno già vissuto la fine del mondo e hanno trovato il modo di sopravvivere”.  Sono loro ad aver vissuto per primi la crisi climatica: “agricoltori, pescatori, Inuit, popoli indigeni, popoli delle foreste in India, hanno già dovuto adattarsi, principalmente spostandosi, trovando nuovi mezzi di sussistenza”, scrive Ghosh. In un mio saggio tra arte e ecologia che divenne seminario e convegno interdisciplinare universitario dove la seconda parte del saggio è incentrata sulla figura di Joseph Beuys fino ad arrivare a Greta Thunberg dove affermo : In questi giorni particolari mi sono posto delle domande: Come mai l’uomo è arrivato a tutto questo?  E quale è il rapporto con la società contemporanea? L’orgogliosa scienza è in allarme dopo avere, in quest’ultimo secolo, poderosamente sviluppato la tecnologia per favorire la sopravvivenza ed il benessere della razza umana sul pianeta, considera ora con angoscia i probabili, immanenti ed apocalittici traguardi del pur meraviglioso progresso. Lo stupefacente miracolo industriale e consumistico realizzato dagli apprendesti stregoni ha fatto si che tutto questo si potesse trasformare in una tragedia totale. Abbiamo creato forse un futuro che non conosciamo dove una catastrofe sta minacciando l’uomo, che pure avendo superato l’usura di milioni di anni? Sul bel pianeta che speravamo di trasformare in un incantato si addensano procellose nubi e i socio-ecologici  annunciano esterrefatti che siamo giunti, purtroppo, ad una svolta delle possibilità umane di abitare sulla Terra. La situazione è paradossale: l’uomo deve sopravvivere al suo stesso potere, alla civiltà che ha perseguito e scatenato. La scienza si è rivelata un cavallo di Troia: assistiamo, delusi e smarriti, al suo tradimento. La tecnologia, applaudita come elisir per una vita senza dolore è invece un veleno che circola e nel contempo forse ci uccide. Coloro che avevano sollecitato lo spreco come fattore costruttivo per lo sviluppo economico, ci preparano un avvenire forse di miseria, dove il panorama terrestre si prospetta affollato da uomini affamati e perseguitati da epidemie, intrappolati e sistemati senza scampo nelle nostre città che con il tempo sono divenute megalopoli-lagers. Solo da qualche anno l’uomo forse si era accorto che la sua sfrenata corsa verso la felicità e la comodità verso il paradiso, turbando inevitabilmente l’equilibrio della natura, non era che un precipitare verso l’auto sterminio.  Attente cassandre annunciano che l’ambiente è ferito, che la biosfera è in pericolo mortale, che sui continenti deforestati i fiumi impazziscono e muoiono, che le pianure diventano silenziose e i deserti avanzano: già romba sull’umanità che follemente si moltiplica. Voci coraggiose e responsabili si sono polemicamente alzate per avvertire, per scongiurare ed accusare: chiedendo alla scienza, che ha peccato per mancanza di integrità morale, di porre rimedio, di approntare un salvagente e di prevenire il naufragio. L’ elenco dei criminosi attentati alla sopravvivenza della specie e del suo ambiente è un rosario di orrori senza fine. Le acque sono state in gran parte uccise dai detergenti non biodegradabili, l’aria è inquinata dalle centrali di energia atomica e dai gas di scarico industriale, l’atmosfera è avvelenata dal diossido di carbonio della benzina, dagli scarichi delle macchine con evidenti ma sconosciuti effetti sul clima. La cintura di radiazioni della Terra viene progressivamente distrutta dalle bombe H di altitudine, l’indiscriminata esplosione demografica provoca carestie e facilita epidemie, le aumentate richieste alimentari esauriscono nei mari i branchi di pesci e considerano all’estinzione molte specie di animali, piogge atomiche intossicano litorali finora incontaminati, le comuni fonti di energia volgono all’esaurimento per l’eccessiva domanda. I ‘grandi sistemi’ ai quali l’uomo ha affidato la propria organizzazione rischiano di entrare in crisi paralizzando intere comunità e provocando catastrofi, abuso dei pesticidi eliminando indiscriminatamente gli insetti e di recente da studi fatti e di articoli scientifici e da quando abbiamo visto per i telegiornali l’ape ha difficoltà nel produrre miele c’è uno sconquasso dell’ecosistema. Con l’abuso degli antibiotici ha provocato l’allarmante apparizione di batteri resistenti ad ogni farmaco, l’uomo perseguitato nella sua vita privata dall’invasione dei mezzi di ascolto elettronici è divenuto una creatura sempre più fragile ed alla mercè delle malattie mentali. Alla cattiva scienza o all’erronea interpretazione di ‘progresso’che  ha un significato diverso da sviluppo il progresso in una civiltà è conquistare diritti sociali e politici mentre lo sviluppo parla dell’evoluzione dell’uomo. Non c’è bisogno di continuare per comprendere come il prezzo della sfida tecnologica sia spaventoso: il millantato ‘nuovo secolo’, il progetto a lungo termine per trasferire il pianeta in un Eden di benessere, sia diventato un progetto a breve termine di universale distruzione. La polemica su questa imprevista ‘Apocalisse’ ha generato in parte un corto circuito generale che ci vede tutti coinvolti, nessuno questa volta può sentirsi immune. In realtà l’uomo è entrato in una nuova era storica caratterizzata dal fatto che egli è intervenuto con la sua intelligenza nei processi della stessa evoluzione: c’è da augurarsi che sappia usare questa sapienza per evitare in tempo la propria distruzione e che non sia soprafatto dalla sterilità del cuore e dalla indifferenza morale. E’ vero anche, proprio considerando la clamorosa udienza data ai profetici scritti degli ecologi, che tutti siamo sinceramente preoccupati per l’avvenire del destino terrestre: ciò deriva dalla profonda consapevolezza che il pianeta che abitiamo è una zattera preziosa ed insostituibile. Da tale consapevolezza deriva una seconda convinzione che su questa zattera gli uomini al di là delle fittizie divisioni di razza, di lingua e di cultura, sono uniti tra loro da un irrevocabile legame: la condizione di comune umanità. Ma un’altra verità deve germogliare nelle nostre coscienze: le leggi che regolano la vita non sono sempre semplici quali potrebbero essere i postulati fisici, ma hanno radici più antiche quelle spirituali. La scienza non potrà più limitarsi a ridurre l’uomo e la natura ad una summa di dati statistici disponibili a qualsiasi intervento, ma dovrà preoccuparsi di rinsaldare la volontà dell’uomo e di far rinascere la fede nella sacralità della persona umana.  Penso nel contempo a Joseph Beuys il quale lungo il suo percorso artistico ha parlato di ecologia già negli settanta del secolo scorso e il suo grido non fu ascoltato. Possiamo dire che l’artista aveva un profondo interesse nei confronti del mondo naturale in generale dalla botanica, alla zoologia fino alla biologia. Già durante l’infanzia trascorsa a Kleve, infatti, Beuys era fortemente attratto dagli elementi naturali e realizzava collezioni di specimen. Nel corso della sua vita, inoltre, molte furono le persone che lo stimolarono ad approfondire ulteriormente la ricerca nell’ambito scientifico dal sottoufficiale e documentarista Heinz Sielmann, con il quale s’intratteneva a discutere sulle teorie di biologi o etologi, quali Konrad Lorenz; al professore dell’Accademia di Düsseldorf Ewald Mataré, che era, invece, un appassionato di zoologia. L’approccio di Beuys all’ambito scientifico fu, tuttavia, integrato e ampliato dagli studi sulla natura e sull’agricoltura portati avanti dall’esoterista e teosofo austriaco Rudolf Steiner . Questi, fondatore dell’antroposofia, prendeva, a sua volta, come punto di riferimento gli studi di Goethe sulle scienze naturali per sviluppare un concetto di scienza che tenesse in considerazione anche l’elemento immateriale della spiritualità dell’uomo. La scienza sostenuta da Steiner è considerata per l’appunto ‘scienza spirituale’ o ‘antiscienza’, ma solamente nell’accezione che viene tenuto in considerazione un ambito differente della conoscenza, che non è necessariamente legato alla materia in senso fisico. Tutti gli interventi di Beuys che si vedranno in seguito vanno letti, dunque, attraverso questa duplice matrice scientifica, da un lato, e anti-scientifica, dall’altro, cioè spirituale. In questa sede si analizzeranno i molteplici interventi che Beuys realizzò proprio nell’ambito dell’ecologia e a favore della salvaguardia dell’ambiente: si tratta di operazioni tra il sociale e il politico, volte a sensibilizzare l’uomo a riconciliarsi nuovamente con la natura, invece di sfruttarla e deturparla, secondo i canoni del capitalismo moderno e dell’economia di consumo. Si può già citare, a questo proposito, l’azione dal titolo Überwindet endlich die Parteiendiktatur ‘Superate una volta per tutte la dittatura dei partiti’, dei primi anni Settanta  nel dicembre del 1971, in cui si assiste alla proteste di Beuys contro l’ingrandimento dei campi da tennis del Rochus Club di Düsseldorf, che avrebbero causato la distruzione di una vasta area boschiva della città. La lungimiranza di questi interventi, rispetto alle installazioni o alle performance viste precedentemente, risiede nel fatto che questi intendono avere un impatto a lungo termine, che non si limita solo al presente, ma che si estende anche al futuro, indipendentemente dalla presenza fisica dell’artista. I progetti che seguiranno si sviluppano tra la fine degli anni Settanta fino alla morte dell’artista stesso, avvenuta nel gennaio del 1986. Molti di questi hanno come centro operativo e di ricerca proprio l’Italia, grazie alla collaborazione e all’aiuto dei coniugi Durini ‘Lucrezia De Domizio e Buby’, che sostennero con dedizione l’attività socio-politica e artistica di Beuys per molti anni, anche dopo la sua morte prematura. Questi gli concessero di utilizzare la loro villa di proprietà, nel paese di Bolognano, in provincia di Pescara, per mettere in pratica alcuni interventi ecologici che si vedranno in seguito e per affrontare alcune discussioni organizzate dalla sua «Libera Università Internazionale», la F.I.U. Partendo dagli interventi che Beuys realizzò all’estero non si può non nominare l’opera 7000 Eichen “7000 Querce”, realizzata per Documenta VII,a Kassel, nel 1982. L’artista occupò il giardino di fronte al Fridericianum Museum con 7000 colonne di basalto alte un metro e venti, per ciascuna delle quali sarebbe stata piantata una quercia. Il motto scelto per l’evento fu Stadtverwaldung statt Stadtverwaltung, espressione difficilmente traducibile, ma che può essere espressa con la frase “Una buona forestazione urbana sembra essere assai migliore rispetto a una mala amministrazione della città”. In cambio di cinquecento marchi l’acquirente avrebbe ricevuto una colonna di basalto, la corrispettiva quercia e il trasporto di entrambe per essere poi piantate nel luogo deputato che doveva comunque rientrare nel territorio comunale di Kassel. Egli avrebbe avuto anche la ricevuta della donazione e il cosiddetto Baumdiplom ‘diploma dell’albero’, con la firma di Beuys e il timbro della “Libera Università Internazionale” era stato studiato tutto nei minimi dettagli. L’unica clausola era che il blocco di basalto venisse effettivamente eretto a fianco dell’albero: sistema minerale e vegetale messi a confronto, dunque, nella loro verticalità .  L’idea dell’artista era di dare origine a una sorta di “foresta diffusa” all’interno della cittadina di Kassel, prodotta per volontà di persone differenti, ma che erano tutte partite dal medesimo sito geografico: il giardino di fronte al Museum Fridericianum, per l’appunto. L’operazione dell’artista non fu subito ben recepita da parte della cittadinanza: molte persone temevano che gli alberi avrebbero sottratto spazio dedicato ad altro come ai parcheggi delle automobili o che addirittura fosse a rischio la distribuzione di gas e d’elettricità una volta che le piante fossero cresciute. Fu lo stesso Beuys a dare il via alla grande azione collettiva ed ecologica dando l’esempio e piantando la prima quercia dinnanzi al museo .
Secondo il progetto l’artista avrebbe dovuto piantare anche l’ultimo albero dei settemila, cinque anni dopo, proprio in occasione dell’apertura di Documenta VIII  del 1987 per chiudere il cerchio e dare un senso a quest’operazione ecologica allargata. Beuys, però, venne a mancare un anno prima e questo gesto simbolico lo fece, al posto suo, il figlio Wenzel, accompagnato da Eva Beuys. Ci sarebbe da chiedersi perché Beuys abbia scelto proprio la quercia. Questa spiegazione la dà Antonio d’Avossa nel suo saggio Difesa della Natura la pianta è da sempre simbolo di forza, spiritualità e longevità e se curata nel modo giusto può durare più di mille anni. È inoltre un albero legato a tutte le leggende nordiche germaniche, druidiche e celtiche che affascinavano molto Beuys e sulle quali si era spesso documentato. Il teosofo Rudolf Steiner analizza le proprietà di questo, che nella terminologia scientifica si denomina Quercus robur, in questo modo: “la quercia è ricca di calcio, col settantasette per cento di calcio nella sua sostanza e la sua corteccia rappresenta specialmente una sorta di prodotto intermedio tra l’elemento vegetale e l’elemento vivente della terra, inoltre il calcio, in uno stato vitalizzato, genera ordine tra il corpo eterico e il corpo astrale”. L’albero inoltre, in senso generico, è anche metafora dell’uomo: animale verticale, così come la pianta. Se questo, inoltre, ha una struttura tripartita in chioma, tronco e radici, la creatività umana è suddivisa rispettivamente nelle facoltà del pensare, sentire e volere. Lucrezia de Domizio Durini, nell’introduzione al saggio Difesa della Natura, cita alcuni esempi antropologico-religiosi dove pietre o steli si trovano accostate ad alberi: per esempio alcune popolazioni dell’Oceano Indiano, come la tribù Rengma, durante delle cerimonie rituali dove vengono distribuiti alimenti e birra di riso vengono infisse nella terra delle pietre che hanno una forma molto simile alle colonne di basalto beuysiane; in molti villaggi dell’India, inoltre, esiste un albero sacro ai piedi del quale vengono collocate delle pietre lavorate e pietre semplici, scelte per l’occasione.Si è studiato che in questo caso gli alberi in questione hanno un valore simbolico che li lega all’idea di fertilità, nascita, iniziazione, morte e resurrezione. Combinare un elemento minerale, come la pietra, a uno di origine vegetale e organica ritorna anche nella «scultura» intitolata Das Ende des 20. Jahrhunderts”La Fine del XX Secolo” del 1983, oggi conservata all’Hamburger Bahnhof di Berlino, parte della collezione di Erich Marx. Anche questa è caratterizzata da ventuno blocchi di basalto stesi a terra e da un carrello elevatore di ferro che suggerisce l’idea di un cantiere di lavoro, ormai fermo . L’arresto e il mancato movimento di queste pietre, stese a terra, può indicare la morte; tuttavia all’interno di ciascun blocco è scavato uno spazio dov’è presente uno strato di argilla e di feltro, elementi organici che possono riscaldare e restituire vitalità alla gelida pietra geometrica in basalto. Tra le opere che combinano la pietra con sostanze naturali c’è anche Olivestone, che venne presentata alla Fiac “Foire Internationale d’Art Contemporain” di Parigi nel 1984. Il lavoro è costituito da un’antica vasca del Settecento usata dalla famiglia dei baroni Durini per la decantazione dell’olio al suo interno duecento litri d’olio prodotto proprio dall’Azienda Agraria Durini. Questa aveva, a funzione di tappo, un parallelepipedo di pietra solida, costituito dallo stesso materiale poroso della vasca, ma nuovo, prelevato dalle cave di Lettomanoppello che è un paese abruzzese giusto per la realizzazione dell’opera. Questo tappo si distanziava dai bordi dell’antico contenitore di soli pochi millimetri. Nell’allestimento di Parigi a destra della «vasca-scultura» che è stata collocata nella parte centrale dell’allestimento vi è un grande ramod’ulivo, portato apposta per l’occasione dall’Italia, dal cui tronco pendeva una fascia di colore blu cobalto, su cui era scritto in rosso il nome dell’operazione: Difesa della Natura. Tutto il perimetro dello spazio, invece, era circondato da centinaia di bottiglie d’olio FIU - Difesa della natura: un altro multiplo a produzione illimitata di cui Beuys aveva scelto una bottiglia specifica che lo contenesse e l’etichetta esterna. L’aspetto interessante di questa «scultura» è che il pubblico veniva direttamente coinvolto nell’opera, divenendo parte del processo creativo: ciascun visitatore, a proprio piacimento e secondo la propria creatività, poteva immergere un pezzo di carta bianca assorbente, con dimensioni dieci per venti centimetri, nell’olio della vasca, a un prezzo simbolico di cento franchi, che sarebbero poi serviti per finanziare la F.I.U. Fanno parte dell’installazione anche due video girati da Buby Durini senza l’aiuto del cavalletto e intitolati One Hour Drama che mostrano, per il tempo di un’ora, rispettivamente una bottiglia di Vino F.I.U. e una bottiglia di Olio F.I.U.: il vino e l’olio sono prodotti tipici dell’ambiente mediterraneo, legati alla terra e già presenti nella cultura cristiana e precristiana. L’opera venne riprogettata in occasione dell’apertura del Museo d’Arte contemporanea al Castello di Rivoli, a Torino, in una mostra dal titolo francese Ouverture, ‘apertura’, appunto: qui le vasche d’olio arrivano ad essere cinque, richiamando il numero dei continenti. Anche queste, come la prima realizzata per la Fiac, hanno un tappo di pietra porosa che si distanzia dalla scultura esterna per soli pochi millimetri. In questo caso si può apportare una riflessione sul principio fisico dei vasi comunicanti:  l’olio, a causa della porosità della pietra sia quella della parte esterna, che quella del “tappo” superiore fluiva all’interno di tutta la scultura, distribuendosi in modo equilibrato. Ciascuna vasca, dunque, impregnata d’olio, produceva un effetto specchiante e riflettente dell’ambiente esterno che la conteneva. C’era poi anche un discorso di “nutrimento” quotidiano della pietra porosa, che doveva assorbire sempre nuove decine d’olio, per ottenere all’esterno quest’effetto traslucido. Beuys era tuttavia consapevole, grazie alle sue conoscenze scientifiche, che quello stesso olio che nutriva la pietra, a lungo andare l’avrebbe anche deteriorata nelle ‘sculture’ dell’artista c’è sempre un legame molto stretto tra la vita e la morte. Le stesse vasche, così arcaiche nella loro forma esteriore massiccia, potrebbero sembrare infatti dei sarcofagi.Olivestone è anche una riflessione sul tempo: pietra antica e pietra contemporanea messe insieme e nutrite dalla stessa sostanza vitale che è l’olio. In questo caso le due non possono più distinguersi e costituiscono un tutt’uno: un’unica scultura omogenea. Ora quest’opera fa parte della collezione della Kunsthaus di Zurigo , grazie a una donazione fatta dai coniugi Durini il 12 maggio del 1992, dopo il rifiuto di questa da parte di cinque musei italiani. 7000 Querce, La Fine del XX Secolo e Olivestone possono essere considerati, dunque, tre progetti correlati o meglio un trittico: in tutte e tre le opere l’elemento minerale della pietra viene affiancato a quello vegetale o organico dell’albero, dell’argilla, del feltro oppure dell’olio. In senso metaforico sono tre riflessioni sulla morte e sulla vita, antitesi sempre compresenti nel lavoro dell’artista. Queste opere possono essere considerate la vetta più alta della teoria plastica di Beuys: la pietra, come simbolo della ragione e della freddezza, della solidificazione e dell’inerzia e dunque della morte, a confronto con il calore dei materiali organici, il loro essere, spesso, amorfi e fluidi, qualità che richiama l’intuizione e la creatività dell’uomo. Parlando di ecologia non possiamo omettere da questa trattazione quella che è stata una delle più grandi operazioni ideate da Beuys, per il quale spese molte delle sue energie e che cercò di pubblicizzare in tutti i modi, organizzando come sempre discussioni aperte al pubblico e azioni: parliamo di Difesa della Natura . È un articolato progetto di forte impegno ecologico come già si deduce dal titolo, che occupa gli ultimi anni della vita dell’artista, dal 1980 al 1985 e che parte proprio dall’Italia e si sviluppa ancora una volta grazie all’aiuto e al sostegno dei coniugi Lucrezia e Buby Durini. Il gesto di piantare alberi diventa ripetitivo e simbolico e serve a ricostituire quel legame ancestrale che esiste tra l’uomo e la natura. L’artista stesso afferma in un’intervista: “è impossibile un’attività artistica senza una presa di coscienza con la natura. E la più diretta è la presa di coscienza con la terra sulla quale camminiamo”. Le azioni più importanti del progetto sono tre una delle quali è 7000 Querce, e sono connesse, tutte, all’atto del piantare. La De Domizio Durini le definisce, per questo motivo, la “triade delle piantagion” Seyschelles-Bolognano-Kassel. Solo nell’ultima il gesto del piantare si trasforma da individuale in collettivo, coinvolgendo una molteplicità di persone differenti. Già nel dicembre del 1980 Beuys fu invitato dai coniugi Durini a soggiornare per un breve periodo nelle isole Seyschelles un arcipelago incontaminato, ancora poco toccato dal turismo, dove la leggenda narra che abbia avuto origine la vita. A Praslin, una delle isole, Beuys decide di piantare, il giorno della vigilia di Natale, due palme totalmente differenti nel loro sistema vegetativo: il Coconut (Cocos nucifera) e il Coco de Mer (Lodoicea Maldivica). La prima ha uno sviluppo e una crescita molto più rapidi: dopo un anno raggiunge l’altezza di due metri e dopo due cresceranno i frutti. La seconda, invece, ha un seme gigante, del peso variabile tra i dieci e venti chili, che va piantato in profondità; necessita inoltre di sei o sette anni per germogliare e di venticinque per dare i frutti. Il Coco de Mer piantato dall’artista, infatti, ha germogliato proprio sette anni dopo, durante il periodo in cui Beuys stava morendo. L’albero, come possiamo notare in questi due esempi, diventa anche dimensione del tempo: ha uno sviluppo e una crescita personale e può resistere anche per centinaia di anni. Una dilatazione del tempo sicuramente diversa e più estesa rispetto a quello umana; tuttavia l’uomo è necessario in questo processo perché è colui che deposita il seme nella terra e permette la crescita della pianta. L’artista, con questa azione di semina svolta in modo individuale, si auspica una rinnovata relazione tra l’uomo e i suoi regni: ovvero quello minerale della terra e quello vegetale delle piante. Il secondo passaggio della triade sopra nominata è Bolognano, con la cosiddetta Piantagione Paradise. Secondo le direttive dell’artista, nei terreni dell’azienda agricola Durini vengono piantati solo alberi e arbusti la cui specie è in via d’estinzione: Beuys compila quattro pagine con i nomi scientifici delle piante che avrebbe voluto piantare. La preparazione dei terreni parte lo stesso anno della realizzazione dell’opera 7000 Querce di Documenta, ovvero nel 1982quest’operazione avrà in risposta i 7000 alberi di Bolognano. Anche il nome scelto per questa piantagione non è casuale e Paradise deriva dal Pardes, che nella tradizione cabalistica si riferiva a un giardino o a un frutteto sacro, che per questo motivo non poteva essere rovinato e deturpato: questo valeva, forse, da buon auspicio per il progetto. Durante la discussione a presentazione del suo programma Beuys afferma così: “Il nostro lavoro è quello di creare dei modelli, non dei risultati pratici, e dal momento che a Kassel pianto settemila querce, ho deciso di piantare, qui a Bolognano, settemila alberi tutti di specie diversa”. A coronamento dell’operazione Difesa della Natura vi è la celebre discussione organizzata a Villa Durini, il 13 maggio del 1984, occasione nella quale Beuys ricevette dal sindaco di Bolognano, attraverso una cerimonia solenne, le chiavi della città e la cittadinanza onoraria. Quel giorno l’artista piantò simbolicamente una quercia nella Piantagione Paradise . Nel discorso di apertura alla discussione, di Lucrezia de Domizio Durini, emerge anche l’importante intento antropologico di Difesa della Natura, oltre a quello ecologico già conosciuto “Difesa della natura non va intesa solamente in un aspetto ecologico, ma principalmente va letta in senso antropologico. Quindi: difesa dell’uomo, dell’individuo, dei valori umani e della creatività”. Quando inizia a parlare l’artista introduce fin da subito il concetto di libertà dell’uomo che implica, inevitabilmente, l’addossarsi doveri, oltre che avere diritti, e l’assumersi delle ingenti responsabilità. Questo significa non dare per scontato i sistemi politico-sociali già costituiti come la formazione dei partiti oil sistema educativo e scolastico, al fine di cambiarli o riformarli in meglio. Questo può avvenire secondo Beuys solo grazie alla creatività umana che è l’impulso genuino al cambiamento. Bisogna rendersi conto però che la parola libertà non fa riferimento solo a uno stato personale e individuale, ma anche a uno stato collettivo, delle persone che ci circondano: “La libertà vuol dire soprattutto la libertà degli altri: non si tratta della propria libertà, è il problema della libertà dei nostri fratelli e delle nostre sorelle” afferma Beuys. Quando produciamo qualcosa, infatti, dovremmo chiederci se può essere davvero utile alle persone, se può davvero offrire uno stimolo o uno spunto in più, rispetto a ciò che vi era precedentemente si tratta di mettersi in gioco, di impegnarsi. Beuys crede anche nel lavoro collettivo: più persone che lavorano in comunità per un progetto comune. È la forza della ‘solidarietà’ che permette agli uomini di sostenersi a vicenda, ciascuno con le proprie individuali capacità. Difesa della Natura costituisce per Beuys, come si è visto, un progetto concreto ed effettivo che non si limita a essere un semplice slogan: l’artista anche in questo caso si è impegnato a trasporre in senso fisico il suo pensiero e le sue idee. Tuttavia, già sei anni prima, alla fine degli anni Settanta, Beuys si trovava impegnato a trattare di problemi ambientali a lui contemporanei.
In un’altra discussione avvenuta all’interno della sala della Borsa Merci, presso la Camera di Commercio di Pescara, il 12 febbraio 1978 e dedicata alla Fondazione per la Rinascita dell’Agricoltura , sottolinea il fatto che l’agricoltura italiana sta attraversando un periodo di crisi, per differenti cause e va dunque aiutata e sostenuta. Questa diventa anche l’occasione per presentare, per la prima volta in Italia, la “Libera Università Internazionale” la F.I.U., che aveva già differenti sedi europee e extra-europee come la Germania,l’Olanda, la Gran Bretagna, l’Irlanda e il Canada. In questo caso i problemi legati all’ecologia e allo sfruttamento delle risorse naturali da parte dell’uomo vengono osservati dal punto di vista del sistema economico vigente in quel momento: il capitalismo, che si fonda sul principio di accumulo di denaro e sul profitto. A questo proposito l’artista cita anche il celebre economista scozzese Adam Smith , affermando che il sistema economico da lui formulato, basato sullo scambio di denaro, sta diventando sempre più sterile e inadatto al mondo attuale: bisogna ricercare nuove soluzioni alternative per l’economia, che tengano in considerazione, da un lato, delle esigenze del terreno e delle piante e, dall’altro, delle necessità dell’uomo. Come afferma Antonio d’Avossa, quello che si prospetta questa Fondazione è di «istituire un ordinamento sociale alternativo ‘terza via’ al di là del sistema occidentale basato sul capitalismo privato e del sistema fondato sul capitalismo di stato». Beuys si oppone, dunque, al tipo di agricoltura meccanicistica e chimica, per un tipo di agricoltura che sappia, invece, sfruttare le risorse tecnologiche moderne, non dimenticandosi di rispettare, però, la disposizione naturale delle piante.  Durante la discussione intervengono differenti personalità, come i critici d’arte Achille Bonito Oliva e Bruno Corà. Tuttavia è l’intervento dell’economista Vitantonio Russo che chiarisce il motivo per cui l’agricoltura italiana si trova in crisi. Nel 1957, infatti, con l’affermarsi del Mercato Comune Europeo, i paesi aderenti all’inizio  erano solamente sei Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo poterono far circolare liberamente nel loro territorio merci, capitali e persone. Questo ebbe un impatto positivo sul mercato internazionale, ma le nazioni più forti e produttive ebbero la meglio su quelle più deboli: così l’Italia dovette subire le decisioni e le pressioni di nazioni economicamente più potenti di lei, come la Germania e la Francia e dunque la sua organizzazione agricola venne messa in crisi. Nel saggio d’Antonio d’Avossa intitolato Domani la Terra si parla dell’agricoltura come di un’ “invenzione umana” antichissima, che gli storici fanno risalire all’8000 a. C. Con l’agricoltura, afferma il curatore l’uomo passa effettivamente a un sistema in cui cerca di volgere a proprio vantaggio le risorse della natura. L’idea d’agricoltura di Beuys si avvicina a quella proposta da Rudolf Steiner durante le lezioni del “Corso sull’agricoltura”. Quella che pensa Steiner è un’agricoltura di tipo biologico-dinamica, che cerca di stimolare o frenare determinati procedimenti naturali. Tra gli accorgimenti che vengono utilizzati c’è quello di trattare l’humus con alcuni prodotti speciali, di inserire nel letame alcuni ingredienti vegetali fatti ingerire al bestiame durante l’alimentazione e, infine, il suddividere le colture tenendo in considerazione le esigenze biologiche di ciascun terreno. Parte di questi modi di operare agricoli erano già stati sperimentati da Beuys sui terreni collinosi di San Silvestro, messi a disposizione dal barone Giuseppe Durini in questo caso l’artista provò sistemi di coltivazione, concimazione e piantagione di differenti culture agricole. A testimonianza della discussione sul tema Fondazione per la Rinascita dell’Agricoltura rimangono molti oggetti fisici come due lavagne in ardesia, delle opere grafiche, l’oggetto multiplo ‘Zappa’ e tanti manifesti, cartoline fotografie e video che servirono a pubblicizzare l’evento. Tutto questo materiale fa parte oggi di collezioni private e di musei differenti, che lo conservano come documentazione storico-artistica dell’opera di Beuys. L’ordinamento agricolo pensato dall’artista in occasione di questa discussione è alternativo perché basato sull’idea di collaborazione e cooperazione tra gli uomini e non sul fattore del profitto, tipico, invece, dell’economia capitalistica. Questa Fondazione non è altro che il proseguimento dei dibattiti e degli interventi che si organizzarono per i ‘cento giorni’ di Documenta V, nel 1972.
Durante la discussione viene presentato anche un libretto rosso intitolato Azione Terza Via Iniziativa promozionale  Idea e tentativo pratico per realizzare una alternativa i sistemi sociali esistenti nell’Occidente e nell’Oriente. La ‘terza via’ proposta da Beuys è quella che esclude da un lato il capitalismo e dall’altro il comunismo, proponendo un’alternativa che sia maggiormente connessa alle esigenze umane. Si approfondirà meglio la tematica in seguito. Dopo tutte queste esperienze sopra citate nell’ambito dell’ecologia si può sostenere che Beuys abbia istituito una vera e propria relazione tra la pratica della coltivazione agricola e quella dell’arte. Il centro di tutto e ciò che alla fine deve svilupparsi è l’uomo: anch’egli prodotto dell’humus vitale del mondo. Nel dialogo con Volker Harlan Beuys afferma che l’agricoltura è arte perché anch’essa è il frutto della comunione e del bilanciamento di sostanze diverse come l’humus e la terra semplice costituita da argilla, gesso e silice. Questo fu il pensiero di Beuys che per primo nel mondo dell’arte ha voluto suscitare l’animo umano questa mostra lo evidenzia con forza grazie al linguaggio dell’arte ecco perché la mostra Rethinking Nature apre il suo percorso con opere di artisti italiani e internazionali che riflettono sulle radici storiche e filosofiche di una visione imperialista della natura in quanto fonte di guadagno di cui appropriarsi, considerando come tali dinamiche di dominazione siano perpetuate attualmente dal sistema economico globale. I dipinti e le sculture dell’artista argentina Adriana Bustos mappano iconografie relative alla sistematizzazione delle relazioni fra esseri viventi, presentando una lettura critica del determinismo che ha dominato le scienze naturali e mostrando come queste abbiano storicamente normalizzato una serie di processi coloniali e razziali. “Bestiario de Indias I” propone immagini dalle cronache dei coloni europei in Sud America, che hanno storicamente prodotto una rappresentazione mostruosa dei popoli e degli animali locali, al fine di sostenere ideologicamente l’esproprio di tali terre. “Fires” si ispira al trattato scientifico Mundus Subterraneus (1664) di Athanasius Kircher, il cui nucleo concettuale, sviluppato anche grazie ad una visita al Vesuvio, considerava il mondo organico e quello inorganico come interconnessi e caratterizzati da processi olistici. Karrabing Film Collective presenta una nuova costellazione di opere video e delle mappature concettuali – o “Weather Reports” – che svelano come lo sguardo coloniale perfezioni la propria cartografia mentre distrugge mondi. Giustapponendo la migrazione della famiglia Povinelli dalle terre di famiglia nelle Alpi italiane a quelle dei coloni negli Stati Uniti con la storia dell’espropriazione delle terre ancestrali dei Karrabing nel nord dell’Australia, “Weather Reports” riassume cinque secoli di storia per evocare i drammatici sconvolgimenti ecologici e geografici scaturiti dall’affermazione del controllo europeo sul destino di territori, luoghi e popoli. Proseguendo il percorso possiamo ammirare una serie di progetti artistici porta l’analisi al giorno d’oggi, illustrando pratiche attuali di sfruttamento delle risorse naturali, che, protette da politiche governative e multinazionali, sopprimono le istanze critiche di numerose minoranze e indeboliscono ecosistemi delicati e complessi. Nelle sue sculture Giorgio Andreotta Calò indaga la nozione di “risorsa” per affrontare le ripercussioni ecologiche e sociali dei processi estrattivi. L’installazione “Produttivo” comprende una serie di carotaggi ottenuti dall’archivio della Carbosulcis S.p.A., ultima azienda attiva in Italia nell’estrazione del carbone le cui attività sono state interrotte nel 2017. L’artista ecuadoriano Adrián Balseca indaga lo sfruttamento delle risorse naturali e del lavoro in Sud America in relazione allo sviluppo dell’industria della gomma nell’Amazzonia nei secoli XIX e XX, quando gli europei si resero conto delle potenziali applicazioni dei derivati dell’albero, già utilizzati dalle popolazioni indigene. Il progetto Agricola Cornelia S.p.A. di Gianfranco Baruchello, iniziato negli anni Settanta nella campagna romana come esperimento artistico sull’agricoltura e la giustizia sociale, indaga la capacità dell’arte di rispondere a problemi quali la scarsità di cibo, proponendo forme di lavoro anti-sfruttamento ed esplorando nuove forme relazionali con ciò che non è umano e con gli elementi naturali. Una nuova generazione di artisti, oggi, sviluppa progetti di agricoltura comunitaria su piccola scala, quali Inland, creato nel 2010 da Fernando García-Dory nel nord della Spagna, e Amakaba, una fattoria di cacao, allevamento di api e giardino di tintura fondato recentemente da Tabita Rezaire nella foresta amazzonica della Guiana francese. Queste iniziative artistiche immaginano risposte alla crisi ecologica affermando una responsabilità collettiva e promuovendo un nuovo concetto di giustizia climatica. La mostra prosegue attraverso pratiche multidisciplinari incentrate sulla spiritualità, la guarigione e i saperi tradizionali, articolando l’urgenza di sviluppare relazioni etiche con l’ambiente e il pianeta che implichino gli ecosistemi invisibili. Una serie di artisti coltivano forme di pensiero relazionale che rompono divisioni umano-natura emerse nelle scienze illuministiche europee, dando valore all’intelligenza delle rocce, dell’acqua, delle piante e degli animali. L’opera video “Karikpo Pipeline” di Zina Saro-Wiwa sovrappone l’infrastruttura dell’estrazione del petrolio all’evocazione di energie invisibili e spirituali, ambientando in una distesa di oleodotti una mascherata Ogoni eseguita da danzatori con maschere di antilope intagliate. La serie di monotipi “Defend Sacred Mountains” di Edgar Heap of Birds raccoglie la toponomastica delle popolazioni indigene del Nord America legata a luoghi di rito, culto e guarigione, per illustrare la frammentazione causata dallo stato-nazione e generare forme di resistenza culturale. La video installazione di Buhlebezwe Siwani, “AmaHubo”, crea uno spazio rituale e narrativo che testimonia, attraverso linguaggi performativi e corporei, la resilienza delle pratiche spirituali connesse alla terra nonostante i tentativi di soppressione a cui gli antenati dell’artista in Sud Africa hanno dovuto fare fronte. Ampia il progetto di mostra “Pillar”, una grande installazione site-specific degli artisti filippini Alfredo e Isabel Aquilizan che prosegue la loro serie Project Another Country, ispirata ai Badjao, popolo di marinai nomadi del Mare di Sulu. Questa nuova commissione è stata sviluppata a Napoli durante una serie di workshop con gruppi di adolescenti. La cascata di case e giardini in cartone riciclato che attraversa i piani del museo, sospesa ad una barca capovolta, come un rifugio in una tempesta, evoca la storia di Napoli in quanto porto mediterraneo – e le future forme di vita sull’acqua che scaturiranno dall’innalzamento dei mari.
Gli artisti partecipanti alla mostra sono : Maria Thereza Alves, Giorgio Andreotta Calò, Alfredo e Isabel Aquilizan, Adrián Balseca, Gianfranco Baruchello, Adriana Bustos, Sebastián Calfuqueo Aliste, Cao Minghao e Chen Jianjun, Jimmie Durham, Denise Ferreira da Silva e Arjuna Neuman, Fernando García-Dory, Ximena Garrido-Lecca, Gidree Bawlee, Edgar Heap of Birds,Karrabing Film Collective e Elizabeth Povinelli, Sam Keogh, Francois Knoetze, Elena Mazzi, Ana Mendieta, Marzia Migliora, Jota Mombaça e Iki Yos Piña Narváez, Sandra Monterroso, Niccolò Moronato, Tabita Rezaire, Zina Saro-Wiwa, Karan Shrestha, Buhlebezwe Siwani, Yasmin Smith, Ivano Troisi, Tricky Walsh, Zheng Bo. L’intero progetto sarà accompagnato da un catalogo illustrato, che includerà dei nuovi contributi critici e una serie inedita di discussioni con artisti invitati. Una programmazione di eventi, conversazioni e workshops si svilupperà attraverso la durata della mostra, approfondendo temi chiave e coinvolgendo artisti, ricercatori, e attivisti attraverso un approccio multidisciplinare e partecipativo.
Museo Madre Napoli
Rethinking Nature
dal 17 Dicembre 2021 al 2 Maggio 2022
dal Lunedì al Sabato dalle ore 10.00 alle ore 19.30
Domenica dalle ore 10.00 alle ore 20.00
Martedì Chiuso