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Brera e Caravaggio. Gli scopi di James Bradburne e una polemica da evitare

“Il progetto 'Brera' va avanti –ci ha detto Bradburne- questa è la cosa più importante; abbiamo dimostrato che è possibile cambiare il museo statale: parlano i risultati, non mi interessano le polemiche”.


Abbiamo incontrato due giorni fa il direttore
James Bradburne

nel suo ufficio di Brera per un bilancio ad un anno e poco più dall’insediamento –suo e degli altri nuovi dirigenti- nelle istituzioni museali “al tempo dell’autonomia”, secondo il dettato della legge Franceschini.

In effetti News-Art ebbe allora a registrare le voci molto critiche di ex soprintendenti e studiosi circa la nuova normativa che non garantiva una vera autonomia, che non avrebbe sanato i problemi strutturali (burocrazia, mancanza di fondi, di personale ecc), che non permetteva neppure più un controllo del contesto territoriale, mentre al contrario disegnava per i direttori più un ruolo manageriale che culturale e scientifico.

Il testo completo dell’intervista comparirà nei prossimi giorni.


Vale però la pena anticipare la parte relativa alla mostra intitolata Attorno a Caravaggio una iniziativa che sta facendo molto discutere perché, tra le altre opere, vedrà esposta negli spazi del prestigioso museo milanese la altrettanto discussa tela, rinvenuta da un noto mercante francese, Giuditta e Oloferne, presentata alcuni mesi fa a Parigi e da alcuni studiosi ritenuta un capolavoro di Caravaggio. Come accadde all’atto della presentazione del clamoroso ritrovamento (di cui anche la nostra rivista, come molte altre, diede conto) di nuovo le critiche stanno montando (vedi le dichiarazioni ai giornali di altri dirigenti museali che non hanno concesso i loro spazi alla esposizione dell’opera) ma in particolare colpiscono le dimissioni dal comitato scientifico della pinacoteca di Brera di uno studioso apprezzatissimo come Giovanni Agosti.
E tuttavia dobbiamo dire che in questo caso si fa fatica a capire il perché di tante voci critiche. Ci pare invece molto convincente l’impianto che il direttore Bradburne ha dato alla iniziativa Attorno a Caravaggio:
“Metteremo insieme una declinazione di quadri: copie, attribuiti, pensati, originali; l’intenzione è quella di dar vita ad un vero e proprio laboratorio aperto alla storia dell’arte e agli studiosi; proprio come si fa per la chimica, per la fisica: noi mettiamo sul tavolo i risultati delle ricerche proprio per aprire al contributo e alla discussione; il compito di un museo non è fare attribuzione, questo è il lavoro che spetta agli esperti e agli studiosi e però i musei sono gli unici istituti che possono riunire opere che normalmente si trovano nei diversi angoli del mondo. Quanto alla esposizione Attorno a Caravaggio, si tratta del ‘Dialogo’ curato dal professor Nicola Spinosa, che consiste precisamente nel mettere assieme –come per una sorta di dialogo appunto- una serie di quadri di Caravaggio e dei suoi seguaci, per far discutere e far valutare per la prima volta delle opere diverse, copie o non copie del Merisi, per parlare delle loro attribuzioni delle quali il pubblico potrà rendersi meglio conto. Non a caso il sottotitolo della esposizione è Una questione di attribuzione. Del resto una cosa del genere l’abbiamo già fatta quando esponemmo insieme i due Matrimoni della Vergine, capolavori di Raffaello e Perugino”.

Va detto peraltro che questa iniziativa –come pure altre che ci sono state e seguiranno, come ci ha spiegato il Direttore- comporterà per la pinacoteca un rientro economico che consentirà alla direzione di definire una migliore organizzazione degli spazi e di utilizzo del personale –autentico cruccio di James Bradburne, come vedremo meglio nella prossima pubblicazione integrale dell’intervista che ci ha rilasciato-.
Perché allora le polemiche? In larga parte queste sono nate per la presenza in mostra, come dicevamo, di una tela di proprietà privata, la Giuditta e Oloferne, in predicato di una eccezionale attribuzione.
Ci si chiede però se, proprio in considerazione della possibile paternità, quella di metterla a confronto con altre opere -certe e no- non sia la scelta migliore, dato che da sempre il confronto stilistico –in assenza di dati documentari stracerti e da tutti accettati- è la via idonea per sciogliere l’arcano. Ce ne sarebbero anzi perfino altre di prove del genere da effettuare (e che consiglieremmo a Bradburne), se consideriamo la Cattura di Cristo di proprietà di un antiquario romano o una versione di un San Francesco in meditazione sempre di proprietà privata.
E sulle remore –seppure esistono- dovute al fatto che la cura dell’evento sia di Nicola Spinosa, che è uno tra gli studiosi che autenticano l’opera come originale di Caravaggio, dovrebbe in verità far premio la grande professionalità e competenza dello stesso, che in ogni caso in una intervista a Repubblica ha tenuto a sgomberare il campo da ogni equivoco :”Ho attribuito il quadro in seguito alla richiesta dello stato francese, dai proprietari, che neppure conosco, non ho preso un centesimo …” L’idea dunque è stata tutta del Direttore di Brera cui l’ex soprintendente di Capodimonte riconosce infatti ogni merito :”L’importante è sottoporre l’opera ad un dibattito  critico. Per questo ci vuole uno spazio pubblico. Bradburne, che è l’unico vero direttore manager che ora abbiamo in Italia, l’ha capito”.
Potremmo chiudere qui questa vicenda, se non che lo spirito da novello fustigatore di costumi in voga da qualche tempo tra certi addetti ai lavori ci porta a una considerazione:  tra quanti criticano tanto duramente siamo certi che non ci sia proprio nessuno che abbia presentato opere di collezione privata in mostre in Italia e all’estero ?
Chi è senza peccato ...

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